Archivio per noir

Whisky e cemento

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 5 novembre 2012 by Michele Nigro

Ne vale proprio la pena?

– Il Crucco non è contento del mio lavoro? Il tizio avrebbe dovuto dire “del tuo non lavoro” – pensava Nebbia tra il sarcasmo della propria incoscienza e una nuova specie di brivido mai provata prima.

– Già. Proprio così. Non riesce a spiegarsi come può un essere spietato e dedito al proprio lavoro come te, aver accumulato un simile ritardo sul ruolino di marcia delle sentenze capitali decise insieme ai nostri amici di Berlino… Capìsc’? – s’era lamentato un attimo prima il più silenzioso degli scagnozzi, uscito momentaneamente dal mutismo.

Poi l’eloquente della coppia di bravi, dopo aver sorseggiato il suo doppio whisky liscio, aggiunse riconquistando il proprio ruolo di portavoce ufficiale e mentendo: – Il capo ha mandato noi due perché siamo, beh, ecco, come posso dire, i più sensibili e ragionevoli della comitiva e non amiamo il sangue. – E dopo aver messo da parte un tono materno che non gli si addiceva, proseguendo con ironia – Un uccellino ci ha detto che quella ragazza ha conquistato il tuo cuore e che… – scoppiando in una risata strana e breve – … addirittura ci sarebbe del tenero tra di voi! – Continuò a ridere in modo grottesco e più a lungo mentre il compagno, impassibile, non levava gli occhi dal collo di Nebbia, forse immaginando la migliore tecnica di strangolamento da attuare in quel caso o il taglio più preciso della giugulare usando il bordo affilato della scheda telefonica Intercom.

– Sai, è Natale: il Crucco vorrebbe darti un’altra possibilità… – riprese lo smilzo linguacciuto, mentre giocherellava davanti al viso di Nebbia con uno stuzzicadenti spezzato a metà.

– … e io non la voglio! Un’altra possibilità… – replicò freddamente il killer disobbediente, sapendo di non poter più tornare indietro.

I due eleganti tirapiedi si guardarono in faccia esterrefatti, preannusando l’odore di cemento fresco in cui avrebbero inumato, di lì a poche ore, il corpo del giovane drogato che aveva scelto, evidentemente, la strada di un atroce e mortale prepensionamento firmato dall’ufficio personale della TecnoMafia.

– Non credo alle mie orecchie! – disse il tipo rivolgendosi al silenzioso armadio che aveva al suo fianco, senza sperare di ricevere risposta.

– Credici pure! – ribattè Nebbia.

– Dimmi solo una cosa… fesso! – ritornando serio.

– Spara!

– Ne vale proprio la pena morire per quella puttanella?

Luc Besson

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 2 novembre 2012 by Michele Nigro

È Natale

Mentre lavoravano di gran lena sui cadaveri dei due ex bravi cercando di far sparire accuratamente, con qualche colpo di raggio laser aggiuntivo, le prove più dure del duplice omicidio tipo cerniere lampo, gemelli in pietra, ossa lunghe e otturazioni dentali, Nebbia non poté fare a meno di appuntare mentalmente un nuovo nome nella sua personale lista nera: quello del pusher. Era certo. Non avrebbe mai più rifilato roba scaduta in giro.

Tuttavia non trattenne un sorrisetto, subito intercettato da Schiuma: – Che c’avrai da ridere? – gli domandò nervoso, proferendo le sue prime parole dopo il fattaccio serale che l’aveva ammutolito, costringendolo a un macabro fuoriprogramma nel sotterraneo del Roxy.

– Niente, Schiù! Pensavo che tutto sommato m’è andata di lusso stasera.

– Mi fa piacere che tu riesca a essere ottimista in mezzo a questo schifo. – rispose Schiuma mentre termizzava* con precisione certosina il ponte dentale dello scagnozzo grasso e muto, e cercando in giro con lo sguardo altri pezzettini ostinati da disintegrare.

– Immagina se avessi beccato una dose di neurammina-inversa. Altro che effetto ritardato…

Schiuma fece una pausa e ricostruendo con la sua lenta immaginazione il possibile e tragicomico scenario appena prospettatogli da Nebbia, non poté fare a meno di offrire finalmente al suo socio un tanto atteso sorriso di ilare complicità.

– Sai che casino? – continuò Nebbia – A quest’ora la Rossa sarebbe cotta a puntino come uno sformato di patate e io starei flirtando con gli scagnozzi, di sopra, seduto a un tavolo con davanti una doppio malto e sfoggiando un sorriso a trentadue denti…

– Che schifo! – sentenziò Schiuma.

– Puoi dirlo forte! – incalzò l’altro sospirando.

Fuori, intanto, la santa notte della vigilia di Natale offriva al mondo credente e in fedele attesa per l’ennesima volta le sue temperature rigide e qualche timido fiocco di neve sfuggito chissà a quale cima montagnosa già innevata e spazzata dal forte vento di un incasinato dicembre fatto di errati omicidi e droghe fallaci.

Tra un lampo termico e l’altro, la mezzanotte era già scoccata.

Nebbia si fermò un istante, lesse le lancette del suo orologio e forse sempre a causa dei postumi chimici causati dalla schifezza con cui s’era punto, si lasciò sfuggire tra la sua incredulità e quella del compagno di merende:

– Buon Natale Schiuma!

– Nebbia!

– Sì, Schiù?

– Ma vaffanculo!

* termizzare: in questo contesto, verbo utilizzato per indicare la disintegrazione di un tessuto organico o di un materiale inorganico ad opera di una pistola laser.

Natale criminale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 1 novembre 2012 by Michele Nigro

24 dicembre

“Che magica notte del cazzo!” – pensava Nebbia.

“Non dovevo accettarlo… accettarlo… non dovevo… non… accettarlo… dovevo… perché… perché… ho accettato questo incarico maledetto?” – biascicava ad alta voce, come se viaggiasse in compagnia, durante il tragitto in auto da casa fino al parcheggio davanti al Roxy, mentre la cenere della sigaretta che aveva in bocca gli cadeva tra le cosce, sporcando il sedile. Ormai era completamente andato.

Aveva bisogno di soldi, è vero; le crisi d’astinenza da neurammina sono indescrivibili: fuori potresti sembrare tutto carino, pulito e rilassato; dentro, invece, i tuoi neuroni sembrano dei deflettori malfunzionanti dopo un temporale. Quando sei in crisi non riesci a distinguere tua madre da un quarto di bovino appeso. Ma la Rossa… la Rossa, no. Non poteva.

“Che mi scoppi pure il cervello; chi se ne fotte? La Rossa non la tocco!”

Schiuma era stato tassativo: “La tizia deve scomparire… sennò Babbo Natale non arriva e puoi dire addio ai tuoi 10.000 eurocrediti!” Stavolta la ricompensa era più elevata: si trattava di una faccenda grossa. E lo era. Pur essendo ricchi, i nuovi “datori di lavoro” di Nebbia non avevano certo bisogno di un lavoretto civile e delicato da avvocati con la borsa in pelle e il dopobarba costoso comprato da Hemmond’s. Nell’ambiente, nonostante il suo viziaccio con la neurammina, Nebbia godeva ancora di una certa credibilità professionale; non per gioco lo chiamavano “stermina e pulisci”… Altro che gli eliminatori dei vecchi film di Luc Besson. Ma la Rossa, Cristo!

“Perché hai dovuto rubare quel cavolo di programma alla FutureProg? Perché proprio a loro? Non lo sai che quella società è legata alla TecnoMafia berlinese come una slitta a una muta di cani?” – queste domande le avrebbe dovute fare direttamente alla Rossa quando era a portata di labbra, prima, lassù, nella stanza. Non ora, mentre si apprestava a incontrare il proprio destino.

Aprì la porta del Roxy e Schiuma dal bancone, mentre con una spatola toglieva se stesso, cioè della schiuma, dal bordo superiore di un boccale di birra appena riempito, lanciò a Nebbia uno sguardo talmente affilato che al confronto cadere in una vasca piena di lamette sarebbe stato come rotolarsi in un prato fiorito. La Rossa, evidentemente, era passata di lì per bere qualcosa. Ancora viva. Fottutamente, fastidiosamente e inesorabilmente viva.

Seduti a un tavolo, con ancora i cappotti addosso e le facce gialle, due scagnozzi della FutureProg.

Se fosse stato credente il killer più quotato del Roxy avrebbe cominciato a pregare.

Waterboarding

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 30 ottobre 2012 by Michele Nigro

Chiuso per sempre

L’insolito buio offerto dalla chiusura settimanale del Roxy era interrotto, non molto lontano, dall’unico lampione del parcheggio e dal suo cono luminoso intermittente, sintomo di una lampadina destinata a cedere da un momento all’altro. Sotto le finestre chiuse dello storico locale, un gatto randagio geneticamente modificato emetteva miagolii metallici attendendo rifiuti inorganici e residui di cibi precotti, microondati, predigeriti e poi vomitati sul pavimento dei cessi del Roxy dai vari beoni di turno, satolli come maiali. Leccornie che, da quella notte in poi, non sarebbero più arrivate nella ciotola del felino di strada.

A contrastare i sinistri miagolii solitari della creaturina pelosa, dall’interno del locale buio, un monologo artificiale a volume sostenuto proveniva dalla radio di solito utilizzata da Schiuma mentre preparava i tavoli prima dell’apertura o per intrattenere qualche cliente ancora attaccato all’ultima birra e ai mille pensieri di una vita dura da digerire. Se un abituè del Roxy si fosse trovato a passare di lì, per caso, a quell’ora, avrebbe sicuramente pensato che il vecchio Schiuma, dando una dimostrazione presenile di rincoglionimento acuto da bancone, s’era semplicemente scordato la radio accesa uscendo dal locale.

<<… per il commento dei risultati riguardanti le elezioni di fine anno, colleghiamoci con il nostro inviato dalla Sala Dati del MinGestMa*: “… ennesima vittoria schiacciante del Partito Tecno Industriale… ‘Ci aspettano quattro anni di duro lavoro…’ – ha dichiarato il leader maximo della coalizione Centro-Superiore del Parlamento Verticale delle Terre Contaminate durante la conferenza a banda larga di oggi pomeriggio – ‘… ci aspetta una legislatura all’insegna della programmazione alimentare e della coercizione neonatale…’  Più figli obbligatori per tutti, insomma!…”>>

Così sbraitava con una finta enfasi il giornalista a ore dell’Agenzia dell’Informazione Pubblica dall’inascoltata radio del Roxy, mentre una leggera pioggerellina appena iniziata metteva in fuga il gatto ormai stanco di aspettare il puntuale cibo notturno. I gatti, anche quelli geneticamente modificati, odiano l’acqua.

<<… risolveremo entro sessanta giorni il problema delle scorie radioattive dei satelliti militari precipitati durante questi ultimi mesi sulle nostre terre…>>

Continuava così, ora, la voce registrata dell’invecchiato leader che si apprestava indisturbato a governare, per la quinta volta e senza validi oppositori, un Paese di inoccupati mentali farmaco-dipendenti e affetti dalle più atroci aberrazioni cromosomiche: malattie che erano state, negli anni passati, fonti di ricchezza per le case farmaceutiche create e dirette da quello stesso leader appena rieletto e prigioniero felice del suo doppiopetto color argento e della sua faccia di plastica.

Sul bancone del Roxy un corpo esanime e supino, avvolto dal buio, riceveva la luce ritmica del lampione esterno malfunzionante. I polsi di Schiuma erano stati legati con del nastro da imballaggio agli spillatori di birra del bancone. Da uno di questi partiva un tubo di gomma che terminava direttamente nella faringe traumatizzata del povero gestore. Il suo ventre gonfio, più gonfio del solito, denunciava un’indesiderata sbronza architettata da chi non voleva certamente trascorrere qualche ora in allegria con un amico di vecchia data, così, giusto per fare due chiacchiere davanti a una birra. Una serata voluta da amici insistenti fautori di un metodo di tortura birroso e tremendo, ideato per strappare notizie e vite.

Il luppolo usato al posto della macchina della verità. Un waterboarding con la birra, finito male: i professionisti del Crucco – gli angeli della morte – si erano lasciati prendere la mano, passando dalla simulazione di annegamento all’insufflazione birrosa dello stomaco del torturato.

Schiuma non aveva cantato, ed era stato ucciso durante il giorno di chiusura settimanale del suo amato Roxy, mentre ripuliva il locale e sistemava le derrate alimentari per le serate successive. Una morte consona al suo lavoro e al suo stile di vita: affogato nella sua birra. Forse, rivedendosi dall’alto, dal bancone del paradiso, aveva trovato persino divertente e originale la sua morte.

Degli “intubatori notturni” non c’era nessuna traccia… ormai, da ore. Testimoni oculari? Sì, forse uno: il gatto. Ma i gatti, si sa, sono testimoni inaffidabili, pensano solo a mangiare e badano ai fatti propri.

<<… volete sentire una nuova barzelletta?>>

La radio, imperterrita, continuava a tener compagnia al corpo senza vita del povero Schiuma riproponendo la voce del vecchio leader.

* Ministero Gestione Masse

Una giornata di Ivan Negrisovič

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 26 ottobre 2012 by Michele Nigro

Dopo aver bevuto un paio di birre a gradazione crescente servite da una cameriera mingherlina e risoluta, Ivan si diresse verso casa, la solita dal 1978, quella con l’invidiabile panorama sull’orizzonte del tropico urbanistico, per affrontare una delle sue notti assurde, superando un black out elettrico che gli aveva offerto l’opportunità di fantasticare su un salvifico ritorno a stili di vita medievali, un terremoto sussultorio confuso con un giramento di testa causato dai postumi birrosi e che l’aveva lasciato del tutto indifferente, e schiacciando sulla parete color rosso mattone della sua stanza, con la mano violenta della legge umana e non senza una certa dose di sadica soddisfazione, una zanzara dedita alla prostituzione notturna e pregna del suo sangue appena prelevato da entrambi i piedi rimasti scoperti a causa del caldo anomalo di un ottobre avido di autunno. Le notizie notturne di Rai News 24 lo cullarono verso il secondo tempo di un sonno vissuto a singhiozzi.

La mattina s’avventò sul capello scompigliato di Ivan, variegata, ipnotica e assurda come la notte albeggiante che l’aveva tenuta a battesimo: lo strano amministratore del suo palazzo, sotto l’effetto dei consueti psicofarmaci che lo trattenevano nel mondo delle persone ragionevoli, gli aveva regalato alcuni libri per ringraziarlo di certi calcoli matematici da quarta elementare con cui aveva ripartito tra i prigionieri dell’alveare le spese degli eterni lavori di manutenzione dello stabile di merda in cui abitava, e che avrebbe voluto abbandonare per andare a vivere in Giappone. Aveva risolto i contorti problemi di censimento di sua sorella divisa tra una residenza e una domiciliazione non coincidenti e che rappresentavano geograficamente una condizione esistenziale tentennante tra una voglia di fuga soggettiva e la realtà oggettiva, e aveva ricevuto un interessante invito editoriale per partecipare in qualità di coautore a un pamphlet sull’arte di sottolineare i libri.

Non aveva dimenticato di scrivere la breve relazione richiesta dalla psicologa di un amico in cui aveva dichiarato, in qualità di integerrimo osservatore esterno, di non aver rilevato significativi miglioramenti nella condizione esistenziale del soggetto che continuava imperterrito a grattarsi nevroticamente in pubblico e a parlare in maniera ossessiva e nostalgica dei compagni delle scuole medie inferiori. Non aveva nemmeno dimenticato di ignorare la vicina di casa accompagnata dal suo cane sciancato, mentre ocheggiava all’angolo della strada in compagnia di altre pennute su irrilevanti questioni estetiche e sociali. E, ciliegina sulla torta, aveva preso parte in serata a un’accesissima assemblea condominiale durante la quale s’era discusso, con veemenza geriatrica e per l’ennesima volta, del Bi e del Ba amministrativo, e del bisogno di ristrutturare certi nevralgici pilastri del condominio dai quali dipendeva la fottuta sopravvivenza delle sessanta famiglie che v’abitavano, in caso di eventi sismici ormai dichiarati prevedibili non grazie a nuove conoscenze geologiche ma in base alla sentenza di un paio di giudici che avevano condannato pochi giorni prima alcuni scienziati poco propensi alla rivelazione di verità telluriche.

Non aveva avuto il tempo di sfogliare il volume ristampato di “Akira”, un manga giapponese da poco riproposto agli assetati otaku della penisola; non aveva avuto il tempo di chiedere al direttore del giornale della sua città di considerarlo in qualità di articolista retribuito e non aveva fatto quella ricerca sui nuovi metodi di lettura veloce che tanto gli occorrevano dal momento che la quantità di libri acquistati aveva superato di gran lunga la quantità di libri effettivamente letti. E soprattutto non aveva avuto a disposizione nemmeno pochi minuti per videoregistrare e sbattere su Youtube una delle sue letture casalinghe di classici sempreverdi da donare ad amici e letterati naviganti nella rete.

Si sarebbe accontentato di riascoltare l’ultimo album del suo cantautore preferito e di una doccia liberatoria, prima di affrontare una nuova notte assurda tra birra e zanzare, terremoti e persone da studiare lungo i confini illibati di una vita ancora da vivere.

(foto: “Battipaglia by night” di Michele Nigro)

La mia sigaretta olografica su “Fondazione 18”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 gennaio 2012 by Michele Nigro

È in distribuzione il n.18 di “Fondazione”, Science Fiction Magazine (Anno XI) curata da Claudio Chillemi, Emilio Di Gristina, Enrico Di Stefano, Rosaria Leonardi, contenente in retroguardia anche un mio vecchio racconto olo-noir intitolato “Il tempo di una sigaretta”: un omaggio per nulla indiretto al ponte ologrammi di Star Trek e al grande Fred Buscaglione. Che c’entra Fred Buscaglione con Star Trek? Niente: questo è il bello della scrittura. Al di là dell’incontro tra elementi eterogenei, l’importante è il messaggio veicolato dalla voce narrante.

La suggestiva illustrazione di copertina è stata realizzata da Tiziano Cremonini.

In questo numero:

Editoriale – pag. 02 A cura della Redazione
Videogiochi
A.I. War – pag. 03 di Enrico Di Stefano
Racconti
Sull’Onda del Tempo – pag. 07 di Antonio Bellomi
Saggistica Fumetti
Alfonzo Azpiri, Sognatore Cinico – pag. 10 di Paolo Motta
Saggistica Fumetti
Chosp – pag. 11 di Paolo Motta
Racconti
Fantasmi – pag. 12 di Alberto Priora
Serie Televisive
Star Trek for Dummies – pag. 17 di Francesco Spadaro
Racconti
La Nostra Canzone – pag. 22 di Giuseppe Picciariello
Speciale
Le Schede Telefoniche e il loro Contributo alla SF – pag. 27 di Jean-Pierre Laigle
traduzione E. Di Stefano
Speciale
Come Sarà il Futuro della Terra – pag. 32 di Antonino Di Mari
Racconti
Il Tempo di una Sigaretta – pag. 43 di Michele Nigro

… e in più

Inserto Speciale “L’Anticipazione nei Fumetti degli Anni Trenta”
Parte seconda
di Bruno Caporlingua, contenente gli articoli:

– Biondine, Maghi e Cavernicoli alla conquista della 4ª Dimensione

– La Space Opera nei Comic Books

– La travagliata genesi dell’alieno Superman

– I Fumetti d’anticipazione dell’Era Fascista

– Il Fumetto Transalpino di anticipazione

——

Per spedire lettere, articoli, racconti, disegni
o richiedere la rivista scrivere a:
Rosaria Leonardi
via Marconi n° 36 95028 Valverde (CT)
oppure inviare una e-mail al recapito:
fondazionesf@tiscali.it

E’ online “MICROPULP” di Giugno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 giugno 2011 by Michele Nigro

L’avventura di “Micropulp” continua alla grande ed esce così il tanto atteso n.2 della fanzine/e-book ideata e curata da Vincenzo Barone Lumaga che scrive in una e-mail agli Autori: “… Devo dire di essere molto orgoglioso di questo secondo numero. […] mi sembra che […] abbia una maggiore omogeneità di fondo. Inoltre la qualità dei racconti secondo me è ottima…”

Ho contribuito a questo numero di Giugno con un mio ‘vecchio’ racconto – “Il missionario” – che, se confrontato con gli altri finora pubblicati anche più di una volta su diverse testate, ha vissuto in fin dei conti una vita in sordina: credo che abbia fatto una sola ‘comparsata’ nella rivista “Nugae” alcuni anni fa. Non ricordo altre pubblicazioni. Sono contento pertanto che il direttore di “Micropulp” abbia scelto, tra i racconti inviati dal sottoscritto in redazione, proprio questo: ciò mi ha stimolato a fare una revisione su un ‘prodotto’ che ormai consideravo ‘scaduto’, al di là del tema portante attuale e ‘scottante’. Sono soddisfatto anche se il processo di revisione di un racconto (come di un saggio, di una poesia…) non ha mai fine e chissà quante incongruenze e quanti errori lessicali verranno fuori in futuro dopo un’ulteriore lettura. L’occhio esterno di Vincenzo Barone Lumaga ha sicuramente contribuito a ‘ripulire’ il racconto da refusi che avrei continuato ad accettare a causa di una certa ‘assuefazione’ che colpisce chi scrive (gli addetti ai lavori lo sanno) nonostante la decantazione scritturale durata anni.

“Il missionario” è un racconto, forse noir, scritto utilizzando la prima persona singolare: a parlare è l’Io omicida/personaggio che convive nell’autore (in ognuno di noi vi è una componente omicida, che piaccia o no). Per definizione può essere considerata noir una storia che prende fortemente in considerazione il punto di vista del ‘delinquente’. Il ‘giallo’ ci ha abituati alla figura positivista del detective brillante che inchioda l’assassino. Il noir, al contrario, è nato per ascoltare le ragioni del ‘cattivo’, per entrare in sintonia con la sua storia personale e con le atmosfere che caratterizzano il suo vissuto, per giustificare quasi le sue macabre intenzioni. Ci ‘educa’ a prendere in considerazione un altro (scomodo) punto di vista. Con il noir l’assassino diventa umano, paradossalmente comprensibile. In alcuni casi addirittura simpatico.

Dietro questa scorza noir, “Il missionario” nasconde un tema attualissimo e molto discusso: l’eutanasia. Ma lo fa in maniera esagerata, grottesca, fantasiosa, dissacratoria, persino ironica. In questo racconto non mi sono limitato a cercare di ricostruire ambientazioni metropolitane noir, ma per mezzo del contrasto tra sacro e profano, tra laico ed ‘ecclesiastico’, che emerge in alcuni punti dello scritto, ho voluto evidenziare l’irrisolto scontro politico esistente soprattutto in Italia tra ‘guelfi e ghibellini’ intorno a un tema delicato che dovrebbe essere affrontato, secondo me, su un piano puramente umano e privato.

Nella scena finale, tuttavia, anch’io avanzo alcune perplessità: e se questo metodo eutanasico sfuggisse al controllo? (Al controllo di chi?) Cosa succederebbe se l’eutanasia divenisse la Regola che scatta automaticamente dinanzi al dolore? (A qualsiasi dolore?)

Ho apprezzato molto la presentazione del mio racconto nel Microeditoriale di Vincenzo Barone Lumaga: “… In questo numero trovate un racconto di media lunghezza di Michele Nigro, decisamente una storia che può far discutere. Non vi dirò se condivido ciò che l’autore dice o “sembra voler dire” tra le righe. Il mio consiglio è: valutate questo racconto (e in generale questo tipo di storie), non in base alle convinzioni che l’autore esprime o sposa, ma alla sua capacità di saper fotografare la vita vera e i suoi piccoli miracoli e drammi. Lo scenario tratteggiato in questa storia può sembrare paradossale ma… chissà, un sottile dubbio sul fatto che personaggi come il protagonista esistano davvero ci viene instillato.”

Insomma: “discutiamone!” Sembrerebbe essere il giusto messaggio lanciato dal curatore di Micropulp…

Potete leggere e scaricare il n.2 di MICROPULP da questo link.

BUONA LETTURA!

Micropulp n.1 – anno I, maggio 2011

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 28 aprile 2011 by Michele Nigro

Dopo l’esperienza pilota del n.0, a cui ho dedicato già un post nei giorni scorsi, esce finalmente anche il n.1 della fanzine “Micropulp” (contenente il mio racconto breve “Un posto al sole”) ideata e curata da Vincenzo Barone Lumaga e che si occupa di narrativa di genere (weird, sci-fi, noir, thriller…). Hanno collaborato alla nascita di questo primo numero: Raffaele Serafini, Michele Nigro, Gordiano Lupi, Giuseppe Felice Cassatella, Valchiria Pagani, Luigi Musolino, Ian Delacroix, Angelo Benuzzi, Piergiorgio Pulisci. Una piccola anticipazione: sul n.2 di giugno sarà pubblicato il mio racconto noir intitolato “Il missionario”.

“Micropulp” è distribuito gratuitamente anche in forma cartacea presso: Associazione Culturale Tunnèl (Napoli, Vico Lazzi a S. Chiara); Associazione Nati 2 volte (Torre del Greco, Via G. Marconi, 32); Libreria Tuttoscuola (Torre del Greco, Via G. Marconi, 13).
Il n.1 di “Micropulp” può essere letto anche su questo blog:
Micropulp n.1
O può essere scaricato direttamente da Scribd!
Buona lettura!

Micropulp

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 20 aprile 2011 by Michele Nigro

È nata Micropulp, fanzine in duplice formato – ebook e cartaceo – a distribuzione gratuita. La pubblicazione è dedicata alla narrativa cosiddetta di genere: weird, noir, thriller, sf e in generale narrativa popolare d’avventura e mistero.

Il numero zero è già scaricabile dal sito scribd. La rivista sarà anche distribuita nell’edizione cartacea in alcuni circoli culturali di Napoli e provincia. La redazione accetterà racconti di autori anche esordienti per i prossimi numeri della rivista, che sarà caratterizzata da una periodicità discontinua, a seconda del materiale disponibile.

Può costituire un’interessante vetrina per chi scrive narrativa di genere ed è alla ricerca di spazi per vedere pubblicata la sua opera.

Dall’editoriale del numero zero: “Micropulp non è una testata giornalistica. Micropulp non è un prodotto editoriale professionale. Micropulp non è a pagamento. Se qualcuno vi proponesse di pagare per acquistarlo, ditegli di usarlo per pulirsi ciò che avete già intuito. Micropulp è destinata a tutti coloro che amano scrivere, ma è innanzitutto destinata a tutti coloro che amano leggere. Micropulp non è politically correct. Micropulp non è politicamente schierato. Non è censurato, né censurabile. Micropulp non si occupa di saggistica. Non ti insegnerà nulla e non impegnerà la tua mente. Il suo scopo, al contrario, è di aiutarti a distenderla. Micropulp non è ingombrante. È pensato perché tu possa portarla comodamente con te. Micropulp si legge in poco tempo. È pensato perché tu possa leggerlo la sera mentre prendi un treno di ritorno dal lavoro. È pensato per farti sentire meno solo lungo il viaggio verso casa. Micropulp non si occupa di cronaca. Micropulp non contiene approfondimenti di tipo culturale. Micropulp racconta storie. Micropulp è tutte le storie che racconta. È tutte le persone che scrivono quelle storie. È tutte le persone che leggono le suddette storie. E infine, è tutte le persone che stanno aspettando di scrivere o leggere la storia che hanno vissuto o hanno in mente. Micropulp sono io, siete voi, siamo noi. Benvenuti a bordo.”

Per inviare racconti o illustrazioni da pubblicare, e per ogni informazione che desiderate avere su Micropulp, scrivete a:
micropulp@hotmail.it


Il tempo di una sigaretta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2010 by Michele Nigro

Il tempo di una sigaretta

Vi siete mai chiesti perché la vostra bionda preferita, pur rispettandovi e dimostrandovi la sua sincera amicizia, alla fine sceglie sempre di farsi sbattere dal tipo più improbabile che passa per caso al “China Jazz Club” e che c’ha il portafogli a mantice? Vi siete mai chiesti quanti musicisti si ritrovano in questo fumoso buco cinese a fare jazz solo perché non hanno vinto il concorso in qualche orchestra o nella banda municipale dove ti pagano pure i contributi per la pensione? Vi siete mai chiesti quante volte un barman, durante una serata e una nottata, pulisce il bancone con lo straccetto umido prima di servire i nuovi clienti? Vi siete mai chiesti quanti cadaveri vengono gettati dai retro dei locali direttamente nell’immondizia dei vicoli stretti e puzzolenti di Neaples City?

buscaglioneE poi, chi di voi non si è mai chiesto quanti pugni d’orzo occorrono per fare il whisky che ondeggia nel vostro bicchiere attendendo di essere tracannato? E se lo scotch whisky on the rocks è roba da checche delicate che cercano di diluire l’inferno, perché un superalcolico come quello va bevuto liscio e basta, se sei un vero uomo?

Certe strane domande comincio sempre a pormele, più o meno, dal quarto bicchiere in poi, quando l’alcol entra seriamente in circolazione e l’atmosfera diventa vera, disarmante e dolorosamente triste come una lama che penetra inesorabile nel tuo ventre.

La maggior parte della gente beve per dimenticare e riuscire così a sorridere; io, invece, bevo per ricordare tutto e meglio, perché di sorridere come un ebete in libera uscita, non me ne frega niente. Quando ti lasci trasportare dalla tiepida onda alcolica e i tuoi globuli rossi fanno surf usando come tavola le molecole di alcol etilico, tutto diventa più chiaro e riesci persino a far collimare cose assurde e distanti, pezzi di vita rimossi che ritrovano la loro logica e lampante funzione all’interno di un meccanismo che credevi irrimediabilmente arrugginito e inservibile.

Vi dirò! Vorrei essere sempre un po’ brillo, ventiquattro ore su ventiquattro: per riuscire a ragionare meglio e per vedere lì dove non riesco a vedere quando sono sobrio.

Il lavoro? Mai avuto problemi: non ricordo una sola volta in cui ho sbagliato mira oppure una sola serata durante la quale sono stato accompagnato a braccetto davanti casa dai ragazzi! Non sono il tipo che prima di ficcarsi nel letto si fa togliere le scarpe da un pivello appena sbarcato in città con la vocazione del gangster, io; o che si fa rimboccare le coperte da una pollastra astemia e furba che mi considera come uno zio a cui poter sfilare qualche banconota dal cappotto perché “…tanto è rintronato dal troppo bere…”. Il comando lo detengo sempre e solo io! Questo è sicuro.

Il segreto del mio autocontrollo? Essere costantemente insoddisfatto e incazzato: solo i professionisti vessati da una settimana di lavoro, i grassocci commercialisti che si agitano sulla sedia come i dannati del purgatorio non appena il trio attacca a suonare, solo gli avvocati ricchi che ridono in modo plateale per fare inutilmente colpo su un’oca già a caccia di avvocati da sposare o gli studenti promettenti vestiti da adulti che bevono latte durante il resto della settimana, solo questi tipi crollano come pere secche già dopo mezzo bicchiere di J&B. Crollano sotto i fulmini di una divinità fermentata perché credono ancora nella vita, nella facilità dei loro soldi, dei loro presunti amori, nella moralità di una società che li ha fregati sul nascere senza che se ne accorgessero, perché credono nell’onesto miraggio del posto fisso o negli affari benedetti da Dio… E il disincanto non ha ancora anestetizzato il loro sensibile sistema nervoso, rendendoli finalmente paralitici dinanzi a stupide gioie da week end.

L’alcol è per me come l’olio con cui si lucidano le canne e gli ingranaggi delle pistole e dei fucili prima di una missione delicata: se ne usi poco il metallo fatica a interagire, rischi di rimanere con il pezzo incrippato davanti al fuoco nemico e… buona notte al secchio! Se ne usi troppo e capita che sei nervoso per un qualsiasi maledetto motivo e ti sudano le mani, può succedere – e vi giuro che è successo appena due settimane fa a Jimmy Spillo, riposi in pace! – che ti scivola tutto di mano facendo la figura del fesso mentre muori sparato tra le risa generali persino dei tuoi stessi compagni. Comicità e morte: una schifosa miscela da evitare come la peste, se si vuole essere ricordati in maniera dignitosa e con un minimo di rispetto nel mio mondo.

Filosofeggio, direte voi, o si tratta di un semplice cazzeggio da bicchiere? Forse tutte e due le cose, ma di sicuro, grazie a questo mio modo di pensare… sopravvivo! A me stesso e alla vita scellerata che ho scelto di vivere.

Il motivo biondo e profumato della mia incazzatura cronica, anche stasera, come ogni sera, scende lievemente, come nebbia sui marciapiedi, dalle scale che portano alla toilette per signore del locale. In tanti anni che vengo qui puntualmente per depositare pezzi di fegato sul bancone, non l’ho mai vista entrare dalla porta del “China Jazz Club” come un cristo qualunque. Eppure il locale non è il suo… Ma è come se lo fosse: è sessualmente suo. Le pareti, i tappeti, le tovaglie e persino gli abiti dei camerieri appena ritirati dalla lavanderia, nonostante la quasi costante cortina fumogena presente nel locale, sono impregnati del suo intimo afrore che supera di gran lunga quello delle altre donne. Qualcuno, però, dirà che il mio è un naso innamorato e che il mio giudizio non è imparziale. E forse è vero, dal momento che presagisco il suo arrivo respirandola nell’aria, anche se continuo a bere con il volto girato verso la fila di bottiglie del bancone, completamente disinteressato al resto del locale.

Scende dalle scale dopo aver incipriato il suo bel nasino, mi chiedo, o dopo aver sniffato un po’ di quel carburante in polvere che le fornisco ogni settimana, prima di affrontare un’ennesima lunga notte al “China” tra potenziali soci in affari e cascamorti in azione? O forse entrambe le cose? Sperando che non confonda mai la cipria con la coca.

Luana non è una semplice donna; i buddisti direbbero che potrebbe essere tutt’al più la reincarnazione di una mantide religiosa in un corpo di femmina umana. Si ciba della mia testa e del mio corpo, amandomi inconsapevolmente, però, solo con i suoi occhi colmi di tempesta e con le nuvolette di fumo con cui gioca e che fuoriescono da quella sua bocca dolcemente letale: non muoio mai, questa è la mia condanna, e di conseguenza il mio dolore è costretto a rinnovarsi ogni sera tra un glissando e un riff, mentre dalla porta della cucina giungono sprazzi di bestemmie cinesi tra un cameriere e il cuoco.

Davvero una fine di pasta frolla per un duro come me.

Luana “ama” un altro, uno che la illude, la fa soffrire e che dopo essersela scopata per benino la sbatte in un taxi dicendo che ha da fare cose importanti negli uffici del suo grattacielo e che non ha tempo per fare shopping clandestino con una ragazzina viziata del “China”, che non può chiedere il divorzio a sua moglie, perché quella possiede l’ottantatre per cento delle azioni della società ereditata dal padre e che quindi lo tiene al guinzaglio per le palle come una di quelle signore impellicciate che vanno a passeggio per le vie della città trascinandosi dietro il cagnolino, solo che al posto del cane ci sono i suoi “gioielli di famiglia”. Uno che, quando Luana parte con il suo sistematico pianto greco da ragazza sedotta e abbandonata, caccia fuori la storia sempreverde dei “figli ormai grandi”, del fatto che lei è carina e chissà quanti altri ne può trovare e bla, bla, bla…

Un tizio che, prima o poi, farò sistemare come si deve da un paio dei miei ragazzi. Niente di cruento o di plateale, s’intende: giusto un “piedistallo” in cemento da abbinare a quei suoi bei mocassini da imprenditore con cui ama prendere a calci in culo la mia dolce Luana.

La mantide sconfitta dal maiale: c’è bisogno di riequilibrare il karma di questa città.

Io e Luana siamo molto simili: dietro un’armatura caratteriale a prova di proiettili e uno stile apparentemente cinico, nascondiamo un’anima soufflè.

Peccato che il suo masochismo, ormai degenerato in autolesionismo sentimentale, non le permetta di notare l’adorazione quasi mariana che nutro per lei da molto tempo. Forse anch’io, a mio modo, sono un masochista perché non mi decido a lanciarle un razzo di segnalazione in direzione delle sue due scialuppe di salvataggio.

In compenso ultimamente, magra consolazione, siamo diventati soci in affari… In loschi affari. Come tutti quelli di cui mi occupo.

– É tornato Tony Molla? – (così soprannominato per via della sua imponente collezione di coltelli a scatto) mi chiede Luana mentre parcheggia il suo meraviglioso fondoschiena sull’alto sgabello vicino al mio.

Il suo corpo proporzionato e micidiale, fino a quel momento uniformemente fasciato da un elegante vestito nero, trova una via d’uscita attraverso l’ampio spacco laterale che lascia sfuggire, accavallando le gambe, una delle due colonne berniniane che lo sorreggono in questo mondo abitato da noi poveri mortali.

Prima che cominci io a balbettare dinnanzi alla sua coscia, distolgo velocemente lo sguardo dal suo corpo e le piazzo una risposta fredda e breve, tornando a fissare le bottiglie: – Non ancora!

– Speriamo che non abbia combinato un casino! – continua Luana facendo segno al barman di portarle il solito.

– Per uno esperto come Tony, consegnare un “pacchetto di metallo” è un gioco da ragazzi. Sarà qui a momenti, vedrai. Non preoccuparti e gustati il tuo drink! – dico a Luana una delle frasi più decise degli ultimi mesi.

Nel gergo malavitoso consegnare un “pacchetto di metallo” significa mandare un “bravo ragazzo” per pugnalare nelle natiche o a morte qualcuno che ha sgarrato nel complicato mondo del traffico di droga; a volte la lama è più sicura e decisamente più silenziosa della pistola, ma c’è bisogno di esperienza perché la distanza di sicurezza tra la vittima e il carnefice è ridotta a zero. E Tony Molla è un’autorità nel settore lame: io questo lo so, ma Luana non conosce i miei uomini come li conosco io e quindi freme nel suo vestito da femme fatale come una scolaretta prima dell’interrogazione nel suo grembiule.

Vorrei rassicurarla stringendola a me, vorrei lanciarle quel benedetto “razzo di segnalazione” ma so che non è il momento giusto e che un suo rifiuto potrebbe rovinare anche quel minimo contatto che ancora mi permette di ascoltare la sua voce e di sentire il suo odore, a volte di sfiorarla mentre le porgo un bicchiere o le accendo una sigaretta. Piccoli contentini adolescenziali per uno che si vanta di scontri armati, omicidi e traffici di varia natura.

Tuttavia la psiche umana è sorprendente, soprattutto la mia. Dopo tanti discorsi sulla cautela e sulla paura di essere rifiutato, mi riscopro a pochi centimetri dall’orecchio di Luana mentre le bisbiglio una frase a dir poco storica, una frase che se l’avessi preparata prima non mi sarebbe venuta fuori in modo migliore: – Che ne dici se dopo l’arrivo di Tony ce ne andiamo io e te a bere qualcosa al Cotton? Così, giusto per uscire da questo posto e prendere una boccata d’aria?

I ragionamenti che facciamo a noi stessi, spesso, servono solo a preparare il terreno alla più sfacciata contraddizione: un po’ come quando chiediamo un parere a qualcuno ma in realtà abbiamo già deciso. E meno male che ci contraddiciamo, aggiungerei. Rimanere legati alle proprie remore non fa bene alla salute e di tanto in tanto occorre osservare il mondo anche da un’altra angolazione, da un’altra visuale: fosse anche quella della sconfitta o del rifiuto.

Lo sguardo di Luana da sorpreso diventa lentamente rilassato e vergato da una sfumatura di complicità nei miei confronti. Una sensuale complicità che non avevo mai neppure concepito durante i mesi precedenti.

– Pensaci! – decido di aggiungere un tocco di classe e di finto distacco alla scena sotto forma di dolce ultimatum, mentre accendo, cercando di non tremare, la mia Dunhill Gold che tengo poggiata sull’orecchio sinistro da più di mezz’ora.

Intanto il trio della serata, introducendo un vocalist nel tessuto delle improvvisazioni, ci regala la versione jazz di una vecchia canzone di Fred:

Prima che finisca questa sigaretta

tu mi dirai di sì, oppure forse no!

Puoi pensarci bene,

non avere fretta

hai tanto tempo ancor,

il tempo di una sigaretta ¹

Luana fissa sorridendo il fondo del suo bicchiere mentre un ciuffo di capelli, staccandosi dalla massa profumata e bionda, scivolando verso il mento le carezza una guancia. All’improvviso il suo sguardo passa fulmineamente dal bicchiere ai miei occhi e sento che il danno è ormai fatto e non mi resta che attendere il verdetto.

Guardo pigramente, le spire profumate

lo vedi,

fumo a piccole boccate

vorrei fermare un poco,

questa punta di fuoco

vorrei fermare il tempo,

ma il tempo passa e va²

Lei mi fissa mentre continuo a osservare, sfoggiando un falso interesse da duro intenditore, le varie etichette di whisky. E lentamente, distendendo la sua immensa schiena nuda verso di me, porta le sue labbra rosse come la lava di un vulcano attivo a portata di bacio o di sputo, a seconda della risposta che ha in mente per me.

Vedi si consuma, questa sigaretta

tu mi dirai di sì, o mi dirai di no.

Passano i minuti,

forse troppo in fretta

io guardo gli occhi tuoi,

fumando questa sigaretta…³

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sig…

… sig…

… aretta…

… etta…

… tta…

– Maledizione! Si è incantato di nuovo! – sbraitò il Maggiore Black nel microfono della postazione O-37 all’indirizzo dell’operatore della Sala Ologrammi che, come al solito, già dalla seconda scena s’era mezzo appisolato sulla consolle del computer olografico, tanto quelle storie le conosceva a memoria.

– Maggiore, ma perché si ostina a voler far girare sempre la stessa vecchia storia? – cominciò l’operatore una polemica con il Maggiore che sapeva di già vissuto.

– Non sono affari che ti riguardano e non farmi sempre la stessa domanda…

– Abbiamo dei nuovi titoli, li vuole almeno sentire? – tentando una timida promozione della merce.

– Non m’interessano gli altri titoli! Non ti avevo già detto di risolvere il problema? – rispose secco il Maggiore.

– Proprio ieri è arrivato fresco, fresco dal database della Compagnia una storia intitolata “La conquista di Phobos”… – continuando imperterrito – e narra della nostra gloriosa colonizzazione del pianeta Ph…

– … Non m’interessano i tuoi nuovi stupidi titoli, lo capisci o no?!

– … Lei potrebbe interpretare la parte del patriarca dei coloni. Che ne pensa?

– Penso che questo tuo insistere nel tentare di farmi cambiare ologramma sia disonesto e puerile!

– Oppure c’è… Aspetti, aspetti: mi gioco una settimana di paga che questa storia le piace! – correndo dietro il cliente deluso che già s’apprestava a lasciare la sala.

– Sentiamo!

– “Sette spose per i trivellatori di Adrastea”, ambientato su uno dei satelliti di Giove: uno spasso dal primo all’ultimo fotologramma.

– Ma per piacere… Hai appena perso una settimana di paga.

– Va bene, faccia come crede! Capisco che lavorare nella base mineraria di un planetoide che gravita intorno a un sole lontano migliaia di parsec dal proprio, possa causare nostalgie e squilibri psichici vari… Ma incaparbirsi per un ologramma malfunzionante non aiuterà certamente il suo umore.

– Lascia stare il mio umore e pensa piuttosto a farti trasmettere una nuova copia di questo ologramma dalla base… – disse risoluto il Maggiore: – La prossima volta che verrò qui, dovrà procedere tutto liscio fino alla fine!

– Agli ordini!

– Devo assolutamente sapere se Luana mi bacerà o no! Se accetterà di venire con me al “Cotton” per un drink!

¹ ² ³  “Una sigaretta” (Fred Buscaglione – Chiosso)

“L’uomo che non sapeva leggere” sul n.4 di IF

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 agosto 2010 by Michele Nigro

Come già preannunciato in un altro post, il n.4/2010 di “IF” (Rivista dell’Insolito e del Fantastico), numero caratterizzato da un profondo, e più volte evocato in questi ultimi anni, bisogno di sperimentare una divertente, necessaria e stimolante contaminazione fra i generi, ospita il mio racconto “L’uomo che non sapeva leggere”. Ora che ho ricevuto una copia della rivista posso finalmente apprezzare la consistenza contenutistica di una pubblicazione giovane dal punto di vista editoriale, è vero, ma confortata dalla presenza di firme “esperte” e tutt’altro che esordienti. Ampia e soddisfacente la sezione saggistica, che costituisce il vero pilastro della rivista come era nelle intenzioni del suo creatore e direttore, il prof. Carlo Bordoni.

Dall’editoriale: […] Eppure non dovremmo di­menticare che il fantastico è il grande oceano comune da cui tutti i generi si alimentano. Ben venga allora la contaminatio a ridare vigore, perché di una cosa siamo certi: la nuova letteratura del terzo millennio sarà fantastica e passerà attra­verso i generi letterari. Questo quarto numero di IF vuole dare l’esempio, indicare una strada, nella consapevolezza che la narrativa “non mimetica” sia il più grande patri­monio dell’uomo, perché fondata sulla sua straor­dinaria facoltà di immaginare. L’Insolito e il Fantastico, da cui prende il titolo la nostra rivista, è proprio il terreno ideale su cui sperimentare insoliti innesti per una letteratura non realista senza più distinzioni. Forse questa riunificazione, questo ritorno in famiglia, farebbe piacere a Benedetto Croce, al quale la complicata faccenda dei generi letterari e della loro suddivisione non andava proprio giù. […]

4° numero di “IF” dedicato al Giallo & Noir

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 Mag 2010 by Michele Nigro

Sarò piacevolmente presente, con il mio racconto intitolato “L’uomo che non sapeva leggere”, nel n°4 del trimestrale “IF” (Rivista dell’Insolito e del Fantastico) diretta da Carlo Bordoni, nome storico della fantascienza italiana ed esperto, in particolar modo, di “fantascienza sociologica”…

Segue il comunicato ufficiale.

Il quarto numero di IF è all’insegna della contaminazione. La contaminazione dei generi letterari, ovviamente. A differenza della biologia e della medicina, la contaminazione in campo letterario è l’unica a non essere nociva e a produrre effetti benefici. Sulla creatività, soprattutto. Non dobbiamo dimenticare che il fantastico è il grande oceano comune da cui tutte le storie si alimentano. Ben venga allora la contaminatio a ridare vigore, perché di una cosa siamo certi: la nuova letteratura del terzo millennio passerà attraverso i generi letterari. Il quarto numero di IF vuole dare l’esempio, indicare una strada, nella consapevolezza che la narrativa “non-mimetica” sia il più grande patrimonio dell’uomo, perché fondata sulla sua straordinaria facoltà di immaginare. L’Insolito e il Fantastico, da cui prende il titolo la nostra rivista, è proprio il terreno ideale in cui sperimentare insoliti innesti per una letteratura non realista senza più distinzioni. In questo numero, disponibile dal prossimo giugno, saggi di Claudio Asciuti, Roberto Barbolini, Graziano Braschi, Sergio Calamandrei, Walter Catalano, Antonio Daniele, Gianfranco de Turris, Annamaria Fassio, Riccardo Gramantieri, Giuseppe Panella, Gianfilippo Pizzo, Elena Romanello, Roberto Santini e Carlo Bordoni. E poi racconti di Andrea Coco, Susanna Daniele, Giuseppe Magnarapa, Michele Nigro, oltre a rassegne, recensioni e a un’intervista con Maurizio De Giovanni. La copertina originale è di Dennis Calero (X-Men Noir).

La rivista è distribuita principalmente in abbonamento postale. Una copia € 8. Per sottoscrivere l’abbonamento a quattro numeri (€ 30) rivolgersi a: rivistaif@yahoo.it.

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