Archivio per patrimonio

Fondazione Pinuccio Sciola

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 luglio 2016 by Michele Nigro

Ricevo privatamente via e-mail e con piacere ritrasmetto il seguente comunicato stampa…

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Nasce la Fondazione Pinuccio Sciola,

istituzione deputata a promuovere la memoria

e il messaggio d’arte dello scultore recentemente scomparso. 

Ha preso vita ufficialmente venerdì 22 luglio la Fondazione Pinuccio Sciola, istituzione deputata a promuovere la memoria e il messaggio d’arte dello scultore di San Sperate scomparso lo scorso 13 maggio a Cagliari. Presenti al tavolo della Sala Consiliare del Comune di San Sperate, i figli dello scultore Chiara, Tomaso e Maria Sciola, il sindaco di San Sperate Enrico Collu, il vicepresidente della Regione Autonoma della Sardegna Raffaele Paci, il prorettore vicario dell’Università degli studi di Cagliari Francesco Mola e i giornalisti Gianni Filippini e Giovanni Floris (in collegamento via skype). “Questa è una giornata molto importante per me, Chiara e Maria, da oggi siamo fondatori e amministratori della Fondazione Pinuccio Sciola. I progetti di nostro padre sono importanti e hanno un valore profondo. La presenza delle istituzioni ci rassicura sul fatto che avremo tutto il sostegno necessario affinché questi progetti possano vedere presto la loro realizzazione”. Questo uno dei passaggi dell’intervento introduttivo di Tomaso Sciola che ha voluto illustrare gli ambiziosi obbiettivi della Fondazione. A queste dichiarazioni ha risposto il vicepresidente della Regione Raffaele Paci, che ha assicurato massima attenzione e massimo impegno da parte dell’istituzione da lui rappresentata a supporto della erigenda Fondazione. Anche dal prorettore Mola è giunto un netto segnale di disponibilità alla collaborazione dell’Ateneo con la neonata Fondazione. In collegamento via Skype, il giornalista Giovanni Floris ha sottolineato il valore di Pinuccio Sciola, per il lavoro svolto, per i temi trattati, per la dolcezza, profondità e sensibilità che ne hanno caratterizzato la vita e il percorso artistico. Il giornalista Gianni Filippini ha invece rimarcato quanto l’istituzione della Fondazione sia lo strumento adeguato a raggiungere gli obiettivi elencati con grande lucidità dal suo programma. In conclusione il sindaco di San Sperate Enrico Collu ha ricordato l’importanza di Pinuccio Sciola per il paese di San Sperate, che continuerà a scoprire nel tempo la grandezza del suo più illustre artista.

LA FONDAZIONE – Pensata dall’artista di fama internazionale nel suo ultimo periodo di vita, la Fondazione nasce su volontà dei figli Chiara, Tomaso e Maria (che fanno parte del Consiglio di Amministrazione) e incarna i progetti, lo spirito di apertura, ospitalità, condivisione e rispetto della natura e delle persone che sono stati i valori caratterizzanti la vita dello scultore. Continuare a tramandare il messaggio d’arte di Pinuccio Sciola, tenendo vive e promuovendo le attività, i contatti e i progetti internazionali che l’artista ha costruito e sostenuto nel corso della sua vita: questi gli obiettivi principali sui quali verranno focalizzate le attività principali.

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Ricordi atomici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 luglio 2015 by Michele Nigro

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Sono un invito al viaggio

i commenti negativi

di chi non lascia a casa l’io,

particelle prestate alla storia

e sopraffatte dal logos.

Se ritroverete la memoria persa

non riconsegnatela a questo corpo.

I nostri atomi riciclati

hanno già visitato in passato

luoghi che definiamo sconosciuti.

Frammenti ereditati per caso entrano

in vibrazione dinanzi a tracce familiari.

Lacerati dall’irrilevante,

è difficile rassegnarsi al fatto

di essere appartenuti al mondo.

Apricena e la cultura medievale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , on 2 settembre 2013 by Michele Nigro

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Dal 21 settembre al 29 settembre ad Apricena si svolgerà la “Settimana della Cultura Medievale”. Una intera settimana di visite guidate, dibattiti, mostre, proiezioni e giornate di studi sul tema della “Valorizzazione del Patrimonio Culturale Medievale”. Il territorio di Apricena con il suo importante Patrimonio Medievale rappresenta il luogo perfetto per discutere, durante la prima edizione, i temi della Tutela e della Valorizzazione Culturale.

I temi trattati durante la settimana saranno i seguenti:

Le Diocesi Medievali dell’Alto tavoliere e del Basso Molise
Abbigliamenti civili ed equipaggiamenti militari al tempo di Federico II
Il Patrimonio Museale Apricenese
La Didattica scolastica: Mediateca Federiciana e Parco Archeologico di Castelpagano
Turismo e Patrimonio Culturale Medievale: i Borghi ed i Castelli del Gargano
Mountainbike e cicloturismo: Castelpagano adventure
Apricena e la Pietra: le Calcare

I temi trattati saranno accompagnati da visite guidate per poter fruire a pieno del Patrimonio Cuturale Medievale del territorio di Apricena.
Le visite guidate vedranno l’approfondimento della conoscenza del nostro territorio. Visiteremo il Castello di Caldoli con il villaggio ipogeico di Valle Scura e la grotta dei graffiti di Campo di Pietra, l’area archeologica di Voltapianezza, il meraviglioso complesso ecclesiastico di Santa Maria di Selva della Rocca e naturalmente Castelpagano.
Visiteremo una antica cava ed una Calcara collocata all’interno dell’antico ciclo di coltivazione della pietra.
Non trascureremo ovviamente il patrimonio medievale urbano con la torre normanno-sveva (detta dell’orologio) ed attraverso la visita della Chiesa Madre (Parrocchia dei SS. Martino e Lucia) rivivremo le fasi evolutive del borgo medievale di Apricena.

A breve sarà disponibile il programma dettagliato delle singole giornate e delle visite guidate.

A proposito dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , on 26 agosto 2012 by Michele Nigro

Pubblico con molto piacere lo stralcio di un articolo di Alessia e Michela Orlando pubblicato su “Il Nuovo Monitore Napoletano” e riguardante il vergognoso epilogo della gloriosa storia della biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Anche se qualcosa sembrerebbe muoversi! Vedremo…

<<Ieri… […] Finalmente si giunge all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Intravediamo l’avvocato Gerardo Marotta. Ci appare minuto, tenero. Gli sguardi si incrociano per pochi attimi. Noi diamo di gomito. Entrambe pensiamo: Che tenero! È pensieroso. Non facciamo nulla per distoglierlo. Sfioriamo i libri con lo sguardo. Dire che farlo è libidinoso forse sembra brutto, ma lo è. Notiamo i libri di Giordano Bruno e Benedetto Croce.

Quelli del filosofo torneranno utili per una serie di articoli pubblicati in Napoli Misteriosa. Saranno tra i più letti in assoluto. Quelli del nolano Giordano Bruno: saranno al centro del nostro racconto lungo SENZA MACCHIA. Giordano Bruno sarà da noi “usato” in maniera spudorata. Da quel momento in poi studiamo le sue tecniche di memorizzazione.

Avendo in mente la sua fine, mandato sul rogo a Roma, in piazza Campo de’ Fiori e le ceneri disperse nel Tevere, non potrà che essere da noi resuscitato. La sua energia contribuirà a dissolvere Madre Terra, questa Madre Terra violata di continuo, in un processo di cancellazione apparentemente indolore.

L’Energia giungerà a Napoli, si recherà al centro della navata della Cappella Sansevero. Sembrerà voler osservare il Cristo velato, tra le opere più note e suggestive al mondo. Quel Cristo per noi ha il volto di Gerardo Marotta. Ci vediamo, contemporaneamente, anche quelli degli operai, dei contadini, degli intellettuali che hanno dato e danno il sangue per una città. Nel silenzio assoluto. Nel disinteresse di certa politica che ancora non è stata mandata in pensione.

Oggi. Il bianco velo si strappa e attraverso quella ferita siamo trascinate nella cupa notte: «… il camion dei traslochi si appresta a caricare l’ultimo pacco di libri sfrattati dagli appartamenti dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Finiranno ammassati in un capannone a Casoria dove nessuno studente potrà più consultarli. Un patrimonio culturale costato all’avvocato anni di sacrifici e debiti. In quei pacchi rischiano di marcire dalla prima edizione italiana dell’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert, agli scritti di Giordano Bruno e Benedetto Croce. Marotta li tocca con infinita tristezza.» Lo si legge in Il Nuovo Monitore, articolo firmato dalla Direttrice Antonella Orefice.

C’è una foto: Gerardo Marotta è quasi diafano. Con un velo di barba e l’evidente tristezza nello sguardo, al di là degli occhiali. Vorremmo essere con lui, dargli almeno una pacca sulle spalle. Forse è tardi. Forse avremmo dovuto farlo allora, nell’estate del 2007. Forse è colpa nostra se l’Istituto chiude. Ce ne assumiamo la responsabilità. Autolesioniste. Imprevidenti e incapaci a chi dopo noi avrà bisogno di consultare quei libri. Sputateci in faccia! Fatelo pure, avete ragione, ma non può finire così. Seguano atti responsabili agli appelli infiniti. Chi può faccia e lo faccia non presto, bensì ora…>>

Cari amici,

Ho appena letto e firmato la petizione online: «In favore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici»

http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2012N28319

Io personalmente concordo con questa petizione e penso che anche tu potrai essere d’accordo.

Firma la petizione e divulgala fra i tuoi contatti.

Grazie,
Michele Nigro

Non è un paese per monotoni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 febbraio 2012 by Michele Nigro

Esegesi de “La monotonia”

Alcuni pensano di poter separare la poesia dalla cronaca, il mondo noumenico dei versi da quello immanente dei fatti quotidiani. Quali analogie intercorrono tra la difficile decisione di mettere in vendita, ad esempio, una vecchia casa di campagna appartenente a una famiglia da più generazioni, frequentata con una riverente abitudine, e l’elogio della flessibilità di Mario Monti? Apparentemente nessuna. Come accade durante un telegiornale senza audio, supportato da musiche casuali che evocano notizie alternative: “Interrompere le connessioni associative” – scrivevo qualche post fa!

La monotonia sembra essere diventata un problema nazionale, oltre che personale. Sentiamo l’esigenza di abbandonare antichi schemi familiari in vista di orizzonti esistenziali flessibili: il ricordo, la tradizione, i luoghi e gli oggetti pregni di significato, rappresentano al tempo stesso un peso fastidioso da cui liberarsi e i simboli necessari, archetipici direi, che nutrono la nostra individualità. Da una parte sentiamo di non poter fare a meno di certe ‘fonti storiche’ personali, dall’altra siamo consapevoli che la vera evoluzione interiore (e fenotipica) ha bisogno di interruzioni draconiane. Anche la semplice vendita di un ‘oggetto’ di famiglia può scatenare una serie piuttosto articolata di contrasti interiori, alimentati dal pragmatismo di chi vive accanto a noi:

Mi chiedono da anni
di svendere il passato
la mia storia
i luoghi familiari
i ricordi di chi non c’è
gli oggetti consueti.
Per una manciata di soldi sporchi.

Sul versante socio-economico un accademico prestato alla politica, il Presidente del Consiglio Mario Monti, suggerisce ai giovani di non essere monotoni e di non legarsi all’idea del mitico ‘posto fisso’: una tipologia lavorativa ormai scomparsa da decenni a cui, pur volendo, sarebbe difficile legarsi. La monotonia della prevedibilità esistenziale e occupazionale contro l’elogio della mobilità:

“Bisogna guardare avanti!”
Proiettati verso un futuro vivace
ma senza identità.

La perdita dell’identità deriva dalla mancanza di sicurezza economica e dalla svendita del patrimonio storico personale: vogliono ridurci a produttori-consumatori privi di significato. Il precariato, diluito nella flessibilità della cosiddetta new economy, diventa paradossalmente sinonimo di vivacità imprenditoriale e di antidoto alla monotonia.

Poi mi accorgo che il passato
è già morto.
Sopravviveva fino a ieri
nella mia mente stanca
grazie a un’illusione tiepida
che oggi non ho più voglia
di perpetuare.

Alla fine ci si arrende. Convinti che in fin dei conti è bello accettare la sfida lanciata dall’insicurezza: rimanere legati a certe logiche non ripaga; che è eccitante cambiare, evolvere, sciogliersi in soluzioni estemporanee, svendersi… Avanzare fiduciosi, rimanendo fermi nella novità effimera del presente. Seppellire il passato solido per non fare confronti scomodi con un futuro precario. Il senso d’appartenenza rinforza l’anima ma al tempo stesso l’appesantisce con un patrimonio genetico superato. La ripetizione uccide la creatività esistenziale. Voltare pagina per salvarsi grazie all’ebbrezza di un divenire nebbioso: la stabilità è un disvalore che può condurre a morte il nostalgico; la mente costruisce catene illusorie in grado di bloccare la freschezza autoimprenditoriale perché siamo ossessionati dall’idea che lo strappo con il passato sarà doloroso e non crediamo nella possibilità di nuovi scenari.

L’Italia non può e non deve essere un paese per monotoni: il futuro appartiene ai lavoratori multitasking. Fare un solo lavoro è da sfigati! (Martone docet). Il romantico fatalismo mediterraneo è un cancro da estirpare dalla mentalità dell’italiano medio: bisogna essere dei convinti sostenitori della flessibilità. Cambiare lavoro (o trovarne uno) e andare oltre la cortina densa del passato personale è, tutto sommato, abbastanza facile. Basta volerlo. Basta impegnarsi.

Non avevo capito niente.

Grazie Mario!

Sabbie mobili

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 18 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che il bagaglio culturale mutuato dalla società e dalla sua coscienza collettiva, e che vorremmo sovvertire, viene veicolato anche attraverso i nostri amati libri: gli autori che realizzano le opere a cui siamo tanto affezionati non sono loro stessi frutto della società in cui sono nati, cresciuti e nella quale operano in qualità di scrittori? E non sono anche loro condizionati da quel “patrimonio di significati” appartenente alla comunità in cui hanno mosso i primi passi? Certamente, ed è giusto che sia così: sarebbe un fallimento se l’autore scindesse le proprie pagine scritte dalla cultura e dalla precedentemente criticata tradizione (anche linguistica) che lo ha alimentato e sorretto durante le fasi formative e informative della propria esistenza. Altrettanto fallimentare sarebbe, però, il suo impantanarsi in maniera acritica nelle numerose buche dei localismi mentali e della cosiddetta ‘buona letteratura’ (buona per chi?). La tradizione, quella utile, dovrebbe rappresentare il trampolino di lancio della sperimentazione e non una lugubre e fatale distesa di sabbie mobili.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 24)

Dubrovnik-Battipaglia: due differenti storie di recupero

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 maggio 2011 by Michele Nigro

A settembre del 2010, durante la mia permanenza nella splendida Dubrovnik in Croazia, ho avuto il piacere di assistere a un concerto di musica classica della Dubrovnik Symphony Orchestra tenuto all’interno della restaurata Fortezza di Revelin.

Da una mia nota scritta sul diario di viaggio, subito dopo il concerto: “… Lo spazio sapientemente rivalutato all’interno della fortezza di Revelin e destinato ai numerosi avvenimenti culturali che animano le notti di questa ‘perla dell’Adriatico’, tra cui i concerti di musica classica, è architettonicamente semplice ma adatto a soddisfare le esigenze divulgative di una comunità che ha voglia di crescere, di valorizzare il proprio patrimonio storico e artistico-culturale e di accogliere in maniera efficiente i turisti provenienti da ogni parte del mondo. Interni sobri, quasi asettici, privi di ‘barocchismi tecnici’ dovuti a restauri scellerati, caratterizzati da un’acustica ottimale per gli eventi musicali come questo a cui ho assistito stasera. Un esempio di come la semplicità e la voglia di risorgere siano più forti di certi meschini calcoli politici e di certe dinamiche privatistiche poco lungimiranti. Il mio pensiero da Dubrovnik va inesorabilmente (e forse ingenuamente) agli spazi non recuperati e quindi inutilizzabili del Castelluccio di Battipaglia, la città in cui vivo. Perché non possiamo anche noi battipagliesi assistere al recupero del nostro simbolo (e non solo di quello) per destinarlo finalmente a quelle funzioni culturali e sociali degne della sua storia?”

Fortezza di Revelin – Dubrovnik (Croazia)

Leggo in rete: “… Oggi la fortezza Revelin è proprietà della città di Dubrovnik e viene utilizzata come luogo multifunzionale per vari spettacoli. Nel 2003 è stato portato a termine il restauro della fortezza grazie al quale essa ha mantenuto il suo aspetto autentico, ed allo stesso tempo sono state appagate le rigorose necessità tecnologiche dei nostri tempi (l’aria condizionata, internet, l’ascensore, il sistema antincendio). In questo posto, al giorno d’oggi, hanno luogo avvenimenti vari…”

Nel titolo di questo post ho commesso un errore: ho utilizzato in maniera generalizzata il termine ‘recupero’ mentre nel caso battipagliese bisognerebbe parlare molto più onestamente di NON recupero. Infatti il mio pessimismo italico mi suggerisce che non leggerò mai una notizia così positiva, simile a quella sopra riportata, riguardante l’ormai famigerato Castelluccio di Battipaglia. Anche se la speranza di venire smentito è sempre l’ultima a morire.

il Castelluccio – Battipaglia (Salerno)

Qualcuno potrebbe obiettare che Dubrovnik è dal punto di vista storico e artistico più importante di una cittadina tutto sommato sempliciotta come Battipaglia (la cui fama è condannata a essere legata eternamente al simbolo della ‘mozzarella’… e basta!) che non merita di recuperare il proprio patrimonio storico; che Battipaglia, a differenza di Dubrovnik, non è un “bene protetto dall’Unesco”; che il ben più modesto centro storico di Battipaglia non ha subito una recente offesa bellica, suscitando l’indignazione di mezzo mondo, come nel caso di Dubrovnik bombardata dalle truppe serbo-montenegrine il 6 dicembre 1991 (mentre l’unico bombardamento subito dalla popolazione battipagliese – evento che ha fatto guadagnare alla città di Battipaglia la Medaglia d’argento al Merito Civile – risale al lontano 1943: e se dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi nessuno si è preoccupato di valorizzare il Castelluccio vuol dire che tanto importante dal punto di vista storico non è, verrebbe da pensare, e che può continuare a sgretolarsi sotto il sole e la pioggia perché ci sono cose più importanti da recuperare e altri problemi da risolvere)…

Esistono Storie più importanti di altre? Ci sono patrimoni di serie A e di serie B? Che cos’è che rende un recupero più ‘necessario’ o più urgente di un altro? Il posizionamento geografico? La drammaticità di un evento storico legato al luogo da recuperare (terremoti, guerre…)? Le simpatie di politici fortemente influenti? La follia imprenditoriale di qualche eccentrico e generoso milionario di passaggio? No, non credo. Almeno non posso credere solo in queste cause fortuite. La volontà di una comunità, la sinergia tra pubblico e privato, la progettualità di una classe dirigente intelligente e lungimirante, l’imprenditorialità di un territorio, la richiesta pressante da parte delle forze culturali locali e nazionali, l’interessamento più incisivo da parte di associazioni come il F.A.I. (al di là dell’evento del 2003 e di altre singole, encomiabili iniziative personali o di gruppo, che di fatto però non hanno risolto concretamente il problema del Castelluccio): queste e molte altre le vere forze motrici che possono portare alla piena realizzazione di un serio recupero.

Non basta una romantica serata di musica sotto le stelle, seppur meritoria e gradevole, che ha tutta l’aria di essere una rassegna di emozioni inconcludenti, di personalismi e di promesse a sfondo politico-elettorale (vedi video sottostante). Non basta un palco montato VICINO all’oggetto da recuperare (un recupero empatico realizzato ‘per osmosi’? Della serie: “ti siamo vicini!”); c’è bisogno di riconquistare il DENTRO con fatti concreti, senza gettare fumo negli occhi dei cittadini. Non basta illuminare le mura esterne del Castelluccio (che rappresentano, almeno all’apparenza, la parte più presentabile e sana dell’edificio storico): occorre recuperare gli spazi interni al fine di renderli vivibili socialmente, artisticamente, culturalmente e perché no, commercialmente.

Vallejo & Co.

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