Archivio per personal computer

Ready Player One

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2018 by Michele Nigro

versione pdf: Ready Player One

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Possiamo scindere la “realtà virtuale” dalla “realtà reale”? Crediamo veramente che tutto quello che combiniamo sul web sia un gioco che resta relegato in un angolo immateriale? Nel mondo distopico descritto nel film Ready Player One, il peso delle proprie azioni virtuali incide, e come, sulla realtà immanente. Anche nel nostro presente è così: un’attività illecita (frodi, terrorismo, pedopornografia, ecc.) sviluppata nel cosiddetto dark web, non porta all’arresto dell’avatar ma della persona in carne e ossa che c’è dietro. Lo scandalo di Cambridge Analytica c’insegna che i nostri innocui e virtuali “mi piace” fanno gola a chi si occupa di comunicazione strategica per le campagne elettorali.

OASIS, il mondo virtuale ideato e creato dal programmatore James Halliday, ricorda troppo facilmente Second Life, ma non solo: la gratuità d’accesso, la sua apparente democraticità, dove tutti possono essere presenti, gareggiare per il proprio successo, socializzare offrendo solo il meglio di sé o quello che si vuole far credere essere il meglio, ricordano le piattaforme di social networking come Facebook e simili… James Halliday e il suo socio, invece, rappresentano la versione cinematografica di certe “coppie nerd” che hanno cambiato la storia dell’umanità sia dal punto di vista tecnologico che culturale, e direi anche psicologico: una fra tante, quella formata da Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori della Apple. O i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin… Ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

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Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 maggio 2016 by Michele Nigro

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Comunicato Stampa

In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti.

Emanuele Marcuccio

 

PoetiKanten Edizioni ha pubblicato Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito… [1], terzo Volume del progetto poetico in dittici a due voci [2], su idea e cura editoriale del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con venti liriche.

Scrive Marcuccio nella nota di introduzione: «Sì, è l’affinità elettiva poetica, la telepresenza attraverso un PC, la “corrispondenza d’amorosi sensi”, riprendendo la celebre espressione foscoliana, che poi cito in “Telepresenza”, in dittico a due voci con “Vita parallela” di Silvia Calzolari e che costituisce il manifesto poetico di tutto il progetto; non a caso ogni volume è aperto da questo dittico, “corrispondenza d’umano sentire” per il tramite di un computer, “quel foglio di vetro impazzito”, che sempre e comunque “c’ispira”.»

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OLE.01 Festival: il programma

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 settembre 2014 by Michele Nigro

Ne ho già parlato mesi fa qui: si tratta dell’OLE.01 Festival Internazionale della Letteratura Elettronica (FILE). Ora che è uscito anche il programma al grido di “electrify your imagination”, abbiamo la possibilità di apprezzare la ricchezza dell’evento, unico per originalità, qualità dei contenuti e durata.

pdf programma: OLE.01 Festival Internazionale della Letteratura Elettronica

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Che cos’è la web poetry?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2014 by Michele Nigro

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 dedicato a Robin Williams/John Keating

 

Che cos’è la web poetry?

(interattività, multimedialità, ipertestualità)

Alla domanda “che cos’è la web poetry?” (tristemente somigliante all’interrogativo “che cos’è la poesia?” del Professore emerito Jonathan Evans Prichard evocato, e giustamente sbeffeggiato, nel film “L’attimo fuggente”) si sarebbe tentati di rispondere in maniera sbrigativa affermando che trattasi semplicemente di poesie pubblicate in internet, su blog, siti specializzati, social network… Quelli della mia generazione hanno vissuto e vivono a cavallo tra un’epoca cartacea e una digitale: prima dell’acquisto del mio primo personal computer per me poesia era sinonimo di antologie scolastiche, piccole biblioteche casalinghe, libri di poesie di famosi poeti da acquistare in libreria, antologie sfornate dai vari concorsi letterari sparsi in questa penisola di santi, poeti e navigatori. Poi con l’avvento del web 2.0 è accaduta una cosa straordinaria: la poesia, non più relegata nel meraviglioso mondo dei libri di carta, ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche in ambienti meno classici e più interattivi, meno fruscianti e più scrolling. Una buona fetta di lettori aveva finalmente compreso che non è il mezzo bensì il contenuto a dover prevalere tra le priorità del “ricercatore”. Il lettore aveva scoperto, dopo anni di noterelle scritte a matita e affidate agli ampi margini lasciati in bianco tipici dei libri di poesia, di poter depositare il proprio giudizio critico-letterario o delle semplici impressioni personali collegate al vissuto, in tempo reale sotto forma di commento nei pressi della poesia appena letta in rete. A dire il vero l’interattività è un fenomeno che ha riguardato tutto il mondo della letteratura e non solo quello più ristretto e intimo della poesia: l’irraggiungibilità e la sacralità dell’Autore sono stati in tal modo scardinati dalla democratica invadenza del social networking; un’invadenza scelta, tra l’altro, dagli stessi Autori, stanchi di certe lentezze editoriali e di rimuginare in solitudine sui propri versi come tanti Abate Faria rinchiusi nei Castelli d’If della creatività.

Questa interattività influenza il percorso dell’Autore? Niente affatto. Se il progetto scritturale dell’Autore, concepito lontano dalle tastiere e dai modem, è forte, l’interattività avrà solo un ruolo marginale, complementare. Sarà un po’ come far entrare aria nuova in stanze già affrescate: il disegno e i colori non saranno alterati bensì entreranno in contatto con la luce, con il mondo. Afferma il mitico Professor John Keating, interpretato dal compianto e indimenticabile Robin Williams, sempre nel film “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society) del regista Peter Weir: <<Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione…>>. Una passione destinata a divenire semplice pratica onanistica se non fosse corroborata dall’interazione tra autore e lettore: il web ha solo accelerato, diversificato e amplificato questa necessaria interattività, non l’ha inventata. In passato il lettore devoto attendeva paziente una presentazione pubblica per avvicinare e per interagire con il proprio “eroe” dotato di penna e dare così una ragione di esistere alle noterelle, a cui accennavamo, scritte a margine del testo mesi prima dell’incontro. Anche l’onanismo del lettore viene in tal modo sconfitto. La stessa cura avuta nello scrivere le impressioni da lettore sulla carta dei libri viene oggi richiesta ai lettori-commentatori sparsi lungo le vie immateriali della grande rete. Dal web non deriva niente di nuovo e il pensiero non si lascia influenzare dallo strumento, o almeno non più di quanto le tavolette d’argilla influenzarono il pensiero dei primi filosofi. Pensare il contrario significherebbe sottovalutare la storia evolutiva e le potenzialità dell’umanità: è l’uomo che immette nel mezzo le idee che in seguito il mezzo veicolerà, metabolizzerà e trasformerà (“il mezzo non è il messaggio”: pensiero anti-Marshall McLuhan). Non ne trasformerà il senso originario, sia chiaro, ma ne moltiplicherà le possibilità esistenziali viaggiando attraverso le città mentali di quella “razza umana” a cui faceva riferimento il Prof. Keating. bf07db6e45549504e8e6fb34bd80ba64

Ma ancora non è completa la mia definizione di “web poetry”. Finora è stato sfiorato solo l’aspetto dell’interattività, accennando ai fattori positivi e non scendendo in strada alla ricerca di quelli negativi. Questo è un compito che lascerò volentieri svolgere ai non amanti di internet, a chi da anni coltiva ragioni personali nei confronti di un’esclusività cartacea legittima e sacrosanta. E lo dico da amante dei libri classicamente intesi, quei libri di carta che hanno caratterizzato il mio esordio nell’universo della lettura e continueranno a svolgere un ruolo primario e parallelo alle novità dell’editoria digitale.

L’aspetto che più m’interessa della web poetry è quello riguardante la sua “multimedialità”. Una poesia, estrapolata dal magico mondo del web 2.0 e stampata su carta senza orpelli aggiuntivi, dovrebbe da sola essere in grado di “autopromuoversi” facendo affidamento sull’arbitrarietà del verso (preferisco il termine “arbitrarietà” e non “licenza” che mi ricorda tanto la licenza di uccidere dell’agente 007 o la licenza per aprire un tabacchino), sul ritmo (o sull’aritmia) e quindi sulla musicalità (o sulla non bellezza musicale sostituita dalla potenza dei contenuti), sul potere evocativo insito nei versi, sulla concentrazione di senso che la distingue dalla prosa, sulla densità o meno di artifici retorici (io personalmente sarei più propenso, lì dove possibile e prefiggendosi precisi obiettivi evolutivi, alla loro definitiva “distruzione” piuttosto che a una conservazione forzata in nome della tradizione!), sulla pregnanza semantica e polivalente aperta delle parole che compongono il verso, sulla sua concentrata verticalità contro la lentezza dell’orizzontalità della prosa… Il testo poetico, da solo e senza aiuti esterni, dovrebbe “ipnotizzare” il lettore o almeno catturarne il lato primordiale in vista di viaggi verso terre inusitate. Ed è giusto che continui ad essere così.

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OLE.01 Festival Internazionale della Letteratura Elettronica

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2014 by Michele Nigro

Ricevo da Roberta Iadevaia, curatore associato dell’OLE.01 Festival Internazionale della Letteratura Elettronica (FILE), e con piacere pubblico la notizia riguardante questa interessante iniziativa…

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OLE.01 Festival Internazionale della Letteratura Elettronica (FILE),

il primo Festival in Italia completamente dedicato alla letteratura elettronica e alle sue molteplici manifestazioni.

Il progetto è stato ideato dall’artista e ricercatore indipendente napoletano Lello Masucci, è promosso dall’Associazione Culturale Atelier Multimediale di Napoli ed è risultato vincitore del POR Fesr 2007/2013 Ob. Op. 1.10 “La cultura come risorsa” DD. 125 del 03/06/2011.

Il Festival si svolgerà nell’arco del mese di Ottobre 2014 all’interno del Forum Universale delle Culture di Napoli, nelle sedi più prestigiose di Napoli e Provincia. Il Festival prevederà workshop, performance e seminari e ospiterà le opere di artisti internazionali di fama mondiale (sezione Master) e quelle più interessanti dei giovani artisti under 35 (sezione Giovani) che avranno partecipato al Bando (www.olefestival.it/bando).

Per partecipare si richiedono opere appartenenti alle seguenti categorie: istallazioni audio/video, e-poetry, computer animation, film di istallazione, digital musics & sound art (scultura del suono), performance di VJ, danza elettronica, teatro interattivo e tutte le opere legate a un uso estetico e creativo delle nuove tecnologie, di Internet e delle reti di computer. La partecipazione è gratuita.

I 10 giovani selezionati dalla giuria scientifica potranno esporre le loro opere durante il Festival e i migliori riceveranno premi in denaro, attrezzature e riconoscimenti. Tutti i partecipanti entreranno a far parte di un database permanente sul sito ufficiale del Festival http://www.olefestival.it in cui saranno pubblicati i loro lavori e la loro autobiografia.

Durante il Festival sono inoltre previsti: la realizzazione di un documentario, la diretta streaming dell’intero evento e la pubblicazione di una Antologia dei lavori e dei partecipanti al Festival pubblicata, in formato cartaceo e digitale, dall’editore Liguori.

Ulteriori informazioni: http://www.olefestival.it; Facebook olefestival; Twitter: @OleFestival; e-mail info@olefestival.it

Un drop out di nome Steve Jobs

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 ottobre 2011 by Michele Nigro

Il discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford dovrebbe essere ‘studiato’ nelle scuole e distribuito o fatto vedere nelle aziende, nelle piazze, negli ospedali, nelle sedi di partito, negli orfanotrofi… Ovunque.

È un discorso interessante dalla prima all’ultima frase, ma la parte che secondo il mio punto di vista costituisce il cardine della “filosofia eretica” del cofondatore di Apple è quella in cui spiega, paradossalmente, proprio a dei neolaureati il suo personale “elogio dell’autodidattica”:

<<… Io non mi sono mai laureato. […] Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso? […] Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. […] così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti…>>

In questo stralcio del suo discorso, l’inventore del personal computer (per la cronaca, “jobs” in inglese significa ‘lavori’, ‘mestieri’) riassume con il senno di poi tutti gli elementi, in fase embrionale, che avrebbero caratterizzato lo Steve Jobs drop out, fricchettone mistico e buddista zen; lo Steve Jobs minimalista, eretico, garagista, calligrafo, visionario, pirata, de-gerarchizzante, genio. Affamato e folle. Drop out è chi rinuncia agli studi, abbandonandoli, scegliendo una sorta di emarginazione volontaria da un circuito prestabilito che va bene per chi non pretende molto dalla propria vita, ma si accontenta di un posto (qualsiasi) nel sistema. Per chi sceglie di non creare. Drop out significa letteralmente “lasciare cadere fuori” (anche se la traduzione ufficiale è “abbandonare gli studi”, “ritirarsi”, “smettere di studiare”), come l’acqua che fuoriuscendo da un contenitore si adatta inizialmente alla gravità e alle forme solide che incontra: sembrerebbe un liquido ormai disperso, sprecato, destinato a evaporare, irrecuperabile. Ma così non è: il liquido che consideriamo ‘perso’ sta solo cercando la propria strada, attraversando materiali permeabili e sostando nei pressi di quelli impermeabili in attesa di tempi migliori durante i quali poter scivolare via: un concetto decisamente zen dell’esistenza. Abbandonare un percorso specialistico per avere una visione più ampia dei meccanismi quotidiani che governano il mondo, per “smontare la vita” e vedere come è fatta dentro, per sviluppare un pensiero eterogeneo lontano dai dogmi, per carpire le esigenze dell’uomo della strada, per essere liberi di scegliere il proprio futuro auto-plasmandosi, per vivere in maniera trasversale.

Mi tornano inevitabilmente in mente le parole di Martha Medeiros:

“Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno.”

Steve Jobs non è morto lentamente: è morto l’altro giorno, in qualità di organismo, per una malattia chiamata cancro.

Steve Jobs ha cercato di dire a quei nuovi dottori di Stanford che gli assegni staccati dai propri genitori per pagare gli studi, il prestigioso “pezzo di carta” incorniciato e messo in bella vista nello studio, i master, i vestiti firmati, gli stipendi con molti zeri, il titolo di “dottore” sul citofono di casa, non servono assolutamente a nulla se non si hanno delle idee che ossessionano in maniera sana, se non si adotta al di là dei libri letti la filosofia del learning by doing, se non si ha il coraggio di imparare ciò che interessa (anche se accademicamente incoerente) senza per questo doverlo dimostrare durante un esame universitario…

“Think different” e non avere paura di essere differente: si può anche avere una laurea in filologia romanza e fare la cassiera in un supermercato per sopravvivere; l’importante è individuare le cose interessanti che ci fanno vibrare, gli obiettivi che come dei tarli ci torturano spingendo il nostro corpo, appena svegli la mattina, verso un lavoro da terminare, un sogno da materializzare, una pazzia da dipingere tra i saggi sberleffi di chi ha raggiunto la pace dei sensi e una mortificante età della ragione. Non è facile pensarla in maniera differente: ci vuole esercizio; occorrono anni, resistenza e pazienza. E non è detto che alla fine il risultato coincida con un successo.

Non si tratta della solita storia del self made man americano: è qualcosa di più; quella di Jobs è una filosofia di vita applicabile a qualsiasi latitudine, indipendentemente dal “prodotto” che abbiamo in mente.

Ma non tutti sono in grado di darsi fiducia; la lungimiranza è una dote rara: <<…non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.>>

Grazie Steve.

La televisione è morta!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 16 giugno 2011 by Michele Nigro

Parafrasando una famosa battuta di Woody Allen, mi verrebbe da dire: “Dio è morto, Marx è morto e anche la televisione non si sente troppo bene”. Quando mi riferisco alla televisione, però, non intendo dire i ‘contenuti televisivi’ (per discutere sulla qualità dei programmi trasmessi ci vorrebbe un post dedicato) bensì alla televisione oggetto, alla televisione elettrodomestico.

La tecnologia informatica è prodiga di novità che spesso, un po’ per pigrizia, un altro po’ per diffidenza, passano inosservate e non vengono sfruttate a pieno. L’elettrodomestico televisione è morto perché oggi possiamo sostituirlo perfettamente con il nostro personal computer: non mi riferisco ai video su YouTube copiati dal palinsesto e suddivisi in tante parti (poco pratico e noioso), ma alla possibilità di vedere in diretta sul pc la maggior parte dei programmi televisivi trasmessi dalle principali emittenti esistenti in Italia: la Rai prima fra tutte. La tv in streaming, sembra paradossale dirlo ma è così, rende obsoleta persino la recente e tanto decantata ‘rivoluzione’ avviata dal digitale terrestre. La televisione sta morendo perché è di fatto un oggetto inutile! Oggi c’è la possibilità, utilizzando il nostro computer, di navigare in rete e contemporaneamente di fare zapping e registrare i vari programmi.

Se non amate lo streaming (perché la vostra velocità di connessione a internet lascia a desiderare o per una serie di motivi tecnici che riguardano il vostro caso) esiste la possibilità di vedere il digitale terrestre direttamente sul pc anche in un altro modo. Come? Con una normale antenna che tramite un dispositivo usb (ogni pc possiede una o più porte usb) permette di trasformare il vostro notebook o il desktop che avete in casa, in una vera e propria televisione capace di captare i canali in chiaro del digitale terrestre (vedi foto).

Lo scopo di questo post non è certamente quello di fare pubblicità a questa o a quella marca di ricevitori per tv digitale terrestre (sarebbe anche inutile dal momento che il mercato è più veloce della nostra capacità di adattamento e tra qualche settimana potrei essere costretto a smentire parte di questo post perché esisteranno nuove soluzioni che renderanno i miei ‘consigli’ superati!), ma di evidenziare una rivoluzione tecnica che prima o poi renderà obsoleto il possesso dell’elettrodomestico televisivo come lo conosciamo noi ora e di conseguenza renderà improponibile il pagamento del cosiddetto ‘canone televisivo’. In particolar modo la normativa che regolamenta il nostro canone Rai dovrà subire delle radicali modifiche: sarà difficile, infatti, far rientrare nella categoria degli “… apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni…” anche i computer portatili (o i desktop) provvisti di ricevitori per tv digitale terrestre (o, peggio ancora, quelli che utilizzano lo streaming), dal momento che una semplice antenna usb (facilmente smontabile) rappresenta un optional del pc e non la sua caratteristica principale.

La Rai attualmente attinge ‘acqua’ da due pozzi: da quello del canone e da quello della pubblicità. Ma come ci ricorda un famoso personaggio storico vissuto circa duemila anni fa: “… non si possono servire due padroni!” La Rai dovrà scegliere, prima o poi, se servire le lobby economiche e partitocratiche (che vorrebbero influenzare i contenuti) o il ‘popolo pagante’ che vuole un’informazione libera e variegata (dal momento che si va sbandierando il fatto che la Rai è un ‘servizio pubblico’).

La rivoluzione che auspico in questo post non è ancora realizzabile e quindi sono costretto a rettificare il titolo affermando che la televisione non è ancora morta ma è sicuramente in coma: saremo noi in futuro a decidere se staccare la spina. Siamo ancora troppo pigri e siamo ancora troppo affezionati ai nostri divani e ai nostri schermi LCD per attuare uno stravolgimento simile, ma la tecnologia in futuro saprà stupirci e ci aiuterà a scegliere. I presupposti ci sono.

E quando ciò avverrà, quando potremo finalmente disdire il canone senza preoccuparci di ‘ritorsioni’ o altre lungaggini burocratiche atte a demoralizzare l’utente, perché l’elettrodomestico televisivo avrà finalmente fatto la stessa fine dei dischi in vinile, sarà divertente osservare la reazione di personaggi come il viceministro Roberto Castelli nel momento in cui non potranno più affermare con arroganza: “… non voglio pagare il canone per ascoltare Travaglio!” Libera informazione in libero mercato.

I recenti casi di Raiperunanotte e Tutti in piedi dimostrano in maniera lapalissiana che si può fare televisione superando la televisione: ma ci troviamo ancora in un ambito ‘sperimentale’ e l’Italia arriva come al solito con un certo ritardo agli appuntamenti evoluzionistici.

E anche i contenuti televisivi possono essere influenzati tramite la creazione di web tv capaci di realizzare una sorta di ‘giornalismo partecipativo televisivo’: basti notare quante trasmissioni televisive utilizzano video tratti da YouTube (o altro materiale messo in rete) precedentemente ‘caricati’ da utenti privati non appartenenti alle ‘maestranze’ televisive. Ma questo è un altro discorso…

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