Archivio per persone

Titanic senza iceberg

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 dicembre 2014 by Michele Nigro

Titanic

Quello che non avverrà

tortura il pensiero immanente

in attesa di un imbarco da banchine solitarie.

Sollevarsi leggero come piuma sul mare

vedere dall’alto la giustizia

nascosta dietro navi imperfette

incomplete, mai salpate

e le scelte non contemplate

dalla cieca sete di avere.

Libero da egoismi di possesso

osservare l’essenza del mondo

di te.

E invece ricado in acqua

senza saper nuotare

arrabbiato e carnale

avido di vita, assetato

abbandono pur di salvarmi

e salvare la scintilla

perduta tra questi ghiacci.

Diventi un ideale da clonare, niente di più

mentre s’inabissa la tua immagine

tra le onde dell’esistenza.

Cercare altrove il panorama di noi

desiderare sotto altre forme

quello che oggi non può avvenire.

Tombe urlanti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 dicembre 2014 by Michele Nigro

manieria7

Un sepolcro buio e silenzioso

dove inascoltate ossa urlano storie

che mai racconteremo in fetidi pub

tra schiuma e pettegolezzi.

Fiumi di parole e palpiti incompresi

esondano invisibili su strade anonime

di città mentali e reali,

incroci tra persone e scelte ingoiate

non registrate dalla cronaca

morirebbero insieme a carni sconosciute

generatrici di vibrazioni segrete.

Incalzato da un ordinario oblio

ne faccio brandelli di poesia

– prima che la nebbia del tempo cali

inesorabile e immemore –

puntando su un’immortalità ermetica

illeggibile da occhi non avvezzi

all’amore e alle sue pacate disperazioni.

Come chiese laiche per preghiere serali

le pagine accolgono infarti passionali

e brevi resurrezioni di provincia,

cadute e piccole speranze.

Nessuna pressione,

lascio che la vita sia.

 a seguire, il mio primo esperimento di video poetry legato a questa poesia, anche se con mezzi tecnici non professionali e pur non essendo un attore/lettore… 🙂

Umafeminità a Roma

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 dicembre 2014 by Michele Nigro

Ricevo dalla poetessa Nadia Cavalera e con molto piacere pubblico la locandina di un evento romano dove si parlerà per la prima volta anche dell’antologia Umafeminità, contenente la mia poesia “Acidità di cervello” – vedi il mio post qui – e che, come afferma Nadia Cavalera, <<si fa carico di fondamentali proposte linguistiche per ridare piena dignità alle donne.>>

locandina in pdf: 2014 Locandina Lavatoio 13 dicembre

LOCANDINA

“Lost in Translation”: perdersi e ritrovarsi… a Tokyo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2014 by Michele Nigro

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Scrive Michel Onfray in “Filosofia del viaggio (Poetica della geografia)”: <<… ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. […] I tragitti dei viaggiatori coincidono sempre, segretamente, con ricerche iniziatiche che mettono in gioco l’identità.>> Ma per imparare a ritrovarsi (e a trovare gli altri con occhi nuovi) bisogna prima di tutto perdersi: nella traduzione di una lingua difficilissima, nelle notti insonni trascorse a guardare canali incomprensibili, nel fondo del proprio bicchiere seduti a un bar, nell’avventura di una notte… E prima ancora di partire essersi già persi nelle proprie insicurezze, in rapporti familiari che lontani da casa all’improvviso ci appaiono alienati e alienanti, nei fallimenti e nelle rinunce che la vita non risparmia a nessuno.

Il viaggio, per sua natura, offre al viaggiatore delle preziose brecce su verità che la soporifera routine dellalost-in-translation quotidianità tende a ridimensionare. Per compiere, però, questo scomodo confronto con sé stessi e con la propria vita, non occorre solo un luogo diverso ma anche un complice, un amico insonne come lo siamo noi, che parli la nostra stessa lingua (quella madre e del cuore) e soprattutto che abbia la stessa identica sete di semplicità e di verità. Come accade ai due protagonisti del film di Sofia Coppola, “Lost in Translation” (L’amore tradotto), Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) che casualmente – a volte le cose migliori della vita capitano per caso – cominciano a vivere una straordinaria e spontanea storia di amicizia tra l’hotel di cui sembrano essere prigionieri e le elettriche strade di Tokyo. Un film che, sfruttando il fattore diversità di una città lontanissima non solo geograficamente ma anche culturalmente, vuole essere un elogio a quei legami inaspettati che spesso arricchiscono l’esistenza degli uomini e delle donne.

La pellicola è caratterizzata da molte pause, silenzi, sguardi, (tutti tenerissimi e lost-in-translation-picnecessari per sottolineare la non urgenza del parlare e la bellezza nell’essere solo presenti, nell’esserci e basta, che a volte è sufficiente), e da una trama delicata e a dir poco disarmante tanto è elementare, ma che riesce a trattenere nel suo tessuto dei contenuti “filosofici” a cui nessun spettatore può sottrarsi. Contenuti che portano inevitabilmente a delle precise domande: siamo soddisfatti delle nostre vite e delle persone con cui abbiamo scelto di vivere? Cosa avremmo voluto fare nella vita e che ci ritroviamo a non fare? Cos’è che ci tiene realmente svegli la notte al di là del jet lag e del fatto di aver cambiato materasso dormendo in un hotel? Cosa ci accorgiamo di aver perso quando ci ritroviamo da soli e lontani da casa? La risposta a tutte queste domande, e a molte altre, non la ritroviamo in una notte di sesso sfrenato tra un uomo e una donna, adulti, intelligenti, liberi e sessualmente attivi – cosa che fortunatamente non avviene tra i due protagonisti perché la loro funzione in questo film è un’altra; è una funzione umanizzante anche se passeggera – ma in una tenera amicizia nata per sopperire a mancanze interiori ed esistenziali e che va ben al di là della semplice e ormai scontata “conquista carnale” (scontata cinematograficamente parlando!). Ed è forse proprio questa piccola ma importante eversione del canone hollywoodiano del “sesso facile e a buon mercato”, a rendere speciale il film di Sofia Coppola.tumblr_mbgog2P85B1ri3in9o1_1280

Ci si può amare senza amarsi materialmente? È possibile far incontrare le anime di due esseri viventi, un uomo e una donna, due esperienze, due età, due insoddisfazioni, in una zona neutrale e asessuata? La risposta, decisamente impopolare, è , si può! E soprattutto, la domanda più scomoda: vi può essere più amore – almeno in alcuni frangenti dell’esistenza – nell’amicizia che non nei consolidati e ufficiali rapporti coniugali? Anche in questo caso la risposta è positiva. Sono momenti di grazia, e quindi rarissimi, ma possibili. Momenti che magicamente trasformano gli asettici non-luoghi di Marc Augé (aeroporti, hotel, ristoranti… tutti quei luoghi che non ci appartengono) in luoghi del cuore che diventano per sempre nostri. Diventano storia, e non una storia. Vi è più amore nella condivisione spontanea e semplice, raccontando di sé stessi l’uno all’altra in un letto, restando vestiti e guardandosi negli occhi, che nella petulante richiesta di scelta del colore della moquette da parte di una moglie distante emotivamente e troppo presa dai figli, o nell’arrivismo professionale di un giovane marito che fugge.

Il viaggio, ma non solo il viaggio – anche su altri terreni “neutrali” è possibile realizzare il confronto che ci serve -, dà la possibilità al viaggiatore di “guardarsi da fuori” e di accorgersi che nessuna vita è perfetta, che nessun rapporto è perfetto, che le scelte sbagliate sono una costante nell’esistenza umana, ma che alla fine, nonostante questa presa di coscienza che dovrebbe sconvolgerci fin a_610x408dalle fondamenta, ritorniamo alla realtà che scegliamo di non condannare anche se imperfetta. Alla fine l’unica concessione data nel film a Bob e Charlotte è un tenero bacio sulle labbra dopo un abbraccio quasi filiale, un bacio non “predatorio” ma un lascito fatto di puro amore e che non potrà più essere ricambiato perché nato tra due vite asincrone, quindi vero, non calcolato, disinteressato e più potente dell’amore che possiede e imprigiona. Alla fine ci si ritrova, dopo essersi persi, non perché si cambia radicalmente vita, abbandonando famiglia e paese, ma perché si è avuto il coraggio di perdersi e di guardare con occhi diversi – con gli occhi dell’altro – gli spazi interni dell’esistere umano. Perché ci si riscalda alla sola idea di quel dono inatteso – al fuoco dell’incontro – di quella fugace nuova amicizia sorta dal nulla e gratuitamente. Per ricominciare a crederci, ritornando ognuno alla propria vita.

L’amore può essere tradotto, come recita il sottotitolo del film? Tradurre significa “tradire” e a volte per riconquistare l’amore che non alberga più nelle nostre esistenze dobbiamo tradire il nostro ego fatto di convinzioni e false conquiste, e tradurre l’amore in qualcos’altro, in amicizia ad esempio, usando un linguaggio nuovo capace di descriverci con clemenza e leggerezza. Senza possedere, senza pretendere, senza darsi appuntamenti, con serenità e compassione. A volte abbiamo bisogno di uno sguardo esterno per “tradirci” e per liberarci dallo schema che ci tiene prigionieri. A volte abbiamo bisogno semplicemente che qualcuno ci faccia compagnia mentre tentiamo di addormentarci.

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Psicogeologia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2014 by Michele Nigro

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Immemori delle nostre crisi,

di come vivemmo

disorientati e senza certezze

i segnali di vita dall’inconscio e dalla strada,

riconosciamo oggi, con occhi nuovi

tra il disincanto e l’esperienza

le risposte stratificate,

le soluzioni accettate,

rimozioni dal tempo interiore

e intricate spiegazioni per sopravvivere.

Non ricordo cosa provai

non ricordo la terapia adottata.

Solo immagini sbiadite

di momenti abbandonati a se stessi.

La cronaca dell’anima

si perde

nel labirinto delle reazioni istintive divenute storia.

Strato dopo strato

cicatrice dopo cicatrice

rileggo a tratti la mappa di un io

che è ancora in me

ma non è più al mondo.

La somma degli impulsi dati alla vita

forma l’essere umano riflesso nello specchio.

Non puoi conoscere l’individuo di domani

se non ricordi i personaggi che hai indossato ieri.

Ricordi sudati

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 2 agosto 2013 by Michele Nigro

ricordi sudati

 

Insoddisfazioni seppellite

e mai risolte

riemergono dal passato

sotto forma di sudore rabbioso

pedalando

lungo gli asfalti vacanzieri d’agosto.

Non bisognerebbe riesumare

certi contatti falliti.

Il loro posto è in un tempo scaduto.

Forte bussa

la tentazione ciclica

di ri-conoscere le persone di ieri

usando gli occhi e il cuore di oggi.

Ma la vita è un miracolo asincrono.

L’evoluzione della morte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 dicembre 2011 by Michele Nigro

Suicidio, evoluzione, postumanesimo  

 
<<…Chi l’ha detto che il cancro è più doloroso della solitudine e della depressione? Io non l’ho mai pensato. Esco dalla chiesa facendomi la santa croce, e rivolgendomi al Cristo in croce che troneggia dall’abside mi lascio scappare un: «…mi affido a Te!». Blasfemo? Dipende dai punti di vista.
C’è una donna delusa dalla vita che m’aspetta: quattro figli finiti male, un divorzio alle spalle e l’alcolismo che non la molla. Il coraggio per farla finita non ce l’ha: allora entro in campo io. Stasera le porto il suo “biglietto aereo”. Agisco senza lasciare tracce; tutto secondo i piani; da vero professionista. Il luogo all’aperto ma isolato lo ha scelto lei: non vuole farsi trovare in casa morta. L’arma la scelgo sempre io: è la stessa che uso per ogni caso del nuovo filone. Più rapida della flebo… questo è sicuro.
Il silenziatore applicato alla pistola nascosta nel cappotto e vado all’appuntamento. Ha smesso di piovere. Vado mezz’ora prima per esaminare il luogo e per assicurarmi che non ci siano sbirri nascosti o troupe televisive appostate e pronte a immortalarmi nel caso in cui la disperata, non più depressa, abbia deciso di essere più affarista di me. Tutto libero: il contatto è serio. Mi avvicino, la riconosco: è la stessa della foto mandata via e-mail; per sicurezza le chiedo il nome e il cognome: è proprio lei. La saluto cordialmente come se fossimo in una sala da tè e lei, invece, mi chiede subito: «Si parte?» Le sorrido come per dire sì.
Estraggo l’arma e la punto verso il volto di una persona morta da tempo: almeno interiormente. Non ho bisogno di prendere un respiro profondo: la pressione del mio dito e il pensiero della morte sono saldati in un unico corpo metallico rovente raffreddato solo dall’eternità di quel momento. Un colpo, niente di più: sono preciso, impeccabile e geometrico nei miei gesti. Sono un’opera d’arte dinamica votata alla morte: a volte mi adoro. I soldi sono diventati quasi un particolare, a dire il vero. Il mio, ormai, non è più un lavoro: è una missione.
Aiuto gli altri a non soffrire più…non importa quale sia il male. E questa rivalsa sul dolore, vi confesso, mi inebria.>>
 

Lo stralcio con cui ho voluto cominciare questo post è tratto da un mio vecchio racconto intitolato “Il missionario” (pubblicato su “Micropulp” n.2) riguardante un tema drammatico, quello dell’eutanasia, che periodicamente torna in auge soprattutto grazie a casi eclatanti di cronaca capaci però di riaccendere soprattutto la discussione intorno ai suoi aspetti ideologico-politici tralasciando quelli umani e spirituali ben più importanti. La libertà insita nell’invenzione narrativa mi diede all’epoca della stesura l’opportunità di pensare a un personaggio noir esagerato e per nostra fortuna inesistente, un “professionista della morte”. Uno che per mestiere aiuta i malati terminali a compiere il passaggio estremo operando in maniera attiva e sostituendosi agli interessati nell’ultima fase della loro vita: una tragica figura professionale, volutamente marcata e utilizzata nel mio racconto con finalità provocatorie, da non confondere con quella reale e attuale del medico che si occupa di suicidio assistito, ovvero di un professionista che, dopo aver scrupolosamente valutato insieme al paziente tutte le possibili alternative al suicidio, ha il delicato compito di predisporre le condizioni medico-tecniche grazie alle quali il paziente compie autonomamente il passo finale, ingerendo il farmaco letale (o utilizzando altri metodi di somministrazione scelti caso per caso) fornitogli dal suddetto assistente che non interviene in maniera attiva ma è lì per accertarsi dell’avvenuto decesso (vedi anche suicidio assistito).

Nella parte finale della mia finzione narrativa l’assistenzialismo del personaggio subisce tuttavia una ‘profetica’ evoluzione: a essere interessati alla sua proposta professionale non sono solo i malati di cancro o di altre malattie fisiche degenerative e irrevocabili, bensì anche i malati nell’anima, i depressi.

Il recente caso di Lucio Magri ha riaperto la discussione tra i soliti guelfi e ghibellini della politica italiana sull’eutanasia ma l’ha riaperta questa volta su uno scenario diverso: Magri non era un malato terminale di cancro, non aveva metastasi disseminate nel proprio corpo, non soffriva di una malattia che gli stava lentamente corrodendo gli organi e che lo avrebbe portato a una morte certa. Lucio Magri era depresso: e non è poco, dal momento che la depressione può dare luogo a gravi ripercussioni fisiche, anche se non mortali. Non è poco, ma non basta. E il perché di questa ‘insufficienza di prove’ è presto dimostrata. Nonostante gli sviluppi compiuti dalla scienza sulla conoscenza del funzionamento del sistema nervoso e delle patologie che lo riguardano, siamo costretti ad ammettere che la ‘sede organica della mente’, il cervello, rappresenta per noi ancora un grande mistero (di tipo scientifico e da un punto di vista ‘aristotelico’ anche un mistero metafisico). La neurofarmacologia ha fatto passi da gigante e ha fornito ai sofferenti di depressione dei validi strumenti chimici per vivere una vita dignitosa. Anche se la chimica da sola non basta: per lottare contro la depressione e per migliorare la qualità della vita del paziente occorre un approccio psicoterapeutico mirato.

Partendo da tale premessa è lecito porsi la domanda se sia giusto applicare le stesse regole del suicidio assistito anche alla malattia chiamata depressione. Qualcuno se l’è posta questa domanda e le argomentazioni addotte sono convincenti quasi come quelle (se non di più) presentate dal paziente che chiede di ‘andarsene’ da questo mondo in quanto depresso.

Giunti al nostro incrocio troviamo, tra le altre, le strade della libertà individuale, della scelta privata. Di quello che usiamo definire libero arbitrio. Sarebbe limitativo e poco intelligente liquidare la questione dell’eutanasia in generale, e del suicidio assistito applicato ai malati psichici in particolare, riproponendo gli alibi dello stato sovrano che decide sulla vita e sulla morte dei cittadini o del determinismo religioso (della serie: “Non si fa perché è peccato! Perché bisogna seguire il proprio destino!” oppure “Non puoi suicidarti perché la tua sofferenza fa parte di un progetto superiore incomprensibile e quindi devi accettarla come un dono!”).

C’è bisogno di nuove risposte (né ideologico-politiche, né dogmatico-religiose) capaci di captare i mutamenti evoluzionistici del concetto di morte e indipendentemente dal proprio credo religioso dobbiamo essere in grado di porci la seguente domanda: “Che valore ha oggi per noi la vita?”

Il mio racconto conteneva un quesito allarmistico riguardante il possibile abuso del suicidio assistito (attivo o passivo): cosa succederà in futuro se una errata interpretazione della ‘dolce morte’ lancerà una nuova moda facilona e gli esseri umani cominceranno a valutare le varie tecniche per abbandonare questa vita, messe a disposizione dal ‘mercato’, come se si stesse parlando di scegliere tra i vari modelli di automobile più convenienti? Sceglieremo il modo di andarcene come se scegliessimo le piastrelle per il bagno e la carta da parati? Se oggi anche i depressi possono accedere al suicidio assistito, quale sarà domani la soglia critica dell’imperfezione sopportabile superata la quale poter decidere di farla finita? Il problema riguardante la soglia non è “chi la deciderà?” (se lo Stato o la Chiesa: dal momento che, a quanto sembra, basta varcare i confini della propria nazione e staccare un paio di assegni per risolvere il problema) ma la domanda giusta è “saremo in grado, a livello personale e privato, di decidere saggiamente? avremo gli strumenti mentali, culturali, spirituali, scientifici per affrontare in maniera equilibrata quella che dovrebbe essere l’ultima e la più importante decisione della nostra vita?” E ancora: “quale sarà la scala di valori che ci guiderà verso questa decisione? Il disagio e il dolore troveranno terreno fertile per autogiustificarsi grazie a un consumismo della morte che renderà tutto più facile? Le agevoli vie d’uscita eutanasiche e suicidarie prevalranno sulla ricerca attiva di una soluzione umana?” Qualcuno potrebbe rispondere a tutte queste domande affermando che chi decide di suicidarsi non conosce ostacoli e a volte mette in pericolo anche la vita degli altri con gesti spettacolari e distruttivi. Tuttavia fornire una via d’uscita ‘pulita’ può essere allo stesso modo mostruoso. Da qui all’eugenetica il passo è breve.

Nel film di fantascienza sociologica intitolato 2022: i sopravvissuti (titolo originale: Soylent Green; tratto dal romanzo di Harry Harrison “Largo! Largo!”) è descritta una società futura in cui il suicidio assistito non solo è legalizzato ma addirittura incentivato e curato con metodo industriale a causa del sovraffollamento che affligge l’umanità del 2022: si scoprirà in seguito che i corpi dei morti naturali e dei suicidi volontari serviranno a produrre l’alimento più diffuso tra la popolazione, il Soylent Green. La morte diventa così un evento proficuo, un affare, un momento di pubblica utilità.

I fautori del suicidio assistito, nei paesi dove è legale, hanno fatto di tutto per regolamentare la loro filosofia di fine vita, così come dimostra la brochure dell’associazione svizzera “Dignitas” che si occupa di suicidio assistito con lo stesso ‘entusiasmo turistico’ e la stessa dedizione teutonica del personaggio che agisce nel mio racconto. Dalla fantasia della scrittura alla realtà quotidiana.

Chi può assicurarci che, nonostante l’attuale dovizia di regolamentazioni, un giorno non si allenteranno i ‘freni inibitori’ della legislazione suicidaria per assecondare motivi insondabili così come accade, anche se in maniera fantascientifica, nel film sopra citato? O meglio: al di là delle motivazioni alimentari, sociali ed economiche, tirate in ballo a livello cinematografico, non si potrebbe pensare molto più realisticamente a una, non lontana nel tempo e già in atto, svalutazione dell’esistenza umana? Il suicidio assistito come la rottamazione dell’auto usata.

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‘Space Clearing’ e relazioni sociali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2011 by Michele Nigro

Mi è già capitato su queste frequenze di occuparmi di Space Clearing in maniera, diciamo così, eterodossa: in quella occasione per me epocale utilizzai però un linguaggio piuttosto criptico, oserei dire ‘epico’. In questo post, invece, vorrei essere più esplicito e fornire una visione reale e realizzabile dello Space Clearing applicandolo al delicato campo delle ‘relazioni sociali’. Giusto per non confonderci con la definizione ufficiale: lo Space Clearing è praticamente l’arte di liberare lo spazio. Ovviamente questa ‘disciplina’ molto particolare e consigliata da numerosi psicologi d’oltreoceano, si riferisce allo spazio occupato da tutti quegli oggetti inutili accumulati nel tempo, nelle nostre abitazioni: quindi si occupa delle interconnessioni esistenti tra materialità superflua e fluidità dell’energia vitale. La prima regola è disfarsi di tutto ciò che non ci serve: alleggerire l’ambiente in cui viviamo indirettamente significa rendere leggero anche il nostro animo. Sembra facile ma non lo è: la fase ‘difficile’ dello Space Clearing non è la pulizia in quanto tale (infilare qualcosa nella pattumiera è un gesto abbastanza semplice, non bisogna frequentare dei corsi per questo!), ma il saper riconoscere l’inutilità di un oggetto è il vero gradino evolutivo che rende lo Space Clearing un’arte che va oltre le mere esigenze casalinghe. Le nostre mamme applicavano gli stessi principi anche senza conoscere il Feng shui!

Dopo aver letto alcuni articoli riguardanti lo S. C. mi sono chiesto: “e se applicassimo le regole dello Space Clearing anche nell’ambito della nostra vita sociale?” Se una casa piena di oggetti inutili ci stressa e non ci permette di utilizzare al meglio le energie vitali bloccate tra cumuli di vecchi abiti e armadi pieni di ricordi della nostra adolescenza, cosa dire allora di una vita sociale congestionata da personaggi inutili e legati al passato? Qualcuno giustamente potrebbe rispondermi dicendo che è disumano mettere sullo stesso piano una scatola colma di oggetti senza più valore e un’agenda infarcita di nomi e cognomi (cioè di persone in carne e ossa) che non rappresentano più nulla per noi e che conserviamo per una questione di puro pietismo. E invece io dico che si può fare e che, anzi, è doveroso farlo: non si tratta in questo caso di liberare spazio nello sgabuzzino perché ci sentiamo nervosi; fare pulizia nella propria vita relazionale significa difendere la propria dignità e soprattutto rispettare e far rispettare le proprie esigenze evolutive. Non si tratta di snobismo ma di una umanissima ‘eutanasia relazionale’: certi rapporti umani ‘rachitici’ sono estremamente dannosi per chi ha bisogno di completezza, di evoluzione e di maturità. Lasciarsi etichettare senza ribellarsi (per paura di restare soli nel caso di una nostra ribellione e non perché siamo d’accordo con il giudizio degli etichettatori) significa dimostrare la propria debolezza, la propria meschinità… Significa non amarsi! Noi tutti tendiamo a ‘cristallizzare’ l’immagine che abbiamo dell’Altro senza sforzarci di andare oltre, di conoscere la verità: lo facciamo perché è più facile, è decisamente comodo. Questo se consideriamo l’ambito privato. Spostando il fenomeno su un piano generalizzato giungiamo a una definizione di ‘immaginario collettivo’ immarcescibile. Influenzando le masse si determina la vita o la morte di un movimento politico, di un personaggio pubblico, di un’idea…

Le persone che non riusciamo a ‘eliminare’ dalla nostra esistenza per abitudine o per pietismo, sono proprio quelle che ci tengono incatenati a un passato che non ci appartiene più. E la cosa assurda è che siamo noi stessi ad autorizzare la messa in atto di questa strana forma di prigionia. Senza accorgercene trasciniamo per anni strane e incompiute relazioni amicali, conoscenze irrisolte, rapporti di vicinato senza senso, parentele sclerotizzate e ‘doverose’, perché siamo schiavi delle nostre abitudini, delle nostre ossessioni e crediamo che il ‘paesaggio’ a cui siamo abituati sia un qualcosa di intoccabile. Siamo noi stessi i ‘secondini’ della nostra evoluzione. Le persone che ci etichettano, c’infastidiscono, ci irritano, che bloccano la nostra nuova visione della vita, che non posseggono gli strumenti necessari per condividere i nostri interessi, restano ostinatamente al loro posto all’interno dei nostri spazi vitali perché non abbiamo il coraggio di depennarle dalla nostra rubrica evolutiva. Così come non riusciamo a disfarci di certi oggetti che riteniamo utili anche se di fatto sono inutilizzati e ricoperti di polvere.

In molti casi la nostra presunzione raggiunge livelli preoccupanti e crediamo addirittura di poter cambiare le persone in base alle nostre esigenze esistenziali. Non consideriamo invece la strada più semplice e naturale: lasciar andare le persone, liberarle per sbarazzarci finalmente di quella visione statica che abbiamo delle relazioni umane. Il sentimentalismo viene sconfitto dalla nostra personale ‘sete’ di evoluzione: più la sete è forte, maggiore sarà la nostra capacità di liberare il prossimo dalle catene dei nostri egoismi. Liberarsi delle ‘persone inutili’ significa portare equilibrio nella propria esistenza, diminuire l’aggressività e convogliare le proprie energie vitali verso quei rapporti che posseggono una struttura sensata. Non si tratta di ‘omologazione’ abbinata alla ‘cattiveria’ e all’ ‘insensibilità’: il confronto è sempre importante ed è necessario incontrare chi non è come noi. Il ‘peccato’ consiste nel voler a tutti i costi condividere cammini incondivisibili, tenere in vita rapporti morenti per natura, conservare gesti e immagini di epoche giustamente seppellite… Non è questo il vero lato disumano del nostro comportamento? È scritto nella Desiderata, poema in prosa dello scrittore Max Ehrmann:

<<Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito.>>

Non siamo in grado di eliminare dalla nostra vita quelle stupide cene con ‘vecchi amici’, che di amichevole non hanno più nulla, solo perché ci ricordano ‘i tempi andati’ (e non ci accorgiamo delle nuove e meravigliose possibilità offerte dal presente); non riusciamo a smettere di frequentare persone con cui non condividiamo più niente da anni o con cui addirittura non abbiamo mai condiviso niente; non riusciamo a interrompere certi rapporti sociali abitudinari perché non abbiamo il coraggio di fornire una descrizione precisa dei nostri obiettivi; prediligiamo la quantità alla qualità anche nei rapporti umani…

Viviamo in base a schemi arrugginiti. Tratteniamo stupidamente oggetti e persone: lo Space Clearing potrebbe venire in nostro soccorso anche in ambito sociale. ‘Eliminare’ le persone inutili della nostra esistenza non è disumano: è un coraggioso atto di maturità; è un modo per riconoscere ufficialmente l’unicità del proprio cammino e, di conseguenza, di quello degli altri.

Pensiamoci.

Pomeriggi perduti

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