Archivio per Peter Jackson

Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2012 by Michele Nigro

Il momento della partenza

Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

 

La Via prosegue senza fine

Lungi dall’uscio dal quale parte.

Ora la Via è fuggita avanti,

Devo inseguirla ad ogni costo

Rincorrendola con piedi alati

Sin all’incrocio con una più larga

Dove si uniscono piste e sentieri.

E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

(da La Compagnia dell’Anello, Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien)

 

Introduzione

Due partenze distanti un secolo

Mettere a confronto due grandi della letteratura mondiale come Alessandro Manzoni (nato nel 1785) e J.R.R. Tolkien (nato nel 1892) è sempre un’operazione rischiosa e delicata.

Già in passato altri studiosi hanno tentato di sottolineare determinate analogie esistenti tra i due illustri scrittori: il concetto di Provvidenza, gli elementi cattolico-cristiani presenti nelle loro opere, la predilezione per gli umili, il valore del sacrificio come antidoto al Potere, la dura lotta e la disperazione che precedono la vittoria finale… È impossibile effettuare una comparazione generale tra Manzoni e Tolkien: le ‘naturali’ distanze storiche, geografiche, linguistiche, filologiche, esistenti tra di loro renderebbero inappropriato e fuorviante il tentativo di avvicinarli a tutti i costi.

Esistono tuttavia degli interessanti punti di contatto tra il professore di Oxford e colui che andò a sciacquare i panni in Arno. Si tratta di analogie dinamiche che subiscono, come è giusto che sia nell’ambito di una letteratura viva, variazioni e abrogazioni nel corso del tempo e in base ai nuovi metodi d’indagine adottati. Non tutti concordano, infatti, sulle ‘affinità cattoliche’ esistenti tra Manzoni e Tolkien o, per essere più precisi, secondo alcune ‘scuole di pensiero’ esisterebbero due modi differenti di integrare il messaggio religioso all’interno della struttura narrativa.

Affermano i Wu Ming durante il convegno modenese intitolato Tolkien e la Filosofia:

<<Con l’espressione “narratore cattolico” di solito si intende uno scrittore organico alla propria fede e religione, cioè intento a mettere in narrazione virtù e principi del cristianesimo e del cattolicesimo, come fecero ad esempio Dante Alighieri, o Alessandro Manzoni. Se il senso della domanda è questo, allora la mia risposta è no, Tolkien non lo fu. Non fece teologia attraverso la narrazione, non compose un’allegoria cristiana, men che meno mascherò la morale cattolica sotto le sembianze del romanzo epico d’avventura. Certamente utilizzò valori e simbologie cristiane (ma non soltanto quelle), ovvero si lasciò ispirare dalla visione del mondo che lui stesso condivideva, senza però produrre un’architettura narrativa coerentemente e univocamente cristiana.>> E ancora: <<(Tolkien) non può essere associato all’Alighieri e nemmeno al Manzoni, che invece erano animati da ben altro spirito, cioè erano scrittori engagés, e costruirono architetture narrative coerentemente cristiane, prendendo posizione sulle cose del mondo secondo un’ottica religiosa.>> [1]

Diametralmente opposta è la visione di padre Antonio Spadaro, critico letterario, che difende <<… l’ispirazione de Il signore degli anelli e dei Promessi Sposi dei cattolici Tolkien e Manzoni (per non citare Dante)…>> [2]

È facile intuire, prendendo in esame le due posizioni sopra citate, la natura assolutamente dinamica ed eterogenea del dibattito in corso. Non si tratta più, oramai, di una diatriba d’altri tempi tra ‘hippy’ e ‘neofascisti’, ma tra i concetti di scrittore laico e scrittore neocon.

Scopo della presente argomentazione non è quello di approfondire tali differenze filosofiche, religiose, socio-politiche, bensì di realizzare alcuni ‘semplici’ accostamenti, per qualcuno irriverenti, tra personaggi che, pur appartenendo all’identico mondo fantastico e pur essendo il frutto di una sub-creazione, sono ancora ingiustamente separati da una ‘cortina puristica’ che impedisce, ad esempio, a uno ‘stregone’ e a un ‘frate francescano’ di essere messi sullo stesso piano narratologico.

La seguente analisi si sofferma sui ‘personaggi in quanto tali’ e sulla loro funzione nell’ambito dell’economia della narrazione. Quello che si vuole compiere in questa sede è una sorta di ‘cut up intertestuale’ basato sulla comparazione delle analogie che compaiono in un preciso frangente narrativo. Si tratta di un puzzle volutamente forzato tra stralci riguardanti una precisa azione dei personaggi: il momento della partenza.

Le fonti che hanno reso possibile questo cut up comparativosono il capitolo VIII de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e principalmente i capitoli III – Libro Primo (In tre si è in compagnia) e X – Libro Secondo (La Compagnia si scioglie) della Parte Prima (La Compagnia dell’Anello) della trilogia intitolata Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien.

È tutta una questione di quest!

Quest in inglese significa ‘ricerca’.

Una storia narrata, sia essa ambientata in un periodo storico reale (Manzoni) o in un mondo e in un tempo completamente inventati (Tolkien), non deve essere obbligatoriamente avventurosa e movimentata. Come c’insegna Xavier de Maistre, autore de Voyage autour de ma chambre (Viaggio attorno alla mia camera – 1794), possiamo compiere viaggi fantastici ed esplorare le oscure profondità dell’animo umano, senza abbandonare la nostra dimora e con il solo ausilio della mente: <<… Potrei cominciare l’elogio del mio viaggio col dire che non mi è costato una lira[…] Quanto ai poltroni, saranno al sicuro dai ladri; non incontreranno né precipizi, né pantani.>> [3]

L’avventura autentica (dal latino advenīre, ‘avvenire’), invece, richiede un ‘movimento’, un rischio fisico e spirituale: non importa se ciò che ‘avviene’ sia il frutto previsto o non calcolato di una nostra decisione o se sia semplicemente capitato a noi di dover vivere, al di là della nostra volontà, una serie più o meno spiacevole e rocambolesca di eventi. In entrambi i casi bisogna ‘muoversi’. E il movimento, a sua volta, necessita di un ‘motivo’: un motivo basilare, naturale (e non necessariamente ideologico o filosofico) potrebbe essere la propria e l’altrui salvezza. Evitare la morte, la prigionia, la tortura, l’imposizione di una condizione di vita che non ci appartiene… Impedire il trionfo del Male non significa solo bloccare lo sviluppo di un’idea negativa del mondo, ma consiste in una vera e propria sopravvivenza fisica: la lama affilata di una spada in procinto di colpirci non è un concetto filosofico da valutare con calma ma un pericolo reale da evitare prontamente; il rapimento non è un’esperienza che prevede dei tempi preliminari durante i quali poter riflettere. Eppure nell’istante esatto in cui compiamo queste azioni (o reazioni) disperate e vitali, non abbiamo la necessaria lucidità per riconoscere che la ‘ricerca’ è già cominciata. Dalla risposta istintiva si passa lentamente a un bisogno pianificato di conoscenza (“Perché mi è capitato tutto questo? Cosa posso fare per evitare il peggio? Dove dirigerò i miei passi?”); la paura iniziale si trasforma in forza morale; le domande confuse diventano decisioni chiare. L’ineluttabile lascia intravedere un possibile ‘obiettivo collaterale’ da raggiungere e che potrebbe fornire la soluzione definitiva al problema. Ma non c’è nessuna sicurezza a portata di mano: si intraprende la ricerca, ci mettiamo in viaggio, con la speranza di aver imboccato la strada giusta; perché la ricerca fa parte della natura umana, indipendentemente dalla causa filosofica, spirituale o ‘pratica’ da cui è suscitata. La ricerca prende vita a causa di un’esigenza reale, urgente, ma la vera opportunità offerta dalla quest va oltre la risoluzione del problema: i personaggi coinvolti hanno finalmente un’ottima occasione per ‘conoscere se stessi’.

Cos’è dunque la quest?

La quest è sostanzialmente la ragione che c’è alla base di un viaggio iniziatico, l’impalcatura fondamentale di una storia avventurosa, il ‘perché’ che motiva e coinvolge i personaggi; nella quest è contenuto l’obiettivo da raggiungere. Anche se è legata a motivi impellenti e attuali (la diffusione di una pericolosa minaccia sovrumana e magica; il crudele capriccio di un nobile prepotente disposto a tutto…) in realtà la quest affonda le proprie radici in un terreno umano archetipico, profondo, nel territorio dell’inconscio: il raggiungimento della verità è garantito dalla conoscenza del male e del dolore, e dal superamento del dolore stesso. La quest è la narrazione di questa avventura primordiale interiore e quindi, in quanto tale, rappresenta uno dei generi letterari più antichi nella storia dell’umanità. Tanto antico quanto antica è la coscienza umana.

Il viaggio che avviene esteriormente, in maniera fisica e geografica, in realtà è un viaggio nel cosiddetto ‘inner space’: raggiungere l’obiettivo individuato nella quest diventa quasi un particolare; è un obiettivo a uso e consumo della trama: serve a dare un finale logico e coerente a tutta la storia.

Ciò che conta veramente è l’ampliamento conoscitivo acquisito durante il cammino stesso e la possibilità dei vari personaggi coinvolti di conoscere meglio se stessi durante la prova. Durante il primo capitolo della trilogia filmica de Il Signore degli Anelli realizzata dal regista neozelandese Peter Jackson il personaggio di Samvise Gamgee dice: … se farò ora questo passo, non sarò mai stato così lontano dalla Contea…[4]

Il viaggio, anche quello meno avventuroso e più tranquillo, scardina le abitudini del viaggiatore, rompe gli schemi della tradizione, ponendo dinanzi a chi lo intraprende nuovi orizzonti, nuove domande, nuove angolazioni introspettive, nuovi ostacoli fino a quel momento non considerati.

Questi i pensieri di Lucia Mondella mentre su una barca, di notte, parte dall’attracco di Pescarenico per fuggire verso Monza, valutando la posizione scomoda di chi, come nel suo caso, è costretto a intraprendere un viaggio non voluto:

<<… Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli [riferendosi ai ‘monti’] neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno!>> [5]

La nuova sfida che appare all’orizzonte incrina la visione stanziale dell’umile che chiede solo di essere lasciato in pace, di non essere coinvolto nei grandi movimenti della Storia, di poter vivere la propria esistenza tranquillamente, seguendo tragitti sicuri e confermati dalla micro-storia a cui sente di appartenere.

Sia Manzoni che Tolkien, invece, affidano proprio agli umili e ai ‘dimenticati’ i compiti più onerosi, le prove più dure: quasi come a voler ‘testare’ la loro integrità morale, come se l’Autore volesse far emergere, con un po’ di ‘sadismo narrativo’, le qualità nascoste dei suoi personaggi che altrimenti rimarrebbero sconosciute, pur trattandosi di personaggi inventati. E soprattutto per affermare definitivamente che in ognuno di noi, se sottoposto alla giusta ‘pressione’ da parte degli eventi, c’è un ‘io potenziale’, quasi sempre sottovalutato, atrofizzato, addirittura sprecato, capace di riservare delle utili sorprese.

Afferma Lawrence Sudbury in un interessante articolo intitolato Per una semiotica del Santo Graal:

<<… dal punto di vista narrativo in senso stretto, lo schema generale della quest, pur con qualche variante episodica, è normalmente piuttosto codificato e ripetitivo. La quest prende il via da un ‘iniziatore’ che necessita di qualcosa o di qualcuno estremamente importante per lui. Questo obiettivo presuppone un grandissimo impegno per essere raggiunto. L’iniziatore chiede o impone a qualcuno di intraprendere la ricerca o decide di partire da solo. Segue un viaggio lungo e irto di pericoli in cui il ‘ricercatore’ può essere solo o con alcuni compagni. I pericoli che il ricercatore deve affrontare possono presentarsi durante il viaggio per raggiungere l’oggetto (rischi esterni che possono portare a una temporanea sospensione della ricerca) o una volta esso sia raggiunto (rischi interni, direttamente legati all’oggetto stesso). Nella maggioranza dei casi il ricercatore, raggiunto l’oggetto, deve comunque affrontare una prova d’iniziazione per dimostrarsi degno dell’acquisizione dell’obiettivo. La quest, infine, normalmente si completa con il ritorno del ricercatore (che non necessariamente ha raggiunto il suo scopo) al punto di partenza: si dà dunque alla quest una forma narrativa non circolare ma orbitale o, meglio ancora, spiraliforme, nel senso che, se pur il ritorno avviene nel luogo narratologico di origine, è il protagonista (eroe, ricercatore) a non essere più il medesimo, in virtù delle prove di vario grado, correlate alla ricerca stessa, sostenute.>>[6]

 Fra’ Cristoforo e Gandalf ‘iniziatori’?

Possiamo considerare fra’ Cristoforo e Gandalf come gli ‘iniziatori morali’ delle quest contenute rispettivamente ne I Promessi Sposi e ne Il Signore degli Anelli?

Fra’ Cristoforo, dopo aver scoperto il piano progettato da don Rodrigo per rapire Lucia Mondella, organizza la fuga dei due promessi sposi; Gandalf combina la fuga di Frodo Baggins da Hobbiville allo scopo di allontanare l’Anello di Sauron dalla Contea.

Fra’ Cristoforo e Gandalf sono due personaggi interessanti con molti punti in comune: entrambi estremamente carismatici, benvoluti e rispettati dai protagonisti delle storie, basano la propria saggezza su un’esperienza viva e antica.

I tempi di reazione dei due ‘vegliardi’, tuttavia, sono molto diversi: fra’ Cristoforo realizza la fuga di Renzo e Lucia nel giro di poche ore; Gandalf impiega ben diciassette anni per indagare sulla reale minaccia che incombe sul possessore dell’Anello. E anche la stessa ‘fuga’ di Frodo da Hobbiville è estremamente ritardata, lenta, meditata, organizzata in maniera scrupolosa tanto da rendere inappropriato il carattere fuggitivo della partenza. Una partenza che, nonostante tutto, non lesina intense sfumature poetiche che avremo modo di analizzare più avanti.

I tempi pensati da Tolkien per il suo mondo inventato, lo sanno i suoi lettori ed estimatori, sono dilatati per una ragione ben precisa: vi sono verità e storie senza tempo, ‘spalmate’ in maniera impercettibile sulla struttura visibile del presente e anche i più saggi impiegano molto tempo e immense energie per evidenziare ciò che è stato naturalmente dimenticato; il Male persiste nel mondo beffando la caducità dei suoi abitanti. Solo chi è capace di superare la sfida del tempo con umiltà riesce prima o poi a collegare in modo sapiente i pezzi di una storia ormai frammentata. La ‘subquest’ di Gandalf è molto interessante e andrebbe analizzata in maniera specifica, ma non è questa la sede adatta per compiere tale operazione.

I ‘cercatori’ Renzo Tramaglino, Lucia Mondella e Frodo Baggins

Cosa cercano Renzo e Lucia? Cosa cerca Frodo Baggins? Cosa vogliono dalla vita? Domande basilari, naturali a cui in parte abbiamo già dato una risposta precedentemente: la semplicità che caratterizza le loro esistenze li fa essere umili ma non umiliati. Sono personaggi perfettamente integrati nel loro milieu sociale e non pretendono di più, sia perché non è stata data loro la possibilità di conoscere quel ‘di più’, sia perché da parte loro non c’è un reale desiderio di conoscerlo. Ciò che accade al di fuori del paesino o della contea non li riguarda: non si tratta di vigliaccheria come palesemente dimostrato, invece, dal personaggio manzoniano di don Abbondio che proprio grazie a questa sua caratteristica ci permette di fare un doveroso paragone tra la vera umiltà (che è forza) e la codardia. Si tratta piuttosto di un commuovente e ormai raro rispetto verso le istituzioni, verso le realtà ‘alte’ e insondabili, verso ciò che è meglio non conoscere perché non ci si ritiene all’altezza di capire o perché si ha a che fare con poteri (umani o sovrannaturali) superiori alle proprie capacità. Dicono gli Elfi di Tolkien quando incontrano gli hobbit dopo la loro partenza da Hobbiville: E’ una cosa veramente straordinaria!… Tre hobbit di notte in un bosco![7]

La sorpresa manifestata in questa frase non è irriverente ma è la prova di un modus vivendi abitudinario e privo di rischi, quello degli hobbit, conosciuto da tutti, persino dagli Elfi.

Cosa vogliono dalla vita, allora, Lucia Mondella e Renzo Tramaglino? Desiderano cose normali: serenità, tranquillità, libertà, pace, sobrietà, una vita matrimoniale da condividere con la persona amata…

In che modo desidera vivere Frodo? Trascorrendo giorni lieti nella Contea, osservando la fiamma di un camino, ascoltando storie antiche e mai vissute, godendo della compagnia degli amici, occupandosi delle innumerevoli ‘faccende da hobbit’…

La semplicità di questi personaggi creati dalla fantasia di Manzoni e Tolkien rende necessaria l’intermediazione (e non solo per fini narrativi) di figure importanti e trasversali come fra’ Cristoforo e Gandalf: il primo, strumento della Provvidenza, è il ‘padre spirituale’, il ponte tra Dio e la ‘povera gente’, è colui che non compie magie ma ‘combatte’ il nemico ricordandolo nelle sue preghiere; Gandalf è un vecchio saggio, uno ‘stregone’ (nell’accezione più esoterica e sapiente del termine) che conosce la Natura (umana, sovrumana e soprannaturale), interpreta i segni, consulta antichi testi, conosce lingue dimenticate, combatte il nemico utilizzando una conoscenza che non traspare mai se non nei momenti drammatici della ricerca. Fra’ Cristoforo si affida al crocifisso, Gandalf usa un bastone magico e quando serve anche una spada ben affilata; ma anche Gandalf come fra’ Cristoforo è dotato di piĕtas, pur non utilizzando lo strumento della preghiera. Quando Frodo confessa a Gandalf di desiderare la morte di Gollum, lo stregone utilizza una risposta che potremmo per certi versi definire ‘cristiana’:

<<… Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze…>> [8]

Anche il don Rodrigo di Manzoni meriterebbe la morte a causa del suo comportamento prepotente e arrogante, ma fra’ Cristoforo ricorda a tutti, sia ai personaggi del romanzo, sia ai lettori, che anche ‘il cattivo’ don Rodrigo fa parte di un progetto e svolge negativamente una funzione che nessun altro potrebbe svolgere.

Don Rodrigo e Sauron sono i due lati dello stesso Male e soprattutto rappresentano i fattori che scatenano la quest: senza il loro fondamentale apporto non ci sarebbe l’inizio della ricerca, non esisterebbe quel processo autoconoscitivo di cui i personaggi si avvalgono, nel momento in cui soffrono e combattono.

 Il momento della partenza

Ogni quest che si rispetti ha una partenza.

Non importa quanto sarà lungo il viaggio, da quante tappe sarà costituito, quali deviazioni subirà e quante saranno le sottotrame a cui darà vita. Nel momento della partenza è contenuta tutta la carica emotiva, ideale, poetica, tutta la tensione morale che permetterà ai vari personaggi, serenamente o disperatamente, di compiere il primo passo verso l’obiettivo preposto. Non importa se la partenza sia rocambolesca o meditata: nell’inizio sono racchiusi tutto il potenziale umano dei personaggi e tutti i fattori che determineranno l’esito della ricerca. <<È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via>> [9] dice Bilbo Baggins, nel film di Peter Jackson, forte della sua lunga esperienza in qualità di viaggiatore ed esploratore della Terra di Mezzo.

Il viaggio è una rappresentazione metaforica della vita e il simbolo della partenza riproduce il momento della nascita: il ricercatore rinasce ogni volta che decide di intraprendere un cammino verso la conoscenza; una conoscenza non fine a sé stessa (conoscere il modo per evitare le prepotenze di don Rodrigo o il modo per distruggere un anello magico nella lava incandescente di un vulcano) ma che contiene nella sua struttura interna il significato globale dell’esistenza.

Tolkien ha sempre affermato di non aver inserito allegorie nella sua opera, ma è impossibile non utilizzare il simbolismo presente nella sua trilogia fantastica (e nelle sue altre opere cosiddette ‘minori’) per descrivere determinati processi umani interiori.

Questo pensiero è meglio descritto in un articolo intitolato Avventura o Allegoria? pubblicato sul sito Fabbricanti di Universi:

<<… Tolkien, comunque, non era interessato all’allegoria. Più volte disse che non gli piaceva inserire elementi allegorici ai suoi romanzi e che Il Signore degli Anelli era, nel bene e nel male, un romanzo di avventura, al di là di tutto ciò che nacque in seguito, creato allo scopo di divertire l’autore e il lettore. “Non c’è simbolismo o allegoria cosciente nella mia storia…” scrisse una volta Tolkien. […] per quanto lo stesso autore disse “Che non ci sia allegoria non significa, naturalmente, che non ci sia la possibilità di leggervene una.” Ma gli unici simbolismi ‘coscienti’ di Tolkien sono riferiti alla religione cattolica…>> [10]

Ne I Promessi Sposi il momento della partenza si realizza per Agnese, Renzo e Lucia alla fine dell’VIII capitolo, mentre per gli hobbit de Il Signore degli Anelli (anche loro in tre) la tanto meditata partenza avviene finalmente nel III capitolo intitolato In tre si è in compagnia (titolo originale: Three is Company).

La partenza non è un evento freddo e meccanico che dà origine a una serie di azioni confluenti nella storia principale, ma un momento ricco di poeticità: è un momento unico, dunque speciale. La minuziosa descrizione paesaggistica compiuta con tono malinconico da parte dei personaggi in partenza è la prova di una coscienza che comincia a compiere i primi passi di quel processo conoscitivo che sta alla base del viaggio/quest.

Le particolarità geografiche, le sfumature colorimetriche degli oggetti naturali e dei manufatti, le percezioni sensoriali, il contatto tra le cose, gli ambienti domestici familiari sono meticolosamente registrati dai cinque sensi acuiti dalla straordinarietà del momento. I dati catturati dal ricercatore entrano già a far parte di quella nuova conoscenza che alla fine del viaggio diventerà bagaglio inscindibile e prezioso dell’eroe.

Le cose date per scontate, gli aspetti quotidiani dell’esistenza diventano improvvisamente eccezionali e meravigliosi.

La descrizione della partenza elaborata da Manzoni possiede inizialmente un carattere poetico e soave, al punto tale che, almeno per un attimo, il lettore dimentica o mette da parte la drammaticità che persiste alla base della visione; il tragitto in barca dei tre personaggi manzoniani verso l’altra sponda dell’Adda è così magistralmente descritto:

<<… Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido…>> [11]

L’assenza di vento, la superficie liscia e azzurra del lago, il fiotto morto e lento sono tutti elementi descrittivi dotati di una ‘morbidezza’ che contrasta con lo stato d’animo triste e al tempo stesso tumultuoso dei personaggi.

E ritornando con lo sguardo sui luoghi conosciuti e sugli oggetti usuali:

<<… I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne. […] Lucia […] scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera…>> [12]

Decisamente più rilassata, oserei dire ‘goliardica’, è l’atmosfera che si respira durante la partenza degli hobbit di Tolkien. Non mancano ovviamente le descrizioni malinconiche e tristi, ma durante i dialoghi si manifesta quella capacità, tipica del popolo hobbit, di confortarsi da soli o l’un l’altro. Ciò dipende principalmente dal fatto che gli eventi drammatici e dolorosi che caratterizzano il viaggio descritto ne Il Signore degli Anelli devono ancora accadere: la minaccia insita nell’Anello è in quel momento solo una congettura; è frutto di una lunga e accurata ricerca da parte di Gandalf che tuttavia non ha ancora ricevuto un reale riscontro.

La partenza di Renzo e Lucia, invece, è preceduta dalla celebrazione incompiuta del loro matrimonio a casa di don Abbondio e dalla notizia di un tentativo di rapimento da parte di don Rodrigo ai danni della promessa sposa. E non c’è niente di ‘goliardico’ in una situazione del genere.

Ecco come Tolkien affronta il momento della partenza di Frodo Baggins da Hobbiville:

<<… Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa…>> [13]

Anche questa partenza si svolge di notte e al chiaro di luna. Frodo osserva forse per l’ultima volta, grazie ai residui raggi di un sole in procinto di tramontare, la casa in cui ha vissuto per molti anni: quando il giorno dopo il sole risorgerà, lui e i suoi amici non saranno più lì. Non saranno più a Hobbiville.

Una partenza non rocambolesca non è meno triste di una partenza esagitata e drammatica: la maggiore quantità di tempo a disposizione produce nella mente di chi si attarda una serie di riflessioni malinconiche.

<<… Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. “Sarà una bella notte”, disse ad alta voce. “È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà”…>> [14]

E più avanti:

<<… “Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte”, disse, “perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci”…>> [15]

In queste parole, nonostante i numerosi aspetti imponderabili della missione appena cominciata, albergano l’ottimismo, la determinazione e la speranza.

Lucia Mondella non dice <<Sarà una bella notte>> o <<È un buon principio>>, ma posa la fronte sul braccio e piange segretamente.

Continua a leggere

Annunci

TINTIN e la psicogenealogia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2011 by Michele Nigro

“I morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”

S. Agostino

Che relazione può mai esserci tra Tintin, il protagonista del fumetto di Hergé, in questi giorni riproposto al cinema nel film d’animazione intitolato “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” con la regia di Steven Spielberg e co-prodotto dal ‘tolkieniano’ Peter Jackson, e la cosiddetta psicologia transgenerazionale o psicogenealogia? Apparentemente nessuna se non fosse per il fatto che due personaggi collaterali, l’ebbro Capitano Haddock e il suo infido rivale Ivan Ivanovich Sakharine, vivono nel corso della storia delle vere e proprie esperienze psicogenealogiche.

Mi spiego meglio. Quando il Capitano Haddock, nel deserto e successivamente nell’infermeria di un accampamento della Legione Straniera, rivive le esperienze marinare dell’antenato Sir Francis Haddock (esperienze indotte, per motivi di facilitazione narrativa, dalla lunga permanenza sotto il sole e dagli effetti dell’alcool etilico ingerito), dimostra di essere una vittima inconsapevole degli influssi del suo avo. Lo studio di questi ‘influssi’, in vista di una guarigione del discendente, è compito della psicologia transgenerazionale. Ma cos’è la psicogenealogia?

Da psicogenealogia e costellazioni familiari: <<… La psicogenealogia è una disciplina che si occupa degli influssi che gli avi possono avere nei confronti di un discendente. Quello della psicogenealogia è un campo multidisciplinare che coinvolge la psicologia e le scienze etnoantropologiche…>>; e sul sito psicogenealogia-costellazioni.it: <<… La psicogenealogia è una tecnica, sistemica, familiare e transgenerazionale con delle forti connotazioni psicanalitiche, che si è sviluppata negli anni ’80 grazie alle ricerche di Anne Ancelin Schützenberger. Anna Ancelin chiama psicogenealogia il lavoro con il genosociogramma; secondo questo approccio, i traumi, i segreti, i conflitti vissuti in modo drammatico, possono condizionare, per trasmissione transgenerazionale inconscia, i discendenti che possono diventare portatori di disturbi e malattie, come di comportamenti bizzarri e inesplicabili…>>.

E ancora, da un’altra fonte: <<Insomma è come se la persona interessata entrasse involontariamente in un tunnel di “passato-presente che va e che viene” – per usare le parole della fondatrice di questo approccio –  e fosse trasportata da un’ “alleanza invisibile” in una situazione in cui sembra che debba “pagare un debito”, un “pegno”, almeno fino a quando il creditore non venga visto, la programmazione transgenerazionale disattivata e il debito smetta di ancorare l’individuo al passato, personale o transgenerazionale, lasciando libero e meno pesante e coercitivo il suo presente. Insomma egli ha l’opportunità di cominciare a vivere la propria vita e non più quella di un bisnonno “gasato” durante la Prima Guerra Mondiale o di un fratellino morto prematuramente di cui i genitori non hanno mai potuto fare il lutto, e di cui porta persino il nome.>>

In tutto questo Tintin sembrerebbe svolgere la funzione di “osservatore razionale esterno” mentre il Capitano Haddock è costretto a subire la programmazione transgenerazionale, a pagare il suo pegno: il giovane reporter disegnato da Hergé rappresenta il collegamento con la realtà presente; è colui che nella storia ha le idee chiare, che ha un approccio “freddo” e meccanico con la ricerca della verità. Sembra insomma che nell’esistenza di Tintin non agiscano forze provenienti dal passato (perché il suo ideatore non gli ha fornito né una famiglia, né un passato), come invece succede all’amico Capitano.

Continua a leggere

Gli “Amabili resti” di Elisa Claps

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 giugno 2010 by Michele Nigro

È sorprendente scoprire certe analogie esistenti tra narrativa e cronaca: somiglianze tenute ben separate dalla geografia, dalla differente cronologia, da diversità linguistiche, sociali e culturali, eppure così vicine nei contenuti e per questo motivo “universali”. La brutalità, la morte, il destino di ciò che usiamo chiamare “anima”: esistono punti di contatto tra le varie umanità abitanti questo pianeta che nel bene o nel male travalicano il tempo e lo spazio. Recentemente una di queste “lampadine analogiche” si è accesa nel mio povero cervello mentre guardavo comodamente seduto sul divano di casa un film diretto dal “tolkieniano” Peter Jackson e intitolato “Amabili resti” (The lovely bones) tratto dall’omonimo romanzo (in parte autobiografico) della scrittrice statunitense Alice Sebold. Non starò qui a snocciolarvi trame o a riesaminare in maniera incompetente casi di cronaca giudiziaria (italiana) ancora tremendamente aperti: ognuno di voi potrà, se vorrà, leggere autonomamente il romanzo della Sebold, vedere la trasposizione cinematografica di Jackson e rileggere alcuni articoli (o rivedere alcune utili trasmissioni come “Chi l’ha visto?” della Rai) riguardanti la scomparsa e la terribile morte di Elisa Claps (nella foto). Interessanti, tuttavia, sono i parallelismi che è possibile effettuare in modo quasi istintivo tra la storia di Susie Salmon (la protagonista del romanzo “Amabili resti”) e quella della ragazza di Potenza, Elisa Claps, il cui cadavere è stato ritrovato dopo diciassette anni in una chiesa del capoluogo lucano: la giovane età delle due vittime (quasi la stessa: 14 anni Susie, 16 anni Elisa); l’approccio sessuale come premessa dell’omicidio (l’uccisione avviene subito dopo il puntuale rifiuto da parte della vittima, come a voler sublimare in maniera sanguinosa il mancato atto sessuale/consensuale); la conoscenza diretta dell’omicida da parte delle vittime (il fattore “fiducia” rende la “preda” più vulnerabile); il macabro rituale del taglio di una ciocca di capelli dal corpo delle ragazze (Danilo Restivo, il presunto assassino di Elisa Claps, è addirittura già “famoso” a Potenza e in altre città italiane per il suo “feticismo ritualistico di natura ossessiva”; George Harvey, che nel romanzo stupra e uccide Susie, conserva una ciocca di capelli della ragazzina nel “diario” in cui pianifica i suoi misfatti fin nei minimi particolari); l’iniziale impunità degli assassini che cercano di continuare a vivere una vita noiosa per non destare sospetti (Danilo Restivo, però, sceglie a un certo punto di trasferirsi in Inghilterra per paura – dice lui – di essere linciato dai familiari e amici di Elisa Claps; George Harvey rimane fino all’ultimo al suo posto, anche dopo i sospetti del padre di Susie, interpretando la parte del vicino di casa “buono e gentile”); l’ossessione che spinge i carnefici a cercare nuove vittime con cui soddisfare un recalcitrante bisogno malato (un’ossessione che nel tempo indebolisce la preparazione maniacale del serial killer, facendogli commettere errori); entrambe le ragazzine sono sorprese dalla morte agli esordi di una vita acerba e normale (Susie ha appena scoperto l’amore anche se per poco mancherà l’appuntamento con il suo primo bacio; Elisa è addirittura in procinto di andare a messa!); il mancato ritrovamento del corpo dopo la scomparsa/uccisione: nel caso di Susie il corpo non verrà mai più ritrovato, ingoiato da una discarica; il ritrovamento del cadavere di Elisa nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza ha scatenato una serie di ipotesi attualmente al vaglio degli inquirenti. Ipotesi che non possono non stuzzicare la fantasia di chi, scrittore o non, è incapace di soffermarsi sul “semplice” movente a sfondo sessuale.Che ruolo ha avuto il parroco dell’epoca? Cosa sa l’attuale vescovo di Potenza? Chi è il padre di Danilo Restivo e che ruolo avrebbe avuto nel caso Claps? Elisa è stata la vittima di un folle feticista incapace di avere un normale rapporto sentimentale con una ragazza oppure l’omertà che c’è intorno al ritrovamento del suo corpo nasconde il malsano operato di un ampio gruppo di persone conniventi? Danilo Restivo è il capro espiatorio di un delitto magico-ritualistico commissionato da insospettabili della “Potenza bene”? Lo scopriremo solo seguendo le indagini, le indiscrezioni giornalistiche e il futuro processo… Per ora Restivo è gentilmente “ospitato” in uno dei penitenziari di Sua Maestà per fare finalmente luce sull’efferato omicidio di Heather Barnett).

L’assassino di Susie è ordinato, meticoloso, pulito, educato, progetta e costruisce rifugi sotterranei e trappole per anatre giganti; il carnefice di Elisa sembra agire in preda a un raptus seguito da momenti di lucidità in vista dell’occultamento del corpo e che non escluderebbero l’aiuto da parte di “altri” (anche se le indagini per ora si stanno concentrando su un solo personaggio: Restivo). La famiglia di Susie sembra per un attimo essere vicina alla soluzione ma non riesce a far convergere gli elementi raccolti in direzione di George Harvey (lo farà solo verso la fine e lo farà in maniera errata e rocambolesca, causando la fuga dell’omicida e l’irreversibile occultamento del corpo di Susie); anche nel caso di Elisa le indagini sono lente, strabiche, grossolane, affette da lassismo cronico, e gli inquirenti sembrano essere incapaci di puntare il dito verso l’ovvio (come per Susie, solo i familiari di Elisa si avvicinano incredibilmente alle verità che contornano la scomparsa del proprio caro, senza sortire alcun effetto sullo spirito d’iniziativa degli inquirenti, troppo spesso imbrigliati in reti burocratiche, legislative e garantiste).

E dal punto di vista escatologico?

In “Amabili resti” l’anima di Susie rimane sospesa in un paradiso intermedio (nel film Peter Jackson, già esperto di “Terre di Mezzo”, non ha alcuna difficoltà a rappresentare l’anticamera del Paradiso, un meraviglioso, fantasioso e coloratissimo “Cielo di Mezzo” per le anime indecise e bisognose di un aiutino per “passare dall’altra parte”) e osserva, senza essere vista e quindi senza poter comunicare, la vita dei familiari e dell’assassino successivamente alla propria morte. Indipendentemente dal fatto se si crede o meno in una vita oltre la morte e se si crede nell’esistenza di una certa energia mentale residua (“spirito”?, “anima”?) capace di sopravvivere al disfacimento del corpo, mi piacerebbe poter pensare ad una sorta di “limbo” anche nel caso di Elisa Claps: un punto situato in un non-luogo da cui osservare le umane ricerche all’indomani della scomparsa, gli affanni dei propri cari, il vorticoso movimento spensierato di via Pretoria, a Potenza… A due passi dalla chiesa-tomba. A due passi dalla verità!

Prima di una definitiva salita in Cielo.

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

Iris News

Rivista di poesia, arte e fotografia

adrianazanese

Just another WordPress.com site

POLISCRITTURE

laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate

Mille Splendidi Libri e non solo

"Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi"

Poetarum Silva

- Nie wieder Zensur in der Kunst -

Leggo e cammino

Amo leggere, amo camminare e amo fare le due cose insieme (non è così difficile come sembra)

Maria Pina Ciancio

Quaderno di poesia on-line

LucaniArt Magazine

Riflessioni. Incontri. Contaminazioni.

Fantascritture - blog di fantascienza, fantasy, horror e weird di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico nei libri e nei film (ma anche altro)

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

Iannozzi Giuseppe -scrittore, giornalista, critico letterario - blog ufficiale

Emanuele-Marcuccio's Blog

Ogni poesia nasce dalla meraviglia...

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Appunti e progetti, tra mura e spazi liberi

i sensi della poesia

e in pasto diedi parole e carne

La Camera Scura - il blog di Vincenzo Barone Lumaga

Parole, storie, pensieri, incubi e deliri

La Mia Babele

Disorientarsi..per Ritrovarsi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: