Archivio per pianeta

On the road

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 maggio 2017 by Michele Nigro

versione pdf: On the road

“… Dovevamo ancora andare lontano.

Ma che importava, la strada è la vita…”

(Sulla strada, Jack Kerouac)

Che differenza c’è tra il cammino di quando si è giovani e quello che si compie da adulti? Non dipende dalla quantità di passi, dalla forza disponibile, dall’orario scelto per camminare, dal tipo di strada, asfaltata o sterrata… Da giovani quasi sempre si cammina in compagnia, si cerca la massa, perché in fondo non sappiamo chi siamo, cosa vogliamo, e nel gregge (o nel branco, a seconda dell’indole) ci diluiamo, ritroviamo negli altri i pezzi mancanti della nostra identità, gli integratori di personalità; dal gruppo riceviamo la carica energetica per fare, decidere, confrontarsi, coltivare ideali, costruire qualcosa per noi e la comunità, o per illuderci di farlo; da giovani si ha la speranza di camminare in compagnia di un mondo fatto di persone perché il disincanto non ha ancora preso il sopravvento e crediamo testardamente nella parola insieme: non si è consapevoli della condizione solitaria dell’essere umano, del fatto che il mondo esisterebbe ugualmente anche senza gli altri e che la visione che abbiamo di questo pianeta è solo nostra e di nessun’altro; l’essere soli è una condizione non permanente ma fondamentale, da vivere almeno una volta nel corso della vita: la patologia nasce dall’imposizione della solitudine; quando è spontanea e ricercata in piena autonomia, deve essere vissuta con serenità.

L’assioma aristoteliano dell’uomo animale sociale ce lo raccontiamo volentieri perché conviene da un punto di vista pratico, economico (senza per questo dover giungere agli “estremi” descritti da Hobbes); perché abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere in determinati momenti, per non sentire il freddo della galassia in cui vaghiamo. In realtà siamo soli anche quando ci uniamo in matrimonio o sposiamo la causa ideologica di un partito politico che ci avvolge e ci prende totalmente. La solitudine è la parte vera, cruda, naturale del nostro esistere: tutto quello che riusciamo a conquistare partendo da questa verità assoluta – verità che non deve scoraggiare o causare malinconia e che è in grado di posizionarci dinanzi a uno specchio per alcuni doloroso e al tempo stesso catartico, che purifica dal superfluo della verde età – è una conquista duratura e inattaccabile, che dà i propri frutti in un’ora inattesa. Quando si è giovani si cammina insieme agli altri perché non conosciamo il potere riparatorio e ricostituente della nostra solitudine, non l’abbiamo ancora sperimentato, ed è giusto che sia così a quell’età. Il passaggio è graduale, la perdita quantitativa di presenze umane è determinata da uno stillicidio impercettibile.

Da adulti, una volta raccolta una quantità sufficiente di esperienze sia positive che negative, abbiamo la forza e la consapevolezza che occorrono per camminare da soli. È un cammino solitario che paradossalmente permette di entrare in sintonia con molte più persone, di incontrare chi è come noi e di escludere la massa che scherma il segnale. Cantava Fossati: “… cambio posto e chiedo scusa / ma qui non c’è nessuno come me…”. Per sintonizzarci sulle stesse frequenze di chi è come noi, però, dobbiamo imparare a fare silenzio, a stare soli, in disparte per meglio osservare e capire cosa vogliamo, ai margini (ed essere sereni mentre si sta al confino, altrimenti l’insoddisfazione per l’assenza di persone e cose vane, che abbiamo creduto indispensabili, disturba l’ascolto); come ho scritto anni fa nella poesia Riconoscersi: “… ho riconosciuto tra sussurri di venti rapaci / la tua voce rivolta all’anima…”. Non c’è altra via.

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Non andammo mai su Plutone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 luglio 2015 by Michele Nigro

pluton600

La fede laica nell’immagine

ritardato tocco telemetrico

paziente dialogo con il mortale creatore.

Ceneri sparse su un dio lontano

nuovi orizzonti della fantasia

che abita luoghi impossibili.

Lunghi viaggi, oltre la morte

per catturare l’origine del tutto.

Hüzün

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 febbraio 2015 by Michele Nigro

 

The Looking Glass

Un’insperata luce lunare

irrompe da uno squarcio tra le nuvole

illuminando

lembi familiari di solitudine.

Il cielo libero, stellato

ebbro d’aria ventosa

graziato da tempeste in fuga ad est,

celesti luminarie

giungono in ritardo

sulla rassegnata soglia dell’uomo televisivo

ambasciatrici di folli speranze notturne.

Gli occhi d’istinto

abbandonano la terra cara e meschina

gli atavici affanni

seguendo quel tenue richiamo dal cosmo

silenziosa traccia di padri non umani

divini antenati viaggiatori dell’universo.

Senti di non appartenere a questo mondo

inconsapevole tortura è il vivere

di chi vuole tornare a casa.

Nostalgici senza memoria

cercano nell’oscurità del tempo

l’origine di una mancanza.

Hüzün: “… Nel Corano questa parola sta ad indicare lo stato d’animo determinato da una grave perdita spirituale e dal distacco irreversibile da una persona amata. Il concetto è stato ripreso nella filosofia sufi per indicare l’emozione generata dalla consapevolezza dell’incolmabile distanza tra l’uomo e Dio. Tale sentimento è tuttavia estremamente positivo, poiché è visto come una condizione esistenziale necessaria per intraprendere il cammino mistico di riavvicinamento alla divinità…” (fonte)

Space irony

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 maggio 2014 by Michele Nigro

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L’ironia dei viaggi spaziali

rielabora la struttura culturale,

porti con te quello che sei, verso confronti inediti

oltre i confini gravitazionali della tradizione terrestre.

Le conquiste evolutive della specie

e la classifica individuale delle priorità,

avanzi nel cosmo retrocedendo, ricominciando dal nulla.

Cambia la forma del corpo e del pensiero,

il bagaglio essenziale diluito in mari alieni

segna l’anno zero di una nuova storia.

Insinuazioni bibliche su “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2014 by Michele Nigro

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Insinuazioni bibliche su

“Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

(le misteriose nascite di Gesù il Nazareno e Anakin Skywalker)

La saga fantascientifica di “Guerre Stellari” possiede una struttura eterogenea e attinge elementi da varie fonti; in particolare è disseminata di riferimenti biblici velati o palesi: le frequenti ambientazioni desertiche in ricordo del “deserto dei padri” di origine veterotestamentaria e il deserto come luogo di ricerca spirituale silenziosa, di isolamento e di espiazione, di passaggio, di sospensione storica e di attesa (ad es. il vecchio “Ben”, Obi-Wan Kenobi, in “Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza”); l’aridità del pianeta Tatooine, e le sue abitazioni povere, ricordano alcune zone della Palestina ai tempi di Gesù il Nazareno; l’Impero Galattico di Darth Sidious è molto simile all’Impero romano di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto; Coruscant è come Roma caput mundi, o sarebbe meglio dire caput universi, con tanto di Senatus Populusque Romanus in versione galattica… Numerosi anche i riferimenti alla cultura religiosa cristiana: ad esempio l’organizzazione dei Cavalieri Jedi ricalca in molti punti quella monastico-spirituale di certi ordini religiosi cavallereschi (o religioso-militari) appartenenti alla nostra cristianità medievale (anche se le spade laser dei Jedi ricordano di più le katana, le tradizionali spade giapponesi utilizzate dai samurai). L’obiettivo di George Lucas non è stato certamente quello di riproporre in chiave science fantasy la storia contenuta nella Bibbia (lo dimostra il fatto che nella saga convergono, come già ricordato, più elementi eterogenei, non solo di natura biblica, provenienti da culture e tempi differenti, e da fonti letterarie e cinematografiche differenti), ma di sicuro ha, per così dire, “preso in prestito” alcuni elementi di origine biblica. Il più importante dei quali è contenuto nel primo film della trilogia prequel intitolato “Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma” che, come gli estimatori della saga sanno, affronta in maniera approfondita, a distanza di circa vent’anni dalla proiezione nei cinema degli episodi IV, V e VI, i fatti “storici” e le vicissitudini personali dei protagonisti che sono alla base delle avventure descritte di seguito nella cosiddetta “trilogia originale”.AnakinShmi
In “Star Wars Episodio I” la madre del piccolo Anakin Skywalker, Shmi Skywalker, confida al maestro Jedi Qui-Gon Jinn che Anakin non ha un padre, che il suo concepimento è stato un inspiegabile miracolo, frutto presumibilmente della cosiddetta Forza, un’energia onnipresente che pervade e sostiene l’intero universo, e ad opera dei midi-chlorian di cui si dirà tra breve. La scienza ha fornito un nome poco romantico a questo fenomeno presente in natura tra alcune piante e animali: partenogenesi, ovvero riproduzione verginale, quando lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
Dice Shmi:

<<Non c’è stato un padre.
Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto.
Non so spiegare cos’è successo…>>

Questo evento straordinario non può non richiamare alla mente il dogma religioso, citato nella Bibbia, riguardante il cosiddetto concepimento verginale di Gesù da parte di sua madre Maria, scelta da Dio per mettere al mondo il proprio tumblr_m50xvc0XXf1rpl92qfiglio. Le differenze tra i due concepimenti, a ben vedere, sono irrilevanti (i recenti avvicinamenti, confermati più dalla scienza che dalla religione, tra spiritualità e meccanica quantistica ci suggeriscono un’interessante indistinguibilità tra il concetto di “divinità” tipicamente intesa e quello di energia “intelligente”): in entrambi i casi le cause del concepimento, in un certo modo, sono “conosciute”. Il Dio degli Ebrei e la Forza nella saga di “Star Wars” sono punti di riferimento insostituibili nella concezione dell’universo e comunemente accettati. Nel caso della Forza, però, interviene anche una sorta di spiegazione scientifica a supporto della struttura mistica che caratterizza la fede dei Cavalieri Jedi: i midi-chlorian, forme di vita microscopica che vivono intumblr_inline_mzm5ltF1sj1r2ai2c simbiosi all’interno delle cellule di tutti gli esseri viventi e che permettono la percezione della Forza, come se fossero una specie di ponte tra gli esseri viventi dell’universo e la Forza stessa, la connessione tra la mente di un individuo e la Forza. I mistici di tutte le religioni del nostro mondo, non possedendo i midi-chlorian inventati per la saga di “Star Wars”, hanno dovuto affidarsi ad altri “ponti”, sviluppando altre facoltà spirituali meno fantasiose ma altrettanto portentose. In comune tra i Cavalieri Jedi e i nostri mistici vi è l’annullamento del pensiero in favore della percezione. Come insegna il maestro Qui-Gon Jinn ad Anakin:

<<Senza i midi-chlorian non esisterebbe la vita, e noi non saremmo consapevoli della Forza. In ogni istante essi ci parlano, comunicandoci il volere della Forza. Quando imparerai a placare la mente, sentirai che ti parlano.>>

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Tempesta solare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 9 gennaio 2014 by Michele Nigro

Vento-solare

Una macchia

compare sul volto della divinità

brillamenti, moniti dall’infinito

disturbano

la gloriosa esistenza del piccolo uomo.

Effetti cosmici

sull’umore tecnologico di scimmie evolute

e radiazioni

sulla pelle elettrica della civiltà.

Navigo a vista in un mare di plasma

tra uragani magnetici

e aurore colorate di morte.

Eruzioni stellari di energia

provocano

un blackout dell’orgoglio mammifero,

il delirio di onnipotenza

devia la sua rotta.

La Festa della Filosofia 2013: Pensare il Pianeta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 6 aprile 2013 by Michele Nigro

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Il Prometheus di Ridley “Scottex”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2012 by Michele Nigro

Il Prometheus di Ridley “Scottex”

(10 piani di morbidezza fantascientifica)

Gridava Nanni Moretti nel film “Aprile”: <<Osate! Levate la macchina da presa dal cavalletto e osiamo stilisticamente: vai con la macchina a mano tra i manifestanti…>>. Mentre esco dalla sala 1 del cinema dove hanno appena finito di proiettare in 3D il tanto atteso “Prometheus”, giungo drasticamente alla conclusione che il blasonato regista questa volta non ha osato. Ridley Scott verrà ricordato per altre cose, ne sono certo. Così come avviene in letteratura, anche nel mondo del cinema le vere idee rivoluzionarie capitano una volta ogni quindici o addirittura trent’anni: tutto quello che viene prodotto nell’intervallo temporale tra due idee rivoluzionarie non è nient’altro che il riverbero consumistico della penultima idea. Risultato di un sapiente lavoro di copincolla che può stupire solo chi è, riferendomi al film di cui sopra, fantascientificamente vergine.

Già negli anni ottanta in una diffusa pubblicità riguardante una marca di televisori l’attore affermava: “Noi siamo scienza, non fantascienza!” Come a voler dire che nella fantascienza i contenuti non valgono, l’importante è stupire con effetti speciali per soddisfare il bisogno di evasione del telespettatore medio. Evadere per non pensare, facendo leva sulla mancanza di memoria degli appassionati del genere. O almeno così credono in tanti.

Un po’ di Alien, un po’ di Visitors… Un po’ di Stargate, un po’ di Contact… Se Ridley Scott fosse vissuto nel medioevo, probabilmente lo avrebbero messo a costruire mosaici in qualche cattedrale. “Meglio essere morbidi e accontentare tutti i palati” si sarà detto il regista britannico. Voglio essere onesto: il film mi è piaciuto, non è stato sgradevole. Ma tornando a casa non mi sono attaccato al computer, come durante una notte insonne a causa dell’entusiasmo innescato dalla visione di un grande film, per cercare notizie e approfondimenti su una storia che è già stata scritta e disseminata in precedenti opere cinematografiche.

Inflazionato è l’accostamento tra la scoperta archeologica e la conseguente missione in angoli sperduti dell’universo come è già accaduto in Stargate o addirittura in 2001: Odissea nello spazio; abusata è l’idea dell’invito alieno (o presunto tale) a raggiungere altri mondi o della difficile convivenza, a volte, tra fede religiosa e scienza: vedi Contact di Zemeckis; unte e bisunte le scene di esseri mostruosi che spuntano fuori dalla pancia dei malcapitati, in stile Alien (il vero capolavoro del nostro regista che, come si dice in questi casi, fece epoca); riciclata la presenza dell’androide David che ricorda in maniera spudorata i meno attraenti Ash e Bishop di Alien. Peter Weyland, l’anziano presidente della Weyland Corporation, ricorda per certi versi l’eccentrico finanziatore, il signor Hadden, del film Contact.

[SPOILER] Abbiamo le scatole piene del sacrificio estremo e doveroso da parte di un singolo o addirittura di un intero equipaggio eroico e altruista (vedi Armageddon e molti altri film con “sacrificio finale” per salvare questa cazzo di Terra che non so fino a che punto meriti di essere salvata!); non offre niente di nuovo il mostricciattolo simile all’Alien di Carlo Rambaldi dell’ultimissima scena, anche se giustificato dal fatto che inizialmente s’era pensato di fare con Prometheus un prequel di Alien. Ricorda troppo la scelta finale del Jim McConnell di Mission to Mars la partenza della dottoressa Elizabeth Shaw a bordo di un’astronave aliena, non più alla ricerca della verità sulle origini dell’umanità ma sul perché dell’odio degli Ingegneri nei confronti del genere umano (è un po’ come se un gay andasse da solo a chiedere in una tana di naziskin il perché del loro odio nei confronti dei diversi). Lasciando così intravedere la possibilità di un sequel. [fine SPOILER]

I personaggi sono dotati di scarso spessore: quasi insignificante, direi passivo, quello di Meredith Vickers, pur essendo interpretato dalla bellissima Charlize Theron; mentre è assolutamente improponibile un paragone tra la “tosta” Sigourney Weaver e la “dolce” Noomi Rapace. Alla fine il personaggio più interessante è sicuramente l’androide David, anche se il suo comportamento ambiguo, oscillante tra l’obbedienza all’uomo, suo “creatore”, e il rispetto di ordini impartiti dal vero proprietario dei suoi circuiti, ricorda troppo quello del computer HAL 9000 del 2001 di Kubrick.

Insomma dove sono le idee nuove? Forse sono rimaste seppellite sotto tonnellate di effetti speciali e nessuno ha più la forza e l’energia mentale di scavare, per cercarle.

Un paio di consigli: evitate gli “ingegneri”, soprattutto quelli terrestri, e smettetela di interpretare tutti i “disegnini” che trovate nelle caverne! Può darsi che vi vengano nuove idee…

Saluti da Marte!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 agosto 2012 by Michele Nigro

Sorseggiando un caffè, comodamente seduto davanti allo schermo del mio pc, osservo le prime foto inviate dal rover “Curiosity” e provenienti dalla superficie del lontano pianeta rosso, meglio conosciuto come Marte. Le immagini del quarto pianeta del sistema solare non sono una novità: già altre sonde e altri robot, durante passate missioni, hanno inviato scatti suggestivi. A dir poco commovente e trasudante romanticismo è, ad esempio, la foto di un tramonto marziano inviata dal rover Spirit nel 2005.

L’immagine (non importa se a bassa o ad alta risoluzione), più di ogni altro freddo dato strumentale di tipo numerico, è in grado di creare un contatto reale e immediato tra ciò che sembra impossibile e lontano, e la nostra quotidianità apparentemente scontata e conosciuta. L’immagine non ha bisogno quasi mai di interpretazioni: un tramonto è un tramonto, una roccia è una roccia, la polvere è polvere anche su altri mondi. Un tempo, quando le cartoline spedite dai luoghi di vacanza, prima dell’avvento dei videofonini e degli mms, andavano ancora di moda, i parenti costretti a rimanere a casa ricevevano, con tanto di firma e di eventuale post scriptum, la prova tangibile e inconfutabile della nostra presenza nel luogo desiderato e raggiunto. Come a voler dire “Eccomi arrivato!”, “Sto bene!”, “Vedi in che posto mi trovo?”, “Il viaggio è andato liscio!”…

Prima dell’era delle esplorazioni spaziali l’immaginario collettivo si nutriva di descrizioni fantasiose ed esagerate partorite dalla penna di alcuni audaci scrittori di genere: fu anche grazie a questi voli pindarici se la scienza riuscì in certi casi a trovare la forza e le soluzioni giuste per superare determinati punti oscuri. La fantasia spesso ha suggerito forme, sistemi, idee: la tecnologia ha creduto di saper trovare una serie di risposte dal nulla, ma anche l’immaginario di inventori e costruttori era già stato precedentemente inseminato dai fotogrammi mentali di pochi folli visionari dediti alla scrittura e all’arte del disegno. Tutto ciò è durato fino a quando la scienza non ha cominciato ad accumulare dati e tra questi una serie corposa di immagini provenienti dai nuovi mondi scoperti ed esplorati. Da questo punto in poi è stata la realtà visiva, corroborata dai dati strumentali, che ha cominciato a nutrire (e a correggere) la fantasia. C’è stata come una sorta di scambio di favori tra la realtà oggettiva e la fantasia.

Nelle foto inviate dal rover “Curiosity” non troviamo traccia del pianeta Marte descritto da Ray Bradbury nella sue “Cronache marziane” o nel film “Atto di forza” di Paul Verhoeven. Il pianeta immortalato dai robot della NASA è un pianeta “nudo”, deprivato della fantasia popolare e delle sovrastrutture immaginifiche di cui avevamo bisogno negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo. La realtà è questa: prendere o lasciare! E noi prendiamo. E nell’accettare questa realtà “resettiamo” la nostra fantasia per ricalibrarla in base a nuove esigenze scientifiche, per assecondare nuovi parametri di ricerca: non più marziani verdi con gli occhi sulle antenne ma “semplici” molecole organiche; non più città sotterranee appartenenti a civiltà estinte ma gas e acqua… L’esperienza di “Curiosity” continuerà a ridisegnare un nuovo metodo induttivo da applicare alla planetologia: l’umiltà dei particolari fisico-chimici quasi impercettibili contro l’illusione letteraria di popolazioni extraterrestri già belle e pronte per il primo contatto. La cultura d’evasione si trasforma in fantasia controllata e scientificamente coerente.

Eppure lo scrittore, a differenza dello scienziato che analizza dati in maniera rigorosa e su di essi basa ogni tipo di conclusione, si accontenta di poco per ripartire: la sua “subcreazione da scrittoio”, facendo leva sulla visione di una catena di montagne marziane o di una landa sassosa priva di vegetazione, ridona vitalità a una fantasia apparentemente sottomessa e silenziosa. E a quel punto gli basterà poco. Basterà la notizia della presenza di acqua su Marte per ritornare a immaginare oceani, per riabitare foreste e ridiscendere fiumi, per concepire forme di vita senzienti nascoste tra le colline, per trasformare il semplice silenzio inorganico in un complesso rumore biologico; sarà sufficiente il rilevamento di un composto organico nel suolo per reinventare esistenze scomparse e per ritornare finalmente a raccontare storie.

Buon lavoro “Curiosity”!

L’oasi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio 2012 by Michele Nigro

Fu durante il tramonto del terzo sole, mentre già sorgeva il successivo astro, più piccolo e meno caldo, che lui le chiese, in preda a un’agitazione adolescenziale, di sposarlo.

Quando si è gli unici sopravvissuti di una popolosa colonia umana su un pianeta disabitato e lontano milioni di chilometri dalla Terra, certe ansie da prestazione sentimentale dovrebbero essere spazzate via come granelli di polvere ferrosa durante una tempesta di vento elettromagnetico. Che senso aveva quel suo bisogno di regolarizzare un rapporto, l’unico possibile, già ampiamente sperimentato? Che senso aveva celebrare un matrimonio – e soprattutto ‘chi’ o ‘cosa’ lo avrebbe celebrato? – in quella landa creata e in seguito dimenticata dallo stesso Dio? Che significato aveva la parola ‘matrimonio’ in quel posto?

Eppure lui in quel momento si sentiva come l’unico concorrente umano di una gara cosmica a cui avrebbero partecipato migliaia di specie aliene e lei doveva apparire ai suoi occhi come il premio di un’ironica estrazione voluta dal caso e da una morte ignota che aveva decimato il resto della comunità.

Lei rise di gusto. Le donne sono brave a smontare le aspettative degli uomini su qualsiasi mondo. Lui l’assecondò facendo finta di aver scherzato e rise con lei. Non poteva fare altro e in fin dei conti la sua era stata un’idea stupida.

Perché loro erano sopravvissuti? Avevano cercato insieme una spiegazione scientifica, ma senza trovare una risposta soddisfacente e sperimentabile: forse il concetto di evoluzione, applicato per secoli nei ristretti confini terrestri, doveva essere finalmente ampliato e confrontato con l’esperienza colonizzatrice nei nuovi mondi. Loro due erano destinati a rappresentare l’anello successivo e geneticamente resistente di una sorta di “darwinismo extraterrestre” non del tutto compreso. Ancora una volta il cosiddetto ‘caso’, lo stesso che molto probabilmente aveva innescato la vita sulla Terra milioni di anni prima, stava determinando, in quell’angolo sperduto di universo, l’ironica sopravvivenza di quei giovani umani, fecondi e sessualmente attivi: un uomo e una donna.

– Che fai stasera? – chiese lui sorridendo sarcasticamente.

– Mi prendi in giro? – rispose stupita lei, facendo finta di non conoscere quel gioco.

– Sì! – si arrese subito lui, sapendo di non brillare per originalità.

– Se non fa niente in tivù – riprese lei per non scoraggiarlo – credo che berrò il mio succo di ananas sintetizzato e andrò a letto.

– La tivù? Scherzi? Abbiamo rivisto il database filmico in dotazione alla colonia per ben centotrentaquattro volte; ho controllato sul computer l’altro giorno…

– Perché fai questi controlli così frustranti? Lo sappiamo tutti e due che non esiste un Blockbuster alieno nella zona, e che dovremo sorbirci gli stessi identici film per chissà quanto tempo ancora!

La giovane donna aveva ragione e lui si sforzò di non pensare, al di là del dormire, all’unica alternativa possibile alla proiezione di un film. Cercò con tutte le sue forze di non incrociare lo sguardo di lei, di non pensare al suo corpo. Lo stesso, che conosceva bene.

– Lo so a cosa stai pensando! – disse all’improvviso la ragazza, prendendo il suo viso tra le mani – Vuoi fare sesso?

– Ma no… Ecco… Io! – rispose lui in maniera impacciata divincolandosi dalla presa. Come se fosse un fanciullo inesperto. Come se non l’avessero già fatto innumerevoli volte. Come se lei fosse una nuova ragazza conosciuta poche ore prima in qualche club immaginario.

– Dovrai prendermi, però! – disse lei scattando in piedi e correndo velocemente fuori dal rifugio.

– Ci risiamo! – sussurrò lui rassegnato. Ogni volta era così: neanche la donna brillava per originalità. L’avrebbe voluta tradire. Già, ma con chi? Con le rocce? Con le spinose femmine di Xannipedi? Con un ologramma?

Lei era già montata sul suo scooter magnetico e aveva acceso i circuiti. Il casco in testa e una risatina maliziosa all’indirizzo dell’unico maschio della specie umana presente sul pianeta. Non esisteva il rischio di un equivoco. La meta della fuga ‘eccitante’ era sempre la stessa, decisa ovviamente da lei: l’oasi di Gebrissan, nella vicina valle di Odrina. Lì dove, molto tempo prima della loro nascita, erano atterrati i primi coloni provenienti dalla Terra. L’avrebbero fatto lì, come sempre: quasi come un inconsapevole rito di continuità tra il passato storico e un futuro che tardava a manifestarsi. Puro sesso da offrire in offerta a quel mondo che li ospitava senza ucciderli, sull’altare dell’amore universale.

– Farlo comodamente nel letto del rifugio come i nostri antenati, no… eh? – chiese l’uomo invano mentre il sibilo dello scooter di lei in partenza copriva la sua domanda da perdente. Compiere tutti quegli sforzi e quei chilometri per una donna che già aveva conquistato. Perché?

Forse anche lei avvertiva il bisogno di sentirsi parte di una competizione, di illudersi di essere il premio in palio di una gara inesistente. Di essere la sorprendente novità di quel luogo, la preda da desiderare e catturare. Lui l’assecondava, ma ogni volta sempre più lentamente: sapeva che non avrebbe trovato traffico nella distesa infinita che separava la colonia dall’oasi e soprattutto sapeva dove sarebbe andata la nuova Eva di quel pianeta bizzarro. Montò con calma sul suo scooter, attivò il motore e senza fretta predispose la consueta rotta per l’oasi nel navigatore del pilota automatico.

Questa volta non avrebbe spruzzato il solito spray sotto la lingua; non avrebbe preso alcun tipo di precauzione.

– Al diavolo la morte! Al diavolo il futuro! – gridò nella sua testa.

Era stanco di essere solo; era stanco di rincorrere sempre la stessa persona, nello stesso modo, nella stessa direzione. Avrebbe voluto seguire le tenere tracce di una nuova vita. Avrebbe voluto vedere un nuovo film insieme alla sua compagna.

Lui premette sull’acceleratore dello scooter e lasciò indietro i pensieri sul futuro anomalo e incerto di quel frammento di umanità dispersa. E sul perché la donna avesse dimenticato il suo spray sul tavolo. Di nuovo il ‘caso’ o una necessità non dichiarata?

Il pianeta fino a quel momento li aveva risparmiati: doveva esserci un senso in quella sopravvivenza, un progetto che andava oltre la noia, oltre la solitudine, oltre il numero due.

L’avrebbero fatto di nuovo lì; l’avrebbero fatto nell’oasi in ricordo dei Padri. E forse un giorno non sarebbero stati più soli.

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