Archivio per pittura

“Frequenze Poetiche” n.9 – maggio 2018

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 luglio 2018 by Michele Nigro

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Giorgio Moio, poeta, saggista, critico letterario, editore, m’informa della presenza sul n.9 di “Frequenze Poetiche”, rivista di poesia internazionale ed altro, del mio scritto semi-autobiografico intitolato “1978 – 2018: comunicato n.7”, lievemente ri-editato per l’occasione dalla redazione di FP. Al di là del personale contributo, trattasi di un numero ricco e interessante, come si può evincere dall’indice. Buona lettura!

Segue come da comunicato:

INDICE

POETI – SCRITTORI – DONNE E UOMINI ILLUSTRI DEL PASSATO
– Maria Farina, Eleonora Duse…………………………………. p. 5

POETI DA RICORDARE
– Octavio Paz, Henri Michaux: viaggio nell’abisso………….. ” 9

CRITICA LETTERARIA & D’ARTE
– Antonio Sacco, Relazione tra poesia e pittura…………. ” 17
– Javier Josè Rodriguez Vallejo, Baudelaire una lucie’rnaga que illumina una biblioteca de Arteaga……………………………………………………………………………………….. ” 22

POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA
– Leopoldo Attolico, La musica è finita………………………………………… ” 27

POESIA STRANIERA CONTEMPORANEA
– Carlos Vitale, Jornada y otros poemas…………………………………….. ” 31

POESIA VISUALE – SCRITTURE ASEMANTICHE – ARTI VISIVE
– Carlo Bugli, Senza titolo………………………………………………………….. ” 25
– Fabio Strinati, Quattro musiche visuali………………………………………. ” 31

PROSA – AFORISMI – HAIKU
– Michele Nigro, 1978 – 2018: comunicato n.7…………….. ” 40

RIVISTE DI LETTERATURA
– Raffaele Giglio, «Critica Letteraria». Una rivista
napoletana………………………………………………………………. ” 53

DISCUSSIONI & INTERVISTE
– Giorgio Moio, Intervista a Marco Palladini…………………. ” 61

LETTURE & RILETTURE
– Alfonso Amendola, Della feroce limpidezza in
Bruno Di Pietro…………………………………………………………. ” 71
– Francesco Aprile, La fiera degl’inganni di Giorgio Moio…………………….. ” 73
– Marilena Cataldini, Riflessioni al varco di un cancello……………….. ” 75

MOSTRE D’ARTE – EVENTI – NOTIZIARIO ………………… ” 78

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3 poesie per “Liburni” n.49

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio 2018 by Michele Nigro

Le poesie “Eros e Thanatos”, “Živago” e “Chair à canon” sono state pubblicate sul n. 49 (pag. 23) di “Liburni” (Open Space Arte e Cultura, anno 6 – gennaio 2018, CTL editore, copia cartacea euro 7).

Per leggere la versione on-line OMAGGIO: qui

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Marc Chagall a Cava de’ Tirreni (Salerno)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2015 by Michele Nigro

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(FONTE DELLA NOTIZIA)

È dedicata all’opera grafica di uno dei grandi protagonisti dell’arte del XX secolo la Mostra Marc Chagall. Segni e colori dell’anima in programma al MARTE di Cava de’ Tirreni (Salerno) dal 29 marzo al 28 giugno 2015. Un’esposizione volta a restituire tutta la poetica del fortunato incontro tra la forza del segno e del colore dell’artista bielorusso con le tecniche della stampa d’arte, tra il simbolismo e gli archetipi del suo vocabolario pittorico con i temi delle favole e del messaggio biblico. Affiancata da diverse iniziative collaterali e da un’accurata proposta di visite combinate in itinerari turistici tematici, la Mostra, che gode del patrocinio del Consolato Onorario della Repubblica di Bielorussia a Napoli, della Provincia di Salerno e del Comune di Cava de’ Tirreni, è stata resa possibile grazie al sostegno dei Main Sponsor EAST, Tecnocap, Centro Commerciale Naturale di Cava de’ Tirreni e al contributo di Arti Grafiche Boccia e di altri sponsor privati, ed è promossa dal MARTE Mediateca Arte Eventi, centro culturale pulsante votato alla multidisciplinarietà, modello esemplare di recupero e riconversione  di un sito storico in chiave contemporanea.
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Pleasantville: una vita a colori o in bianco e nero?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 marzo 2013 by Michele Nigro

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Che cos’è che dona colore alla vita? Quali e quanti colori abbiamo a disposizione? Siamo consapevoli del nostro colorito inespresso o crediamo di dover vivere solo in bianco e nero perché così c’è stato detto? C’è sempre un fattore scatenante che cambia le carte in tavola, creando nuove sfumature esistenziali. Ma sappiamo riconoscerle, accettarle, coltivarle? Non sempre: spesso abbiamo bisogno di un aiuto esterno, di un occhio straniero, di un germe “alieno” capace di alterare la consuetudine della quotidianità. E poi chi stabilisce le regole? Noi e il nostro gnosticismo o una forza che per comodità definiamo “superiore”?

Nel film “Pleasantville”, diretto da Gary Ross, viene riproposta in salsa nostalgico-maccartista la versione anni cinquanta del Mito della Caverna di Platone: similmente alle ombre interpretate come reali dai prigionieri della caverna, gli abitanti di Pleasantville credono fermamente nella loro realtà in bianco e nero. Solo i sentimenti e le forti emozioni vissute sulla propria pelle possono dare colore alla vita: l’apparente perfezione in cui molti credono di vivere è rappresentata da una triste e misera scala di grigi di cui ci si accontenta perché il colore non è conosciuto. E non possiamo desiderare ciò che non conosciamo: possiamo, nella migliore delle ipotesi, solo intuire l’esistenza di un’altra condizione, anche se la vera e propria conoscenza avviene grazie a dei precisi eventi. La liberazione dalle catene può verificarsi facendo fede sulle proprie forze culturali e spirituali o, come nel film, per mezzo di elementi scatenanti provenienti dall’esterno, da mondi non esplorati: quando questo accade gli oggetti e le persone si colorano magicamente, mostrando una realtà non contemplata. Il confronto e l’esperienza scardinano i nostri schemi, alterano la sequenza delle azioni, stimolano il potenziale inespresso, inducono a fare domande del tipo “Che cosa c’è fuori Pleasantville?”, e i colori creano una salvifica imperfezione cromatica non accettata da tutti e scambiata per una malattia passeggera: mentre alcuni attendono inconsciamente la trasformazione-liberazione e l’accolgono con gioia e curiosità, altri reagiscono violentemente alla diversità, al cambiamento, alla comparsa del colore: “meglio in bianco e nero che a colori”, parafrasando il noto motto anticomunista del periodo maccartista “Better Dead than Red”.

Pleasantville è la classica cittadina statunitense degli anni ’50, somigliante per certi versi alla città lineare di Paul Di Filippo e al mondo artificiale di The Truman Show, un perfetto modello di recitazione sociale, di semplicità, benessere, bellezza e cordialità, di esistenza equilibrata e sana: l’unico modo per vincere la “guerra fredda” prima che si riscaldi, per rispondere in maniera efficace alle minacce esterne anticapitaliste e ai disvalori veicolati dal comunismo, è quello di creare una società omogenea, conformista, priva di dubbi, sicura nella sua programmata ignoranza, fondata su principi incorruttibili, distratta e felice.

Pleasantville è il modello culturale vincente di un’America che, forse, non esiste più o esiste in altro modo: qualsiasi alterazione di questo equilibrio non è gradita. C’è chi intravede in questo schema piatto un’isola felice (nostalgia di un’epoca mai vissuta?), un rifugio inventato per non soffrire, presso cui smaltire le insoddisfazioni della realtà degli anni ’90: come accade al protagonista David Wagner (proiettato in Pleasantville nei panni di Bud Parker) interpretato dall’attore della porta accanto Tobey Maguire. La sorella, la “traviata” Jennifer Wagner (Mary Sue Parker), proveniente da un presente eterogeneo, ricco di opportunità e di libertà, quando si accorge di essere prigioniera della sitcom in bianco e nero intitolata “Pleasantville”, sbraita in direzione del fratello: “Noi dovremmo essere a casa! Dovremmo essere a colori!” Anche per chi proviene da una realtà vivace (per non dire nevrotica) come quella del ventesimo secolo in cui nulla sembra riuscire a stupire i giovani vaccinati e maliziosi, il cambiamento risulta traumatico. E non sempre l’involuzione è vissuta come un’occasione di purificazione e di ritorno a un’esistenza lineare e più ordinata. Anche se le sorprese e le scelte impreviste non mancano: il piacere della scoperta di spazi interiori inesplorati, il raccontare (o inventare) una storia come atto creativo, la lettura di un semplice libro in un mondo in cui la televisione e internet non hanno ancora preso il sopravvento, possono fare breccia nell’anima sbarazzina di una adolescente dei nostri giorni e nei giovani acerbi di un luogo che non esiste.

Il colore che irrompe in Pleasantville (e che qualcuno tenta di coprire sotto uno strato di trucco grigiastro) è anche il colore della mente, della cultura, dell’arte visiva che educa al bello, dei piaceri sessuali quali elementi fondamentali dell’esistenza, del sapere proveniente dalla lettura che fa scoprire mondi ed esistenze infinite e senza limiti geografici. È la scoperta del sapore di cose nuove: come nella scena, presa in prestito dal paradiso terrestre del libro della Genesi, in cui una ragazza offre a Bud Parker una mela appena raccolta, senza la perenne persecuzione del peccato. La conoscenza prima del dogma!

I libri, elementi eversivi e destabilizzanti, saranno bruciati dagli abitanti conservatori e inferociti che, ancora prigionieri della loro condizione in bianco e nero, riconoscono nella lettura e nell’arte in generale i sintomi di una pericolosa metamorfosi: e il pensiero corre verso il “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e la notte dei cristalli della Germania nazista, lì dove la “paura del colore” e il pregiudizio si trasformano in violenza. La piacevole cittadina americana dove non piove mai, non scoppiano incendi e dove i water non esistono, conosce così il razzismo, l’intolleranza, la segregazione (i “colorati” non possono sedere accanto ai normali, a quelli in bianco e nero), perdendo la propria verginità ideologica e sentimentale. Le rivoluzioni, anche quelle culturali, all’inizio esigono un prezzo da pagare. E solo gli audaci sono capaci di colorare le proprie esistenze.

Gli ingenui abitanti di Pleasantville – diretti ormai verso una colorata consapevolezza – ricevono in dono i colori e l’interruzione delle abitudini; anche i due ragazzi provenienti dagli anni ’90 escono trasformati da questa esperienza fantastica: riscoprono valori dimenticati e potenzialità da un angolo visuale assolutamente inatteso e surreale. Anche loro, come gli abitanti di Pleasantville, devono compiere un cammino interiore per la conquista del colore.

Dedicato a chi sta dimenticando di colorare la propria vita.

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Memorie e apologie

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2011 by Michele Nigro

<<La trattazione della figura storica di Hitler spesso suscita polemiche accese: mi riferisco alla proiezione del film “La caduta”, riguardante gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino e da molti considerato come un’opera che umanizza il Führer, e alla più recente ‘discussione’ suscitata dalla professoressa Angela Pellicciari che ha scelto di adottare il testo scritto da Hitler – “Idee sul destino del mondo” – nel liceo romano Lucrezio Caro. Lei non crede che, per agevolare la crescita di una coscienza storica matura e consapevole da affiancare alla Memoria, si debbano consentire anche la lettura e la visione di tale materiale?

Anche io da ragazzo ho sentito il bisogno di leggere il “Mein kampf” di Hitler. Però io possedevo già gli strumenti per capire quel libro, gli stessi strumenti utilizzati per leggere, in seguito, i “Protocolli dei Savi di Sion”. Ciò che mi lascia perplesso di questa “professoressa” è la mancanza, da parte sua, della necessaria cultura scientifica nel valutare il testo. Chi insegna sa benissimo che un libro così pericoloso, senza un apparato critico, dato in mano a degli innocenti, a persone non consapevoli e non dotate di una cultura tale da poter affrontare la drammaticità di quel testo, può causare grossi danni. Non solo la mancanza di scientificità, mi preoccupa, ma addirittura questa professoressa ha scelto una versione con l’introduzione di un noto neofascista di Ordine Nuovo, implicato nelle famigerate stragi dell’Italia degli anni ’70: Franco Freda.
Oltretutto la scuola presso cui insegna aveva invitato il mio amico deportato Piero Terracina e la professoressa non si è presentata, giustificandosi dicendo che soffre molto quando sente le testimonianze della Shoah e quindi, per non soffrire, ha preferito non esserci. La vicenda si commenta da sé.>>

(tratto da Intervista a Georges de Canino “Nugae” n.9/2006)

Un giorno ad Aliano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 aprile 2010 by Michele Nigro
[…] <<Solo l’animo sensibile dell’artista poteva convertire la punizione del confino in un’occasione di crescita umana. La vera opera d’arte compiuta da Carlo Levi consiste, infatti, nell’aver trasformato la desolazione naturale in risorsa pittorica; la mancanza di linguaggio, sostituita da antichi gerghi, in poesia; il silenzio arcaico e rassegnato in discussione spirituale e politica; l’immobilità storica in confronto dinamico; l’apparente abbandono in stimolo alla comprensione antropologica del prossimo. Trasforma quel “…dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose…” in ispirazione artistica. Riesce a sopportare il proprio confino durato 8 mesi ed 8 giorni, perché si rende conto di essere capitato in un luogo i cui abitanti sono al confino da sempre, da millenni!>> […]
Per leggere l’intero articolo: ungiornoadaliano
Vallejo & Co.

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