Archivio per pregiudizio

Devozione

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 maggio 2014 by Michele Nigro

pope

Durante la caduta annulli le decisioni dell’io

ti senti più forte nel gregge e affidi l’incerto domani

alle cure di una balsamica illusione.

Psicologie da stadio prescrivono

volontà diluite nella corrente del gruppo,

la mentalità della folla

rende indolori le ferite del misero.

L’anestetico fornito fin dalla nascita

alleggerisce le fatiche del cammino terreno,

l’individuo giace assonnato e felice

nell’utero della chiesa metropolitana.

Una parte di te lo sa! Sei vero solo al di fuori del rito,

il pensiero come sabbia nell’ingranaggio liturgico

interrompe l’emozione collettiva

delle madri fasciste in processione.

Eserciti devoti e ipnotizzati

si dirigono ciechi e con passo orante

verso le terre di un eretico silenzio da estirpare.

Identifichi il tuo stare al mondo

con guerre sante pensate dai pastori della carità,

nessun dubbio può sminuire l’ereditata appartenenza

al progetto superiore, liquido amniotico per uomini mai nati.

Partecipi dubbioso al dolore rappresentato

sugli altari dello spettacolo sacro.

I corpi estranei della consapevolezza

banditi dall’oligarchia incensata

attendono sul sagrato della vita

il ritorno di una verità non rivelata.

Gli occhiali sono lo specchio dell’anima

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 maggio 2014 by Michele Nigro

Non perderò il mio tempo guardando i tuoi gesti finali

travestiti da vittoria

perché vedo dentro te gli errori di sempre,

fiumi di inutili parole e domande d’ufficio

per mettermi alla prova nel presente

su risposte già scelte all’inizio dei tempi.

Faccio economia sociale e mi proteggo.

Annullo gli occhi tra la folla nata cieca

dietro pezzi di vetro indifferenti, anonimo

trafitto da sentenze senza processi

crudeli immaginari collettivi senza pensiero.

Mi rassegno sorridendo in me,

la luce non è di questo mondo.

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A parte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 6 dicembre 2013 by Michele Nigro

Nelson_Mandela

La lunga pausa ha tracciato una linea nella terra

la scelta del lato è spontanea

naturale

evolutiva

necessaria.

Ignora l’odio e sollevati

la polvere dei sandali ha il suo peso.

Ritorna sui propri passi

solo chi non ama il cammino,

volta le spalle ed esci

dalle mura invisibili del giudizio.

“La calunnia è come un venticello…” di Raffaele Rago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2012 by Michele Nigro

Ripropongo un breve stralcio dell’articolo – tratto dalla rivista Eleaml“La calunnia è come un venticello…” di Raffaele Rago scomparso a luglio e ricordato dagli amici il 24 novembre 2012 durante una serata commemorativa presso le scuole “A. Gatto” di Battipaglia. 

La calunnia è come un venticello…

di Raffaele Rago

Quando gli studiosi di regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile.

Ricordo tutto questo con un senso di nostalgia e di tristezza, prima perché non c’è più il caro nonno, secondo perché sono passati tanti anni, terzo perché non si dice sempre la verità su avvenimenti che, finalmente, ai giorni nostri validissimi studiosi dell’”altra storia” stanno portando alla luce.

Aveva ragione il mio avo, quando sosteneva che, per utilità personale, molti non dicono realmente le cose come stanno. Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità.

Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855); si incrementò la marina a vapore che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione (1): quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mogiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia, che tranne il tracciato, non è più visibile.

Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti.

Chi perpetrò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo?

Chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti?

Chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio?

Chi eliminò gli alti forni di Mogiana?

Chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese?

Chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse Borboniche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi?

Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionali approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti).

Tra tutti quelli citati, il fatto più grave (dovrebbero tenerlo presente gli storici di regime) fu che per appropriarsi di tutto i Savoiardi diedero licenza di uccidere a Garibaldi e Bixio i partigiani di allora, dopo averli immelmati col nome di briganti.

E’ da tenere presente che il fenomeno del brigantaggio era ignoto sotto i Borbone (2) .

Non soddisfatti di aver dissanguato il Sud, i Savoiardi, unitamente agli inglesi Gladstone e Palmerston, ai “gentiluomini liberali lecca lecca” impiantarono una campagna diffamatoria, altrimenti non avrebbero potuto giustificare l’aggressione, perché fu pura aggressione, checché ne dicono gli storici di regime.

Ora la verità storica sta venendo fuori, perché non si ha più l’obbligo di incensare i Savoia e finalmente si può gridare tutto lo sdegno contro chi continua a parlar male del Sud, dopo averlo assassinato, bruciato e saccheggiato dal 1860 in poi.

E si continuano a chiamare oppressori i Borbone, i quali, nel loro Regno, ospitarono, nel 1852, inviata da Napoleone III, una commissione per studiare da vicino le leggi che già vietavano la tortura giudiziaria, la censura sulla corrispondenza privata e la prigione per debiti (3).

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Sentori

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2012 by Michele Nigro

Prologo a “Sentori”

 

Dall’etichetta di un profumo maschile:

“Una profumazione studiata per l’uomo metropolitano.

L’intensità dell’ incenso e del patchouli,

 la raffinatezza di legni e muschio:

un mix di energie che riflette la complessità

 di una vita moderna e attiva.”

 

 

Sentori

 

Sarà il deriso fiore

bagnato dal pregiudizio

a profumare le insperate notti

delle insoddisfatte mogli

nel tramonto.

Parrà un intriso cuore

d’intrecciato palmizio

per frantumare le errate sorti.

Pelle fredda di latte e germogli

che chiede il conto.

D’efficiente uomo metrò

t’impongono sentori

di ingannevoli studi.

Deprimente luogo retrò

dove sorgono sudori

su spregevoli nudi.

Muschiati legni

d’isterica complessità,

incensi senza chiesa

per cimici vincenti.

Raffinati segni

d’asfittica sensualità,

censi di una scienza arresa.

Energetici escrementi.

Puoi leggere la versione editata di questa poesia

nella raccolta “Nessuno nasce pulito”

Passi notturni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 4 aprile 2012 by Michele Nigro

 

Vento di frecce gelate

finestre chiuse per paura

lento come trecce legate

ginestre muse di calura.

Di giorno schivo traffico

gironi di bollette e calunnie

ritorno privo e mastico

bocconi di saette e paturnie.

Ma la notte, di notte

pregiudizi dormienti

mele cotte e ricotte

per più vizi e tormenti.

Ritrovo prospettiche perse

colonna sonora di passi

un rovo d’isteriche gerse

di donna che dimora tra sassi.

L’odio diventa pace.

(1° coro:“Materialismo hegeliano!”)

Podio di lenta brace.

(2° coro:“Onanismo freudiano!”)

 

Libero da sguardi, guardo

deserti angoli di libertà

suoni di fontana in lontananza

tuoni di lontana somiglianza.

Incerti trampoli di verità

albero di dardi. Io, bardo…!

Il tempo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 2 aprile 2012 by Michele Nigro

 

Inchiostro rosso riesumato

come sangue bollente

di un mostro grosso trascurato

che langue incoerente.

Sberleffi di gente morta

facili previsioni.

Sonori ceffi su mente corta

gracili ribellioni.

Una fede passiva

conta gli anni

occasione furtiva

un’onta d’inganni.

Io amai la goccia

per la pazienza viva

osservai la roccia

d’antica sembianza priva.

Coscienza e dolori

richiedono vendetta

la terra e gli odori

già odono la vetta.

Il mio nome è Khan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 gennaio 2012 by Michele Nigro

Dopo aver visto il film “Il mio nome è Khan” potrei cavarmela in maniera sbrigativa e snob dicendo semplicemente che si tratta della riproposizione in salsa bollywoodiana di un Forrest Gump dei giorni nostri o di un Rain Man hindi che invece di contare stuzzicadenti, s’incaponisce nel voler a tutti i costi incontrare il Presidente degli Stati Uniti d’America per confidargli una banalità. Potrei usare tutto il mio sarcasmo nel sottolineare che il regista o chi per lui ha sostituito la celebre frase di origine materna adoperata spesso e volentieri da Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa” con l’equipollente etico “al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle buone che fanno buone azioni e quelle cattive che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza”. Potrei dire che si tratta di un film sfacciatamente obamiano (e veltroniano). Potrei elencare le scene dolciastre e buoniste contenute in questo film… Certo, potrei. Ma non lo farò.

Non lo farò perché il messaggio in esso contenuto supera questi “difetti” di gioventù – è il quarto film come regista di Karan Johar – così come a essere superata è l’impostazione apparentemente ingenua di una trama che dopo un inizio romantico e bollywoodiano subisce una drammatica virata costringendo lo spettatore a riflettere su questioni etiche importanti e attuali: l’integrazione religiosa e culturale come valore e non come minaccia; il pregiudizio nei confronti dei musulmani all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e i maltrattamenti subiti in carcere da parte di chi è anche solo sospettato di terrorismo (forse un riferimento a Guantánamo e ad Abu Ghraib?); la necessità di continuare a dialogare e a non lasciarsi sconfiggere dall’odio e dalla rabbia…

La forza di questo film è la quest compiuta dal protagonista, il musulmano Rizwan Khan, affetto dalla Sindrome di Asperger ma che dimostra, a suo modo, di essere più intelligente e sensibile dei cosiddetti ‘normali’: una ricerca nata dal dolore e dalla disperazione ma che è destinata a un lieto fine ricco di amore e di speranza. Durante il viaggio riscopriamo insieme a Rizwan Khan quei valori per cui vale la pena vivere: la solidarietà, la compassione, l’amicizia, la dignità, la vera religiosità che non insegna la vendetta… L’utilizzo di una ‘mente semplice’ (un espediente piuttosto inflazionato ma efficace, sovente usato dal cinema: vedi appunto Forrest Gump, Rain Man, ma anche il Leonard di “Risvegli“, il Ligabue di Salvatore Nocita, ecc.) serve a fare breccia nella normalità dietro cui spesso nascondiamo le nostre nevrosi e i dubbi derivanti da un’esistenza insicura. La diversità di questi personaggi ‘speciali’ c’induce a non considerare la vita come un blocco granitico e perfetto: semplicità significa sapersi mettere in discussione e avere il coraggio di riprendere a camminare.

“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: come a voler ribadire con serenità e forza che si può essere ‘diversi’ (e il protagonista è ‘allenato’ fin dall’infanzia a incassare i colpi derivanti dall’incontro tra la sua personale diversità e il mondo ottuso) ma non per questo rappresentare un pericolo.

È vero: si tratta di un messaggio buonista ed edulcorato, forse anche ingenuo, ma siamo proprio sicuri che non ci sia bisogno di sottolineare per l’ennesima volta determinati concetti, dal momento che non stiamo dimostrando di fare grandi progressi dal punto di vista dell’integrazione? (Ogni riferimento alla componente leghista della nostra bella italietta politica è puramente voluto!). Durante certi periodi di crisi socio-economica, come quello che stiamo attraversando, non sono infrequenti i rigurgiti nazionalistici che facendo leva sull’insoddisfazione generale tentano di alterare il senso critico delle persone equilibrate. Restare lucidi è difficile: a volte veniamo messi alla prova e l’istinto di sopravvivenza sembra prevalere sulla cultura della condivisione. L’ingiustizia ci travolge anche mentre viviamo la nostra vita in maniera corretta e pulita. Il cammino personale (nessuno può insegnarci la solidarietà) comincia quando non vogliamo piegarci a certe logiche di massa, quando difendiamo la nostra e l’altrui identità culturale con dignità, senza cedere alla paura, all’intolleranza e soprattutto senza ricorrere alla violenza.

E il mio maestro mi insegnò…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 agosto 2011 by Michele Nigro

DeAmicis-prima

“… E il mio maestro mi insegnò che non è poi tanto difficile

trovare l’alba dentro l’imbrunire…”

Basta volerlo!

Recentemente il mio insegnante delle scuole elementari, il “mitico” maestro Carmine Senatore, originario di Altavilla Silentina (Sa), dottore in Geologia, docente di scuola primaria e in seguito professore di scienze naturali, chimica e geografia presso il Liceo Scientifico “E. Medi” di Battipaglia, mi ha fatto un regalo inaspettato…

Tornando da un viaggio ho trovato nella mia casella di posta elettronica una sua e-mail in cui diceva:

<<Trovato per caso in un vecchio quaderno.

Lo devi leggere, perché l’ho trascritto così com’era.

Se vuoi anche la pagina originale scritta a mano, te la mando.

Evidentemente lo space clearing non era stato effettuato bene.>>

Carmine

M.tro Carmine Senatore

La cosa in allegato che dovevo leggere era un suo giudizio nei miei confronti, in qualità di docente, emesso se non erro alla fine (o durante?) dei quattro anni scolastici trascorsi nella sua classe presso la Scuola Elementare “E. De Amicis” (nella foto in alto) di Battipaglia (Sa). Quattro e non cinque perché il primo anno lo frequentai a Pompei… Ma il perché di questa ‘deviazione’ è un’altra storia.
Tempo fa io e il mio maestro ci siamo incontrati in un bar di Battipaglia, dove entrambi ancora viviamo, per scambiare due chiacchiere e lui mi ha intimato dopo pochi minuti: “Dammi del ‘tu’: ormai non sono più il tuo maestro!” Un po’ difficile per me accettare la ‘nuova regola’, e non per una questione di rispetto reverenziale. Ma alla fine, con un po’ di sforzo, sono riuscito a chiamarlo Carmine e non più ‘maestro’.
Ecco il giudizio di Carmine proveniente direttamente dai nostri meandri mnemonici; come in una sorta di ‘glasnost‘ esistenziale, si riaprono gli ‘archivi’ relativi al cantiere di un’infanzia per riscoprire chi siamo, dove saremmo potuti andare e dove effettivamente stiamo andando:

Alunno: MICHELE NIGRO

“Originale e personale risalta per originalità costruttiva. Riesce a mettere a punto i testi liberi in forme coerenti, partendo dagli aspetti globali, per giungere a quelli particolari: ciò dimostra che possiede una notevole coerenza sia sul piano logico sia su quello linguistico-espressivo. Nelle attività di tipo pittorico-espressivo si esprime in forme creative, soprattutto nell’uso originale del colore e con evidenti note artistiche.

Amico di tutti, si distingue per cortesia e gentilezza. Sente la disciplina e l’accetta sempre di buon grado. Il livello di maturazione raggiunto da Michele è senz’altro notevole. La sua produzione linguistica è abbastanza corretta e chiara. Legge in modo scorrevole, con buona espressività, intendendo bene ciò che legge se non incontra termini nuovi e per lui sconosciuti. Ha una notevole capacità espressiva; a livello grafico-pittorico sa rappresentare il mondo con ricchezza di particolari, con tratti sicuri e facendo buon uso del colore.

Ha chiari i concetti relativi alle operazioni aritmetiche compresa la divisione sia di continenza che di ripartizione. Nel calcolo è sicuro e abbastanza svelto. Esegue i compiti con prontezza e padronanza.”

Naturale e spontanea la mia risposta a Carmine:

<<Grazie caro maestro!
Ma lo sai che lo ricordo questo tuo giudizio? Nel senso che rileggendolo mi sono ricordato di averlo già letto: era solo un dato in quiescenza, abbandonato in un deposito oscuro e polveroso della mia memoria, ma non cancellato. […] p.s.: a volte lo space clearing non serve solo a ‘gettare’ nella pattumiera cose vecchie e inutili, ma anche a ricollocare certi elementi rimossi in una nuova e giusta dimensione…>>

Questo recente aneddoto ha stimolato in me una serie di domande e di pensieri: “cosa è rimasto del bambino descritto in quel giudizio?”; “hanno prevalso, a lungo andare, i limiti o le acerbe potenzialità?”; “cosa si aspettavano i cosiddetti ‘adulti’ da me?”; “la vita è stata inclemente con quel bambino o è il bambino che è stato inclemente con la propria esistenza?”; “quel giudizio rispecchiava la visione ottimistica di un maestro che amava i suoi alunni oppure era l’analisi equilibrata e veritiera di uno scienziato prestato all’insegnamento?”…

Tante, troppe domande: forse anche inutili. Risposte che è meglio non cercare…

Ma è ancora possibile ricavare un insegnamento positivo da tutto ciò: le potenzialità non scompaiono quasi mai del tutto, non possono scomparire ‘per definizione’ perché potenziali e in un certo qual modo reali come le idee immateriali ma vere, anche se inespresse o parzialmente realizzate. A volte queste potenzialità emergono e si affinano grazie a un lavoro esterno (una pletora di padri, madri, maestri, istruttori, assistenti spirituali, guardiani e mentori) o grazie alla volontà e al grado di auto-consapevolezza raggiunto dal soggetto; altre volte ancora sembrano perse del tutto anche se sono semplicemente nascoste da un consistente strato di detriti storici, pseudoculturali ed esistenziali.

Riscoprire il meglio di sé nell’imbrunire, quando sembra che tutto sia stato già deciso dal pregiudizio, dal fato, dal sistema, dalla storia e dalla noia, dalla pesantezza di persone sconfitte che vivono al nostro fianco, dall’idea che abbiamo di noi stessi (idea a volte imposta dagli altri e lentamente, nel tempo, accettata per debolezza o per pigrizia) o celato ai nostri occhi a causa della nebbia del tempo che offusca lo sguardo.

Svincolarsi dalla storia e inseguirsi nel passato. Per ricominciare…

“E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire…”. Difficile sì, ma non impossibile.

Classe del M.tro Carmine Senatore – Scuole Elementari “E. De Amicis”, Battipaglia (Sa)

Errori cognitivi e sospensione del giudizio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 giugno 2011 by Michele Nigro

“La Reproduction interdite” – René Magritte (1937)

La filosofia può essere d’aiuto alla psicologia?

Uno dei settori più affascinanti della moderna psicologia è quello riguardante i cosiddetti “errori del pensiero”: una definizione poetica per descrivere dei veri e propri ‘corto circuiti’ tra immagine interiore (mentale) e realtà oggettiva, che possono causare nei casi più estremi una sorta di ‘desertificazione relazionale’ nella vita sociale di un individuo. Si è rivelata particolarmente utile al riguardo la lettura di un articolo dei dottori Claudio e Tristano Ajmone intitolato “Assertività: gli errori cognitivi” in cui pongono una domanda ben precisa: “Chi non ha mai dubitato delle intenzioni di un’altra persona senza prove oggettive?” In un mio precedente post – “Il fattoide” – mi preoccupavo della creazione di fatti ‘artificiali’ e non verificati capaci di ‘inquinare’ la realtà. E se il fattoide riguardasse noi stessi (auto-fattoide)? Se diventassimo noi stessi produttori di fattoidi riguardanti la nostra persona? O meglio: i pregiudizi che abbiamo nei nostri confronti possono influenzare negativamente la nostra vita di relazione? La risposta evidentemente è sì.

Nell’esporre la Cognitive Therapy (CT) di Beck, i dottori Ajmone, elencando le distorsioni cognitive sistematiche, pongono al primo posto la cosiddetta Deduzione arbitraria: trarre conclusioni in assenza di prove o in contrasto con esse. Manca la capacità di prendere in considerazione spiegazioni alternative più plausibili per le esperienze del presente. Il passato svolge un ruolo di causalità temporale distorto (se un evento era vero nel passato allora sarà sempre vero) che porta alla formulazione di previsioni negative su prove deboli.

E in seguito, proponendo alcune regole su come gestire assertivamente i pensieri, scrivono: “Chi interpreta finisce per accettare come vere le sue affermazioni, distorcendo così le relazioni con gli altri. Dobbiamo imparare a non interpretare. Se abbiamo dubbi dobbiamo cercare riscontri reali alle nostre teorie. Ipotesi e realtà non vanno confuse. L’interpretazione è una forma di allucinazione.” Ripenso alle ‘droghe allucinogene’, alle varie ‘mode psichedeliche’ abbinate a determinati periodi storici: la cultura dello ‘sballo’ durante la rivoluzione culturale del ’68 e negli anni successivi. Il nostro cervello non ha bisogno di motivazioni storiche o culturali per creare uno stato di allucinazione ‘a costo zero’, senza l’assunzione di sostanze esterne.

Ma gli antichi greci forse ne sapevano più di noi e, anche senza avere le stesse esigenze dell’uomo moderno, già erano alla ricerca di un’imperturbabilità esistenziale che oggi è assolutamente indispensabile.

Grazie alla cosiddetta “sospensione del giudizio” o epochè unita a una buona dose di forza di volontà e di auto-analisi (escludendo quei casi clinici gravi, bisognosi di una seria e urgente terapia psicanalitica), le forme lievi di errore cognitivo, riconoscibili da parte del soggetto e poco frequenti, possono essere perlomeno prevenute, tamponate o addirittura corrette nell’ambito di un processo di auto-guarigione. Sospendere il giudizio non solo nei confronti del mondo esterno, ma soprattutto nei confronti del nostro spazio interiore (inner space): significa dare e darsi una possibilità. <<L’epochè (dal greco ‘sospendo’, ‘passo sotto silenzio’) per lo scetticismo è l’atto di sospendere ogni giudizio intorno alle cose, poiché di queste non si può affermare un predicato piuttosto che un altro, né definire in maniera dogmatica, ragioni di forza eguale potendosi invocare pro e contro ogni opinione; il meglio è tacere: né sì, né no.>> (dal “Dizionario di filosofia e scienze umane” di E. Morselli). E’ evidente, però, che un ritorno ossessivo da parte del soggetto su un errore cognitivo rende inefficace il semplice approccio filosofico e auto-analitico.

L’epochè, al di là di un’applicazione etico-morale, scientifica e sociopolitica, è utile anche nell’ambito delle relazioni interpersonali: il gruppo di filosofi detti neo-pirroniani o “veri scettici” (vissuti tra il I e II sec. d.C.) affermavano che la sospensione del giudizio consiste nel sospendere il proprio assenso non ai fenomeni (di per sé innegabili: a meno che non ci si trovi dinanzi a un caso dimostrabile di illusione ottica) ma al fatto che ai fenomeni, o a delle formulazioni di pensiero, corrisponda la vera realtà. Ad esempio: è vero che ho visto mia moglie uscire dal palazzo dove abita un suo ex fidanzato (il fenomeno ottico è innegabile; ho visto effettivamente mia moglie uscire dal portone di quel palazzo) ma ciò non esclude le seguenti ipotesi: 1) che in quello stesso palazzo abiti anche una delle migliori amiche di mia moglie; 2) che il suo ex fidanzato non abiti più lì. L’errore cognitivo dà vita al pregiudizio e l’anassertivo grida immediatamente al “tradimento”. Lo scettico, invece, sospende il giudizio (pensare subito al tradimento significa avere una bassa autostima e privare il prossimo di un’alternativa che la nostra mente è incapace di concepire da sola), tace, attende l’arrivo di una quantità maggiore di informazioni utili per completare il quadro, ma non esclude nessuna ipotesi, neanche quella più dolorosa, proprio per amore della verità: il fatto che la moglie non lo tradisca in “quel” palazzo non significa che non lo tradisca affatto (in altri luoghi), che non lo abbia tradito in passato o che non lo tradirà. Lo scettico, così come l’assertivo, possiede un pensiero elastico, variegato, costruttivo, possibilista. Lo scettico non è uno sciocco aggressivo, ma è un realista che ama difendere la propria dignità fino all’ultimo. Dobbiamo imparare ad essere scettici verso noi stessi.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che non abbiamo le prove dell’efficacia di tale “dubbio metodico” (come lo definiva Cartesio) applicato alle relazioni sociali. Invece le prove esistono (prima di tutto perché esiste un’ampia bibliografia psicanalitica collegata ai ‘corsi di assertività’ tenuti dagli addetti ai lavori) e le possiamo ripescare anche dal nostro vissuto relazionale, solo che spesso le rimuoviamo per lasciare spazio a nuovi e terribili pregiudizi (verso noi e gli altri): quante volte ci è capitato di trattenere saggiamente la lingua e di avere la brillante idea di lasciar riposare la nostra spada nel fodero invece di essere i primi a sferrare il colpo verso un nemico che esisteva solo nel nostro immaginario alterato? Innumerevoli volte. E come ci siamo sentiti, dopo che la nostra attesa è stata premiata dalla saggezza, quando abbiamo finalmente realizzato che le idee malsane fino a quel momento coltivate non erano nient’altro che errori del nostro pensiero? Non abbiamo avvertito un senso di liberazione? Non ci è sembrato di aver contribuito alla costruzione e non alla distruzione della nostra vita sociale?

Scrive l’Abate Dinouart nel trattato intitolato “L’arte di tacere”: <<Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.>>

Il fattoide

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2011 by Michele Nigro

Viviamo coltivando l’illusione di essere gli unici artefici della nostra immagine diffusa nel mondo, ma non siamo nient’altro che vittime più o meno consapevoli di una serie di fattoidi. È affascinante il meccanismo del fattoide, anche se riuscire a ridere dei fattoidi che ti sono capitati in sorte per colpa di qualche idiota, richiede una certa dose di autoironia, di forza di volontà e una capacità sovrumana di comprensione del prossimo: strumenti che derivano in primo luogo dalla cultura che ‘impregna’ il nostro essere e che fa sublimare il ridicolo persistente nell’umanità. Volare alto, oltre i fattoidi, non è semplice ma nemmeno impossibile. Gestire un fattoide è un’arte che si affina col tempo; saper giocare con il suo creatore è una scienza. Capire la sua trasmissibilità, un’esigenza scientifica.

Non c’è bisogno di utilizzare telegiornali e carta stampata per diffonderli: i fattoidi, anche se il termine ‘fattoide‘ è relativamente recente, esistono tutto sommato da quando esiste la comunicazione orale e sono alimentati da schemi appartenenti all’immaginario collettivo, dalla coincidenza fortuita di eventi, da errori cognitivi o più semplicemente dalla pigrizia che colpisce ognuno di noi durante la faticosa fase della verifica di una notizia. Mi affido, per ora, alla definizione wikipediana: “Un factoid è una realtà dubbia o falsamente-verificata, errata, o una dichiarazione fabbricata, formata e affermata come un fatto, ma senza alcuna veridicità.” Risulta abbastanza semplice capire, spostando la definizione da un livello informativo globale a uno più quotidiano e personalizzabile, che tutti noi, almeno una volta nel corso della nostra esistenza, siamo stati costruttori (inconsapevoli?) di fattoidi o bersagli di fattoidi assemblati da altri. Scrivevo tempo fa in un mio breve saggio  –  “La bistecca di Matrix”  –  che ha rappresentato e rappresenta un po’ una sorta di manifesto personale: <<… la pur minima considerazione del “non visto” esula da qualsiasi sforzo mentale; le verità proclamate ‘oggettive’ non subiscono alcuna scalfittura da parte del dubbio intelligente; si preferisce credere nella transustanziazione come atto di fede e non si dà alcuna possibilità, non si concede alcun margine di vita all’uomo reale che incontriamo ogni giorno per strada e che viene privato della nostra fede. Ciò che spiega la televisione è sacrosanto; le informazioni derivanti dalla Grande Rete sono inconfutabili; le proprie esperienze, quelle del vicino o dei propri avi sono scevre di qualsiasi tipo di verifica o di contestazione; la sospensione del giudizio non è divertente come l’etichettatura o la marchiatura a fuoco…>>

Sia che interessino una tematica ad ampio spettro, sia che riguardino la nostra sfera personale, i fattoidi generalmente provocano due principali tipi di reazione: 1) l’esposizione ragionata di fatti veri da contrapporre alla cosiddetta “macchina del fango”; 2) invece di affannarsi a produrre ‘prove’ (con il rischio di creare altri fattoidi, dei contro-fattoidi), combattere il pregiudizio vivendo pienamente sulla propria pelle la cosiddetta sospensione del giudizio o epoché (nel nostro caso: sospendere il giudizio su chi si diverte a pregiudicare e costruisce o alimenta leggende metropolitane). Accettare i fattoidi; essere spudoratamente conniventi; giocare con le ipotesi contenute nei fattoidi, usando le stesse carte; assecondare la direzione dell’onda fattoidale e addirittura alimentare l’energia cinetica in essa contenuta. Amare la ‘pazzia sputtanatrice’ del mondo; sfidare il fuoco dell’approssimazione; mettere se stessi alla gogna; desiderare di essere l’oggetto del pubblico ludibrio; adottare l’autocalunnia con intenti omeopatici; divenire registi di un film intitolato: Il dottor Stranofatto, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il fattoide. Adottare un fattoide, farselo amico: nutrirlo, vestirlo, mandarlo a scuola e a lezione di chitarra… Farlo perdurare per smitizzarlo, per diluirlo nella noia e per inflazionare la sua presunta virulenza.

Dinanzi a gravi esempi di ‘infangamento’ capaci di produrre discredito o di minare l’incolumità (anche fisica) di un individuo, scegliere il primo tipo di reazione appare scontato, per non dire urgente. Quando invece si tratta di fattoidi innocui, che riguardano il microcosmo della nostra quotidianità, il secondo tipo di reazione diventa un simpatico ‘esercizio’ di intelligenza e di resistenza, un gioco ironico e strategico, un modo strano di amare (e sopportare) la mediocrità del prossimo, una piacevole pantomima da condividere con amici e parenti in attesa dei FATTI, quelli autentici.

Scrive Friedrich Nietzsche in Genealogia della morale: <<Se realmente accade che l’uomo giusto resti giusto persino verso il suo offensore (e non soltanto freddo, misurato, estraneo, indifferente: essere giusti è sempre un comportamento positivo), se persino sotto l’urto di un’offesa, di un motteggio, di un sospetto personale, l’alta, chiara, tanto profonda quanto mite di sguardo, obiettività di un occhio imparziale, di un occhio giudicante non si turba, ebbene, è questo un saggio di perfezione e di suprema maestria sulla terra>>.

E aggiungo io, realisticamente: una perfezione difficile da raggiungere. La pazienza non sempre viene in soccorso del nostro umile sforzo verso la perfezione. Ci vuole tanto, tanto, tanto esercizio.

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