Archivio per programma politico

Don’t touch my Constitution!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2016 by Michele Nigro

bart-renzi

Giù le mani dal Corto Circuito!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 ottobre 2016 by Michele Nigro

… ricevo e ritrasmetto…

cortocircuito

[Roma] Giù le mani dal Corto Circuito! Giù le mani dagli spazi sociali. Un Corto Circuito in ogni quartiere!

La Federazione Lazio del P. Carc esprime piena solidarietà alle compagne e ai compagni del CSOA Corto Circuito per l’operazione di sgombero messa in campo dalle “autorità” e il conseguente sequestro dell’area tacciata di “gravi abusi edilizi”. L’accanimento contro il Corto Circuito (ripetutamente colpito ma incessantemente difeso dagli attivisti e dalle masse popolari del quartiere e della città), si spiega solo alla luce del ruolo politico che esercita da circa 30 anni a Roma, in virtù del quale non è solo uno dei padri delle occupazioni romane, ma è soprattutto uno dei motori importanti della lotta di classe romana: al servizio di questa il Corto Circuito ha costruito, in uno dei quartieri periferici di Roma, uno spazio accessibile alle masse popolari (la scuola e la palestra popolare, ma non solo) per svolgere attività che la società sempre di più nega e rende appannaggio esclusivo di ricchi e padroni: il diritto all’istruzione, allo sport, alla socialità e all’aggregazione sana, l’integrazione dei migranti, la difesa dell’ambiente, ecc.

Per questo “le mani sul Corto Circuito”, sono le mani sul diritto delle masse popolari a fare politica, a interessarsi di quello che succede nel mondo e a organizzarsi dal basso per cambiarlo. Questo è il motivo principale per cui la difesa della sua agibilità politica va assunta da chiunque oggi ha a cuore la costruzione dell’alternativa politica a Roma e nel paese intero.

D’altra parte lo sgombero del Corto Circuito, mostra l’urgenza di “dare le gambe” a quanto emerso il 4 ottobre nell’assemblea “Consultazione Popolare” dove a centinaia hanno sottolineato che nessuno si salva da solo e che le mille vertenze e battaglie in corso, nei vari campi (lavoro, casa, ambiente, istruzione, ecc.) possono trovare una soluzione positiva solo in una mobilitazione unitaria che punta a costruire un  nuovo sistema di potere popolare, che nasce dal basso (si fonda sul ruolo attivo e sulla crescente partecipazione delle masse popolari) e che svolge una doppia funzione:

rende la città ingovernabile ai poteri forti, tramite la mobilitazione e l’organizzazione popolare nella attuazione pratica delle soluzioni ai problemi più urgenti (casa, lavoro, manutenzione e vivibilità del territorio, emarginazione sociale, ecc.), alimenta e organizza la disobbedienza e il sabotaggio di tutte le regole imposte dal governo centrale e locale che solo se affrontate collettivamente (come affare pubblico e non questione privata), diventano un “problema” per le autorità centrali e locali;

– costruisce la nuova governabilità delle masse popolari, che potenzia il lavoro e l’attività che già centinaia di comitati, reti e associazioni svolgono nei nostri territori e in virtù del quale esistono “sacche di resistenza” in cui la barbarie del capitalismo fatica a fare terra bruciata: le mille strutture popolari (scuole, palestre, centri di accoglienza e integrazione per i migranti, centri di difesa e tutela delle donne, ecc.) che esistono a Roma sono già una rete organizzata e coordinata dove si impara ad occuparsi dell’individuo soprattutto occupandosi del collettivo e lavorando nel suo interesse.

Per il ruolo che già svolge, questa “rete” è già un embrione di governo del territorio alternativo a quello della politica borghese, conosce le questioni di cui è necessario occuparsi, ha già delle soluzioni pratiche e conta già su una certa disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi per attuarle. In questo senso lo sviluppo del “controllo popolare” non può che accelerare il processo che porta le masse popolari a governarsi, se si pone l’obiettivo di costruire un comitato in ogni posto di lavoro, strada, caseggiato che agisce da “nuova autorità” locale, che afferma ciò che è legittimo su ciò che è legale.  E’ questo il movimento che fa schierare nella pratica e non solo a parole, le amministrazioni locali (comunale e municipale), spingendole, con le buone o con le cattive, ad usare mezzi, fondi e risorse per provvedere alle questioni più urgenti che oggi affliggono la vita delle masse popolari romane e secondo priorità e decreti che vengono dal basso!

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L’ “Apriti Sesamo” tour e il ritorno del tappeto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 24 febbraio 2013 by Michele Nigro

Battiato Roma 20-2-2013

Nel primo dei concerti romani dell’ “Apriti Sesamo” tour, lo scorso 20 febbraio 2013, Franco Battiato forse ha voluto farci capire principalmente due cose: che la vita è fatta di “ritorni” e che la ciclicità esistenziale è una regola da accettare giocando. E Battiato gioca tornando a sedersi sul suo ormai mitico “tappeto da concerto” (che, se non erro, non utilizzava da un po’ di tempo), rimettendosi a stuzzicare il pubblico con una piccola tastiera elettronica allestita ad altezza di tappeto o trasformando la struttura musicale di un brano sempreverde di Juri Camisasca“Nomadi” – affidando l’incipit a un’insolitamente quieta chitarra classica suonata da Davide Ferrario (un bravo musicista che generalmente vediamo piegato sulla sua chitarra elettrica, sfidando le normali leggi della fisica lombare!). Ritorni contenenti videoclip degli anni ’80 usati come sfondo per il concerto e geometrie allucinogene in movimento – sempre alle spalle della sua band “classico-rockettara” – per rispolverare gli antichi fasti della sperimentazione elettronica degli anni ’70 che, come ammesso dallo stesso Battiato, all’epoca provocò in altre parti d’Europa e nel mondo un successo superiore a quello ottenuto grazie agli album successivi e più “popolari”.

Partendo dal bis, forse la parte più interessante del concerto (vedi video incluso in questo post), Battiato ricanta “Aria di rivoluzione” dall’album “Sulle corde di Aries”: che l’assessore di Rosario Crocetta si sia invaghito del programma politico di Ingroia? Il video che sta circolando in rete in questi giorni, in cui il cantautore siciliano fa gli auguri ad Antonio Ingroia definendolo “uomo libero”, sembrerebbe confermare una simpatia di Battiato per quelle formazioni politiche – compreso il M5S di Grillo – che durante queste elezioni avranno il compito, stando ai sondaggi, di scardinare i vecchi schieramenti residenti in parlamento da tanti, troppi anni. Anche Battiato è un uomo libero, e valuta gli uomini e le donne impegnate in politica in maniera trasversale, al di là dei colori: mentre augura il meglio a Ingroia (che non ha avuto un rapporto idilliaco con Bersani durante la campagna elettorale), durante uno dei suoi brevi monologhi cuscinetto tra un brano e l’altro, il Maestro cita il senatore del PD Enzo Bianco, seduto nelle prime file dell’auditorium Conciliazione e candidato a sindaco di Catania (si comincerà a discutere delle amministrative catanesi, precedute dalle consuete primarie che ormai caratterizzano tutti gli appuntamenti elettorali del centro-sinistra, subito dopo le politiche nazionali del 24 e 25 febbraio). Anche quello politico è un ritorno: dopo la passione “radicale”, Battiato a distanza di anni riscopre il coinvolgimento nella politica (anche se indirettamente non lo ha mai smesso di fare: canzoni come “Povera patria” e “Inneres Auge”, presenti nel bis di Roma, rappresentano una forma diversa di politica). Questa volta impegnandosi in prima persona nel miglioramento della cosa pubblica, e precisamente di quella culturale siciliana (e italiana). Ce la farà nonostante le casse regionali vuote? Vedremo. Di “vuoto” Franco Battiato se ne intende, ma stavolta il “senso di vuoto” provocato da un certo tipo di politica sarà duro da sconfiggere. In Enzo Bianco Battiato vede una possibilità di riscatto per la città siciliana cara al nostro musicista; così come in Battiato molti fan, siciliani e non, rivedono una possibilità di ritorno verso quote culturali più alte, senza per questo sperperare denaro pubblico.

E si diverte a ritornare anche sul “Telesio”, cantando per la prima volta un brano affidato nell’opera al sopranista Paolo Lopez. Coinvolgente, sempre durante il bis, la rivisitazione di “Propiedad Prohibida” ripescata da “Clic”.

Dopo un inizio dedicato al suo ultimo album “Apriti Sesamo”, e che dà il nome al tour, Battiato ritorna a cantare, per la gioia dello spirito di chi sa di portarsi a casa un’esperienza estatica, prelibatezze del tipo “Il Mantello e la Spiga”, “L’ombra della luce”, “Lode all’Inviolato”: brani non recenti che si collegano perfettamente alla tensione spirituale del nuovissimo “Un irresistibile richiamo”.

Ritorni, insomma: come quelli verso territori interiori trascurati a causa di una vita effimera, la nostra, che spesso ignora la spiritualità. Chiudere il cerchio riscoprendo antiche ricerche musicali, senza rimpianti, senza esaltare l’importanza del cammino compiuto. Con leggerezza.

Un po’ inflazionato a mio avviso, mi perdoneranno gli altri estimatori, il clichè della corsa sotto il palco a suon di “Cuccurucucù”: forse un modo per ritornare a quote terrene prima di uscire in strada, dopo la fine del concerto, o forse solo una comprensibile scusa per andare a sfiorare la mano di un uomo che è sempre più limitativo definire semplicemente ‘cantautore’. Battiato, al di là dei concerti, è prima di tutto un ricercatore, un punto di riferimento spirituale, oserei dire “un’immagine divina di questa realtà”.

C’è del marcio in Padania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2012 by Michele Nigro

<<IL SARTO  “La Rivoluzione era già strumentalizzata nel momento stesso del suo acme… Non so come spiegarglielo… (una breve pausa per cercare le parole adatte) Le motivazioni erano giuste e la popolazione aveva veramente bisogno di un cambiamento radicale della politica e delle condizioni di vita. Dai campi di tabacco fino ai quartieri in stile coloniale di Partagas, si sentiva la pesantezza di un ruolo impostoci dal passato e dai continui compromessi stipulati, senza il nostro parere, tra la classe politica latifondista partagassiana e i signori americani. Ma qualcosa non andava… Sentivo che la Rivoluzione non avrebbe estirpato la Febbre di Potere dalle viscere dell’essere umano e che anche (con tono sarcastico) il mio – come lo definisce lei ingenuamente – “amico”, Rodriguez De La Rua, era già corrotto fin dai tempi della costituzione dell’Esercito dei torcedores. Quando parlo di corruzione non mi riferisco alla corruzione monetaria e materiale, non mi fraintenda… La corruzione è qualcosa che va oltre le ideologie e le rivoluzioni. Va oltre i conti in Svizzera e i “paradisi fiscali”… E’ parte integrante della cosiddetta “natura umana”… La corruzione è il naturale esaurimento del fuoco ideologico; è la visione di un mondo più giusto ma paurosamente simile a quello che ci si è affannati a ribaltare; è l’illusione di un cambiamento che avviene con mezzi troppo simili a quelli contro cui si combatte… Ebbi paura di portare a termine la revoluciòn pur essendone l’ideatore e, come diceva lei prima, l’istigatore. Sentivo, con largo anticipo, che i cambiamenti sarebbero stati solo superficiali e non avrebbero scalfito nemmeno un po’ i sistemi profondi dell’eterna istintività umana… Amavo la mia gente e vedevo con i miei occhi gli effetti della sommossa. Tutta la popolazione si sentiva non più schiacciata, ma parte attiva del proprio destino economico e sociale. Tutti stretti intorno ad un unico grande fuoco. La gente ha bisogno di un ideale in cui credere e non importa se a fornirglielo sia Gesù Cristo o il Generale Antonio Louis Garzia Farinas… Fu proprio questo passaggio a spaventarmi: se la gente aveva tanto bisogno di un cambiamento, perché aspettare un torcedor per avviare quel necessario processo di ribellione? Perché la gente, una volta raggiunto lo scopo della sommossa, si affida nuovamente al “sonno dell’anima”? Perché l’essere umano sente questo impellente bisogno di stravolgimento a cui non segue, però, una continua e doverosa presa di coscienza? La vera Rivoluzione comincia (battendosi in petto) da “dentro” e non credo che a Partagas sia mai approdata una tale rivoluzione. Non volli infrangere quel sogno scatenato con le mie stesse mani e così approfittai del mortale equivoco che colpì il mio sosia ed uscii di scena. Naturalmente al mio “amico” Rodriguez non sembrò vera una tale occasione per poter vivere da solo la gloria della Rivoluzione e il futuro magnifico che avrebbe avvolto Partagas da lì a poco. E poi avere un amico martire da ricordare in ogni occasione ufficiale, fa sempre comodo. Quante fiaccolate in mio onore, quante veglie per il Generale, quante statue disseminate in tutta Partagas con la mia faccia, quante canzoni che parlano di me… E le poesie, i quadri, i romanzi, le magliette, le bandane, i cappelli, le scritte sui muri, gli striscioni, le bandiere, gli scioperi col mio nome ovunque… Pura strumentalizzazione, amico mio! Pura strumentalizzazione…”

IL CLIENTE “… Lei, mi scusi,… pensa di soffrire della Sindrome del Messia Laico?”

IL SARTO  “E… E che sarebbe questa sindrome?”

IL CLIENTE “Colpisce tutti i rivoluzionari genuini che pur amando in modo viscerale la propria gente e la causa della revoluciòn – come dice lei – non fanno, ahimè, i conti con una componente atavica appartenente al genere umano fin dall’alba dell’ homo sapiens…!”

IL SARTO  “E quale sarebbe questa componente?”

IL CLIENTE  “L’egoismo… Mon gènèral! L’egoismo…”>>

(tratto da “Il sarto di Piazza Farina” – versione teatrale)

“Il correttore” di George Steiner

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 marzo 2012 by Michele Nigro

Che cosa si prova a essere un correttore di bozze in un mondo in fase di profonda evoluzione? Perdonate la domanda bizzarra, ma dopo aver finito di leggere le poche pagine del romanzo di Steiner ho sentito l’esigenza di compiere un volo trasversale e rapido che non chiarisce certamente le idee a chi il romanzo non lo ha letto. Il “Professore”, come viene soprannominato il protagonista della storia, è una leggenda nel mondo dei copy editor per la sua precisione e per la meticolosità che impiega nella ricerca e correzione dei refusi in ogni tipo di testo stampato. Fuori dai confini del suo lavoro ordinato e metodico, il pianeta è attraversato da un terremoto politico, socio-economico e culturale: il crollo del Muro di Berlino, lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, la fine del Partito Comunista Italiano, l’avanzamento dei correttori automatici nei programmi di video-scrittura… Il Professore è un fedele comunista che ha partecipato alla Resistenza e che assiste impotente alla scomparsa di un sistema di valori in cui ha sempre creduto e in cui imperterrito continua a credere. Eliminare refusi per lui non è solo una questione professionale, ma è l’unico modo che ha per avvicinarsi a una esattezza utopica. “Sono un socialista. Sono e rimango un marxista. Perché altrimenti non potrei essere un correttore di bozze!” La fede nell’uomo si tramuta in perfezione testuale. “Il comunismo significa togliere gli errata dalla storia. Dall’uomo. Correggere bozze.” E a un giovane collega, decisamente più sciatto e disattento, che non ritiene di dover sprecare troppo tempo nella correzione di un semplice volantino pubblicitario destinato al popolo, spiega quale è o quale dovrebbe essere la mission di un correttore: “È proprio per quelli che vivono in qualche sperduto buco di campagna, nei bassifondi, che dovremmo produrre il lavoro migliore. Perché qualche scintilla di perfezione penetri nelle loro vite sconsolate.” Non si tratta di un semplice lavoro ma di una fede politica operativa che abbraccia l’umanità dimenticata.

Interessante il personaggio di Padre Carlo, “l’unico loro compagno che proveniva dalla Chiesa” con cui il Professore si confronta amichevolmente affrontando argomenti ibridi che oscillano tra la politica e la religione, e che lo spingono verso affermazioni estreme del tipo: “I comunisti sono i soli a leggere la Bibbia, ormai”.

La forza di questo piccolo ma denso romanzo sta nell’aver concentrato nella figura del correttore di bozze tutto il potere simbolico di un messaggio ben preciso: l’uomo può essere veramente artefice della propria fortuna, può cambiare la storia agendo sulla materia, piegandola alle proprie esigenze, può correggere le imperfezioni visibili, ma ci sarà sempre una zona incontrollabile della storia che sfuggirà alle ideologie e all’impegno degli individui organizzati. L’errore fa parte della storia e a volte rappresenta l’unica opportunità di salvezza. Al di là degli esiti storici che noi tutti conosciamo, resta l’impronta polemica del correttore inventato da Steiner, di un personaggio che vede il mondo, sotto alcuni aspetti, cambiare in peggio ma senza per questo perdere la fede laica nella ribellione: “I discorsi non portano a niente. Scendere in strada.”

Rigenerare la politica: intervista a Valentino Cerrone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 aprile 2011 by Michele Nigro

In questo blog già in altre occasioni mi sono occupato indirettamente di politica: ad esempio, analizzando gli intimi meccanismi linguistici del consenso o i vari tentativi di una certa classe politica di sfuggire al controllo della giustizia. Altre volte ancora utilizzando dei ‘semplici’ espedienti letterari… Questa volta tenterò, invece, di compiere un’operazione più diretta, presentando un “nuovo volto” da contrapporre a quelli che, già tristemente noti, stanno svilendo lentamente e inesorabilmente il senso genuino della politica. L’intervista che segue ha come obiettivo quello di ripristinare un linguaggio politico dimenticato a causa dei vari depistaggi mediatici, dei qualunquismi e della drammatica comicità barzellettiera di certi personaggi surreali saliti al potere.

Nigricante. Valentino Cerrone, laureato in giurisprudenza, appassionato di jogging, blogger de “La mia Babele”… Sei originario di Sora (Fr), anche se vivi e lavori a Napoli da molti anni, e hai deciso in vista delle prossime amministrative, come si dice in questi casi, di ‘scendere in campo’ presentandoti come candidato nelle liste elettorali di Sora. In un famoso social network hai dichiarato: “… lo faccio per disturbare la deriva plebiscitaria…” Vorresti spiegare ai lettori di “Nigricante” cosa intendi dire con questa affermazione e perché hai deciso di iniziare a fare politica in prima persona?

Valentino Cerrone. Raccogliere questa “sfida”, tale è per me la portata di tale impegno, è tanto più necessario proprio in questo frangente storico, nel quale il mio circondario e la mia città depressi economicamente e socialmente, si trovano a fare i conti con durissime sfide in un mondo che va a 200 km/h. Purtroppo, una delle molle che mi ha spinto a metterci la faccia è la circostanza che in tale contesto ho visto due elementi per me pericolosi: a) da un lato nella politica, il riemergere di schemi vetusti e sbiaditi, la mancanza di una sobrietà che cozza con la crisi che attanaglia le famiglie, b) dall’altra nella cittadinanza, anche di quella un po’ più impegnata, il disinteresse nel vaglio dei progetti politici, la voglia di abbandonarsi ad una delega plebiscitaria, anche a quelle leadership presuntuosamente demiurgiche che affermano in maniera molto autoreferenziale di risolvere tutti i problemi, nella quale si colgono tratti del pensiero di Montaigne scolpito “nella servitù volontaria”. Insomma, tutto il contrario di quella democrazia dal basso che nei momenti più critici è capace di autorigenerare tramite le proprie scelte e critiche l’intera classe politica, locale e nazionale.

N. Con quale schieramento politico ti presenterai alla prossima tornata elettorale e quali sono le tematiche sociali, politiche ed economiche che ti appassionano maggiormente e che costituiscono in un certo qual modo il tuo ‘manifesto politico’?

V.C. Lo schieramento politico con il quale mi presento è una lista civica che prende il nome di ‘patto democratico’ e che politicamente abbraccia tutte le forze del centrosinistra, della sinistra e pezzi della società civile, che hanno trovato una sintesi nel candidato sindaco. Tale progetto, al quale ho aderito, è ambizioso, a mio modo di vedere, e che spero sarà premiato anche dall’elettorato, per una serie di ragioni. Innanzitutto, si sente sempre rimproverare la mancanza di “nuovi volti” e competenze specifiche: basterà scorrere la lista per notare, accanto a personalità che già hanno amministrato, l’inserimento massiccio di “nuovi”, facilmente riscontrabile dalle nostre date anagrafiche, nonché la variegata competenza di questi. Ognuno ha una propria storia professionale e personale, nessuno ha interpretato come professionismo l’impegno politico. Un rischio forse in termini di consenso elettorale, rispetto agli altri competitori, ma un “impegno sociale” autentico. Con riferimento al manifesto politico, ritengo che più che promettere una miriade di cose irrealizzabili, o vantare poteri paranormali, sia giusto impostare gli indirizzi politico-amministrativi di breve termine e di lungo termine. Secondariamente, sforzarsi di rompere con il passato, in favore di un modello amministrativo che coniughi partecipazione e coinvolgimento cittadino con efficienza e decisionismo dell’azione di programmazione e governo locale.

N. Visitando il tuo interessante blog – “La mia Babele” – in cui tra l’altro analizzi in maniera acuta alcuni temi caldi a livello sociale, economico e politico, leggo nella presentazione: “Babele, confusione, fracasso, luogo di disordine e corruzione materiale e morale… Viviamo in una moderna babele popolata da rozzi e cibernetici neoprimitivi: come un alieno mi muovo cauto ma non per questo determinato… con in mano il lume della fioca razionalità e nella faretra armato di mille e imprevedibili dardi.” In Italia chi sono secondo te i “rozzi e cibernetici neoprimitivi” e come giudichi l’attuale scenario socio-politico e culturale italiano? Tra gli “imprevedibili dardi” c’è anche la tua decisione di proporti come alternativa politica?

V.C. La decisione di aprire un blog, per me è già stato un qualcosa di rivoluzionario, in quanto amo discorrere, ma non esternare le mie impressioni. Ho scelto di intitolarlo “La mia babele” per sottolineare lo smarrimento che mi coglie molto spesso quando osservo il quotidiano. Si sono rotti i legami che tenevano insieme le varie componenti della società, come hanno sottolineato personalità del calibro di Montezemolo o Scalfari; è come se vi fosse una poltiglia sociale, nel quale l’unico imperativo è badare al proprio tornaconto personale anche contro la collettività, che alla fine tocca e influisce sul nostro privato. In questo scenario, rozzi e cibernetici signori degli anelli, sono tutti coloro che, dall’agone politico passando per quello economico ma anche culturale, pur non avendo eccelse capacità morali e materiali, cavalcano cinicamente le debolezze dei nostri tempi per trarne profitto o visibilità.

No, tra i dardi non c’è la mia scelta di dare il mio contributo modesto alla politica, in quanto non mi ritengo investito né di poteri salvifici, né di essere l’Obama di turno, come molti dai propri proclami fanno trasparire.

N. Internet e politica, blog e politica: che potere ha la rete?

V.C. Ha un grande potere la rete: senz’altro facilita la diffusione di informazioni e risveglia la partecipazione, ma credo che in un contesto di sfiducia e spossatezza nelle istituzioni un eccesso di bombardamento sia controproducente, per la partecipazione stessa, nonché per la qualità del messaggio politico. Insomma, non di una brillante operazione di marketing ha bisogno il cittadino, ma di vagliare coloro che aspirano ad amministrare, spero solo pro-tempore, il Comune. C’è bisogno di confrontarsi, non di isolarsi nei palazzi del potere. Anche a costo di incassare qualche reazione forte dei cittadini.

N. Come giudichi l’attacco al sistema giudiziario da parte di una certa classe politica? Stiamo vivendo in un’epoca di “dittatura dolce”? C’è bisogno seconde te di un “risveglio” delle coscienze oppure la politica è destinata a svolgere un ruolo collaterale al vero potere, quello economico e ‘videocratico’?

V.C. Ma a livello giudiziario sono i dati che ci inchiodano: basta fare un giro per le cancellerie dei tribunali per capire quali siano le priorità vere della giustizia. Su questo tema ci vorrebbero ore per farne emergere tutte le storture e i punti dolenti. Comunque sì, si sta scivolando verso una dittatura dolce, nel senso nobile di questa espressione, il cui antidoto è il risveglio e la riappropriazione degli spazi pubblici da parte dei cittadini. Il rischio è una deriva dello strumento politico a mera cinghia di trasmissione di interessi particolari.

N. Referendum del 12 e 13 giugno 2011: acqua, nucleare, legittimo impedimento… Quale è la tua posizione in merito ai quesiti referendari proposti?

V.C. Penso che a prescindere dal modo di interpretare i tre quesiti sia doveroso per gli italiani partecipare: lo strumento referendario tipico di democrazia diretta, è stato nel corso della storia frutto di sacrifici anche in termini di vite umane, e troppo spesso lo dimenticano gli attori politici.

Nel merito è necessario arginare tutte quelle posizioni contrastanti con l’interesse collettivo, per cui  tre “SI”.

N. Che idea ti sei fatto delle recenti rivoluzioni nordafricane e mediorientali? Come giudichi la risposta della politica italiana? (Mi riferisco al fenomeno degli sbarchi e all’interventismo militare in Libia della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”).

V.C. Ma dal punto di vista del sommovimento popolare, se si tratta di rigenerare una classe politica autocratica e in alcuni paesi oppressiva, allora sono pienamente d’accordo. Purtroppo registro, sia a livello mondiale che europeo, il ritardo nel leggere una situazione ampiamente prevedibile, che si sconta con risposte frammentate, dalla coalizione dei volenterosi, nella quale un ruolo guida lo doveva avere l’Onu e la Nato, nonché la UE, alla problematica degli sbarchi, ma soprattutto cosa che mi spaventa di più alla transizione politica di quei paesi, nei quali non capiamo chi la guiderà e quale sarà il prodotto socio-politico.

Con riferimento agli sbarchi si colgono e si scontano tutte le contraddizioni della nostra politica europea, nella quale non abbiamo mai posizioni nette e comprensibili: le legittime rivendicazioni italiane a non essere lasciati soli nella gestione del problema devono fare i conti con accordi internazionali da noi firmati e ratificati, che ci impongono precise procedure. Ma anche un certo lassismo europeo, per un problema che non tocca solo i paesi del Mediterraneo, quali Spagna, Italia e Grecia. Di questo tema ho trattato nel mio blog più precisamente.

N. Disoccupazione, disagio sociale, ‘alienazione’… Sentirsi ‘alieni’ nel proprio paese, tra la propria gente. Molto spesso, troppo spesso, la politica in Italia viene percepita come uno strumento conflittuale e socialmente improduttivo che serve a mantenere il potere tra un’elezione e l’altra. Cosa significa per te ‘fare politica’?

V.C. Premesso che non ho interessi particolari o personali da conquistare o difendere, sono pienamente indipendente e sereno. Non debbo obbedire a nessuno se non alla mia coscienza civica. Per me l’impegno politico è un qualcosa che deve nobilitare e non imbarbarire l’animo. Sarebbe un’esperienza utile un po’ per tutti: per i cittadini, avvezzi spesso ad una sterile critica, affinché si rendano conto di quanto sia complesso far funzionare una “macchina pubblica”; ma anche e sopratutto per i politici di lungo corso che dovrebbero vedere con positività tutte quelle forze che vogliono dare un proprio contributo. Negli altri paesi europei, spesso proprio da tale bacino si sono colte innovative soluzioni a problemi complessi, e a costo quasi zero.

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