Archivio per provincialismo

Battiphaglian

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 aprile 2017 by Michele Nigro

libero remake del monologo iniziale di Woody Allen nel film “Manhattan”

Capitolo primo. “Schifava Battipaglia. La schifava smisuratamente…” No, è meglio “la sottovalutava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva nei colori sgargianti dei palazzinari e pulsava dei grandi motivi di Mario Merola suonati dal pianino napoletano in cerca di monetine lanciate dai balconi…” No, fammi cominciare da capo… capitolo primo. “Era troppo critico riguardo a Battipaglia, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava sconforto nel deprimente andirivieni della folla inscatolata durante la festa patronale della Speranza e del solito traffico alla rotatoria tra la Strada Statale 19 e il cimitero. Per lui Battipaglia significava belle donne fatte della stessa materia casearia della “Zizzona” ma abbronzate già a febbraio, tipi cafoni in gamba ma di destra cresciuti a pane e Piazza Madonnina che apparivano rotti a qualsiasi discussione riguardante la Riforma Agraria di Mussolini negli anni ’20 o le vicissitudini caserecce della squadra battipagliese di calcio…” Eh no, stantio, roba stantia, di gusto… insomma, dai, impegnati un po’ di più… da capo.

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Analogico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo 2017 by Michele Nigro

Una rinnovata

infanzia analogica

ho sognato,

racconti a corto raggio

sapienze locali

su panchine sconnesse,

un segnale scorticato

come acqua piovana

riscopre terreni ignoranti.

 

Parole dette in faccia

saliva schizzata e

contatti umani,

segugi fiutano fatti

domande da strada

e notizie lente

che vanno a vapore

metro dopo metro,

a rivivere

velocità preindustriali,

fantasie forzate

dal non visto luminoso

al di là della collina.

 

Ritornerà il mistero perduto

e avrà il sapore ingenuo

delle dolci sere di primavera

sprecate in provincia.

immagine:

Martin Lewis (1881-1962),

Relics (Speakeasy Corner)

(M.74) Drypoint, 1928

Notturno breve

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 luglio 2016 by Michele Nigro

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Aria ferma

notturna e stellata,

quasi tutto tace per

pietà dei dormienti.

 

Voci rare, lontane ma vicine

da finestre insonni

ancora accese nella provincia

e abbai di cani dolorosi.

 

Ogni cosa mi istruisce

sulle distanze

tra la piccola storia

e l’infinito.

Il “Selecercatismo”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 febbraio 2016 by Michele Nigro

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Che cos’è il “selecercatismo”? Trattasi di una “corrente filosofica” (continua e mai alternata perché l’ignoranza esige una certa coerenza) di recente definizione ma che affonda le proprie radici in epoche antiche, quando la struttura delle città-stato fortificate e autosufficienti è diventata schema di pensiero geneticamente trasmissibile, prima dell’avvento del viaggio per conoscenza e non per necessità; gli aderenti a tale corrente hanno una visione egocentrica del sistema conoscitivo: sono le esperienze che girano intorno a noi, a distanza di sicurezza e separate da un profondo fossato popolato da coccodrilli che difendono il senso d’appartenenza dalle incursioni della curiosità; non siamo noi che dobbiamo girare nell’universo in cerca di esperienze su cui schiantarci. I selecercatisti, in particolar modo quelli italici, tra i più rappresentativi per ottusità, anche se non mancano filoni con caratteristiche specifiche in altri paesi, chiosano quasi tutte le morti di connazionali avvenute non sul patrio suolo ma in terre straniere adoperando l’ormai classica espressione “se l’è cercata!” (sottintendendo la morte o una situazione spiacevole), andando a soddisfare anche l’etimologia del termine che dà il nome alla corrente filosofica di cui ci occupiamo.

E così Pippa Bacca se l’è cercata, il fratello minore di Reinhold Messner se l’è cercata, Patrick de Gayardon se l’è cercata, Vanessa e Greta rapite in Siria, come le “due Simone”, se la sono cercata, quelli di “Medici Senza Frontiere” se la cercherebbero tutti i giorni; secondo alcuni anche Giulio Regeni, il ricercatore friulano 28enne recentemente torturato e ucciso in Egitto se la sarebbe cercata occupandosi di questioni lontane… Anch’io in fin dei conti me la cercherei ogni volta che scelgo un viaggio un po’ strano che si discosta dalle rotte del buonsenso comune.

Risultato dell’ibridazione tra l’amichevole “chi te lo fa fare?” e il “fatti li cazzi tua!” di origine razziana, il selecercatismo rappresenta l’evoluzione anti-radical chic della semplice omertà mafiosa e camorristica: mentre il soggetto omertoso tende a non esprimere alcun giudizio e soprattutto a non fornire elementi utili allo svolgimento di indagini intorno a un fatto criminoso restando in “religioso” silenzio, il selecercatista conosce (o pensa di conoscere tenendosi a debita distanza dai fatti vissuti in prima persona), parla o straparla nel corso di comizi populisti al bar, non sospende il giudizio e quindi sentenzia, elargisce consigli dall’alto della sua ignoranza, seleziona i soggetti “viaggianti” a suo dire poco intelligenti da quelli che come lui non rischiano. Il tutto restando comodamente a casa propria.

Ma i selecercatisti con chi ce l’hanno? Per il selecercatista medio, quasi sempre culturalmente e politicamente di destra o di centrodestra, cattolico fino a un certo punto ovvero fino ai margini di una fede conveniente, con cultura medio-bassa e mosso da un esasperante nazionalismo di difesa con sfumature leghiste (quando è costretto a viaggiare, è solo per “spostarsi”), qualsiasi attività (culturale, turistica, umanitaria, giornalistica, linguistica, commerciale, sportiva ecc.) svolta al di fuori del territorio nazionale (nella fattispecie del territorio italiano, ma in molti casi anche al di fuori del territorio regionale, provinciale o comunale, per non dire condominiale) comporta un rischio che non sarà mai convalidato dalle buone intenzioni iniziali di chi svolge le suddette attività internazionali o fuori dagli schemi dell’immaginario collettivo.

Scalare la vetta di una catena montuosa appartenente a un altro paese, andare in vacanza all’estero non solo per puro svago asserragliandosi in un resort ma spinti dalla voglia di conoscere altre culture, occuparsi di ingiustizie e di battaglie civili dal carattere esotico o raccontare una guerra in luoghi distanti dal proprio orticello, fare il missionario o l’imprenditore in un paese in via di sviluppo, ecc.: per il selecercatista queste elencate, e molte altre ancora, sono tutte attività inutilmente rischiose. “Perché morire all’estero quando si può comodamente morire in patria?” questa la sua domanda-motto. Il selecercatismo possiede solide basi già nella quotidianità nazionale (in fondo un giudice che viene ucciso perché combatte la mafia, se l’è cercata! Anche se, bisogna riconoscerlo, se l’è cercata in patria) ma raggiunge il suo acme dileggiante nei confronti di quelli che rischiano la propria vita o solamente i propri interessi materiali in luoghi lontani dalla quotidianità sociale e linguistica. Chi te lo fa fare ad andare fino a lì, se puoi farti ammazzare qui…?

Ma come è strutturata la psicologia selecercatista? In realtà dietro l’apparente buonsenso del selecercatista si nasconde una paura fottuta della vita e della conoscenza in senso lato! Dietro la convenienza scientificamente ricercata del non esporsi, si erge il terrore del confronto, la scomodità insita nella diversità; la passione internazionalista è vista come uno sport estremo e l’occuparsi di storie lontane come un hobby per benestanti nullafacenti e romantici sentimentali. Egli tende a etichettare come inutile e pericoloso tutto ciò che non riesce a gestire a causa del proprio limitato punto di vista: una donna stuprata perché vestita in maniera provocante o uccisa perché sessualmente libera (Ashley Olsen), l’avventuriero solitario che muore durante una traversata oceanica (o è in difficoltà come capitato a Giovanni Soldini), il giornalista freelance preso in ostaggio (o ucciso, vedi Enzo Baldoni) mentre racconta un conflitto invece di affidarsi a delle comode notizie d’agenzia… Tutti quelli morti, secondo il selecercatista, in maniera inutile, se la sono cercata perché hanno vissuto provocatoriamente, hanno varcato il confine dell’ovile, e non hanno seguito la strada tracciata dai “saggi vigliacchi” vissuti prima di loro. E sì perché il selecercatista si considera saggio, umile come piace a dio, furbo perché protetto da una sapienza da borgo medievale, intelligente ma con sobrietà per non offendere i sacri Lari, previdente come un buono fruttifero postale, originale nel suo essere attento in un mondo di pazzi, mai scontato, pavido o chiuso di mente, e soprattutto pensa di possedere le chiavi per la vita eterna: noiosa, bidimensionale, grigiastra, ripetitiva ma eterna, perché chi invecchia e muore a casa propria, diciamocelo, è un po’ come se vivesse per sempre senza aver mai vissuto.

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L’ultimo sorriso di Tony Drastico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 febbraio 2015 by Michele Nigro

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E proprio mentre Tony Drastico cominciava a capire qualcosa della vita, ovvero cominciava a capire di non averla capita e che questa verità tutto sommato comoda era stata per lui una grande e sapiente liberazione; proprio mentre tutti i pezzi del mosaico continuavano a restare in dispettoso disordine sul tavolo senza formare alcuna immagine rivelatrice, una di quelle immagini nitide con cui ci si illude di avere il controllo della realtà; proprio mentre accadeva tutto questo, gli capitò di morire.

(Lo so che lo scrittore William Forrester nel film “Scoprendo Forrester” sconsiglia caldamente di cominciare una frase con una congiunzione, ma come risponde il suo giovane allievo Jamal, anch’io dico: “Sì… che si può!” E infatti l’ho fatto sopra, all’inizio del racconto… Caspita, l’ho rifatto anche qui, in quest’ultima frase. Niente, è più forte di me. E pazienza! Ancora…?)

Gliel’avevano detto più volte a Tony: “Sembra che non sia tu a guidare l’automobile, quanto piuttosto l’auto a pilotare te!”. Ironizzavano gli amici che spesso scarrozzava in giro, su e giù per la provincia, testando birre in pub da poco aperti e ascoltando cover band di storici gruppi rock estinti o in procinto di estinguersi. Però quella notte maledetta non fu la guida casual di Tony Drastico a determinare il suo solitario trapasso verso l’aldilà quanto piuttosto i mal segnalati lavori in corso sulla tangenziale di Salerno: l’impatto violento contro le barriere allestite dalla società autostradale, quasi invisibili sotto la pioggia battente a causa delle luci lampeggianti del cantiere da alcune ore fuori uso, fecero sbalzare la sua auto nella corsia chiusa della strada in manutenzione. Tutto avvenne in un attimo, senza grandi preparativi, come è abitudine della morte per incidenti e non per malattia: dal sorriso compiaciuto e beffardo, a suon di musica proveniente dall’autoradio, di chi è finalmente consapevole che la vita non può essere capita e controllata a una altrettanto incontrollabile e ghignosa morte. Coerente su tutta la linea, fino alla fine.

In qualità di voce narrante autorizzata dallo stesso personaggio di Tony Drastico a rilasciare dichiarazioni ufficiali a voi lettori, sono felice di comunicarvi che la leggenda riguardante l’intera vita che scorrerebbe davanti agli occhi del morente è – diciamolo una volta per tutte – una incommensurabile cazzata! Meno grave, decisamente, di quell’altra riguardante la famosa “luce in fondo al tunnel” messa in circolazione da gente comatosa, dedita all’uso di sostanze psicotrope e tornata in piedi al solo scopo di diffondere fandonie neuro-metafisiche grazie alle quali allestire affollati meeting per mettere in comunicazione il pubblico pagante con il mondo dei morti (veri utilizzatori finali di questa presunta luce nel tunnel, solo intravista dai “ritornati”) e pubblicare libri, scritti da ghost writers, riguardanti il tema scottante della vita oltre la morte. E invece sarebbe più utile e onesto parlare della morte durante la vita e come evitarla, se possibile, quando avresti ancora voglia di vivere e di mettere in pratica alcune cosette imparate negli anni precedenti. Ma la vita su questo pianeta, si sa, è tanto meravigliosa quanto bizzarra, e il nostro umile compito è quello di assecondarla durante le sue feroci e capricciose sterzate.

Mentre l’auto compiva una rotazione su se stessa, intorno all’asse longitudinale della normalità di noi bipedi evoluti seduti sui motori a scoppio dell’inventiva, facendo diventare sotto il tetto dell’abitacolo e sopra il pavimento del telaio dove non batte mai il sole, tra la grandine di vetri dei finestrini rotti dalla botta sull’asfalto e il levitare caotico dei vari oggetti depositati sul cruscotto, polvere compresa, nel corso degli anni, l’unica immagine che un sorridente Tony Drastico vide comparire nel suo cervello sorpreso ma non stupefatto e stranamente sobrio, fu quella della sua amica giapponese Murasaki Sōseki, conosciuta per caso a Tokyo molti anni prima durante uno dei suoi viaggi da ramingo solitario in cerca di nuovi scenari geografici e umani da dare in pasto alla sua mente e al suo cuore, da sempre in bolletta esistenziale. Murasaki all’epoca del loro primo incontro svolgeva la funzione di location manager nello staff nipponico che assisteva la regista americana Sofia Coppola durante le riprese del fortunato film “Lost in Translation”, girato proprio nella metropoli giapponese. Erano bastati pochi ingredienti per realizzare quel simpatico incontro italo-nipponico tra Tony e Murasaki: la richiesta sfacciata degli autografi di Bill Murray e Scarlett Johansson impegnati sul set; le risatine di lei per l’inglese di Tony, efficace per sopravvivere all’estero ma ancora troppo maccheronico per approfondite discussioni filosofiche e che tanta comica tenerezza suscitava nelle ragazze di Tokyo quando le fermava con la scusa di un’informazione; il dialogo non privo di inconvenienti sulle ragioni esistenziali prima ancora che cinematografiche di quel film in costruzione; un tè bevuto insieme tra una ripresa e l’altra anche se Tony odiava il tè e lo beveva solo per fare colpo su di lei o quand’era influenzato… Un’amicizia nata per caso e alimentata da un’insolita conoscenza delle canzoni di Franco Battiato che nonostante le forti differenze linguistiche aveva attecchito nell’animo di molti giovani del paese del Sol levante, tra i quali quello di Murasaki. Che risate si faceva Tony quando lei tentava di cantare Veni l’autunnu con la sua strana pronuncia siculo nipponica, consapevole che ogni suo tentativo avrebbe suscitato l’ilarità di quell’italiano sperduto nel mondo. Era stata per alcuni mesi in Italia durante gli anni del liceo, grazie a un programma di scambi culturali tra Italia e Giappone, e aveva riportato a casa molti ricordi, anche musicali, di quella sua interessante e giovanile esperienza nella penisola mediterranea. L’insularità del Maestro Battiato riusciva a dialogare, non si sa bene tramite quali occulti canali psicolinguistici, con l’animo insulare dei giapponesi più curiosi e aperti a esperienze esotiche. L’esotismo vissuto al contrario: noi italiani visti come interessanti “orientali” d’occidente… da Oriente. L’incontro tra arcipelago e penisola: nel primo caso l’orgoglio dell’isolamento, nel caso della penisola l’illusione di un punto di contatto con il resto del mondo. Il tutto regolato dalla costante presenza dell’acqua che circonda o quasi, comprime, decide, condiziona, si mescola evaporando al fuoco lavico dei vulcani: che storia il carattere geografico delle persone! Anche agli antipodi le creature cresciute in ambienti simili si annusano e si riconoscono.

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Public house

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre 2014 by Michele Nigro

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Il tizio prigioniero nel suo pub

mesceva birre mondiali miste a pettegolezzi

conservando fedele

un animo provinciale.

I liquidi

seguono leggi innate

e assumono la forma dei contenitori.

La Basilicata nella poesia di Mariano Lizzadro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 maggio 2010 by Michele Nigro

[…] “… naufrago verso lande sparse/ sparute distese di terre sperse/ un dolore atavico nella carne”: questi versi mi ricordano il “dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose” del “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Chi o cos’è per te la Lucania?

Beh! In realtà vivo un rapporto irrisolto di odio e amore con la Basilicata, per cui a volte non ce l’ho fatta e a volte non ce la faccio proprio a restare in questa terra per periodi molto lunghi, quindi ogni tanto vado via. Che poi in effetti per la precisione non sono totalmente lucano. Infatti mia madre è di Prata, un paese in provincia di Avellino. Vecchi ricordi di storia: queste due zone appunto la Lucania e l’Irpinia furono definite da una vecchissima inchiesta le due zone più povere e degradate del regno d’Italia! Anche se oggi poi non è più così. Ma in ogni caso la mia terra d’origine è il posto in cui sono nato ed in cui vivo, il luogo delle mie origini, pieno di ricordi carichi a volte di nostalgia, il luogo degli affetti, un luogo da bestemmiare, da sputarci sopra, un luogo avulso dal mondo, in cui pare che la storia transiti senza mai fermarsi. La Basilicata è per me un transito ininterrotto di amore ed odio ma anche di voglia e non voglia di abbandonarla o restare.

Per evidenziare a questo punto questa mia innata pigrizia concludo con una considerazione di Galimberti che dice: “Anche per avventurarsi bisogna partire da un luogo che mi dia il senso del “da dove vengo”, “a cosa appartengo” e “dove desidero tornare”. La casa è il posto in cui, quando ci devi andare, ti devono accogliere. Per questo famiglia e familiare hanno la stessa radice. Oltre all’avventura noi cerchiamo la continuità e l’identità per ancorarci, e quindi ciascuno a modo suo stabilisce una casa che difende dal rischio dell’avventura”!

E, ancora, in “Un posto dove” riferendoti alla Basilicata scrivi: “un posto… umbratile schivo e boschivo e un po’ impacciato”. Forse la fortuna di questa regione consiste proprio nel prendere coscienza del suo antico modo di essere, delle sue caratteristiche intrinseche che a volte vengono scambiate per difetti o debolezze. Quanto conta, secondo te, “uscire”, emigrare e poi ritornare nella propria terra?

Credo sia fondamentale questa dinamica dell’appartenenza e della non appartenenza. Secondo me questo è un tema “archetipico” che riguarda anche tutte le relazioni umane, oltre che chiaramente l’emigrazione, l’immigrazione e il ritorno. Con un gioco di parole si potrebbe dire che si può ritornare in un posto soltanto dopo che si è usciti da quel posto! […]

Per leggere tutto: Intervista a Mariano Lizzadro

Un giorno ad Aliano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 aprile 2010 by Michele Nigro
[…] <<Solo l’animo sensibile dell’artista poteva convertire la punizione del confino in un’occasione di crescita umana. La vera opera d’arte compiuta da Carlo Levi consiste, infatti, nell’aver trasformato la desolazione naturale in risorsa pittorica; la mancanza di linguaggio, sostituita da antichi gerghi, in poesia; il silenzio arcaico e rassegnato in discussione spirituale e politica; l’immobilità storica in confronto dinamico; l’apparente abbandono in stimolo alla comprensione antropologica del prossimo. Trasforma quel “…dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose…” in ispirazione artistica. Riesce a sopportare il proprio confino durato 8 mesi ed 8 giorni, perché si rende conto di essere capitato in un luogo i cui abitanti sono al confino da sempre, da millenni!>> […]
Per leggere l’intero articolo: ungiornoadaliano

James Koller, il poeta del “bioregionalismo”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2010 by Michele Nigro
Un antidoto per combattere gli effetti deleteri di una corsa tecnologica in cui siamo coinvolti nostro malgrado; un metodo pratico per prevenire e forse evitare la cosiddetta “Singolarità Tecnologica”; una filosofia socio-politica e biologica concreta per realizzare la presa di coscienza auspicata dagli “accelerazionisti”; uno stile di vita che va al di là del semplice ambientalismo…
Queste e tante altre le caratteristiche del Bioregionalismo. Anni fa, intervistando uno degli esponenti più interessanti del movimento bioregionalista americano, il poeta James Koller, ebbi la netta sensazione di trovarmi dinanzi a un movimento totale, multidisciplinare e al tempo stesso non applicabile in maniera generalizzata, ma rispettoso delle caratteristiche naturali regionali e realizzabile dopo un lento studio preliminare, caso per caso, comunità per comunità, territorio per territorio. Di seguito vi propongo uno stralcio di quella intervista…

<<[…] Che cos’è il bioregionalismo?
Un’isola ha un perimetro chiaramente definito. Ciò che accade sull’isola, a proposito della struttura dell’ambiente e in termini di economia e dinamica della popolazione, fa parte di modelli biogeografici. I famosi ecosistemi, i cui perimetri sono meno chiaramente definiti su un più vasto gruppo di terreni contigui, sono analogamente regioni con modelli biogeografici. Si deve pensare a tali regioni come a delle bioregioni. Il movimento bioregionale iniziò negli U.S.A negli anni ’70 quando i componenti di gruppi ecologicamente consapevoli, specialmente coloro che sentivano di essere parte di una “società alternativa”, si risistemarono nelle abitazioni o nelle aree nuove, cercando di ridefinire e di capire ex novo il concetto di “regione” in termini di ecologia e del “vivere in maniera giusta” in quelle aree prescelte. Uno studio della progressione culturale umana e delle usanze in questi luoghi aiutò a chiarire i modelli biogeografici e quei cambiamenti positivi o negativi che si erano effettuati o che erano stati resi possibili con ogni nuovo tentativo. Con opportuni cambiamenti si poteva ottenere una certa sostenibilità. Oltre la scienza venne la conoscenza degli spiriti di un luogo che hanno bisogno di mantenere la felicità. Tutte le culture, umana, animale o vegetale, come anche il luogo fisico in sé, necessitavano di essere in armonia se si volevano ottenere le condizioni per vivere una “buona vita”. Il bioregionalismo si occupa di questi argomenti. […]>>
(tratto da “Nugae” n.8; intervista a cura di Michele Nigro, traduzione di Maria Rosaria D’Alfonso)

Per leggere l’intervista completa:

intervista James Koller

Per leggere la versione in inglese:

NUGAE INTERVIEW 2nd draft (FINAL DRAFT)

Il sarto di Piazza Farina

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2010 by Michele Nigro

“Il sarto di Piazza Farina”

Dialogo

Atto unico

PERSONAGGI

Il sarto.

Il cliente, di professione storico.

In una cittadina dell’Italia meridionale. Tempo presente. In una piccola sartoria – una stanzetta a piano terra, con l’entrata sulla strada – piena di abiti appesi, grucce, una macchina da cucire, pochi mobili vecchi, una sedia, un tavolino, una lampada da lavoro, uno specchio…La scena è suddivisa in uno sfondo principale – l’interno della sartoria – e un pannello più piccolo, posto in parallelo (anteriormente, su di un lato) rispetto allo sfondo, che ha la funzione di rappresentare l’entrata della sartoria. E sull’entrata della sartoria vi sono un’insegna quasi anonima con su scritto semplicemente “Sarto”, una vecchia bicicletta appoggiata al muro, una logora tendina…

Al levarsi della tela sono in scena il sarto inginocchiato al lato del cliente intento a prendere le misure per la piega ed il cliente inizialmente rivolto verso lo specchio. Durante la prima metà del dialogo il personaggio del cliente assume la duplice funzione di narratore e di personaggio, realizzando un interessante sdoppiamento in scena, che potrebbe essere eventualmente supportato da un cambio di luci nel passaggio da cliente a narratore… Il dialogo comincia così:

IL CLIENTE (esitando e rivolgendosi al sarto) “Lei… Lei crede nei sosia?”

(e subito dopo, allontanandosi dallo specchio e rivolgendosi al pubblico come in una didascalia proiettata nel futuro; con imbarazzo)

“Mi vergognai quasi immediatamente per quella domanda prematura e sciocca perchè, durante tutto il tempo delle prove dinanzi allo specchio, non c’eravamo rivolti nemmeno una sillaba.”

(poi, toccandosi la pancia)

“Mettere su famiglia comporta alcune modifiche del giro vita e, questo, i miei abiti lo sanno benissimo. Così, di tanto in tanto, sono costretto a portare i pantaloni dal sarto per cercare, grazie ai suoi miracolosi interventi di alta sartoria proletaria, di indossarli ancora per qualche anno senza scoppiare… o semplicemente per una piega nel caso in cui siano freschi di negozio.”

(intanto il sarto non è più in ginocchio e partecipando alla descrizione dei fatti da parte del cliente/narratore, collabora mettendosi con le spalle al muro, sull’entrata fuori della sartoria, a prendere il sole e a fumare… il cliente, non più rivolto al pubblico ma guardando verso la sartoria, continua a descrivere la scena)

“Il bugigattolo in cui il mio sarto lavora, durante le ore del mattino, è quasi sempre generosamente esposto al sole e così, questa mattina, dirigendomi con il pantalone nuovo, ordinatamente piegato sul braccio, ho augurato a me stesso di poter rivivere la scena già gustata altre volte in giornate simili.”

(il cliente si blocca sulla scena e guarda in direzione del sarto che sulla scena è illuminato da un faro che simula il sole)

“Ho voltato l’angolo ed eccolo lì: il sarto di Piazza Farina durante la prima siesta…! La bicicletta da passeggio, multicolore ed arrugginita, poggiata sul muro; la tendina di plastica sporca che ondeggia al vento… E leggermente adagiato su un lato dell’entrata, l’anziano sarto che si gusta la P.S. della giornata…”

(rivolgendosi di nuovo al pubblico)

Cos’è la P.S.? …Postscriptum? …Pubblica Sicurezza?…” (sorridendo) “No, no…! E’ la Prima Sigaretta… da contrapporre alla U.S. – l’ultima sigaretta –  di sveviana memoria! Ricordate la coscienza di quel tale…, come si chiamava, …Zeno…!”

(senza fare una lunga pausa il cliente si avvicina al sarto, intento a fumare, e lo descrive)

“Mingherlino, basso di statura, la faccia color sigaro scavata da solchi di sole e vento, con dei baffi incanutiti alla Ibrahim Ferrer e abbronzato come un catador [1] di Santiago de Cuba… Ha riesumato una delle due mani dalla tasca e senza sprecarsi in parole inutili ha scostato la tendina per farmi entrare…”

(contemporaneamente il sarto, assecondando la descrizione del cliente/narratore, con la mano apre la tendina ed entrambi entrano nella sartoria mentre il cliente continua a parlare)

“… mentre già esaminava con gli occhi strabuzzati e lacrimosi l’oggetto del suo prossimo lavoro.”

(rivolgendosi al sarto e rientrando nei tempi del dialogo)

“Avrei bisogno di una piega!”

(continuando la descrizione di prima e rivolgendosi di nuovo al pubblico)

“L’omino, quasi ignorandomi, era già ritornato nel suo angolo da lavoro e riprendendo in mano un pantalone lasciato a metà, continuò, come se niente fosse, a scucirlo sul tavolo minuscolo illuminato dalla lampada con cui aveva condiviso tante notti insonni per terminare lavori urgenti. Al suo fianco una macchina da cucire “Stillblitz” degli anni ’60 con la pedaliera lucida e consumata dalle migliaia di pantaloni confezionati. A rimpicciolire quello spazio già esiguo, due appendiabiti ricolmi di grucce in fila e vestiti completati in attesa dei proprietari. E, a portata di mano: montagne di spilli e aghi come porcospini imbalsamati e rocchetti di filo di cotone per giocare con gli aquiloni della fantasia…”

IL SARTO (vedendo il cliente in piedi e in attesa di un suo segnale)

“… dovrà provarselo, se vuole che prenda la misura in modo corretto! Non crede?”

IL CLIENTE (indossa in scena il pantalone da provare con i piedi nudi sulla moquette della sartoria, ritorna davanti allo specchio dove ha avuto inizio il dialogo e rivolgendosi al pubblico)

“Mi apprestai ad attirare l’attenzione dell’artigiano il quale, quasi infastidito che fossi ancora lì, sollevò lo sguardo dal suo deschetto. Aveva gli occhiali sulla punta del naso, la sigaretta eternamente in bocca senza mai causare danni ai tessuti che lavorava e un ago che usava con perizia chirurgica.”

(rivolgendosi al sarto) “Sono pronto per la piega, se vuole!”

(continuando verso il pubblico mentre si guarda allo specchio)

“Gli specchi dei sarti sono spietati. Il mio profilo panciuto si riflette inesorabile in tutta la sua lunghezza e, ahimè, larghezza…”

IL SARTO (che intanto si è avvicinato ed inginocchiato per prendere le misure, dice in modo secco)

“Può toglierseli!”

IL CLIENTE ( rimane ancora con i pantaloni addosso e verso il pubblico)

“Fu proprio in quel preciso istante che ebbi la poco brillante idea di rivolgergli quella domanda assurda” (e ora verso il sarto) “lei crede nei sosia?”

IL SARTO (con tono sorpreso) “…sosia?…in che senso?”

IL CLIENTE “Mi scusi se le porgo una domanda tanto banale e soprattutto non vorrei farle perdere tempo… Io sono un suo cliente, non è la prima volta che mi servo da lei… (in modo impacciato) ogni volta che la osservo non posso fare a meno di pensare che lei non appartiene a questa città, a questa regione. E nemmeno a questa nazione… Anzi, le dirò di più: secondo me lei non appartiene nemmeno a questo tempo…!”

(rivolgendosi al pubblico) “Stavolta l’avevo fatta grossa. Avrei dovuto cambiare sarto…!”

IL SARTO  (ripetendo con uno sguardo più interessato e intrigante) “…sosia? …in che senso?”

IL CLIENTE  “Lo so che non sono affari miei, ma lei ha parenti in America latina?”

IL SARTO  “Può essere…!”

IL CLIENTE  “No, perché, vede… Ecco… Mi sento ridicolo… Non so come dirglielo… E’ assurdo, lo so!..”

IL SARTO  “Senta,… avrei del lavoro da sbrigare!”

IL CLIENTE  (con imbarazzo crescente) “…Lei è la copia esatta del… Lei è il sosia, il clone, il ritratto fotografico del “Generale del Popolo”, il mitico Antonio Louis Garzia Farinas, meglio conosciuto come “Cigarillos”, un nomignolo affettuoso e confidenziale datogli dalla sua gente a causa del suo fisico minuto e asciutto… (con veemenza) Ma capace di smuovere interi villaggi per scatenarli verso un unico obiettivo rivoluzionario grazie al suo carattere tenace e appassionato… Ecco, l’ho detto! Ora, se permette, mi tolgo i pantaloni imbastiti e me ne vado, così la lascio lavorare in santa pace…!”

IL SARTO  “…Antonio chi?…”

IL CLIENTE  “…Il generale Antonio Louis Garzia Farinas, fu l’eccezionale istigatore e il padre ideologico della famosa “Rivoluzione dei torcedores” che nel lontano 1961 esplose nello stato sudamericano di Partagas…” (incalzando) “…I torcedores sono gli arrotolatori di sigari, quei singolari artigiani che lavorando le foglie di tabacco con perizia e passione, riescono a produrre ogni giorno centinaia di quei sigari meravigliosi, famosi in tutto il mondo… I “Partagas”, per l’appunto: i sigari più buoni e costosi mai esistiti… E che lei certamente conosce dal momento che è un fumatore…!” (calmandosi e con tono professionale) “…poiché io lavoro presso il dipartimento di Storia sudamericana… all’università… ecco… abbiamo un archivio con centinaia di foto di personaggi storici sudamericani… e così… ho riconosciuto nel suo volto… quello del Generale…!”

(e di nuovo verso il pubblico, riprendendo a muoversi sul palco tutto preso dalla sua funzione narratoria) “Mentre seguiamo virtualmente nel nostro animo una traccia che ci appassiona e ci toglie il sonno, succede spesso che, una volta raggiunto lo scopo e dopo aver svelato i nostri tormenti, l’idea che ci aveva torturati per giorni e mesi, per non dire anni, finisce con lo “sfiatarsi” dinanzi al disincanto procuratoci dalla realtà.”

IL SARTO  (con sguardo ironico verso il cliente) “…stai male, amico?”

IL CLIENTE  (sempre verso il pubblico, come se ignorasse la domanda del sarto)

“Forse tutto si sarebbe risolto con una grande risata da parte del taciturno mago dell’ago e me ne sarei andato a casa con la coda tra le gambe e qualche chilo di dignità in meno. Ma non andò così. (pausa) Mi guardò in un modo che non potrò mai dimenticare: come un padre che ritrova il figlio; come chi vaga attraverso i secoli in cerca del suo angolo di storia perduto; come il ladro scoperto in casa con le mani nell’argenteria…”

IL SARTO  (con ardore, quasi gridando, verso il cliente) “…Y en voz bien alta, socialismo o muerte!” [2]

IL CLIENTE  (sorpreso) “Scusi…?”

IL SARTO  (incalzando) “Pero se siente de la patria el grito … Todo lo deja todo lo quema … Ese es su lema, su religiòn.” [3]

IL CLIENTE  (infastidito) “Capisco che le mie affermazioni sui sosia siano da prendere con le dovute cautele, ma prendermi in giro ripetendo questi inni rivoluzionari letti o sentiti chissà dove… Non mi sembra il caso!”

IL SARTO “Calma, figliolo! … Non avevo intenzione di prendermi gioco di te! (pausa) …E’ solo che sono trascorsi molti, moltissimi anni dall’ultima volta che ho sentito scandire il mio nome completo… Antonio Louis Garzia Farinas… Generale del Popolo… Per gli amici “Cigarillos”…(ridendo fragorosamente) Ah,ah,ah!!!”

IL CLIENTE  “Sì, va bene… Come non detto: vedo che continua a rivolgere la sua politica ironica nei miei confronti… (in modo canzonatorio) Ora vorrebbe farmi credere che lei è il Generale… Risorto!… Come il Cristo!… (ritornando serio) Io ho parlato di somiglianze… Lei è il mio sarto e nulla di più!… Ora, se per piacere … mi sfilo i pantaloni e tolgo il disturbo! ”

IL SARTO  “Ma quale risorto!… Non sono mai morto!”

IL CLIENTE  “Ah!Ah!Ah!…  (verso il pubblico) Risi di gusto davanti allo specchio ma riacquistai prontamente la freddezza del ricercatore storico. (rigirandosi di scatto nuovamente verso il sarto) “…e le foto, che hanno fatto il giro del mondo, in cui il Generale viene ritratto a torso nudo, crivellato dai colpi di arma da fuoco dell’esercito regolare partagassiano? E la gente che ha letteralmente invaso la camera ardente per dare l’ultimo saluto al proprio idolo? E la madre che piange accanto al feretro? E il suo volto stampato sulle magliette rosse dei giovani di sinistra durante le manifestazioni contro il governo?”

IL SARTO  “Pura strumentalizzazione! Io dovevo morire e basta!”

IL CLIENTE  “…E il discorso pronunciato dal suo amico e compagno di battaglia, Rodriguez De La Rua, durante la veglia solenne in memoria del Generale in Plaza de la Revoluciòn il 18 Ottobre 1967 ?”

IL SARTO  “…E’ stato lei a chiedermi se credo nei sosia, vero?… E la risposta è ! Ci credo: perché le foto a cui accennava lei prima non ritraevano il sottoscritto, bensì il mio sosia Josè Carriò ucciso per errore dall’esercito regolare che ancora resisteva ad est di Partagas; credendo che fossi io, non hanno atteso nemmeno l’ordine dei superiori per aprire il fuoco…(con nostalgia rivolgendo lo sguardo altrove) I nostri compagni guerriglieri ci prendevano spesso in giro, durante i bivacchi, per la nostra sconvolgente somiglianza… Era un buon soldato ed è morto per causa mia, come molti altri durante quei giorni tumultuosi!”

IL CLIENTE (avvicinandosi velocemente al sarto e con veemenza) “…Ma perché tenere nascosto l’errore? Perché non continuare la rivoluzione? Perché sparire in quel modo come se la battaglia fosse persa… (alzando un pugno al cielo) Partagas oggi è vostra! Stretta nella morsa di un assurdo embargo, è vero, ma pur sempre rivoluzionaria e socialista… Avete infiammato gli animi dei torcedores e poi siete sparito… Perché, Generale? Avete dato un esempio unico al mondo di resistenza anticoloniale e antimperialista… Perché sparire così?”

IL SARTO  (il sarto cerca una sedia… Si siede… Non risponde subito ma, gustandosi la sigaretta, si guarda a lungo nello specchio)

“Dovevo morire, amico mio… La revoluciòn era già morta sul nascere… Era cominciata, come ogni altra “buona” insurrezione della storia, tra i migliori propositi e le più fulgide speranze… Sai, prima della rivoluzione anche io ero un torcedor…

IL CLIENTE  “Sì, lo so… Ho letto molto su di lei durante il mio dottorato all’università!”

IL SARTO  “…E l’esperienza di lavorare per conto di un padrone amico degli yankee, confezionando sigari che sarebbero stati poi fumati in qualche ranch del Texas da petrolieri obesi, razzisti e guerrafondai, è stata l’esperienza più dolorosa della mia vita…”

(Un attimo di silenzio. Il sarto si alza dalla sedia e aprendo il cassetto di un vecchio mobile, tira fuori un pezzo di sigaro. Lo accende e aspira soddisfatto la prima boccata. Mentre il fumo denso sale verso l’alto, il sarto riprende il discorso)

“…Fu durante quegli anni che maturai, insieme ad altri compagni di lavoro, l’idea di una Rivoluzione; l’utopia di un’economia locale ed autonoma, di un sistema agricolo e industriale indipendente dai canali obbligati della supremazia nordamericana. All’inizio non pensavamo all’uso delle armi perché speravamo nella lungimiranza dei nostri governanti che, se pur corrotti, non erano tanto stupidi da escludere a priori un facile arricchimento proveniente da una solida economia partagassiana. Ma non andò così… Le repressioni non tardarono ad arrivare e molti torcedores, con le loro stesse famiglie, furono vittime della crudeltà del Presidente Curreros…(con rabbia) Quel maledetto porco, leccapiedi, schiavo degli americani…!”

IL CLIENTE (speranzoso, pur parlando di fatti già accaduti)

“Sì… Ma in un secondo momento, dopo che  l’Esercito dei torcedores si rifugiò sulle montagne di Partagas, la popolazione capì l’importanza della vostra rivolta e fu da quel preciso istante che cominciaste a vincere… O mi sbaglio?”

(rientrando dal tono entusiastico, ma con lo stupore di chi rivive un mito)

“Ancora oggi mi vengono i brividi quando sento la registrazione della sua voce durante lo storico annuncio, dai microfoni della “Radio Liberata di Partagas”, che la Rivoluzione era vincente e che la popolazione sovrana era riuscita a sconfiggere la classe politica filoamericana… C’erano ancora alcune sacche di resistenza ad est, ma Partagas era finalmente in mano ai torcedores…”

(una pausa, il tempo di riacquistare un tono da persona delusa)

“…Ma allora, perché fuggire? Perché sparire in quel modo? Non capisco…”

IL SARTO  “Hoy represento al pasado … No me puedo conformar!” [4]

IL CLIENTE   “Sì, ma parli in italiano… !”

IL SARTO  “La Rivoluzione era già strumentalizzata nel momento stesso del suo acme… Non so come spiegarglielo… (una breve pausa per cercare le parole adatte) Le motivazioni erano giuste e la popolazione aveva veramente bisogno di un cambiamento radicale della politica e delle condizioni di vita. Dai campi di tabacco fino ai quartieri in stile coloniale di Partagas, si sentiva la pesantezza di un ruolo impostoci dal passato e dai continui compromessi stipulati, senza il nostro parere, tra la classe politica latifondista partagassiana e i signori americani… Ma qualcosa non andava… Sentivo che la Rivoluzione non avrebbe estirpato la Febbre di Potere dalle viscere dell’essere umano e che anche (con tono sarcastico) il mio – come lo definisce lei ingenuamente – “amico”, Rodriguez De La Rua, era già corrotto fin dai tempi della costituzione dell’Esercito dei torcedores . Quando parlo di corruzione non mi riferisco alla corruzione monetaria e materiale, non mi fraintenda… La corruzione è qualcosa che va oltre le ideologie e le rivoluzioni. Va oltre i conti in Svizzera e i “paradisi fiscali”… E’ parte integrante della cosiddetta “natura umana”… La corruzione è il naturale esaurimento del fuoco ideologico; è la visione di un mondo più giusto ma paurosamente simile a quello che ci si è affannati a ribaltare; è l’illusione di un cambiamento che avviene con mezzi troppo simili a quelli contro cui si combatte…Ebbi paura di portare a termine la revoluciòn pur essendone l’ideatore e, come diceva lei prima, l’istigatore… Sentivo, con largo anticipo, che i cambiamenti sarebbero stati solo superficiali e non avrebbero scalfito nemmeno un pò i sistemi profondi dell’eterna istintività umana… Amavo la mia gente e vedevo con i miei occhi gli effetti della sommossa. Tutta la popolazione si sentiva non più schiacciata, ma parte attiva del proprio destino economico e sociale. Tutti stretti intorno ad un unico grande fuoco. La gente ha bisogno di un ideale in cui credere e non importa se a fornirglielo sia Gesù Cristo o il Generale Antonio Louis Garzia Farinas… Fu proprio questo passaggio a spaventarmi: se la gente aveva tanto bisogno di un cambiamento, perché aspettare un torcedor per avviare quel necessario processo di ribellione? Perché la gente, una volta raggiunto lo scopo della sommossa, si affida nuovamente al “sonno dell’anima”? Perché l’essere umano sente questo impellente bisogno di stravolgimento a cui non segue, però, una continua e doverosa presa di coscienza? La vera Rivoluzione comincia (battendosi in petto) da “dentro” e non credo che a Partagas sia mai approdata una tale rivoluzione..!  Non volli infrangere quel sogno scatenato con le mie stesse mani e così approfittai del mortale equivoco che colpì il mio sosia ed uscii di scena. Naturalmente al mio “amico” Rodriguez non sembrò vera una tale occasione per poter vivere da solo la gloria della Rivoluzione e il futuro magnifico che avrebbe avvolto Partagas da lì a poco. E poi avere un amico martire da ricordare in ogni occasione ufficiale, fa sempre comodo… Quante fiaccolate in mio onore, quante veglie per il Generale, quante statue disseminate in tutta Partagas con la mia faccia, quante canzoni che parlano di me… E le poesie, i quadri, i romanzi, le magliette, le bandane, i cappelli, le scritte sui muri, gli striscioni, le bandiere, gli scioperi col mio nome ovunque… Pura strumentalizzazione, amico mio! Pura strumentalizzazione…”

IL CLIENTE   “…Lei, mi scusi,… pensa di soffrire della Sindrome del Messia Laico?”

IL SARTO  “E… E che sarebbe questa sindrome?”

IL CLIENTE  “Colpisce tutti i rivoluzionari genuini che pur amando in modo viscerale la propria gente e la causa della revoluciòn – come dice lei – non fanno, ahimè, i conti con una componente atavica appartenente al genere umano fin dall’alba dell’ homo sapiens…!”

IL SARTO  “E quale sarebbe questa componente?”

IL CLIENTE  “L’egoismo… Mon gènèral! L’egoismo…”

IL SARTO  “Adesso non cominci lei ad usare il francese, però…!”

IL CLIENTE  “Ops, mi scusi!”

IL SARTO “Io fuggii dall’egoismo della mia gente…E’ vero! Ma in realtà non facevo nient’altro che assecondare il mio egoismo…! E poi le ho già detto, prima, che avevo avuto sentore di corruzione… Ed il passo tra egoismo e corruzione è fin troppo breve!”

IL CLIENTE  “Bell’intreccio!”

IL SARTO  “Lei, però, ancora non mi ha rivolto una domanda che io ritengo fondamentale al fine di una seria ed approfondita analisi storica… Anche se lei è venuto qui principalmente per farsi fare la piega ai pantaloni!”

IL CLIENTE   “E quale sarebbe questa domanda?”

IL SARTO  “Il passaggio da condottiero di una rivoluzione socialista sudamericana a sarto di una tranquilla cittadina italiana…! Da torcedor a “cucitor” – mi lasci passare la battuta!”

IL CLIENTE  “Passi pure…E’ vero, ma ci sarei arrivato!… Alla domanda… Ma visto che se l’è già formulata da solo, risponda pure…!”

IL SARTO “Saltare dalla rivoluzione armata alla macchina da cucire non è stato facile, ma riuscii a riconoscere in questa apparentemente umile e silenziosa professione – quella del sarto – una analogia filosofica con ciò che avevo lasciato a Partagas.”

IL CLIENTE  (con tono sarcastico) “Analogia filosofica? Abbiamo un generale platonico…”

IL SARTO   “Tenga a freno il suo sarcasmo e mi segua!”

IL CLIENTE   “Certo, continui pure…”

IL SARTO  “Se lei, invece di preoccuparsi della pancia, dedicasse un po’ più di attenzione agli intimi meccanismi della vita e alle imperscrutabili analogie che tengono insieme il mondo, forse sarebbe un uomo più consapevole e, chissà, più felice…” (dopo una breve pausa) “In realtà non c’è nessuna differenza tra il torcedor e il sarto: entrambi ripiegano qualcosa. Il torcedor ripiega e taglia foglie di tabacco per il piacere dei fumatori, mentre il sarto ripiega e taglia tessuto per il piacere degli elegantoni come lei… Mi segue?”

IL CLIENTE  “Più o meno…! Ma che centra con la revoluciòn?”

IL SARTO “Un attimo, ci sto arrivando! … Cosa impedisce ad un sarto di organizzare una rivoluzione qui, in questa cittadina del Sud Italia?”

IL CLIENTE  “Mah… Non saprei… I troppi impegni?”

IL SARTO “Ma cosa va dicendo!? Lei se ne intende di rivoluzioni come un cavallo di algebra…!”

IL CLIENTE “Non incominciamo ad offendere. Me lo dica lei, allora, (velocemente)

SignorSotuttoiodellarivoluzionealpuntotalechemelasonosvignatasulpiùbello

IL SARTO  “Come…? Parli più piano…”

IL CLIENTE  “Niente… Continui…  Mi dice cosa glielo impedisce?”

IL SARTO  “Il benessere, amico mio!”

IL CLIENTE (con tono alterato) “Ma se a Partagas non c’era il benessere, allora perché ha deciso di abbandonare una rivoluzione che sarebbe sicuramente riuscita? Visto che è il benessere a frenare le sommosse? Si può sapere che cosa vuole lei dalla gente? Se ci sono i presupposti per una rivoluzione, lei che fa…? Si alza e abbandona il campo di battaglia proprio nel momento della vittoria. Se non ci sono, allora si lamenta perché c’è troppo benessere per farla… Ma insomma! E’ proprio sicuro che tutto graviti intorno alla ricchezza di un popolo?”

IL SARTO “Quando decide di usare la materia grigia, vedo che è in grado di mettere in difficoltà il suo interlocutore… Ma ho una risposta anche per la sua legittima perplessità…!”

IL CLIENTE  “Sentiamo…!”

IL SARTO  “Lei confonde il benessere con la coscienza!”

IL CLIENTE  “Cioè?”

IL SARTO  “Anzi, le dirò di più: voi cattolici…”

IL CLIENTE  “Intendiamoci subito su un punto: io sono cattocomunista. E ci tengo a precisarlo!”

IL SARTO  “…Insomma: voi cattoqualcosa confondete ulteriormente la coscienza (e aprendo le braccia come a voler indicare qualcosa di enorme) con la Coscienza… Come se tutto ciò che proviene dall’umano pensiero fosse frutto di un dono divino… Per fare una rivoluzione a me basterebbe la coscienza – quella con la “c” minuscola – non chiedo chissà quale presupposto… A Partagas avevamo il “bisogno materiale”, l’impellente necessità di una rivoluzione, ma non avevamo sufficiente coscienza per gestire il futuro…Ed infatti oggi Partagas non è nient’altro, si fa per dire, che un’esotica dittatura piena di belle donne, rhum e sigari, sognata dai vostri pseudointellettuali rivoluzionari di sinistra che non si sono mai mossi dalle loro fabbriche in eterna vertenza sindacale e dalle (gutturale) “okkupazioni” di vespai condominiali in cui organizzano “comitati pro-Chiapas” senza sapere dov’è!”

IL CLIENTE  “Dov’è… cosa?”

IL SARTO  “Il Chiapas…! Si svegli!”

(dopo una breve pausa e dondolando la testa)

“Voi, invece, avete la possibilità di risvegliare la vostra coscienza con i mezzi e le potenzialità di una società culturalmente e tecnologicamente avanzata, ma non lo fate! Avete la possibilità di conoscere cosa succede nel mondo, ma usate la televisione solo per vedere le partite di pallone; potete comprare un biglietto aereo a prezzi stracciati su internet, ma viaggiate solo per seguire la vostra squadra del cuore in trasferta o per andare a mettere il culo nel mare di qualche villaggio turistico in Oceania; potete stampare tutti i giornali che volete senza essere fucilati o dimenticati in qualche carcere in attesa di morire, ma trascorrete il vostro prepensionamento mentale con la testa immersa nel Corriere dello Sport…”

IL CLIENTE  “Secondo me è lei che confonde la coscienza con la necessità!”

IL SARTO  “Si spieghi meglio, figliolo!”

IL CLIENTE  “La coscienza è stimolata dalla necessità, ma coscienza e necessità – come spero si sia accorto – non sono la stessa cosa… Perché pretende che la gente di questa tranquilla cittadina si metta a fare la rivoluzione proprio ora che ha raggiunto un certo benessere?…”

IL SARTO (ironico e sorpreso)

“Vorrebbe dire che qui in passato non ci sono mai state rivolte popolari o sommosse di alcun genere?”

IL CLIENTE  (infastidito) “Non mi insegni la storia di un posto che conosco meglio di lei, la prego! Conosco bene le capacità rivoluzionarie di questa gente e saperle in quiescenza, non le nascondo, mi infastidisce…!”

IL SARTO  “Aaah! Oye se quema, se quema! [5] Ma allora lei mi da ragione, caro il mio storico pancione!”

IL CLIENTE “No, ferma, stop, buono…! Ottima la rima, un po’ meno il contenuto!”

IL SARTO  “Anche lei sente il bisogno di risvegliare questa gente!”

IL CLIENTE  (cantando) “…Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto! …” [6]

IL SARTO  “Ma che fa? Ora si mette a rubare le battute di Venditti?

IL CLIENTE  “Una piccola digressione sul pensiero dei cantautori!”

IL SARTO  “La pianti una volta per tutte e finisca la sua tesi…! Non vede che pian piano si avvicina al mio pensiero?”

IL CLIENTE (ritornando serio) “Chi le ha mai detto che il mio pensiero è lontano dal suo? Abbiamo sicuramente età ed esperienze differenti e poi, stento ancora a crederci, lei è un pezzo di storia vivente, nascosto qui, in questa cittadina che è l’ultimo posto dove verrei a cercare un ex rivoluzionario fuggito dalla storia… (una breve pausa) Mi dia almeno il tempo di riorganizzare le idee… E visto che c’è, mi dia anche un pizzico per assicurarmi di essere sveglio!”

IL SARTO “Ay candela me quemo aé! [7] Non credo che vivrò ancora a lungo e speravo, prima di andarmene, di poter vivere una vera revoluciòn in cui coscienza e necessità fossero entrambe presenti sulle barricate… Ma l’uomo è come una fiamma nel vento… Amico mio! Vivrò i miei ultimi giorni col rimorso di non aver vissuto la mia rivoluzione quando ero abbastanza giovane per poterla fare… Sono stato uno sciocco idealista e morirò durante un’inutile attesa. La coscienza è assopita dal benessere ed io non posso pretendere di far tornare questo paese nel medioevo, solo per riscoprire la necessità di fare la mia stupida rivoluzione.”

IL CLIENTE  “Non sia così pessimista! E’ sicuro che non ci sia un’altra strada in questa sua spietata analisi storica?”

IL SARTO  “Sono anni che la cerco… Se lei è tanto bravo, si faccia avanti con la sua teoria… L’ascolto!”

IL CLIENTE  “Quando prima mi riferivo alle capacità rivoluzionarie della gente, non intendevo dire che oggi ci sono gli stessi fattori predisponenti dei moti studentesco-proletari degli anni ’60 e ’70 e né tanto meno le condizioni per una nuova “rivoluzione delle pezze al culo” in stile Carmine Donatelli Crocco… La gente cambia e – le piaccia o no, carissimo Generale Farinas! – cambiano anche le necessità. Se prima si combatteva per la chiusura di una fabbrica, oggi si combatte per l’apertura… Sa, la storia dell’inquinamento e del cosiddetto “progresso ecosostenibile”…? Il problema non è riconoscibile nella mancanza di coordinamento tra necessità e coscienza, come asseriva poco fa, ma nella “quasi totale assenza di una coscienza!”

IL SARTO (con tono preoccupato) “Caspita… Ed io sarei il pessimista?”

IL CLIENTE  “Per assopire una coscienza, si presuppone l’esistenza di una coscienza da assopire… Mi segue Signor Generale?”

IL SARTO  “A stento… Ma prosegua, la prego!”

IL CLIENTE  “Il problema della coscienza assopita presuppone solo due possibili approcci: o c’è una piccolissima fetta di coscienza ancora sveglia che si rende conto della situazione attuale, oppure – come io penso, mio caro Generale – la coscienza è talmente poco sviluppata che è impossibile assopirla. Sarebbe come sparare su un paziente in coma!”

IL SARTO (mettendosi le mani in testa) “Non c’è  speranza, solo tristes recuerdos de tradiciones![8]

IL CLIENTE  “Ed è qui che si sbaglia ancora una volta, Signor Farinas… Ed è in questo punto preciso che lei ripete, dopo decenni di solitudine, lo stesso identico errore commesso a Partagas negli anni ’60… Se lei mi avesse incontrato durante la Rivoluzione dei torcedores, non si ritroverebbe a fare il sarto in Italia, ma sarebbe diventato il “Comandante” di Partagas. (facendo una pausa improvvisa) Anche se, a pensarci bene, forse, non se lo sarebbe nemmeno meritato… Se lei a distanza di decenni mi cade sempre sulla stessa questione, allora vuol dire che, proprio, non era degno di essere il Generale del Popolo… Allora, questa piega?”

IL SARTO  “Faccia poco lo spiritoso e finisca di dire ciò che ha cominciato a dire…!”

IL CLIENTE  “Uffà! Ma non dovrebbe essere lei a darmi lezioni di storia e di coscienza storica?”

IL SARTO  “Poche storie, sennò addio piega!”

IL CLIENTE  “Calma, calma: la piega mi serve per domani… Non facciamo scherzi! Va bene?…Le spiego: bisogna saper riconoscere, in ogni epoca storica, il grado di coscienza sviluppato durante il periodo che abbiamo il privilegio di vivere… (sussurrando al pubblico) (E già questa operazione risulterebbe alquanto indaginosa!). (rivolgendosi di nuovo al sarto) Una volta fatto il bilancio delle potenzialità di questa benedetta coscienza, bisogna regolarsi in base ai risultati. Lei, all’epoca di Partagas, pretendeva di fare la rivoluzione e contemporaneamente di migliorare la coscienza della sua gente… Errore madornale! Prima si preparano e si risvegliano le coscienze tramite la poesia, la scrittura, l’arte nel suo più ampio significato,…”

IL SARTO  “La poesia, la scrittura…? Ma ne è sicuro?… E le armi, le pattuglie di guerriglieri, gli esplosivi…?”

IL CLIENTE  “…Mi lasci concludere! …E solo dopo si scatenano le rivoluzioni… Ogni sommossa che si rispetti c’ha i suoi meditati fattori predisponenti e i suoi tempi prodromici… Poco fa non ha affermato che la rivoluzione comincia da “dentro”? Poiché, in cuor suo, si era accorto dell’errore, ha pensato bene di gettare la spugna ed ora viene qui in Italia pretendendo di risvegliare le coscienze degli italiani…?”

IL SARTO  “Non ho mai preteso tutto ciò…!”

IL CLIENTE  “Ma lo stava ipotizzando poco fa…! Non può negarlo!”

IL SARTO  “Sì… Forse, un pochino!”

IL CLIENTE  (come a voler riprendere un bambino) “Generale, Generale…! Ma ha visto bene in quali acque navighiamo qui in Italia? Altro che coscienza e necessità: qui bisognerebbe ricostruire tutto daccapo… Cominciando dai partiti!”

IL SARTO  “I partiti? E che centrano?”

IL CLIENTE  “Generà!!! Ma lei da quanto tempo non esce dalla sartoria? Non ha notato come è ridotta la politica in questo paese?”

IL SARTO “…Sì, in effetti la gente mi sembra un tantino confusa… Né la Destra, né la Sinistra sembra in grado di soddisfare le reali esigenze del popolo… E tutto, spesso, si riduce ad un talk show…! La vedo anch’ io un po’ di televisione…!”

IL CLIENTE  “Fosse solo questo il problema, Signor Generale! (guardandosi i piedi) Gli schieramenti partitici sembrerebbero avere dei programmi politici distinti, ma in realtà è il sistema delle coscienze su cui poggiano che li costringe ad essere inevitabilmente identici nella loro superficiale diversità! (pausa) Tutto è stato fagocitato dal calderone immenso dell’Immagine che mercifica il Pensiero…! Aveva ragione Guy Debord…!”

IL SARTO  “Socialismo o muerte!”

IL CLIENTE  “Appunto, Generale: molti pensano di fare politica, ma appartengono già alla morte…Non alla morte fisica, ma a quella ideologica!”

IL SARTO  “Che situazione, muchacho!”

IL CLIENTE  “Lei, Generale, ha scelto l’autoesilio e forse, ripensandoci, ha fatto bene…! Ma è proprio convinto che sia arrivato il momento per lei, e con questi presupposti, di riprendere il discorso sulla rivoluzione…?”

IL SARTO  “Ecco… Io, veramente…”

IL CLIENTE  “Mi dia retta… Si goda la sartoria e la vecchiaia…Si legga un buon libro…! Faccia delle passeggiate…!”

IL SARTO  “Come la vuole la piega? Alla francese o normale?”

IL CLIENTE  “Faccia lei, Generale… In questo è più esperto di me!”

IL SARTO  “Venga a ritirare il pantalone domani sera!”

IL CLIENTE  “A domani sera, allora… Hasta siempre, Comandante!”

– Tela –

FINE

POST CORRELATO: “Il sarto di Piazza Farina” – il racconto

NOTE


[1] Catador: chi vive e lavora per strada raccogliendo spazzatura riciclabile e rivendendola a depositi e magazzini.

[2] “…E a voce alta, Socialismo o morte!”: slogan rivoluzionario cubano.

[3] “Ma lei può sentire il pianto della sua patria… Lei ha lasciato ogni cosa, ha bruciato tutto…E’ la sua vita, la sua religione”: tratto da “La Bayamesa” di Sindo Garay (1869); interpretata da Ibrahim Ferrer e Compay Segundo in “Buena Vista Social Club” di Ry Cooder.

[4] “Ora io sono la storia. Non posso oppormi al cambiamento”: tratto da “Veinte Años” di Marìa Teresa Vera; interpretata da Omara Portuondo in “Buena Vista Social Club” di Ry Cooder.

[5] “Senti, sta bruciando, sta bruciando!”: tratto da “Candela” di Faustino Oramas; interpretata da Ibrahim Ferrer ed Eliades Ochoa in “Buena Vista Social Club” di Ry Cooder.

[6] Tratto dal brano “Bomba o non bomba” di Antonello Venditti; “Sotto Il Segno Dei Pesci”  (1978)

[7] “Oh fuoco, mi sono bruciato!” : tratto da “Candela”; vedi nota 5

[8] “Tristi ricordi del passato”: tratto da “La Bayamesa”; vedi nota 3

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