Archivio per psicanalisi

I FIORI DEL MALE. DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2016 by Michele Nigro

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I FIORI DEL MALE

DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

 

Casa della Memoria e della Storia | 14 settembre – 18 novembre 2016

 

Figlie, madri, mogli, spose, amanti: donne vissute durante il Ventennio. Ai volti delle ricoverate sono affiancati diari, lettere, relazioni mediche che raccontano la femminilità a partire dalla descrizione di corpi inceppati e restituiscono l’insieme di pregiudizi che hanno alimentato storicamente la devianza femminile.

L’idea di realizzare I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista, una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista, è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.

Durante il regime fascista si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adeguate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla “Rivoluzione Fascista”.

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Antidoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio 2016 by Michele Nigro

“Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove
Verranno al contrattacco ma intanto adesso
Curami curami curami”

(CCCP)

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Che sarei alla vita

se non avessi

un’intima voce, quella parola

scavata in cerca di

passaggi eterni

come sospiri tra rumori?

Eppure un giorno

sconosciuto realizzerò

d’un colpo la sconfitta

dell’esistere con sembianze

di gesto scellerato e

irreversibile.

 

Fino ad allora

che l’oscurità del verso

circondi la spietata ragione,

nell’illusione di

lontani sconforti

non in viaggio

verso me.

Rimani nella luce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2015 by Michele Nigro

Remain in light

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Con occhi sbarrati, saturi di buio

e quella paura di illogiche cecità, agguati nel sonno

restavi sveglio come un’insonne sentinella

cercando punti luminosi, coordinate per vedenti

astronomia da camera

nell’oscuro silenzio di notti orfane.

Rimani nella luce

piccola anima insicura!

In soccorso a riposi spezzati

l’oftalmologia di Morfeo,

ninna nanna scientifica

cantata al tramonto

d’infantili ossessioni.

Ghost

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 Mag 2015 by Michele Nigro

The Wall Movie 1982 (4)

in silenzio, non invitati

fantasmi tarlano

la stima dell’io,

un provvido giudizio sospeso

come un’esperta ninna nanna

li accompagna verso la notte

Il ricordo di sé

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 giugno 2014 by Michele Nigro

Stefano-Bonazzi-uomo-senza-testa-con-ombrello

Assente da te stesso e dal mondo

abbandoni

sotto il sole cocente di un mortale sonno mentale

gli affetti senzienti del tuo esistere.

Il ricordo di sé latita dal momento presente

carne viva tra gli oggetti quotidiani

errata percezione delle cose

fatale dimenticanza

vaghiamo incoscienti come foglie meccaniche

trasportate dal vento della routine.

E non troverai al risveglio urlo o disperazione così grande

da colmare il vuoto della tua assurda memoria.

G. I. Gurdjieff

G. I. Gurdjieff

Anestesia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 Mag 2014 by Michele Nigro

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La volontà fa quello che può

contro l’avanzata del buio artificiale,

innumerevoli stati di coscienza

dopo millenarie lotte evolutive

capitolano simili a baluardi indifesi

dinanzi alle truppe chimiche della scienza.

Privo di memoria e dolore, tagliato fuori dagli eventi

in quale angolo silenzioso si rifugia l’io scacciato dalla realtà?

La coscienza superiore in esilio

vaga senza tempo

tra deserti primordiali e oasi d’archetipi

in cerca di un passaggio per il ritorno.

Interruzione di dipendenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 Mag 2014 by Michele Nigro

babycord

Prendete una vostra abitudine, quella più frequente, la più ossessionante anche se impercettibile, quella che voi credete essere la più cara e innocua, e… interrompetela. Così, per compiere un esperimento giocoso che pian piano potrebbe diventare un necessario esercizio di miglioramento della qualità esistenziale. Allontanatevi da essa, da questa abitudine non vitale a cui siete legati ma di cui credete di non avvertire la pressione discreta che esercita sul vostro vivere, espelletela dal vostro tempo quotidiano, dai vostri meccanicismi, dal paniere di tic pseudoculturali che tenete sul comodino a portata di mano e di cui vi siete autoconvinti di non poter fare a meno. Osservatela, se volete, dall’esterno prima di archiviarla definitivamente o per un breve periodo di prova, ricordatene le fattezze, studiatene la presenza nella vostra vita per riconoscerla se si dovesse ripresentare sotto mentite spoglie, bussando alla porta delle azioni meccaniche. Se non ha un nome, datele un nome per meglio identificarla. Spegnete il pilota automatico e pilotate a naso! Osservate voi stessi dall’esterno, il vostro corpo mentre vive, come in un film di cui siete i protagonisti, per comprendere quanto siete ridicoli nel compiere l’automatismo da cui vi state allontanando: se non si è consapevoli del proprio essere ridicoli, c’è il rischio che permanga un sottile velo di nostalgia nei confronti dell’abitudine da eliminare. Dovete essere convinti per non avere rimpianti: la consapevolezza del nostro sentirci ridicoli necessita, però, di un cambio di scena. Il film mentale non basta: certi particolari non si possono notare se non da un esterno reale, dall’altra parte del vetro, concedendosi un’azione alternativa che segua il pensiero. Quello che state per vivere non è un addio ma un consapevole arrivederci: forse ritornerete a servirvi delle abitudini che abbandonate, solo che non le chiamerete più abitudini ma azioni utili e non periodiche, oserei dire volontarie e ricercate. L’obiettivo è avere il coraggio di smettere di amare le vostre abitudini perché rassicuranti e già sperimentate. Alterando il grafico di quell’azione riscoprirete il valore del suo significato nella vostra esistenza. Fermarsi un attimo prima del tic non è sufficiente: bisogna dimostrare a noi stessi che l’interruzione che abbiamo deciso di effettuare possiede una sua consapevole costanza. Uno dei fattori più importanti per la riuscita di questo esperimento, infatti, è il tempo che lasciamo trascorrere dopo aver preso la decisione di interrompere la dipendenza: ma non si tratta di un mero “contare fino a dieci!” dedicato agli isterici. È qualcosa di più: siamo lì che fremiamo per soddisfare la nostra abitudine, solo un soffio ci separa dal soddisfacimento di quell’ennesimo atto compulsivo che crea un benessere effimero, ma ecco che all’improvviso una lampadina si accende nella nostra personale scatola di Skinner. Non si tratta stavolta di un segnale convenzionale che dà il via al riflesso automatico a cui il nostro corpo obbedisce senza opposizione, ma è una luce nuova, dispettosa, alternativa, irriverente e scomoda. Una luce che ci chiede di attendere, di rimandare, di sospendere la soddisfazione di un falso bisogno, di cercare una strada non battuta, anzi di non cercare nulla, di sperimentarci nella non azione attiva, insomma di fermarci sull’uscio, per una volta sola o per sempre… se l’esperimento funziona. Quella che sembrava un’alternativa scomoda diventa essa stessa una piacevole abitudine: abituarsi a non abituarsi, una contraddizione che salva la vita. Autodirottarsi per mettersi alla prova e sperimentare le virtù del non fare contro la persecuzione del fare. Riposizionare i mobili di una stanza per vederli illuminati da un angolo diverso e per accorgerci che seduti in un lato differente della stanza riusciamo a vedere particolari dalla finestra che fino a quel momento erano sfuggiti al nostro guardare assuefatto. O addirittura disfarsi dei mobili per sperimentare il vuoto. Se il tempo trascorso dalla sospensione è sufficiente ci accorgeremo di aver “abortito” in maniera corretta, di aver tagliato il cordone ombelicale senza traumi e di non aver bisogno delle cose di cui ci siamo privati: l’interruzione di dipendenza sarà premiata con una riscoperta sobrietà e una nuova energia deviata verso mete non contemplate. Potevamo scegliere di non far finta di scegliere e invece continuavamo a far finta di scegliere. Perché? Per paura? No, di meno: per pigrizia; la paura sarebbe già un sentimento più audace e giustificabile. Non dobbiamo attendere la costrizione della crisi per riuscire a vedere altri scenari e interrompere le nostre routines: anche piccole decisioni non eclatanti e silenziose, compiute nel nostro quotidiano, possono fare la differenza in termini di economia psichica. Questa non è una riflessione per la scuola dei maniaci del controllo: noi non controlliamo niente! Però possiamo influenzare il ritmo delle azioni, la loro frequenza e incidenza nella nostra vita, come il capovoga di un’imbarcazione a remi che determina il ritmo di vogata: possiamo scegliere una non battuta, una remata a vuoto, una pausa. Come una nota non suonata, un colpo non vibrato, una pagina saltata e non letta, una routine non rispettata… Non per sadismo, ma per ricalibrare i sensori e ricominciare a percepire il suono basilare della verità.

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VIDEO CORRELATO: “Si può fare” di Angelo Branduardi

TINTIN e la psicogenealogia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2011 by Michele Nigro

“I morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”

S. Agostino

Che relazione può mai esserci tra Tintin, il protagonista del fumetto di Hergé, in questi giorni riproposto al cinema nel film d’animazione intitolato “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” con la regia di Steven Spielberg e co-prodotto dal ‘tolkieniano’ Peter Jackson, e la cosiddetta psicologia transgenerazionale o psicogenealogia? Apparentemente nessuna se non fosse per il fatto che due personaggi collaterali, l’ebbro Capitano Haddock e il suo infido rivale Ivan Ivanovich Sakharine, vivono nel corso della storia delle vere e proprie esperienze psicogenealogiche.

Mi spiego meglio. Quando il Capitano Haddock, nel deserto e successivamente nell’infermeria di un accampamento della Legione Straniera, rivive le esperienze marinare dell’antenato Sir Francis Haddock (esperienze indotte, per motivi di facilitazione narrativa, dalla lunga permanenza sotto il sole e dagli effetti dell’alcool etilico ingerito), dimostra di essere una vittima inconsapevole degli influssi del suo avo. Lo studio di questi ‘influssi’, in vista di una guarigione del discendente, è compito della psicologia transgenerazionale. Ma cos’è la psicogenealogia?

Da psicogenealogia e costellazioni familiari: <<… La psicogenealogia è una disciplina che si occupa degli influssi che gli avi possono avere nei confronti di un discendente. Quello della psicogenealogia è un campo multidisciplinare che coinvolge la psicologia e le scienze etnoantropologiche…>>; e sul sito psicogenealogia-costellazioni.it: <<… La psicogenealogia è una tecnica, sistemica, familiare e transgenerazionale con delle forti connotazioni psicanalitiche, che si è sviluppata negli anni ’80 grazie alle ricerche di Anne Ancelin Schützenberger. Anna Ancelin chiama psicogenealogia il lavoro con il genosociogramma; secondo questo approccio, i traumi, i segreti, i conflitti vissuti in modo drammatico, possono condizionare, per trasmissione transgenerazionale inconscia, i discendenti che possono diventare portatori di disturbi e malattie, come di comportamenti bizzarri e inesplicabili…>>.

E ancora, da un’altra fonte: <<Insomma è come se la persona interessata entrasse involontariamente in un tunnel di “passato-presente che va e che viene” – per usare le parole della fondatrice di questo approccio –  e fosse trasportata da un’ “alleanza invisibile” in una situazione in cui sembra che debba “pagare un debito”, un “pegno”, almeno fino a quando il creditore non venga visto, la programmazione transgenerazionale disattivata e il debito smetta di ancorare l’individuo al passato, personale o transgenerazionale, lasciando libero e meno pesante e coercitivo il suo presente. Insomma egli ha l’opportunità di cominciare a vivere la propria vita e non più quella di un bisnonno “gasato” durante la Prima Guerra Mondiale o di un fratellino morto prematuramente di cui i genitori non hanno mai potuto fare il lutto, e di cui porta persino il nome.>>

In tutto questo Tintin sembrerebbe svolgere la funzione di “osservatore razionale esterno” mentre il Capitano Haddock è costretto a subire la programmazione transgenerazionale, a pagare il suo pegno: il giovane reporter disegnato da Hergé rappresenta il collegamento con la realtà presente; è colui che nella storia ha le idee chiare, che ha un approccio “freddo” e meccanico con la ricerca della verità. Sembra insomma che nell’esistenza di Tintin non agiscano forze provenienti dal passato (perché il suo ideatore non gli ha fornito né una famiglia, né un passato), come invece succede all’amico Capitano.

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Errori cognitivi e sospensione del giudizio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 giugno 2011 by Michele Nigro

“La Reproduction interdite” – René Magritte (1937)

La filosofia può essere d’aiuto alla psicologia?

Uno dei settori più affascinanti della moderna psicologia è quello riguardante i cosiddetti “errori del pensiero”: una definizione poetica per descrivere dei veri e propri ‘corto circuiti’ tra immagine interiore (mentale) e realtà oggettiva, che possono causare nei casi più estremi una sorta di ‘desertificazione relazionale’ nella vita sociale di un individuo. Si è rivelata particolarmente utile al riguardo la lettura di un articolo dei dottori Claudio e Tristano Ajmone intitolato “Assertività: gli errori cognitivi” in cui pongono una domanda ben precisa: “Chi non ha mai dubitato delle intenzioni di un’altra persona senza prove oggettive?” In un mio precedente post – “Il fattoide” – mi preoccupavo della creazione di fatti ‘artificiali’ e non verificati capaci di ‘inquinare’ la realtà. E se il fattoide riguardasse noi stessi (auto-fattoide)? Se diventassimo noi stessi produttori di fattoidi riguardanti la nostra persona? O meglio: i pregiudizi che abbiamo nei nostri confronti possono influenzare negativamente la nostra vita di relazione? La risposta evidentemente è sì.

Nell’esporre la Cognitive Therapy (CT) di Beck, i dottori Ajmone, elencando le distorsioni cognitive sistematiche, pongono al primo posto la cosiddetta Deduzione arbitraria: trarre conclusioni in assenza di prove o in contrasto con esse. Manca la capacità di prendere in considerazione spiegazioni alternative più plausibili per le esperienze del presente. Il passato svolge un ruolo di causalità temporale distorto (se un evento era vero nel passato allora sarà sempre vero) che porta alla formulazione di previsioni negative su prove deboli.

E in seguito, proponendo alcune regole su come gestire assertivamente i pensieri, scrivono: “Chi interpreta finisce per accettare come vere le sue affermazioni, distorcendo così le relazioni con gli altri. Dobbiamo imparare a non interpretare. Se abbiamo dubbi dobbiamo cercare riscontri reali alle nostre teorie. Ipotesi e realtà non vanno confuse. L’interpretazione è una forma di allucinazione.” Ripenso alle ‘droghe allucinogene’, alle varie ‘mode psichedeliche’ abbinate a determinati periodi storici: la cultura dello ‘sballo’ durante la rivoluzione culturale del ’68 e negli anni successivi. Il nostro cervello non ha bisogno di motivazioni storiche o culturali per creare uno stato di allucinazione ‘a costo zero’, senza l’assunzione di sostanze esterne.

Ma gli antichi greci forse ne sapevano più di noi e, anche senza avere le stesse esigenze dell’uomo moderno, già erano alla ricerca di un’imperturbabilità esistenziale che oggi è assolutamente indispensabile.

Grazie alla cosiddetta “sospensione del giudizio” o epochè unita a una buona dose di forza di volontà e di auto-analisi (escludendo quei casi clinici gravi, bisognosi di una seria e urgente terapia psicanalitica), le forme lievi di errore cognitivo, riconoscibili da parte del soggetto e poco frequenti, possono essere perlomeno prevenute, tamponate o addirittura corrette nell’ambito di un processo di auto-guarigione. Sospendere il giudizio non solo nei confronti del mondo esterno, ma soprattutto nei confronti del nostro spazio interiore (inner space): significa dare e darsi una possibilità. <<L’epochè (dal greco ‘sospendo’, ‘passo sotto silenzio’) per lo scetticismo è l’atto di sospendere ogni giudizio intorno alle cose, poiché di queste non si può affermare un predicato piuttosto che un altro, né definire in maniera dogmatica, ragioni di forza eguale potendosi invocare pro e contro ogni opinione; il meglio è tacere: né sì, né no.>> (dal “Dizionario di filosofia e scienze umane” di E. Morselli). E’ evidente, però, che un ritorno ossessivo da parte del soggetto su un errore cognitivo rende inefficace il semplice approccio filosofico e auto-analitico.

L’epochè, al di là di un’applicazione etico-morale, scientifica e sociopolitica, è utile anche nell’ambito delle relazioni interpersonali: il gruppo di filosofi detti neo-pirroniani o “veri scettici” (vissuti tra il I e II sec. d.C.) affermavano che la sospensione del giudizio consiste nel sospendere il proprio assenso non ai fenomeni (di per sé innegabili: a meno che non ci si trovi dinanzi a un caso dimostrabile di illusione ottica) ma al fatto che ai fenomeni, o a delle formulazioni di pensiero, corrisponda la vera realtà. Ad esempio: è vero che ho visto mia moglie uscire dal palazzo dove abita un suo ex fidanzato (il fenomeno ottico è innegabile; ho visto effettivamente mia moglie uscire dal portone di quel palazzo) ma ciò non esclude le seguenti ipotesi: 1) che in quello stesso palazzo abiti anche una delle migliori amiche di mia moglie; 2) che il suo ex fidanzato non abiti più lì. L’errore cognitivo dà vita al pregiudizio e l’anassertivo grida immediatamente al “tradimento”. Lo scettico, invece, sospende il giudizio (pensare subito al tradimento significa avere una bassa autostima e privare il prossimo di un’alternativa che la nostra mente è incapace di concepire da sola), tace, attende l’arrivo di una quantità maggiore di informazioni utili per completare il quadro, ma non esclude nessuna ipotesi, neanche quella più dolorosa, proprio per amore della verità: il fatto che la moglie non lo tradisca in “quel” palazzo non significa che non lo tradisca affatto (in altri luoghi), che non lo abbia tradito in passato o che non lo tradirà. Lo scettico, così come l’assertivo, possiede un pensiero elastico, variegato, costruttivo, possibilista. Lo scettico non è uno sciocco aggressivo, ma è un realista che ama difendere la propria dignità fino all’ultimo. Dobbiamo imparare ad essere scettici verso noi stessi.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che non abbiamo le prove dell’efficacia di tale “dubbio metodico” (come lo definiva Cartesio) applicato alle relazioni sociali. Invece le prove esistono (prima di tutto perché esiste un’ampia bibliografia psicanalitica collegata ai ‘corsi di assertività’ tenuti dagli addetti ai lavori) e le possiamo ripescare anche dal nostro vissuto relazionale, solo che spesso le rimuoviamo per lasciare spazio a nuovi e terribili pregiudizi (verso noi e gli altri): quante volte ci è capitato di trattenere saggiamente la lingua e di avere la brillante idea di lasciar riposare la nostra spada nel fodero invece di essere i primi a sferrare il colpo verso un nemico che esisteva solo nel nostro immaginario alterato? Innumerevoli volte. E come ci siamo sentiti, dopo che la nostra attesa è stata premiata dalla saggezza, quando abbiamo finalmente realizzato che le idee malsane fino a quel momento coltivate non erano nient’altro che errori del nostro pensiero? Non abbiamo avvertito un senso di liberazione? Non ci è sembrato di aver contribuito alla costruzione e non alla distruzione della nostra vita sociale?

Scrive l’Abate Dinouart nel trattato intitolato “L’arte di tacere”: <<Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.>>

Vallejo & Co.

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