Archivio per psicologia

Tornando dal bosco…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2018 by Michele Nigro

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Ernst Jünger, nel suo “Trattato del ribelle”, intimava ai non piegati di “passare al bosco”, per coltivare in clandestinità le proprie idee… Un “consiglio” simile lo diede anche il buon Henry David Thoreau in “Walden ovvero Vita nei boschi”.

Tornando da una meravigliosa “passeggiata” in un bosco della mia terra, percorrendo una strada lastricata di pietre, che s’inerpica immersa in una galleria verde, conducendo il camminatore verso la cima di un monte definito sacro dagli “indigeni”, dove una grande croce di ferro illumina le notti della valle sottostante, confermando la presenza di un Cristo che veglia sugli uomini deboli e peccatori, mi sono chiesto a dispetto di Jünger e Thoreau: “cosa portiamo indietro con noi, invece, ritornando dal bosco?”

Panni impolverati, sudati, a volte infangati o con tracce d’erba; uno zaino da rimettere a posto, in attesa della prossima avventura; scarponi da lucidare; un po’ di muscoli indolenziti dalla salita e qualche piccola vescica sotto i piedi da bucare; le consuete riflessioni, che accompagnano il cammino, sulle esperienze esistenziali finite e sulla vita che, imperterrita, mi attende… Tutto nell’ordinario. Dopo una doccia rigenerante che lava via il sudore, è il turno delle foto naturalistiche scattate durante la salita (e la discesa) da “scaricare” sul computer: restano impresse nella mia mente — non lavate via insieme alla polvere — le immagini (più importanti di qualsiasi foto) della bellezza ammirata, pregata, celebrata, quella che fa arrestare il passo ogni dieci metri perché vuoi vedere e gustare quella parte di bosco da un’angolazione un tantino diversa dalla precedente. E sì perché la natura non si ripete, non è mai la stessa: ad ogni passo la combinazione tra rocce, terra, alberi, radici, arbusti, foglie cadute, rami secchi, tronchi marci, funghi, ciclamini, ragnatele, felci, dirupi che costeggiano il cammino, luce che trapela dall’alto attraverso il fitto fogliame, è destinata a mutare. Non esiste un risultato di questa combinazione uguale a un altro; e allora non puoi proprio perderti quel “quadro”, quell’istantanea irripetibile, quel fotogramma di un film documentario in cui sei attore, stavolta, e non spettatore passivo. Vuoi imprimerla in te la combinazione. E ti fermi cento, diecimila volte… Come a voler ridire, ancora incredulo, a te stesso più che alla natura: “ma è cosa mai che sei così bella?” E sai anche che ciò che immortali con la tua macchina fotografica sarà sempre poca cosa rispetto alla bellezza vista direttamente, attraverso la retina dell’occhio, grazie anche alla rielaborazione del nostro amato cervello.

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Lascito

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 agosto 2018 by Michele Nigro

Bisognerebbe andarsene da questa terra,

lasciando non dico chissà cosa

ma almeno,

che ne so…

… un mezzo verso riuscito che non faccia vergognare santi e navigatori,

una canzoncina inventata per far addormentare i propri figli o quelli degli altri,

una foto che emozioni gli amici… e perché no, anche i nemici,

un racconto da lasciare nel cassetto pieno di sogni sgualciti,

la prima strofa di una ballata macchiata di caffè,

un sms poetico dimenticato nelle “bozze” e mai inviato,

una collezione di film scaricati illegalmente con eMule,

una libreria piena di libri usati comprati su CVL,

una fila eterogenea di cd con la migliore musica che ha fatto da colonna sonora a questa fottuta esistenza terrena,

una bottiglia vuota di Laphroaig con sopra infilata una candela mezza consumata per scrivere cazzate facendo finta che manchi la luce (come ora!),

un diario di viaggio con descrizioni e disegnini fatti in loco,

una forte delusione data ai genitori ma che vi abbia reso più liberi,

almeno un numero di “Poesia”,

i diari di quando abitavate a Napoli (se c’avete mai abitato, sennò di un’altra città del cuore),

le scarpe consumate con cui avete percorso la Francigena,

il primo libro di favole ricevuto in dono,

lo zaino delle vostre migliori avventure,

tutte le t-shirt dei concerti rock,

la collezione di sottobicchieri di quando frequentavate i pub,

le fotografie stampate prima dell’avvento degli smartphone,

lo scheletro del vostro primo gatto (chi non ne ha uno?),

e infine

una campana tibetana, regalo di un amore passato, da far suonare durante il vostro funerale, davanti a moglie e figli.

 

Caffè Albania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2018 by Michele Nigro

Ricordi il caffè degli albanesi,

l’angolo cieco e sicuro di Roma dove

s’intrecciavano le mani rassegnate

degli amanti

prima di un altro addio?

Quella dolce gioia dolorosa

poetica fonte di parole che

hanno scavato a lungo in noi

stanotte ha trovato conforto

non in nuove carezze di donna

come tu pensi

ma nel suono lieve di una fontana

lontana, circondata dal silenzio

del buio stellato e delle amicizie spente.

 

Attendevo da anni

di riscoprire quel rito giovanile

dell’acqua bevuta in città deserte

tornando dai goliardici viavai

che precedono l’alba

di rinnovate speranze.

Acqua di ritorno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 giugno 2018 by Michele Nigro

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.

Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

The Truman Show

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 maggio 2018 by Michele Nigro

versione pdf: The Truman Show

dedicato a tutti quelli che

non hanno una telecamera nella testa

 

Davvero viviamo una vita decisa e organizzata da altri? O meglio, davvero crediamo di vivere la nostra vita, quella scelta da noi, di essere i timonieri delle nostre giornate, di conoscere chi siamo e perché ci troviamo in un determinato posto e non in un altro? Conoscenza e azione sono elementi inscindibili: l’una influenza l’altra; e in mezzo dovrebbe abitarvi un necessario risveglio. Alcuni tirando in ballo, giustamente, il “Mito della Caverna” di Platone, anche se nello show di cui ci apprestiamo a discutere, nessuno è materialmente incatenato. Infatti non c’è peggiore catena di quella mentale. Il libero arbitrio, in realtà, è una leggenda illuministica, basata su un’eccessiva fiducia in ciò che crediamo di sapere. L’autentica libertà si realizza quando giochiamo a carte scoperte, quando prendiamo le nostre decisioni dopo aver conosciuto tutte, o quasi tutte, le amare verità che accompagnano la nostra esistenza, al di là dei sensi e della dimostrazione scientifica. Al di là delle presunte verità religiose che ci vengono impartite fin dalla più tenera età: ci tranquillizziamo sapendo di essere stati creati da una divinità, che tutto è già stato deciso, che la nostra funzione su questa terra è già stata calcolata. Perché preoccuparci dunque? Perché cercare risposte, essere infelici aspirando a qualcos’altro? Ateo è chi non accetta la “sceneggiatura” scritta da un Creatore non televisivo.

The Truman Show, film del 1998 diretto da Peter Weir e interpretato dal bravissimo Jim Carrey, sembrerebbe essere la versione mainstream (e anticipatoria, almeno dal punto di vista della cronologia d’uscita delle pellicole) della Matrix – del 1999 – delle ormai Sorelle Wachowski. Una versione popolare, addolcita dalla implicita comicità di Carrey, ma non priva di implicazioni filosofiche scomode, dolorose, difficili da digerire: noi non conosciamo niente della nostra vita; per anni e anni portiamo avanti un copione che ci fa stare bene, né felici né infelici ma stabili, che rende morbido tutto il nostro andare, un cliché adottato senza battere ciglio. “Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice” afferma Christof, il creatore-regista del Truman Show, che con quel suo nome da redentore è in realtà garanzia di artificiosità e inganno.

Facciamo parte di uno spettacolo protettivo che ci accoglie fin dal primo vagito e, se nel frattempo non ci poniamo domande devianti, ci accompagna con dolcezza verso la tomba, lì dove saremo costretti finalmente a essere autentici, immobilmente noi stessi. Uno spettacolo forte di secoli, millenni di esperienza, di sovrastrutture collaudatissime, infallibili. Se Truman è inconsapevole del fatto di essere la star di uno spettacolo mondiale, noi siamo, eccome, coscienti del nostro essere controllati e monitorati: partecipiamo con le nostre “dirette” sui social al grande spettacolo messo in piedi dai vari Christof della new economy, dagli ideatori di un iperrealismo mediatico che sta fagocitando la semplice realtà (si legga, a tal proposito, il post “Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard). Se non sei live non sei nessuno, se non rendi partecipi gli altri di ciò che fai e di dove sei (geolocalizzazione), non conti. Sei asocial. Se non sei in diretta, allora non lo stai vivendo! Se non entri anche tu nella Casa, se non ti confessi pubblicamente davanti a una telecamera, non farai mai la differenza. Ci caschiamo tutti prima o poi; tutti danno il proprio contributo, anche quelli che si credono “vergini”, asettici, ribelli, distanti, e si illudono di non fornire materiale al grande show. Persino i neoluddisti

Ma alla fine, contraddicendo il titolo di un romanzo della Mazzantini, “ognuno si salva da solo”: gli altri, questi famigerati altri che tiriamo in ballo ogniqualvolta non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità, possono solo assistere alla nostra esistenza, osservarla con i loro occhi di prigionieri liberi, in quanto essi stessi personaggi dello spettacolo, che ridono di noi perché inconsapevoli di esserlo.

Gli altri, gli ostruzionisti: quelli che ci frenano, ci ostacolano, ci convincono che non ce la possiamo fare, che dicono di conoscerci e noi dietro, come tante pecore, a credere che sia così. Ci fidiamo del loro giudizio. Ma il freno della nostra esistenza risiede davvero negli altri? O è dentro di noi? Il nostro esistere, in realtà, non interessa agli altri: il loro giudizio (o pregiudizio) serve solo a spostare, per un certo periodo di tempo (alcuni ci riescono per una vita intera) il metro di valutazione da sé stessi al mondo esterno, agli altri appunto. Per alleggerirsi l’anima, per non doversi confrontare con sé stessi, per viaggiare più comodi e veloci.

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Evocazioni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 maggio 2018 by Michele Nigro

I giovani baci rubati

nel museo della follia

non erano quelli tuoi

innocenti, dicevi, come

acquerelli di Turner.

 

La folle folla in movimento

fuori dal chiostro dei silenzi

è ancora la stessa

della città che guariva.

Grado Celsius

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 maggio 2018 by Michele Nigro

Con l’arrivo dei primi caldi

di notte

dalla finestra aperta

mi raggiungono psicosi da strada.

Uno che vagando tra i vicoli

geme un lamento “mamma! mamma!”

crisi d’astinenza dalla vita

una sirena insonne tra i miei sogni

colpi disperati di campana

schiamazzi da calura

e coltelli facili.

 

Amo il gelo che tutto acquieta

sotto un velo immobile

molecole indecenti si placano,

cerco l’inverno che zittisce

come severo maestro

i dolori infreddoliti del mondo.

immagine: Night scene of Nyboder

Harald Rudyard Engman, 1958

 

Giacevi così mi parve…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2018 by Michele Nigro

La casa del custode

con la sua luce tenue

da una vita privata

veglia ancora oggi

su quello che fummo,

in epoche che sembravano

clementi come un ultimo giorno

di scuola e di speranze.

 

Hai avuto la tua occasione

esanime dalle zampe verdi

che giaci sulla banchina

della mia partenza a tratti,

in attesa dell’aruspice passante

per leggere in te

ardui futuri da sovvertire.

 

Tentenni ancora

nei pressi della stazione,

non hai dimenticato

quella possibilità di andare.

 

Ready Player One

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2018 by Michele Nigro

versione pdf: Ready Player One

ready

Possiamo scindere la “realtà virtuale” dalla “realtà reale”? Crediamo veramente che tutto quello che combiniamo sul web sia un gioco che resta relegato in un angolo immateriale? Nel mondo distopico descritto nel film Ready Player One, il peso delle proprie azioni virtuali incide, e come, sulla realtà immanente. Anche nel nostro presente è così: un’attività illecita (frodi, terrorismo, pedopornografia, ecc.) sviluppata nel cosiddetto dark web, non porta all’arresto dell’avatar ma della persona in carne e ossa che c’è dietro. Lo scandalo di Cambridge Analytica c’insegna che i nostri innocui e virtuali “mi piace” fanno gola a chi si occupa di comunicazione strategica per le campagne elettorali.

OASIS, il mondo virtuale ideato e creato dal programmatore James Halliday, ricorda troppo facilmente Second Life, ma non solo: la gratuità d’accesso, la sua apparente democraticità, dove tutti possono essere presenti, gareggiare per il proprio successo, socializzare offrendo solo il meglio di sé o quello che si vuole far credere essere il meglio, ricordano le piattaforme di social networking come Facebook e simili… James Halliday e il suo socio, invece, rappresentano la versione cinematografica di certe “coppie nerd” che hanno cambiato la storia dell’umanità sia dal punto di vista tecnologico che culturale, e direi anche psicologico: una fra tante, quella formata da Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori della Apple. O i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin… Ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

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Keep on movin’!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 aprile 2018 by Michele Nigro

Non aspettare!

Batti colpo su colpo…

Ferro rovente e martello… Sdengh!

Sdengh! Sdengh! La forma che vuoi tu.

Botta e risposta…

Azione e reazione…

Problema e soluzione…

Tic e Tac…

Yin e Yang…

Tacc e pont…

Cip e Ciop…

Mazza e pivezo…

A contro B, B contro A.

Insisti, non muoverti, resta al tuo posto.

Anzi muoviti ma sulla tua posizione!

Ritmo, ritmo, ritmo!

Intervallo zero!

Ci vuole fiato. Dunque allenati!

Stare allerta, caffeina, ginseng

e Red Bull endovenosa, cocaina dei poveri.

Metro dopo metro

ufficio dopo ufficio

burocrate dopo burocrate.

Stanarli, finirli sulla piazza virtuale

con un colpo

alla tempia del sistema.

Un rambo che spara

proiettili di carta bollata.

A provocazione rispondo

a sfida ricevuta, t’assutterr

sotto tre metri ‘e munnezza lessicale!

Essere gli incazzati orologi svizzeri

di una puntuale assertività.

Nella pausa dell’uomo pacifico

s’annida il germe della (sua) sconfitta.

Vi odio tutti, vi combatterò tutti

e a tutte le ore

senza tregua

senza esclusione di colpi.

Occhi spalancati

nella notte di provincia.

Sarò l’incubo

dei vostri incubi

al punto che questi

sbiaditi e ridotti a minima cosa

diverranno dolci sogni.

“Call Center – reloaded”, un racconto social fantasy

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 marzo 2018 by Michele Nigro

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Seconda edizione (ebook e cartaceo) dedicata, tra gli altri, ai lavoratori Amazon di Piacenza, “Call Center – reloaded” è un racconto social fantasy pubblicato in prima edizione nel 2013: alcune scomode verità socio-economiche e culturali riguardanti i nostri tempi, evolvono in una specie di realismo magico lovecraftiano crudele e inesorabile. Partendo da temi caldi quali il lavoro, la precarietà, la mancanza di sicurezza economica in un futuro nebbioso, l’Autore cerca di descrivere la condizione ambigua dell’uomo moderno e ne approfitta per toccare il cuore dell’inganno consumistico: il lavoro è diventato un prodotto e i lavoratori-consumatori sono dei complici più o meno consapevoli. La “liquidità baumaniana” ha preso il sopravvento in ogni settore. L’informazione carpita dai “profili”, la conoscenza dei desideri, diventano risorse preziose per un Sistema che non lascia scampo. La libertà è un’utopia luminosa ma per conoscere la verità (e quindi riscattarsi dalle regole del Sistema) bisogna avere il coraggio di scendere in zone oscure, di sé stessi e del mondo lavorativo disumanizzato. E incontrare il “mostro”…

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