Archivio per qualità della vita

Desidera la donna d’altri!

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versione pdf: Desidera la donna d’altri!

Agli amori impossibili

e a quegli amanti che li rendono tali

Recita il nono comandamento del Decalogo, meglio conosciuto come I dieci comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri”; essendo il termine donna piuttosto generico, in quanto comprendente anche una persona nubile di età adulta o una giovane ragazza che pur avendo raggiunto la maturità sessuale non è ancora in età da matrimonio, gli esegeti in difficoltà fanno ricorso alla versione del Decalogo tratta dal libro dell’Esodo in cui si specifica severamente, rivolgendosi ai tipi vaghi: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”, restringendo decisamente il campo e allontanando il fedele da qualsivoglia rischio interpretativo. Indipendentemente dall’utilizzo del termine donna o moglie, il principale bug contenuto in questo comandamento è il carattere di possesso, esercitato dall’uomo nei confronti della donna, che traspare dalle parole: comandamento che, per chi crede, sarà stato pure dettato da Dio, infallibile per definizione, ma la lingua in cui è stato tradotto, ad uso e consumo dell’umanità bisognosa di norme, anzi scolpito sulle leggendarie tavoletradisce esigenze terrene palesemente maschiliste che di divino hanno veramente poco! È quel d’altri, usato indifferentemente tra “roba” (del decimo “non desiderare la roba d’altri”) e “donna”, a rappresentare uno dei punti meno nobili del nono comandamento. Ma andiamo per gradi: ritorneremo sulla questione del possesso in un secondo momento.

“Non desiderare…” Che significa? Come si può ordinare alla propria mente e al proprio corpo di non desiderare? Ovvero di volere fortemente? Posso decidere di non muovere per un giorno intero il braccio destro (che è un “oggetto” materiale visibile e tangibile) ed è un esercizio quasi impossibile da realizzare perché l’istinto, in un momento di distrazione, ci imporrebbe prima o poi di muovere il suddetto braccio nel caso in cui dovesse servire per bloccare una minaccia o per evitare una caduta rovinosa… Eccolo lì, il vero pericolo della virtù: l’istinto. Più sfuggevole e incontrollabile del libero arbitrio che presuppone un libero ragionamento a cui seguirà un’azione volontaria, meditata. Il desiderio non è come un arto fatto di muscoli e ossa: è un concetto intangibile che però può avere effetti concreti nella realtà. Il desiderio non è il frutto di un ragionamento; il desiderio sorge all’improvviso dalla mente, dal cuore e spesso, prima ancora, dalla carne. Esiste, però, anche un desiderio casto: desiderare di ascoltare le parole di una persona che tocca le nostre corde interiori; questo non precede necessariamente un toccare corde fisiche, ma prevenire è meglio che curare – avranno pensato gli antichi custodi della nostra integrità morale – e quindi ci viene intimato nel vangelo di Matteo: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (in un altro libro che nominerò più avanti* si legge una versione simile sempre in riferimento al vangelo di Matteo: “Chiunque mette gli occhi su una donna sposata per concupirla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” […] l’adulterio consumato all’interno dell’uomo equivale per gravità a quello consumato nella carne [pag. 216]). In entrambe le versioni c’è una costante: con lei, ovvero la donna è adultera a sua insaputa solo perché un uomo l’ha desiderata nell’immaginazione. Una sorta di “parità tra i sessi” ante litteram in chiave immaginifica? O di condivisione neurologica delle responsabilità? La posizione dei peccatori peggiora se anche lei asseconda e ricambia lo sguardo desideroso di lui. In quel caso l’inferno è assicurato per entrambi: anzi la donna vi entrerà per prima in quanto è un essere a cui non è permesso desiderare esternamente, in quanto “roba”, cosa, oggetto del possesso privo di potere decisionale e vincolata da un “familismo amorale” di stampo sentimentale. Infatti il Decalogo esclude a priori l’equivalente femminile del nono comandamento: “Non desiderare l’uomo di altre”. Tanto a cosa servirebbe specificarlo? Le ragioni di questa esclusione non sono solo di natura sessuale (nel senso di sesso di appartenenza), o dovuta a una superiorità di genere decisa dall’alto, ma soprattutto trattasi di motivazioni socio-economiche e culturali “giustificate” dall’epoca storica in cui sono state concepite.

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On the road

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 maggio 2017 by Michele Nigro

versione pdf: On the road

“… Dovevamo ancora andare lontano.

Ma che importava, la strada è la vita…”

(Sulla strada, Jack Kerouac)

Che differenza c’è tra il cammino di quando si è giovani e quello che si compie da adulti? Non dipende dalla quantità di passi, dalla forza disponibile, dall’orario scelto per camminare, dal tipo di strada, asfaltata o sterrata… Da giovani quasi sempre si cammina in compagnia, si cerca la massa, perché in fondo non sappiamo chi siamo, cosa vogliamo, e nel gregge (o nel branco, a seconda dell’indole) ci diluiamo, ritroviamo negli altri i pezzi mancanti della nostra identità, gli integratori di personalità; dal gruppo riceviamo la carica energetica per fare, decidere, confrontarsi, coltivare ideali, costruire qualcosa per noi e la comunità, o per illuderci di farlo; da giovani si ha la speranza di camminare in compagnia di un mondo fatto di persone perché il disincanto non ha ancora preso il sopravvento e crediamo testardamente nella parola insieme: non si è consapevoli della condizione solitaria dell’essere umano, del fatto che il mondo esisterebbe ugualmente anche senza gli altri e che la visione che abbiamo di questo pianeta è solo nostra e di nessun’altro; l’essere soli è una condizione non permanente ma fondamentale, da vivere almeno una volta nel corso della vita: la patologia nasce dall’imposizione della solitudine; quando è spontanea e ricercata in piena autonomia, deve essere vissuta con serenità.

L’assioma aristoteliano dell’uomo animale sociale ce lo raccontiamo volentieri perché conviene da un punto di vista pratico, economico (senza per questo dover giungere agli “estremi” descritti da Hobbes); perché abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere in determinati momenti, per non sentire il freddo della galassia in cui vaghiamo. In realtà siamo soli anche quando ci uniamo in matrimonio o sposiamo la causa ideologica di un partito politico che ci avvolge e ci prende totalmente. La solitudine è la parte vera, cruda, naturale del nostro esistere: tutto quello che riusciamo a conquistare partendo da questa verità assoluta – verità che non deve scoraggiare o causare malinconia e che è in grado di posizionarci dinanzi a uno specchio per alcuni doloroso e al tempo stesso catartico, che purifica dal superfluo della verde età – è una conquista duratura e inattaccabile, che dà i propri frutti in un’ora inattesa. Quando si è giovani si cammina insieme agli altri perché non conosciamo il potere riparatorio e ricostituente della nostra solitudine, non l’abbiamo ancora sperimentato, ed è giusto che sia così a quell’età. Il passaggio è graduale, la perdita quantitativa di presenze umane è determinata da uno stillicidio impercettibile.

Da adulti, una volta raccolta una quantità sufficiente di esperienze sia positive che negative, abbiamo la forza e la consapevolezza che occorrono per camminare da soli. È un cammino solitario che paradossalmente permette di entrare in sintonia con molte più persone, di incontrare chi è come noi e di escludere la massa che scherma il segnale. Cantava Fossati: “… cambio posto e chiedo scusa / ma qui non c’è nessuno come me…”. Per sintonizzarci sulle stesse frequenze di chi è come noi, però, dobbiamo imparare a fare silenzio, a stare soli, in disparte per meglio osservare e capire cosa vogliamo, ai margini (ed essere sereni mentre si sta al confino, altrimenti l’insoddisfazione per l’assenza di persone e cose vane, che abbiamo creduto indispensabili, disturba l’ascolto); come ho scritto anni fa nella poesia Riconoscersi: “… ho riconosciuto tra sussurri di venti rapaci / la tua voce rivolta all’anima…”. Non c’è altra via.

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Dive e non

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2017 by Michele Nigro

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella che sembrerebbe essere sicurezza e forse è qualcos’altro. Questo tuo approccio silenzioso al mondo, non esuberante, timido, riflessivo, introverso, sulla difensiva – voglio che tu lo sappia, anche se le mie parole oggi ti attraverserebbero senza insegnarti nulla ed è per questo che non le leggerai ora, ma le deposito qui per te in attesa di età adeguate – è e sarà motivo di scherno nei tuoi confronti: le finte persone sicure di sé ti insulteranno per sentirsi più alte, non possedendo una propria altezza interiore, scambiando il tuo silenzio per debolezza. Ma tu continua a osservare il mondo come stai facendo, se deciderai che questo è il tuo modo, registra tutto con dolorosa dovizia di particolari, lasciati colpire senza reagire come loro desidererebbero che tu reagissi, ma con dignità e stile, senza prestare il fianco a valutazioni effimere, basate su un tuo momento di stanchezza, di rabbia legittima, di sproporzionato amor proprio che diventa offesa e di errata ribellione senza eleganza. Se non riuscirai sempre a essere elegante, e per questo perderai amicizie, non preoccuparti.

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Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2016 by Michele Nigro

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Napoli, 10 febbraio 2009

Cara Sibilla,

la mia partenza un po’ precipitosa da Firenze e il tuo comprensibile umore nero causato dalla brutta notizia giunta via telefono Domenica mattina, sorprendendoti durante il nostro primo caffè, non mi hanno permesso di lasciarti in eredità le parole che meriti.

La mia non è retorica diplomatica ma pura comunicazione amichevole e spontanea… Seppur ritardataria.

Noi “intellettuali” siamo così: viviamo in “differita”! Soprattutto quando si tratta di parlare di sentimenti, cerchiamo le parole giuste come se ci trovassimo al cospetto di una poesia o di un saggio.

Recuperare un’amicizia, un affetto dopo tanti anni è sempre motivo di grande gioia: passare dal silenzio alla comunicazione e addirittura – oddio, ancora devo realizzare la cosa! – all’incontro ravvicinato, corrisponde, almeno dal mio umile punto di vista, a un grande traguardo umano. Indipendentemente dall’esito finale.

Diciamoci grazie, l’uno all’altra! Siamo stati bravi per questo atto di coraggio nel recuperarsi… Credo.

Spero solo che non si sia trattato di uno di quei confronti a tempo, come tra compagni di scuola, per sottolineare superiorità e successi, dettati da meschine esigenze di rivalsa. Da parte mia non è stato così e sentendoti al telefono prima del nostro incontro non ho percepito un tale spirito nel tono della tua voce, o forse nel momento in cui t’ho vista sei stata brava a camuffarlo.

Pensiamo di poter sopravvivere anche senza valorizzare determinati rapporti (e infatti durante questi tredici anni ognuno di noi ha compiuto il proprio cammino, vivendo le proprie esperienze di vita e lasciandosi trasformare da esse, come è giusto che sia) ma non consideriamo il fatto che quando due persone si conoscono, fosse anche per pochi giorni o poche ore, hanno già “alterato” inesorabilmente le proprie esistenze. I legami più o meno flebili che si creano tra noi e le persone che conosciamo sono indissolubili nel tempo: nel bene o nel male le persone continuano ad appartenersi in eterno. Pezzetti di noi continuano a resistere ed esistere nelle altrui esistenze, immagazzinati tra le pieghe del possibile, anche se ci impegniamo con tutte le nostre forze per dimenticare e farci dimenticare. E nonostante le varie opere di rimozione portate a termine con successo.

Ma è giusto che sia così, anche se è un po’ triste: le cose superflue, che sono dovute diventare superflue per continuare a vivere o sopravvivere, vanno sempre a finire in garage o in soffitta. In basso o in alto, l’importante è che siano lontane dalla vista quotidiana. Non si parla mai, però, di una loro definitiva distruzione: non per una questione di spazi mentali in grado di conservare i ricordi, quanto piuttosto per un inconsapevole salvataggio compiuto dal nostro inconscio. Esso sa cosa conservare e cosa no; come se fosse in grado di valutare in maniera autonoma l’importanza delle esperienze da ricordare e di gestire la loro collocazione stratigrafica nella geologia della memoria.

Ti starai certamente chiedendo mentre leggi, tra una telefonata in ufficio e una lettera da scrivere per il capo, dove questo rincitrullito di un Dino voglia andare ad apparare! Arrivo, quasi, “ai vari dunque”…

Sei stata carinissima con me durante questo nostro clandestino weekend di “recupero” e non dimenticherò le tue attenzioni gastronomiche, casalinghe e di altra natura… Un’ospitalità greca condita, a un certo punto, da venature di freddezza teutonica forse derivanti dalla tua formazione scientifica o dalla rivalsa malcelata a cui accennavo prima. Non lo saprò mai: da questo punto di vista, non ti sei sbottonata.

La serata di Sabato, poi, è stata “epica”: birrozza compresa.

Mi piaci (l’avevo dimenticato) quando ti scoli la birra fredda con la dimestichezza di un camionista rumeno, per poi emettere suoni infantili e irriproducibili come a voler richiedere coccole seduta stante, in pubblico.

Riesci a gestire bene, a quanto pare, la tua presunta misantropia miscelandola adeguatamente con una buona dose di accoglienza calibrata e fine… Sei una cuoca rifinita e una vera donna da valorizzare: noi stupidi che t’abbiamo persa saremo costretti a vagare in eterno nel limbo dei dannati distratti e minchioni. Ci tocca!

Sei stata accogliente e premurosa: mi hai reso di nuovo partecipe della tua vita quotidiana fatta di commissioni da sbrigare e piccoli gesti dolci intercalati nel tran-tran, come ad esempio comprare le “frappe” di Carnevale o il pesce fresco non risciacquato in Arno ma proveniente dalla costiera grazie a una veloce catena del freddo, che poi m’hai cucinato amorevolmente “al cartoccio” nel forno della tua piccola cucina, lassù nella mansarda a forma di nido di cicogna dove ti sei rifugiata in questi anni tra una rinuncia sentimentale a causa del tuo orgoglio e una ricercata solitudine di stampo masochistico. Il tutto innaffiato con vino appositamente messo in valigia prima di raggiungerti.

E ti ringrazio per questo! Per aver aperto il tuo rifugio “alla stampa”, anche se, sarò sincero, ho avvertito odore di trappola, di schiaffo morale postumo ovvero di lezione di vita da impartire in ritardo – cara professoressa mancata! -, forte di un’assertività conquistata nel tempo e in cui sono caduto, indossando scarpe inadeguate, come si cade in una pozzanghera dopo un forte temporale. Lezione suggerita da una voglia di matematica vendetta da servire fredda e travestita da amichevole accoglienza. Cascato, come un fesso, nella rete della regina di cuori che senza parlare vuole dispensare morali delle favole a destra e a manca, vendicandosi di tutto e tutti a distanza di tempo.

Non fa niente! Sono stato al tuo “gioco”…

Inoltre sento il bisogno di chiederti scusa per alcuni miei gesti, parole o richieste morbose e discutibili che contrastavano apertamente con l’importanza di un momento umano già perfetto per come era stato concepito in partenza. A volte esagero e non rispetto la sensibilità altrui. Anzi a volte non rispetto nemmeno la mia sensibilità.

Scusami se forse sono stato arrogante e se mi sono mosso tra i nostri tredici anni di silenzio con la “leggiadria” di un elefante miope intento a bighellonare egoisticamente in un campo di fiori che non gli appartengono più. Sono riapparso quasi dal nulla armato di pretese e di false sicurezze: credo che l’audacia mal calibrata sia molto dannosa e che ci sia molto più coraggio in una lettera di scuse, come nel caso della presente, che in una prova di forza, soprattutto lì dove la forza non è necessaria ma a contare è l’amore. Anche se questo non spetta solo a me stabilirlo.

Forse hai sentito il bisogno di dimostrarmi che in questi tredici anni avevi avuto la tua vita e che io sono solo un povero “corso e ricorso storico” di vichiana memoria: non ce n’era bisogno, comunque… Di ribadire, intendo dire, il concetto di non indispensabilità di un essere umano nella vita di un’altra persona.

Solo quelli che “riposano” distesi in una bara a tre metri di profondità sotto terra, non possono più avere esperienze. O almeno non esperienze terrene, se si crede nell’aldilà.

La vita è mobile; l’amore continua a cercare, superata la fase della delusione, nuovi materiali edili con cui riempire i vuoti esistenziali creati da un appassito entusiasmo sentimentale e sessuale. È la natura a chiederlo, andando prima o poi contro l’immobilismo dettato dalla tristezza e il disincanto derivante dal lato cinico della vita.

La vita è cinica, Sibilla, e l’amore serve ad addolcire questa cruda verità. Come scriveva un poeta campano, di cui in questo momento non ricordo il nome:

“… All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria,

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.”

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The Waste Land

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 agosto 2016 by Michele Nigro

“… Cogli l’essenza

non l’apparenza…”

(Camisasca/Di Bella)

Property Andrew Hefter

Fanno terra bruciata

intorno al mio silenzio,

da fuori osservo

le sbarre di una cella

che non abito.

 

Già libero

sorrido

del vostro lasciarmi

solo.

immagine di Andrew Hefter

… o in alternativa, più ironicamente…

… o forse sarebbe più adatta questa?

… insomma, scegliete voi!

Non può essere tutto qui!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 luglio 2016 by Michele Nigro

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Piccole bitte calde di bar e libri

al centro del guardarsi appena

volatili porti sicuri di città

gioie passeggere sul corso

al tramonto del senso.

Brevi sprazzi meccanici

di sensualità metropolitana

al sapore di shopping.

 

Aperimorte e conforti

in fila alla cassa, latita

un vero progetto

la visione dall’alto,

un diverso sentire.

 

Prove di serenità

autunnale

troppo lontana

per salvarci,

costretti a vivere

l’ennesimo agosto

tra briciole di luce

e sotterranei valori.

 

Un’altra verità

palpita

come un panorama orfano

sotto i ciechi asfalti

della solitudine

al semaforo.

(l’immagine è tratta dal film “Matrix”)

Antidoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio 2016 by Michele Nigro

“Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove
Verranno al contrattacco ma intanto adesso
Curami curami curami”

(CCCP)

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Che sarei alla vita

se non avessi

un’intima voce, quella parola

scavata in cerca di

passaggi eterni

come sospiri tra rumori?

Eppure un giorno

sconosciuto realizzerò

d’un colpo la sconfitta

dell’esistere con sembianze

di gesto scellerato e

irreversibile.

 

Fino ad allora

che l’oscurità del verso

circondi la spietata ragione,

nell’illusione di

lontani sconforti

non in viaggio

verso me.

Se un giorno un corpo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 dicembre 2015 by Michele Nigro

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Se un giorno

troverete il corpo esanime di un tentativo

fermo oltre il ciglio della vita

non giudicatelo a poche ore dalle esequie,

avrebbe voluto assaporare di nuovo

la speranza acerba suscitata dall’amore

l’illusione di un futuro insieme al cielo

lontano dal disincanto della realtà

e delle cose che non cambiano.

Se un giorno

scorgerete il corpo freddo

della sconfitta terrena

non seppellitelo di fretta,

leggete prima i suoi libri

anche quelli non ancora scritti

ascoltate la musica di chi

è stato convinto dalla morte

anche quella non ancora suonata

e conoscerete

alla fine

il vero nome di quel corpo.

Logiche autunnali

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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