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Aggiustare il tiro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 marzo 2018 by Michele Nigro

versione pdf: Aggiustare il tiro

Oltre le esigenze d’artiglieria

A volte alcune parole ci ossessionano; a volte queste si organizzano in frasi più o meno brevi che ci accompagnano come mantra ripetuti nel corso della giornata, le sgraniamo con la punta delle dita come rosari tenuti nelle tasche mentali del nostro andare quotidiano. Ve n’è una che mi fa compagnia da mesi, o forse addirittura anni, non saprei fissare l’inizio esatto di questo intercalare rassicurante, e che nel suo riproporsi a orari da muezzin, si fa preghiera laica: aggiustare il tiro.

Nam myōhō renge kyō! Da ripetere ad libitum…

Aggiustare: riparare, fare meglio, diventare più giusto dopo aver fatto una cosa sbagliata, ritornare sui propri passi senza ripetersi, mettendo stavolta i piedi nei punti giusti; ritrovare forze interiori che credevamo perse, grazie a storie sentimentali che ancora una volta – pur nella loro drammaticità – ci fanno credere nella vita; rivalutarsi con occhi nuovi, i propri, e non con quelli degli altri; essere innamorati dell’amore, rimediare, fare manutenzione del sé, volersi bene nell’età della ragione e nonostante la ragione, provare a recuperare gli oggetti prima di gettarli, ritornare a credere non in un dio ma in se stessi, ritornare vergini e risposarsi a ottant’anni (“Mangia prega scopa” perdonami Julia!), ripercorrere strade conosciute come se fosse la prima volta, perdonarsi, rivivere un progetto in modo migliore, coltivare il proprio mondo, addobbarlo nella speranza che la bellezza ottenuta si espanda nell’universo. Allenarsi nel fare una cosa, esercitarsi per diventare più bravi, anche se ad esempio non è corretto dire: “ho aggiustato l’esecuzione al pianoforte di una sonata di Rachmaninov”.

Il tiro: non è quello a cui penserebbe Lapo Elkann, bensì è l’oggetto da aggiustare, da correggere, anche se a volte potrebbe sembrare un qualcosa di impalpabile. Il tiro è l’obiettivo del nostro provarci con devozione, prendendo la mira dalla finestra di una nuova casa; chi aggiusta il tiro ha fede, non ha fretta. “La pazienza è la virtù di chi aggiusta il tiro” parafrasando un noto proverbio. Gli artiglieri dell’esercito sono persone pazienti, meticolose, hanno fede perché non vedono direttamente con i loro occhi l’obiettivo, nella migliore delle ipotesi ce l’hanno nel cannocchiale: lo percepiscono, sanno più o meno dov’è, si affidano al sentito dire delle carte geografiche militari. “Quando due tiri di aggiustamento consecutivi fanno forcella, cioè finiscono a cavallo dell’obiettivo, uno più corto ed uno più lungo, allora si procede con successivi dimezzamenti dell’ampiezza metrica della forcella fino a che, arrivati alla correzione minima di 50 metri, tutta l’unità di fuoco di artiglieria, con i dati di tiro così calcolati, inizia il tiro di efficacia per ottenere sull’obiettivo gli effetti voluti con il numero di colpi necessari.” (1) Bisogna imparare in fretta dai propri errori per non sprecare tempo e proiettili: se l’artigliere continua a sbagliare vuol dire che sta continuando ad affidare il proprio tiro al caso, vuol dire che non sta imparando nulla, che non vuole o non sa imparare. Intanto il nemico si riorganizza, sposta mezzi e uomini, si prende gioco di noi che ci avviamo a perdere la battaglia.

“Aggiustare il tiro!” me lo ripeto mentre guido, cammino, faccio la spesa; lo consiglio addirittura agli amici, come una panacea per tutte le stagioni: “aggiusta un po’ il tiro!”, “guarda, secondo me ti basterebbe aggiustare solo un po’ il tiro!”, “su questa faccenda dovresti aggiustare il tiro!”, “perché non ti fai una bella tisana con fiori di aggiustamenti di tiro, vedrai che ti passa il raffreddore!”…

“Provaci ancora, Sam” diceva Woody Allen, mentre Fiorella Mannoia cantava: “Come si aggiusta il tiro, per non morire!” O pressappoco. È un dire che rassicura, dà speranza in un futuro in cui quel benedetto tiro sarà stato finalmente aggiustato e quindi avremo centrato il bersaglio. Non faremo più forcella! Per dirla all’artigliera maniera. Anche all’errore bisognerebbe dare un limite, una data di scadenza, come per Berlusconi e lo yoghurt. Se proprio ci siamo affezionati al nostro sbagliare (perché fornisce materiale letterario o esalta il nostro esistenzialistico modo di stare al mondo con cui corroderci) cerchiamo almeno di cambiare errore. Per sembrare innovativi. Gli elementi che caratterizzano un’esistenza sono più o meno uguali per tutti: amore, cultura, lavoro, socialità, spiritualità, sesso… Solo noi, tuttavia, possiamo decidere per la qualità di questi elementi.

Ci diamo un’ennesima possibilità per aggiustarlo: se poi ne avremo effettivamente l’occasione e la forza, non importa. È necessario continuare a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e crederci: forse il vero e proprio aggiustamento consiste prima di tutto in questo. Ma a fianco della fatalità c’è bisogno di scienza, per non affidarsi al caso a cui s’accennava. Ecco che l’aggiustare il tiro diventa un non ricadere negli stessi punti ma in punti diversi, per imparare almeno cose nuove; cercare nuove amicizie con caratteristiche diverse da quelle precedenti, meno deludenti, con meno furti di energia; continuare ad avere fiducia nella vita nonostante aumentino al cimitero le tombe di amici e familiari, e tu che ti senti ancora in gioco perché fai loro visita stando dall’altro lato della lapide; cercare nuovi amori, portando gelosamente con sé quello che di bello abbiamo imparato dai precedenti battiti di cuore; cercare un nuovo lavoro dopo averne perso uno che non ci dava sicurezza o dopo non averne cercato affatto alcuno per un bel po’ di tempo perché sfiduciati. Aggiustare il tiro del confronto col mondo! Perché “Tutta la vita è risolvere problemi”, intitolava così Karl Popper il suo ultimo libro, un disincantato messaggio da ereditare. Anni fa sul biglietto di un giovane suicida c’era scritto: “questa vita non fa per me!”. Perché, ce n’è un’altra più facile? Se c’è fatemela vedere! Aggiustare il tiro non è solo un disumano tendere alla perfezione ma forse significa proprio cominciare ad accettare la finitezza del proprio esistere e partendo da questa verità fare di tutto per migliorarsi, a volte ricostruendo dalle macerie.

Non prestare sempre lo stesso fianco ma almeno cambiare fianco! Anche per provare cosa si sente quando a essere colpito è un fianco inedito. O, addirittura, imparare a non prestarne alcuno: ma qui sfioriamo la maestria, e ci vuole tempo, esercitazione, esperienza. Dribblare gli eventi, gli schemi esistenziali disegnati da altri, i destini imposti; migliorarsi per non darla vinta a chi ha già scommesso, sicuro del risultato; riconoscere le atmosfere, gli ambienti già vissuti, e non entrarvi nuovamente; non ripetersi. Da 1 a 10, quanto ci odiamo quando ci ripetiamo? Io, 11…

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Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2016 by Michele Nigro

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Napoli, 10 febbraio 2009

Cara Sibilla,

la mia partenza un po’ precipitosa da Firenze e il tuo comprensibile umore nero causato dalla brutta notizia giunta via telefono Domenica mattina, sorprendendoti durante il nostro primo caffè, non mi hanno permesso di lasciarti in eredità le parole che meriti.

La mia non è retorica diplomatica ma pura comunicazione amichevole e spontanea… Seppur ritardataria.

Noi “intellettuali” siamo così: viviamo in “differita”! Soprattutto quando si tratta di parlare di sentimenti, cerchiamo le parole giuste come se ci trovassimo al cospetto di una poesia o di un saggio.

Recuperare un’amicizia, un affetto dopo tanti anni è sempre motivo di grande gioia: passare dal silenzio alla comunicazione e addirittura – oddio, ancora devo realizzare la cosa! – all’incontro ravvicinato, corrisponde, almeno dal mio umile punto di vista, a un grande traguardo umano. Indipendentemente dall’esito finale.

Diciamoci grazie, l’uno all’altra! Siamo stati bravi per questo atto di coraggio nel recuperarsi… Credo.

Spero solo che non si sia trattato di uno di quei confronti a tempo, come tra compagni di scuola, per sottolineare superiorità e successi, dettati da meschine esigenze di rivalsa. Da parte mia non è stato così e sentendoti al telefono prima del nostro incontro non ho percepito un tale spirito nel tono della tua voce, o forse nel momento in cui t’ho vista sei stata brava a camuffarlo.

Pensiamo di poter sopravvivere anche senza valorizzare determinati rapporti (e infatti durante questi tredici anni ognuno di noi ha compiuto il proprio cammino, vivendo le proprie esperienze di vita e lasciandosi trasformare da esse, come è giusto che sia) ma non consideriamo il fatto che quando due persone si conoscono, fosse anche per pochi giorni o poche ore, hanno già “alterato” inesorabilmente le proprie esistenze. I legami più o meno flebili che si creano tra noi e le persone che conosciamo sono indissolubili nel tempo: nel bene o nel male le persone continuano ad appartenersi in eterno. Pezzetti di noi continuano a resistere ed esistere nelle altrui esistenze, immagazzinati tra le pieghe del possibile, anche se ci impegniamo con tutte le nostre forze per dimenticare e farci dimenticare. E nonostante le varie opere di rimozione portate a termine con successo.

Ma è giusto che sia così, anche se è un po’ triste: le cose superflue, che sono dovute diventare superflue per continuare a vivere o sopravvivere, vanno sempre a finire in garage o in soffitta. In basso o in alto, l’importante è che siano lontane dalla vista quotidiana. Non si parla mai, però, di una loro definitiva distruzione: non per una questione di spazi mentali in grado di conservare i ricordi, quanto piuttosto per un inconsapevole salvataggio compiuto dal nostro inconscio. Esso sa cosa conservare e cosa no; come se fosse in grado di valutare in maniera autonoma l’importanza delle esperienze da ricordare e di gestire la loro collocazione stratigrafica nella geologia della memoria.

Ti starai certamente chiedendo mentre leggi, tra una telefonata in ufficio e una lettera da scrivere per il capo, dove questo rincitrullito di un Dino voglia andare ad apparare! Arrivo, quasi, “ai vari dunque”…

Sei stata carinissima con me durante questo nostro clandestino weekend di “recupero” e non dimenticherò le tue attenzioni gastronomiche, casalinghe e di altra natura… Un’ospitalità greca condita, a un certo punto, da venature di freddezza teutonica forse derivanti dalla tua formazione scientifica o dalla rivalsa malcelata a cui accennavo prima. Non lo saprò mai: da questo punto di vista, non ti sei sbottonata.

La serata di Sabato, poi, è stata “epica”: birrozza compresa.

Mi piaci (l’avevo dimenticato) quando ti scoli la birra fredda con la dimestichezza di un camionista rumeno, per poi emettere suoni infantili e irriproducibili come a voler richiedere coccole seduta stante, in pubblico.

Riesci a gestire bene, a quanto pare, la tua presunta misantropia miscelandola adeguatamente con una buona dose di accoglienza calibrata e fine… Sei una cuoca rifinita e una vera donna da valorizzare: noi stupidi che t’abbiamo persa saremo costretti a vagare in eterno nel limbo dei dannati distratti e minchioni. Ci tocca!

Sei stata accogliente e premurosa: mi hai reso di nuovo partecipe della tua vita quotidiana fatta di commissioni da sbrigare e piccoli gesti dolci intercalati nel tran-tran, come ad esempio comprare le “frappe” di Carnevale o il pesce fresco non risciacquato in Arno ma proveniente dalla costiera grazie a una veloce catena del freddo, che poi m’hai cucinato amorevolmente “al cartoccio” nel forno della tua piccola cucina, lassù nella mansarda a forma di nido di cicogna dove ti sei rifugiata in questi anni tra una rinuncia sentimentale a causa del tuo orgoglio e una ricercata solitudine di stampo masochistico. Il tutto innaffiato con vino appositamente messo in valigia prima di raggiungerti.

E ti ringrazio per questo! Per aver aperto il tuo rifugio “alla stampa”, anche se, sarò sincero, ho avvertito odore di trappola, di schiaffo morale postumo ovvero di lezione di vita da impartire in ritardo – cara professoressa mancata! -, forte di un’assertività conquistata nel tempo e in cui sono caduto, indossando scarpe inadeguate, come si cade in una pozzanghera dopo un forte temporale. Lezione suggerita da una voglia di matematica vendetta da servire fredda e travestita da amichevole accoglienza. Cascato, come un fesso, nella rete della regina di cuori che senza parlare vuole dispensare morali delle favole a destra e a manca, vendicandosi di tutto e tutti a distanza di tempo.

Non fa niente! Sono stato al tuo “gioco”…

Inoltre sento il bisogno di chiederti scusa per alcuni miei gesti, parole o richieste morbose e discutibili che contrastavano apertamente con l’importanza di un momento umano già perfetto per come era stato concepito in partenza. A volte esagero e non rispetto la sensibilità altrui. Anzi a volte non rispetto nemmeno la mia sensibilità.

Scusami se forse sono stato arrogante e se mi sono mosso tra i nostri tredici anni di silenzio con la “leggiadria” di un elefante miope intento a bighellonare egoisticamente in un campo di fiori che non gli appartengono più. Sono riapparso quasi dal nulla armato di pretese e di false sicurezze: credo che l’audacia mal calibrata sia molto dannosa e che ci sia molto più coraggio in una lettera di scuse, come nel caso della presente, che in una prova di forza, soprattutto lì dove la forza non è necessaria ma a contare è l’amore. Anche se questo non spetta solo a me stabilirlo.

Forse hai sentito il bisogno di dimostrarmi che in questi tredici anni avevi avuto la tua vita e che io sono solo un povero “corso e ricorso storico” di vichiana memoria: non ce n’era bisogno, comunque… Di ribadire, intendo dire, il concetto di non indispensabilità di un essere umano nella vita di un’altra persona.

Solo quelli che “riposano” distesi in una bara a tre metri di profondità sotto terra, non possono più avere esperienze. O almeno non esperienze terrene, se si crede nell’aldilà.

La vita è mobile; l’amore continua a cercare, superata la fase della delusione, nuovi materiali edili con cui riempire i vuoti esistenziali creati da un appassito entusiasmo sentimentale e sessuale. È la natura a chiederlo, andando prima o poi contro l’immobilismo dettato dalla tristezza e il disincanto derivante dal lato cinico della vita.

La vita è cinica, Sibilla, e l’amore serve ad addolcire questa cruda verità. Come scriveva un poeta campano, di cui in questo momento non ricordo il nome:

“… All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria,

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.”

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“Santa Maria della Scala”, un progetto fotografico di Federico Pacini

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 aprile 2016 by Michele Nigro

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Tempo fa scrissi in “Elogio del recupero”: <<Restaurare le cose ci rende migliori. Riacquistiamo il ritmo giusto ed educhiamo il nostro corpo all’attesa riflessiva. Siamo liberi di decidere come utilizzare il nostro tempo e la materia inerte che incontriamo lungo il cammino. Il recupero possiede in sé anche un significato politico (non ideologicamente inteso): la “semplice” scelta culturale diventa scelta politica controcorrente. La fregola consumistica consigliata e incoraggiata dai nuovi dittatori viene sconfitta dalla chiave inglese e dal cacciavite. Ridiventare padroni di sé, del proprio tempo e degli oggetti dimenticati in attesa di resurrezione. Riscrivere l’elenco dell’utile e dell’inutile seguendo i rispolverati canoni qualitativi della vita reale. La poetica degli oggetti in disuso contro la stupidità dell’Occidente, contro l’arroganza dei velinismi tecnici ed estetici, contro il grasso che cola sullo scheletro di una filosofia perdente ma imperante.>>

Sfogliando l’ultima pubblicazione fotografica di Federico Pacini intitolata “Santa Maria della Scala” (Editrice Quinlan) e dedicata al restauro in fieri dell’omonimo ospedale, risalente al XI secolo, sito nel cuore antico di Siena, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi non a una storia di recupero architettonico quanto piuttosto alla volontà di conservazione/congelazione di un tempo fatto di bizzarri strati accumulati dall’umana attività: timidi affreschi seppelliti che riemergono dagli intonaci della burocrazia; faldoni impolverati di un archivio ospedaliero che giacciono irriverenti accanto a volte di mattoni, scalinate in cui risuonano le voci dei secoli e nicchie votive disabitate… Pacini avrebbe potuto scegliere la facile e gloriosa strada di un progetto fotografico fatto di un “prima” e di un “dopo”, fornendo al lettore/osservatore, già bella e pronta, tutta la profondità di un processo. Fino ai titoli di coda di un successo visibile. Invece quello fotografato da Pacini è un tempo sospeso: tra le eterogenee stratificazioni di ciò che è stato (e sono tante!) e le immaginate potenzialità di un luogo in trasformazione, violentemente dinamico. La conferma ci viene fornita da Roberto Maggiori che nell’introduzione scrive: <<… si indaga la realtà locale privilegiando una “visione laterale” delle cose, opposta alla centralità del pensiero dominante e distante dalla spettacolarità fine a se stessa.>> La brutalità degli interventi umani sembrerebbe non lasciare spazio all’importanza storica di quel luogo: di tanto in tanto, però, Pacini immortala sprazzi di un passato che ha resistito alle offese della necessità e di un futuro che s’intravede tra l’arroganza di una modernità già superata e la speranza in un progetto appena accennato.

Dalla bandella del fotolibro:

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L’Ospedale di Santa Maria della Scala risale al XI secolo ed è sito nell’area più antica della Siena di impianto medievale. È il luogo di cura più antico dell’Occidente, a livello mondiale secondo solo a quello di Istanbul. In parte dell’antico ospedale è attualmente in corso un restauro che convertirà gli spazi in museo, l’altra metà dell’edifico è già stata recuperata e ospita una serie di collezioni che vanno dall’arte antica (Museo archeologico Nazionale) all’epoca moderna, alternando ambienti monumentali e corridoi angusti, intrecci di gallerie scavate nel tufo e grandi spazi voltati a mattoni. Nei suoi 350.000 metri cubi d’estensione si trovano testimonianze storico-artistiche che sintetizzano la città e la sua storia, in un arco di circa mille anni. Tra queste il celebre Pellegrinaio, il più importante ciclo di affreschi del Quattrocento senese. Questa ricerca fotografica di Federico Pacini ha ripreso gli spazi da convertire a Museo.

Le radici della serenità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 settembre 2014 by Michele Nigro

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Aperiodico come pendolo incoerente

ritorno fedele alle radici di un ideale.

Tra nuovi cementi e nuove musiche

ostinato, vedo un’infanzia congelata

lì dove l’avventura prosegue indisturbata

lì dove per altri domina un monotono presente.

Laboratorio per sperimentare ripartenze

e vite clandestine

– il difficile diventa facile! –

alibi per un’amata solitudine

luogo privilegiato di regressione.

Recupero, sordo alle critiche

un io primordiale e leggero

fino all’epoca che precede dolori ed errori.

Non ti spiego il perché del mio essere qui

intuisci una ricerca proveniente dal passato,

mi confondo tra la folla moderna

rumoreggiante per sapere di essere,

ingannando tempo e doveri

oscillando sereno come fiamma

al silenzio di una candela consumata a metà.

Onora il padre…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2013 by Michele Nigro

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Onora il padre

continua la sua opera

porta a termine i suoi progetti

vivi i suoi desideri semplici

sii esigente e sognatore come lo era lui.

Onoralo migliorando la sua eredità

respira la sua aria

attraversa i luoghi della sua infanzia

lasciati riscaldare dallo stesso sole.

Non svendere il tuo passato

non causare la dannazione degli assenti.

Se il legno è scolorito

ricoloralo,

se le mura sono vecchie

rinforzale.

E quando anche per te

sarà giunto il momento di partire

spera di salutare qualcuno

che un domani onori te.

Dubrovnik-Battipaglia: due differenti storie di recupero

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 maggio 2011 by Michele Nigro

A settembre del 2010, durante la mia permanenza nella splendida Dubrovnik in Croazia, ho avuto il piacere di assistere a un concerto di musica classica della Dubrovnik Symphony Orchestra tenuto all’interno della restaurata Fortezza di Revelin.

Da una mia nota scritta sul diario di viaggio, subito dopo il concerto: “… Lo spazio sapientemente rivalutato all’interno della fortezza di Revelin e destinato ai numerosi avvenimenti culturali che animano le notti di questa ‘perla dell’Adriatico’, tra cui i concerti di musica classica, è architettonicamente semplice ma adatto a soddisfare le esigenze divulgative di una comunità che ha voglia di crescere, di valorizzare il proprio patrimonio storico e artistico-culturale e di accogliere in maniera efficiente i turisti provenienti da ogni parte del mondo. Interni sobri, quasi asettici, privi di ‘barocchismi tecnici’ dovuti a restauri scellerati, caratterizzati da un’acustica ottimale per gli eventi musicali come questo a cui ho assistito stasera. Un esempio di come la semplicità e la voglia di risorgere siano più forti di certi meschini calcoli politici e di certe dinamiche privatistiche poco lungimiranti. Il mio pensiero da Dubrovnik va inesorabilmente (e forse ingenuamente) agli spazi non recuperati e quindi inutilizzabili del Castelluccio di Battipaglia, la città in cui vivo. Perché non possiamo anche noi battipagliesi assistere al recupero del nostro simbolo (e non solo di quello) per destinarlo finalmente a quelle funzioni culturali e sociali degne della sua storia?”

Fortezza di Revelin – Dubrovnik (Croazia)

Leggo in rete: “… Oggi la fortezza Revelin è proprietà della città di Dubrovnik e viene utilizzata come luogo multifunzionale per vari spettacoli. Nel 2003 è stato portato a termine il restauro della fortezza grazie al quale essa ha mantenuto il suo aspetto autentico, ed allo stesso tempo sono state appagate le rigorose necessità tecnologiche dei nostri tempi (l’aria condizionata, internet, l’ascensore, il sistema antincendio). In questo posto, al giorno d’oggi, hanno luogo avvenimenti vari…”

Nel titolo di questo post ho commesso un errore: ho utilizzato in maniera generalizzata il termine ‘recupero’ mentre nel caso battipagliese bisognerebbe parlare molto più onestamente di NON recupero. Infatti il mio pessimismo italico mi suggerisce che non leggerò mai una notizia così positiva, simile a quella sopra riportata, riguardante l’ormai famigerato Castelluccio di Battipaglia. Anche se la speranza di venire smentito è sempre l’ultima a morire.

il Castelluccio – Battipaglia (Salerno)

Qualcuno potrebbe obiettare che Dubrovnik è dal punto di vista storico e artistico più importante di una cittadina tutto sommato sempliciotta come Battipaglia (la cui fama è condannata a essere legata eternamente al simbolo della ‘mozzarella’… e basta!) che non merita di recuperare il proprio patrimonio storico; che Battipaglia, a differenza di Dubrovnik, non è un “bene protetto dall’Unesco”; che il ben più modesto centro storico di Battipaglia non ha subito una recente offesa bellica, suscitando l’indignazione di mezzo mondo, come nel caso di Dubrovnik bombardata dalle truppe serbo-montenegrine il 6 dicembre 1991 (mentre l’unico bombardamento subito dalla popolazione battipagliese – evento che ha fatto guadagnare alla città di Battipaglia la Medaglia d’argento al Merito Civile – risale al lontano 1943: e se dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi nessuno si è preoccupato di valorizzare il Castelluccio vuol dire che tanto importante dal punto di vista storico non è, verrebbe da pensare, e che può continuare a sgretolarsi sotto il sole e la pioggia perché ci sono cose più importanti da recuperare e altri problemi da risolvere)…

Esistono Storie più importanti di altre? Ci sono patrimoni di serie A e di serie B? Che cos’è che rende un recupero più ‘necessario’ o più urgente di un altro? Il posizionamento geografico? La drammaticità di un evento storico legato al luogo da recuperare (terremoti, guerre…)? Le simpatie di politici fortemente influenti? La follia imprenditoriale di qualche eccentrico e generoso milionario di passaggio? No, non credo. Almeno non posso credere solo in queste cause fortuite. La volontà di una comunità, la sinergia tra pubblico e privato, la progettualità di una classe dirigente intelligente e lungimirante, l’imprenditorialità di un territorio, la richiesta pressante da parte delle forze culturali locali e nazionali, l’interessamento più incisivo da parte di associazioni come il F.A.I. (al di là dell’evento del 2003 e di altre singole, encomiabili iniziative personali o di gruppo, che di fatto però non hanno risolto concretamente il problema del Castelluccio): queste e molte altre le vere forze motrici che possono portare alla piena realizzazione di un serio recupero.

Non basta una romantica serata di musica sotto le stelle, seppur meritoria e gradevole, che ha tutta l’aria di essere una rassegna di emozioni inconcludenti, di personalismi e di promesse a sfondo politico-elettorale (vedi video sottostante). Non basta un palco montato VICINO all’oggetto da recuperare (un recupero empatico realizzato ‘per osmosi’? Della serie: “ti siamo vicini!”); c’è bisogno di riconquistare il DENTRO con fatti concreti, senza gettare fumo negli occhi dei cittadini. Non basta illuminare le mura esterne del Castelluccio (che rappresentano, almeno all’apparenza, la parte più presentabile e sana dell’edificio storico): occorre recuperare gli spazi interni al fine di renderli vivibili socialmente, artisticamente, culturalmente e perché no, commercialmente.

Il ritorno a casa e il “jet lag” psico-culturale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 agosto 2010 by Michele Nigro

“Non ritornare mai,

andare sempre in giro,

produrrebbe un’ebbrezza da derviscio.”

(da “Filosofia del viaggio” di Michel Onfray)

Non si ritorna mai completamente da un luogo.

Ritorniamo con il corpo perché abbiamo un biglietto con una data per il rientro e non vogliamo perdere i soldi spesi, e una vita che ci richiama all’ordine (per “vita” s’intende una serie effimera di convenzioni linguistiche, culturali, sociali, storiche, economiche che crediamo – autoconvincendoci! – di non poter sradicare).

Mentre cospargiamo la scrivania di foto, taccuini, cartine, libri, cd musicali acquistati in loco, scontrini, biglietti, residui di ciò che per un po’ è stata la nostra moneta; mentre laviamo i panni sporchi e riponiamo la valigia nell’armadio che odora di naftalina, ci accorgiamo di aver lasciato indietro una parte non secondaria di noi, la mente: di aver disseminato onde cerebrali nel luogo visitato al punto tale che subiamo uno svuotamento psichico durante la fase del ritorno. Non rientriamo mentalmente, ma solo fisicamente. Un bel guaio! Forse…

I sintomi del “jet lag” psico-culturale variano da viaggiatore a viaggiatore: l’isolamento è uno dei principali. Il comune senso d’appartenenza (quello stesso senso che fa inviare al turista decine di inutili cartoline in patria, dimostrando così di non essere mai partito!) ancora non deve entrare in scena per rovinare tutto: isolarsi per difendersi e per conservare intatti e senza “inquinanti culturali” gli insegnamenti dei cinque sensi stimolati durante il viaggio.

Eppure Istanbul non è una città, per certi aspetti, tanto diversa dalle altre capitali europee: tram, grattacieli, supermercati, metropolitana, autostrade trafficate, banche, polizia, problemi condominiali, gente che va avanti e indietro indaffarata… L’isolamento, dunque, non serve a farci riprendere fiato come se avessimo vissuto un’esperienza traumaticamente differente se confrontata con il nostro stile pratico di vita “occidentale”: l’auto-esilio è l’unico mezzo che abbiamo, ritornando a casa, per preservare l’ideale coltivato e messo alla prova durante il viaggio stesso. Ci si isola nella propria dimora per continuare il percorso interiormente e per rintracciare quella ricerca primigenia (causa del nostro viaggio) per un attimo distratta o addirittura “coperta” dalle incombenze pratiche legate al taxi da prendere, all’hotel da individuare, al piatto da ordinare, al bagaglio da non perdere… Sfruttando la “succursale” della nostra anima lasciata a Istanbul come una sorta di sentinella, creiamo un ponte tra il corpo spossato in fase di recupero energetico e l’ideale (impreparato e infantile) che c’aveva spinto sull’aereo. “Nella fatica del ritorno – scrive Onfray – si preparano le sintesi a venire”. Sintesi che cristallizzano l’esperienza e indirizzano la ricerca verso obiettivi più nitidi e meno epici: l’iniziale entusiasmo basato sulle ipotesi e sulle mille piacevoli paure dell’ignoto, lascia il posto a una nuova energia più consapevole e pacata, ma arricchita di nuovi elementi culturali e sensoriali. Il viaggio, in un certo qual modo, continua.

Istanbul non è una città normale ma una “terra di mezzo” dove dialogano realtà apparentemente lontane e inconciliabili; un faro filosofico e spirituale per l’occidentale insoddisfatto…

Si ritorna sempre, quasi per caso, durante un fine settimana, a Parigi o a Londra per riprendere “discorsi occidentali” che impregnano già il nostro modo di essere europei. A Istanbul, invece, si decide di ritornare a posta per motivi vitali, perché dobbiamo recuperare noi stessi, perché siamo costretti ad andarci a riprendere l’Io smarrito sotto le Mura terrestri o a Ortakoy: una parte di noi, infatti, è rimasta lì a circolare tra le strade in cerca di alterità e di vero confronto con sé stessi e con il mondo.

Un viaggio a Istanbul non si risolve mai: ce ne accorgiamo dal fastidio che proviamo nel dover condividere gli aneddoti banali con chi è rimasto a casa; aneddoti riassuntivi che generalmente soddisfano il turista ma non il viaggiatore. L’ascesi intellettuale, seppur libresca, ci salva dal fastidio del ritorno e la riorganizzazione del materiale raccolto ci fornisce una traccia culturale da seguire per tenerci occupati… E per non impazzire!

(foto: M. Nigro)

“L’uomo che non sapeva leggere” sul n.4 di IF

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 agosto 2010 by Michele Nigro

Come già preannunciato in un altro post, il n.4/2010 di “IF” (Rivista dell’Insolito e del Fantastico), numero caratterizzato da un profondo, e più volte evocato in questi ultimi anni, bisogno di sperimentare una divertente, necessaria e stimolante contaminazione fra i generi, ospita il mio racconto “L’uomo che non sapeva leggere”. Ora che ho ricevuto una copia della rivista posso finalmente apprezzare la consistenza contenutistica di una pubblicazione giovane dal punto di vista editoriale, è vero, ma confortata dalla presenza di firme “esperte” e tutt’altro che esordienti. Ampia e soddisfacente la sezione saggistica, che costituisce il vero pilastro della rivista come era nelle intenzioni del suo creatore e direttore, il prof. Carlo Bordoni.

Dall’editoriale: […] Eppure non dovremmo di­menticare che il fantastico è il grande oceano comune da cui tutti i generi si alimentano. Ben venga allora la contaminatio a ridare vigore, perché di una cosa siamo certi: la nuova letteratura del terzo millennio sarà fantastica e passerà attra­verso i generi letterari. Questo quarto numero di IF vuole dare l’esempio, indicare una strada, nella consapevolezza che la narrativa “non mimetica” sia il più grande patri­monio dell’uomo, perché fondata sulla sua straor­dinaria facoltà di immaginare. L’Insolito e il Fantastico, da cui prende il titolo la nostra rivista, è proprio il terreno ideale su cui sperimentare insoliti innesti per una letteratura non realista senza più distinzioni. Forse questa riunificazione, questo ritorno in famiglia, farebbe piacere a Benedetto Croce, al quale la complicata faccenda dei generi letterari e della loro suddivisione non andava proprio giù. […]

Elogio del recupero

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2010 by Michele Nigro

Recuperare la lentezza

(“…pedalo, quindi sono!”)*

Crisi energetiche, fonti alternative ignorate dalle lobby dell’oro nero, pozzi petroliferi in avaria nell’oceano e tonnellate di petrolio greggio riversate in mare, aumenti (e mai ribassi) del prezzo della benzina, mito futurista della velocità e fascino moderno, disoccupazione e mancanza di idee, pubblicità ingannevole e nevrosi da mobilità efficiente, vacanze sempre meno intelligenti, donne e motori… Ci consigliano di combattere la crisi con un ottimismo spendaccione e praticando la cancellazione dei fatti e delle notizie; la realtà deve essere allontanata; l’esperienza preconfezionata, pronta per l’uso, diminuisce il rischio di fatica e di fallimenti.

Sotto uno strato di polvere alto alcuni millimetri ho scoperto nel garage una vecchia bicicletta acquistata circa vent’anni fa (o forse più) da una mia parente e in seguito abbandonata a causa di quelle vicissitudini della vita che a un certo punto, purtroppo, ci fanno prediligere alcuni mezzi rispetto ad altri. Ruggine, polvere, vernice staccata, il filo della dinamo tagliato, copertoni marci, una camera d’aria ormai irrecuperabile e i parafanghi un po’ sgangherati… Un caso difficile, quasi disperato! La voce consumistica che è in ognuno di noi mi dice: “comprati una bicicletta nuova!”

La sfida in pieno stile cubano comincia. Ho bisogno di dare a me stesso e “al mondo” una lezione di lentezza: non tanto un esempio ecologista quanto piuttosto un segnale culturale, la riproposta di uno stile di vita reale e sano sempre più sopraffatto da un efficientismo snob che rasenta (e a volte realizza) un’ostentazione volgare e paradossalmente tipica di quest’epoca disoccupata, povera ma falsamente sgargiante e berlusconizzata. La filosofia del recupero da contrapporre alla veloce morale consumistica: vernice nigricante, copertoni nuovi, olio per ingranaggi, qualche attrezzo precedentemente recuperato da un mio personale “museo dell’artigianato”, un po’ di musica per accompagnare “l’operazione chirurgica” e tanta pazienza… Smonto, allento, stringo, gratto, bestemmio, sferraglio, sudo. Svito, allargo, sbullono, vernicio, rido e poi fieramente rimonto il tutto come se fossi un demiurgo del metallo. La nuova sfida m’intriga; mi sento capace, audace, mordace: un uomo che domina la materia (non il contrario) e che conosce l’obiettivo del suo operare. Divento oggetto, mi calo nelle esigenze inorganiche della silenziosa materia rimasta ferma per anni: io sono la bicicletta. Mi assicuro che le ruote rimontate girino come si deve, evitando attriti con i parafanghi o con i tacchetti dei freni. Olio, olio e ancora olio, per allontanare dagli ingranaggi la “pigrizia” accumulata in tutti questi anni sprecati, trascorsi nel garage a non far niente. Rivernicio tutto accuratamente senza lasciare angoli da cui possa trapelare il vecchio colore della precedente esistenza e dono una nuova vita lucente a quel metallo fino a poco tempo prima arrugginito e polveroso. Anche le luci anteriore e posteriore nutrite dalla dinamo tornano miracolosamente a funzionare in vista di estive pedalate notturne. Sono orgoglioso di me. Il risultato mi soddisfa (vedi foto sopra). Ci vuole una pedalata inaugurale. La faccio. Pedalo lievemente e senza fretta tra le stradine deserte e le arterie trafficate della mia città di provincia e l’oggetto rinato sembra ringraziarmi per questa seconda possibilità. Tutti abbiamo bisogno di una seconda possibilità. Anche gli oggetti. Io lo so, ma il mondo non più: lo ha dimenticato durante questi anni di crisi annunciata e combattuta a suon di ricette in tivù, falsa opulenza per sentirsi meno soli e populismo pre-elettorale.

Restaurare le cose ci rende migliori. Riacquistiamo il ritmo giusto ed educhiamo il nostro corpo all’attesa riflessiva. Siamo liberi di decidere come utilizzare il nostro tempo e la materia inerte che incontriamo lungo il cammino. Il recupero possiede in sé anche un significato politico: la “semplice” scelta culturale diventa scelta politica controcorrente. La fregola consumistica consigliata e incoraggiata dai nuovi dittatori viene sconfitta dalla chiave inglese e dal cacciavite. Ridiventare padroni di sé, del proprio tempo e degli oggetti dimenticati in attesa di resurrezione. Riscrivere l’elenco dell’utile e dell’inutile seguendo i rispolverati canoni qualitativi della vita reale. La poetica degli oggetti in disuso contro la stupidità dell’Occidente, contro l’arroganza dei velinismi tecnici ed estetici, contro il grasso che cola sullo scheletro di una filosofia perdente ma imperante.

Contrapporre alle lunghe file in autostrada, per raggiungere i luoghi isterici del divertimentificio, la micro-felicità di uno spazio locale riconquistato e poco noto. I non-luoghi di Marc Augé vengono sostituiti dai luoghi del senso e dell’individualità irripetibile. “Psicogeografia pedalante!” – penserebbe Debord.

La bicicletta che ho “riesumato” non si trova su nessun catalogo!

E’ unica… E’ mia.

(foto tratta dal film “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica)

* il sottotitolo di quest post “…pedalo, quindi sono!” – è preso in prestito dal saggio “Il bello della bicicletta” (Eloge de la bicyclette) di Marc Augé – pag.63

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