Archivio per referendum

Don’t touch my Constitution!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2016 by Michele Nigro

bart-renzi

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“Bella Italia” su Margutte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 giugno 2016 by Michele Nigro

In occasione del 70° compleanno della nostra repubblica, “Margutte” Non-rivista online di letteratura e altro, ha ripubblicato la mia poesia “Bella Italia”. Un grazie alla redazione di Margutte e auguri a tutti noi italiani!

bella italia margutte

Che cos’è l’antiberlusconismo?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 giugno 2011 by Michele Nigro

“NON TEMO BERLUSCONI IN SE’, TEMO BERLUSCONI IN ME”

(Giorgio Gaber)

Ieri mattina mentre bevevo un caffé con un amico iraniano in un bar del centro, discorrendo dei soddisfacenti risultati referendari del 12 e 13 Giugno, ho finalmente esternato una serie di domande che circolavano da un bel po’ di tempo tra i miei pochi neuroni ancora funzionanti, cercando il momento giusto per venire fuori.

Perché durante questi ultimi diciassette anni non ho sentito l’esigenza di un risveglio politico? Perché, nonostante le varie delusioni incassate in qualità di elettore di sinistra, non ho mai ‘perso la testa’ votando l’alternativa ‘per vendetta’ o ‘per provare’ (come disse Iva Zanicchi nel ’94: “Proviamolo!” – riferendosi a Berlusconi come se si fosse trattato di un paio di jeans o di una marca di preservativi)? Perché mi sento, durante questa primavera della politica italiana (qualcuno addirittura già parla di ‘terza repubblica’ anticipando i risultati delle prossime elezioni politiche – 2012? – e utilizzando la vittoria conquistata alle recenti amministrative e ai referendum), come un immobile osservatore esterno che registra le passioni e gli spostamenti dei propri connazionali? Perché non ho subito nemmeno per un decimo di secondo, anche se sono solo un semplice e anonimo elettore senza tessera di partito, la tentazione di abbandonarmi a un proficuo ‘processo di scilipotizzazione’? Perché la mia storia di elettore non è fatta di ‘ritorni’ e soprattutto di fughe? Perché mi sento fortunato nel mio immobilismo elettorale anche se sono consapevole del fatto che il berlusconismo rappresenta ancora una ‘minaccia’ socio-politica e culturale e che lo sarà anche dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi? E che non è certamente con il ‘posizionamento’ che si combatte il berlusconismo? Perché provo compassione per chi vota PdL o Lega e perché mi sento spinto a compiere una mission culturale nei loro confronti? Perché sento di dover sposare totalmente la tesi di Curzio Maltese quando nel suo libro “La bolla” afferma: “Non ci sarebbe stato un Berlusconi […] Senza tante brave donne che si trasformano in insopportabili matrigne subito dopo la gravidanza, contribuendo a tramandare di generazione in generazione il germe di un fascismo eterno.”? Perché in tutti questi anni, nonostante le illuminanti e necessarie trasmissioni di approfondimento politico come “Annozero”, “Ballarò” e simili, ho sempre percepito autonomamente la presenza o l’assenza della verità? Perché ho avvertito l’alterazione dei fatti? Perché mi sento un privilegiato e non uno che sta all’opposizione? Perché su di me l’anestetico non ha funzionato?

Le risposte a questo lungo e noioso elenco di domande potrebbero essere molteplici e variegate, come le seguenti: perché sono congenitamente fazioso; perché non capisco niente di politica; perché non ho interessi personali legati a certi politici; perché ho una visione intellettualistica della politica; perché sono troppo pigro per cambiare; perché la mia cultura e la mia intelligenza (notare il tono ironico!) non mi permettono di subire alcun tipo di ‘lavaggio del cervello’; perché sono “fuori dal tunnel” del divertimento e quindi non sono influenzabile; perché ho imparato a non aver bisogno delle cose inutili di cui hanno bisogno gli altri; perché vivo al Sud e quindi non ho subito il fascino della Lega Nord che a volte assume degli atteggiamenti rivoluzionari da partito di sinistra; perché posseggo gli ‘strumenti’ necessari per capire; perché non voglio una politica che parla alla mia pancia; perché conosco alcuni meccanismi del linguaggio e so decifrare istintivamente i segni della propaganda dietro i quali si nascondono le menzogne; perché la mia coerenza rasenta l’autismo; perché mi illudo di non aver bisogno di un risveglio ma in realtà dovrei anch’io rivedere i miei presunti valori politici…

La madre di tutte queste risposte è in realtà rappresentata dall’unica risposta che si può dare alla domanda delle domande: CHE COS’E’ L’ANTIBERLUSCONISMO?

Per lo zoccolo duro (un po’ meno duro dopo i referendum) del cosiddetto “Partito dell’Amore”, ‘antiberlusconismo’ è sinonimo di ‘dispetto’, ‘cattiveria’, ‘invidia’, ‘eversione’, ‘comunismo’, ‘persecuzione’… Io posso solo dire che l’antiberlusconismo è una cosa seria che trascende la politica: è uno stile di vita che va oltre il numero di voti, oltre la ricchezza dell’imprenditore Silvio Berlusconi, oltre i programmi di partito, addirittura oltre l’opposizione. E’ una filosofia dell’esistenza che affonda le proprie radici in valori inattaccabili dalla propaganda e dal populismo demagogico e quindi inintercettabili: essa si nutre di letture importanti, di confronti storici, di differenze e di trasversalità, di passione per le analogie, di vita vissuta e non di sondaggi, di esercizi distopici offerti dalla narrativa fantascientifica, di verità riscoperte durante la salutare pratica della ‘disappartenenza’, di individualismo intellettualistico, di una criticità data per dispersa, di un satirico snobismo antropologico, di severe ma obiettive critiche sociali, di verifica della notizia, di un riscoperto classismo che fa diventare l’essere umano ‘non omologabile’…

Tutte cose che Silvio Berlusconi non potrà mai capire. Cose che, per essere conquistate, esigono sforzo, sacrificio, follia mista a umiltà, autocritica e disprezzo per se stessi, confronto e una buona dose di solitudine corroborante da assumere prima della piazza. Antiberlusconismo significa ‘farsi un accurato esame di coscienza’.

Da “Alba Rossa” alla Rete-Ombra di Obama

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno 2011 by Michele Nigro

Ogni tanto fa bene rivedere certe pellicole: non tanto per una questione di nostalgia nei confronti di alcuni elementi appartenenti ai ‘tempi andati’, quanto piuttosto per fare autocritica, per realizzare dei confronti tra presente e passato, per delimitare la cultura sociale e politica di un’epoca che oggi, dall’alto del primo decennio del XXI secolo, ci appare inevitabilmente ridicola e anacronistica.

Ho rivisto recentemente il film fantapolitico intitolato “Alba Rossa” (Red Dawn) del 1984 e ho provato la stessa sensazione di quando, alcuni anni fa, ho tentato di rileggere una copia di “Topolino” o quando mi è capitato di rivedere alcune puntate del famoso cartone animato giapponese “Goldrake”: una sensazione di tenerezza mista a imbarazzo. Tenerezza per i legami sentimentali con il periodo storico tirato in ballo; imbarazzo per l’inadeguatezza, la superficialità e la palese ingenuità del messaggio in essi contenuto, ma che all’epoca sortiva l’effetto voluto.

“Alba Rossa” è un classico film patriottardo da guerra fredda in salsa reaganiana: dal punto di vista del pro-americanismo è capace di superare addirittura i film di John Wayne e quelli più recenti di Kevin Costner. Solo che al posto degli illustri attori sopracitati compaiono dei giovanissimi e piuttosto puliti (nonostante i mesi trascorsi in montagna tra guerriglie e attentati compiuti ai danni di sprovveduti comunisti invasori) Patrick Swayze, Jennifer Grey (che rifaranno coppia in “Dirty dancing” ma senza i sovietici) e un Charlie Sheen ‘sbarbatello’ in versione guerriero liceale.

Il film appare tragicamente comico fin dai primi fotogrammi: i paracadutisti degli invasori sovietici, cubani e nicaraguensi non appena toccano terra si accaniscono (sparando, ammazzando, sprecando munizioni e facendo un gran casino) contro un target altamente strategico: un liceo. Ora, tutti noi sappiamo (pur non essendo dei grandi strateghi) che invadendo una superpotenza come gli Stati Uniti d’America tra i punti caldi da controllare, per essere vincenti in tempi rapidi, ci sono senz’altro i licei, gli asili, gli ospizi, le mense dei poveri, le parrocchie e altri luoghi pericolosi, determinanti ai fini della battaglia. La prima vittima causata dall’invasione è nientepopodimeno che – mantenetevi – un professore di storia: categoria pericolosa quella degli storici; personaggi ambigui e guerrafondai sempre col naso tra i libri, pronti a ricordarci date di antiche insurrezioni, vecchie resistenze, guerre dimenticate… Da eliminare subito, senza dubbio. Non bisogna essere dei premi Nobel per capire che il regista ha voluto mandare agli americani dell’epoca un chiaro messaggio socio-politico e culturale che oggi francamente suscita una certa ilarità: difendiamo la nostra cultura, la nostra storia e i nostri giovani. Ma da chi o da cosa? Dalla propaganda comunista, è ovvio, e da un futuro reso incerto dalla costante minaccia sovietica. “Better dead than red” (meglio morti che rossi, cioè comunisti) si diceva negli U.S.A. durante l’oscura epoca maccartista.

Sarebbero tantissimi i punti grossolani di questo film da analizzare, ma non voglio annoiarvi ulteriormente. Dico solo che “Alba Rossa” (insieme a tantissimi altri film tipo “Rambo”, tranne il primo del gruppo che possiede un’anima ed è l’unico a raccontare una storia umana) è lo strumento di una precisa strategia politico-cinematografica: instillare il terrore per i comunisti nella classe media americana (la stessa che oggi, senza aver sparato un solo colpo verso i sovietici, si ritrova senza un tetto e senza un lavoro a causa della cosiddetta ‘recessione’). Anche se da lì a poco la caduta del muro di Berlino e la Perestrojka avrebbero reso inutile lo sforzo ideologico e patriottico di questi bravi registi ‘impegnati’.

Passano gli anni. Cambiano i nemici, mutano gli scenari, evolvono le strategie e le esigenze geopolitiche delle superpotenze sopravvissute. Proprio in questi giorni il Presidente Obama ha annunciato la nascita della Rete-Ombra (ovvero “internet invisibile”): un modo nuovo, incruento e tecnologicamente avanzato per combattere le restanti dittature del pianeta utilizzando il web e le preziose informazioni in esso contenute.

L’attacco alle Torri Gemelle di New York ha rappresentato l’unico momento storico (dopo Pearl Harbor, s’intende) in cui la realizzazione della ‘profezia’ di “Alba Rossa” ci è sembrata vicinissima, intaccando di fatto la presunta inviolabilità del suolo americano: solo che a dirottare gli aerei la mattina dell’11 settembre 2001 non furono i sovietici (ormai ‘estinti’ e storicamente mai stati propensi al suicidio in nome dell’ateismo di stato) bensì un gruppo molto organizzato (bisogna riconoscerlo) di sedicenti musulmani pronti a immolarsi in cambio di alcune decine di improbabili vergini in un illusorio aldilà e di un mucchio di dollari per le loro famiglie nell’aldiquà.

Favorire la ‘primavera araba’ per giocare a carte scoperte e grazie all’aiuto della popolazione locale; fornire ai ribelli informatici del terzo millennio gli strumenti per poter diffondere la verità nascosta dai regimi e per coordinare le azioni eversive verso quelle dittature che bloccano, con la propria arretratezza economica e culturale, l’avanzata del liberismo economico (soprattutto americano) in quella porzione di mondo non ancora adeguatamente inglobata nel sistema commerciale mondiale. Oggi la guerra (e forse non solo oggi) è prevalentemente guerra di conoscenza, guerra di immagini, guerra di informazione. Si abbattono dittature obsolete, sopportate e supportate per troppo tempo, bypassando la censura; si determina l’esito di un referendum utilizzando Facebook, Twitter e YouTube. La rete capta l’insoddisfazione del cittadino magrebino e dello studente italiano. Si fa opposizione utilizzando il web 2.0.

Le piazze reali e quelle virtuali si fondono e coordinano gli sforzi. Si realizzano ‘invasioni dolci’ utilizzando computer portatili e cellulari per l’accesso a reti wireless clandestine. Gli U.S.A. scelgono un’ingerenza da tastiera: un’ingerenza per ‘smanettoni’, molto più difficile da gestire ed eventualmente da prevenire. La rigida contrapposizione dei blocchi Usa-Urss è solo un ricordo che si studia sui libri di storia. Non s’incendiano più le bandiere in piazza ma si preferisce entrare nel libero mercato mandando in esilio i vecchi padri della patria: i ‘fratelli musulmani’ strizzano l’occhio a McDonald’s.

Dallo spauracchio comunista (a cui crede ormai solo Silvio Berlusconi e qualche altro buontempone della sua corte) si è passati all’insurrezione organizzata sui social network; dall’anticomunismo reaganiano di “Alba Rossa” alle ribellioni innescate tramite un internet parallelo e incensurabile. Dopo lo scoppio dell’ ‘ascesso fondamentalista’ (11 settembre 2001) si è passati a una strategia politica ed economica raffinata e preventiva: si aiutano le democrazie in fase embrionale sfruttando via internet l’insoddisfazione popolare. E’ vero: in queste ore stiamo ancora bombardando la Libia con bombe vere, ma il cambiamento della strategia è cominciato. Si avverte. E’ evidente. E’ inevitabile.

Rigenerare la politica: intervista a Valentino Cerrone

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 aprile 2011 by Michele Nigro

In questo blog già in altre occasioni mi sono occupato indirettamente di politica: ad esempio, analizzando gli intimi meccanismi linguistici del consenso o i vari tentativi di una certa classe politica di sfuggire al controllo della giustizia. Altre volte ancora utilizzando dei ‘semplici’ espedienti letterari… Questa volta tenterò, invece, di compiere un’operazione più diretta, presentando un “nuovo volto” da contrapporre a quelli che, già tristemente noti, stanno svilendo lentamente e inesorabilmente il senso genuino della politica. L’intervista che segue ha come obiettivo quello di ripristinare un linguaggio politico dimenticato a causa dei vari depistaggi mediatici, dei qualunquismi e della drammatica comicità barzellettiera di certi personaggi surreali saliti al potere.

Nigricante. Valentino Cerrone, laureato in giurisprudenza, appassionato di jogging, blogger de “La mia Babele”… Sei originario di Sora (Fr), anche se vivi e lavori a Napoli da molti anni, e hai deciso in vista delle prossime amministrative, come si dice in questi casi, di ‘scendere in campo’ presentandoti come candidato nelle liste elettorali di Sora. In un famoso social network hai dichiarato: “… lo faccio per disturbare la deriva plebiscitaria…” Vorresti spiegare ai lettori di “Nigricante” cosa intendi dire con questa affermazione e perché hai deciso di iniziare a fare politica in prima persona?

Valentino Cerrone. Raccogliere questa “sfida”, tale è per me la portata di tale impegno, è tanto più necessario proprio in questo frangente storico, nel quale il mio circondario e la mia città depressi economicamente e socialmente, si trovano a fare i conti con durissime sfide in un mondo che va a 200 km/h. Purtroppo, una delle molle che mi ha spinto a metterci la faccia è la circostanza che in tale contesto ho visto due elementi per me pericolosi: a) da un lato nella politica, il riemergere di schemi vetusti e sbiaditi, la mancanza di una sobrietà che cozza con la crisi che attanaglia le famiglie, b) dall’altra nella cittadinanza, anche di quella un po’ più impegnata, il disinteresse nel vaglio dei progetti politici, la voglia di abbandonarsi ad una delega plebiscitaria, anche a quelle leadership presuntuosamente demiurgiche che affermano in maniera molto autoreferenziale di risolvere tutti i problemi, nella quale si colgono tratti del pensiero di Montaigne scolpito “nella servitù volontaria”. Insomma, tutto il contrario di quella democrazia dal basso che nei momenti più critici è capace di autorigenerare tramite le proprie scelte e critiche l’intera classe politica, locale e nazionale.

N. Con quale schieramento politico ti presenterai alla prossima tornata elettorale e quali sono le tematiche sociali, politiche ed economiche che ti appassionano maggiormente e che costituiscono in un certo qual modo il tuo ‘manifesto politico’?

V.C. Lo schieramento politico con il quale mi presento è una lista civica che prende il nome di ‘patto democratico’ e che politicamente abbraccia tutte le forze del centrosinistra, della sinistra e pezzi della società civile, che hanno trovato una sintesi nel candidato sindaco. Tale progetto, al quale ho aderito, è ambizioso, a mio modo di vedere, e che spero sarà premiato anche dall’elettorato, per una serie di ragioni. Innanzitutto, si sente sempre rimproverare la mancanza di “nuovi volti” e competenze specifiche: basterà scorrere la lista per notare, accanto a personalità che già hanno amministrato, l’inserimento massiccio di “nuovi”, facilmente riscontrabile dalle nostre date anagrafiche, nonché la variegata competenza di questi. Ognuno ha una propria storia professionale e personale, nessuno ha interpretato come professionismo l’impegno politico. Un rischio forse in termini di consenso elettorale, rispetto agli altri competitori, ma un “impegno sociale” autentico. Con riferimento al manifesto politico, ritengo che più che promettere una miriade di cose irrealizzabili, o vantare poteri paranormali, sia giusto impostare gli indirizzi politico-amministrativi di breve termine e di lungo termine. Secondariamente, sforzarsi di rompere con il passato, in favore di un modello amministrativo che coniughi partecipazione e coinvolgimento cittadino con efficienza e decisionismo dell’azione di programmazione e governo locale.

N. Visitando il tuo interessante blog – “La mia Babele” – in cui tra l’altro analizzi in maniera acuta alcuni temi caldi a livello sociale, economico e politico, leggo nella presentazione: “Babele, confusione, fracasso, luogo di disordine e corruzione materiale e morale… Viviamo in una moderna babele popolata da rozzi e cibernetici neoprimitivi: come un alieno mi muovo cauto ma non per questo determinato… con in mano il lume della fioca razionalità e nella faretra armato di mille e imprevedibili dardi.” In Italia chi sono secondo te i “rozzi e cibernetici neoprimitivi” e come giudichi l’attuale scenario socio-politico e culturale italiano? Tra gli “imprevedibili dardi” c’è anche la tua decisione di proporti come alternativa politica?

V.C. La decisione di aprire un blog, per me è già stato un qualcosa di rivoluzionario, in quanto amo discorrere, ma non esternare le mie impressioni. Ho scelto di intitolarlo “La mia babele” per sottolineare lo smarrimento che mi coglie molto spesso quando osservo il quotidiano. Si sono rotti i legami che tenevano insieme le varie componenti della società, come hanno sottolineato personalità del calibro di Montezemolo o Scalfari; è come se vi fosse una poltiglia sociale, nel quale l’unico imperativo è badare al proprio tornaconto personale anche contro la collettività, che alla fine tocca e influisce sul nostro privato. In questo scenario, rozzi e cibernetici signori degli anelli, sono tutti coloro che, dall’agone politico passando per quello economico ma anche culturale, pur non avendo eccelse capacità morali e materiali, cavalcano cinicamente le debolezze dei nostri tempi per trarne profitto o visibilità.

No, tra i dardi non c’è la mia scelta di dare il mio contributo modesto alla politica, in quanto non mi ritengo investito né di poteri salvifici, né di essere l’Obama di turno, come molti dai propri proclami fanno trasparire.

N. Internet e politica, blog e politica: che potere ha la rete?

V.C. Ha un grande potere la rete: senz’altro facilita la diffusione di informazioni e risveglia la partecipazione, ma credo che in un contesto di sfiducia e spossatezza nelle istituzioni un eccesso di bombardamento sia controproducente, per la partecipazione stessa, nonché per la qualità del messaggio politico. Insomma, non di una brillante operazione di marketing ha bisogno il cittadino, ma di vagliare coloro che aspirano ad amministrare, spero solo pro-tempore, il Comune. C’è bisogno di confrontarsi, non di isolarsi nei palazzi del potere. Anche a costo di incassare qualche reazione forte dei cittadini.

N. Come giudichi l’attacco al sistema giudiziario da parte di una certa classe politica? Stiamo vivendo in un’epoca di “dittatura dolce”? C’è bisogno seconde te di un “risveglio” delle coscienze oppure la politica è destinata a svolgere un ruolo collaterale al vero potere, quello economico e ‘videocratico’?

V.C. Ma a livello giudiziario sono i dati che ci inchiodano: basta fare un giro per le cancellerie dei tribunali per capire quali siano le priorità vere della giustizia. Su questo tema ci vorrebbero ore per farne emergere tutte le storture e i punti dolenti. Comunque sì, si sta scivolando verso una dittatura dolce, nel senso nobile di questa espressione, il cui antidoto è il risveglio e la riappropriazione degli spazi pubblici da parte dei cittadini. Il rischio è una deriva dello strumento politico a mera cinghia di trasmissione di interessi particolari.

N. Referendum del 12 e 13 giugno 2011: acqua, nucleare, legittimo impedimento… Quale è la tua posizione in merito ai quesiti referendari proposti?

V.C. Penso che a prescindere dal modo di interpretare i tre quesiti sia doveroso per gli italiani partecipare: lo strumento referendario tipico di democrazia diretta, è stato nel corso della storia frutto di sacrifici anche in termini di vite umane, e troppo spesso lo dimenticano gli attori politici.

Nel merito è necessario arginare tutte quelle posizioni contrastanti con l’interesse collettivo, per cui  tre “SI”.

N. Che idea ti sei fatto delle recenti rivoluzioni nordafricane e mediorientali? Come giudichi la risposta della politica italiana? (Mi riferisco al fenomeno degli sbarchi e all’interventismo militare in Libia della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”).

V.C. Ma dal punto di vista del sommovimento popolare, se si tratta di rigenerare una classe politica autocratica e in alcuni paesi oppressiva, allora sono pienamente d’accordo. Purtroppo registro, sia a livello mondiale che europeo, il ritardo nel leggere una situazione ampiamente prevedibile, che si sconta con risposte frammentate, dalla coalizione dei volenterosi, nella quale un ruolo guida lo doveva avere l’Onu e la Nato, nonché la UE, alla problematica degli sbarchi, ma soprattutto cosa che mi spaventa di più alla transizione politica di quei paesi, nei quali non capiamo chi la guiderà e quale sarà il prodotto socio-politico.

Con riferimento agli sbarchi si colgono e si scontano tutte le contraddizioni della nostra politica europea, nella quale non abbiamo mai posizioni nette e comprensibili: le legittime rivendicazioni italiane a non essere lasciati soli nella gestione del problema devono fare i conti con accordi internazionali da noi firmati e ratificati, che ci impongono precise procedure. Ma anche un certo lassismo europeo, per un problema che non tocca solo i paesi del Mediterraneo, quali Spagna, Italia e Grecia. Di questo tema ho trattato nel mio blog più precisamente.

N. Disoccupazione, disagio sociale, ‘alienazione’… Sentirsi ‘alieni’ nel proprio paese, tra la propria gente. Molto spesso, troppo spesso, la politica in Italia viene percepita come uno strumento conflittuale e socialmente improduttivo che serve a mantenere il potere tra un’elezione e l’altra. Cosa significa per te ‘fare politica’?

V.C. Premesso che non ho interessi particolari o personali da conquistare o difendere, sono pienamente indipendente e sereno. Non debbo obbedire a nessuno se non alla mia coscienza civica. Per me l’impegno politico è un qualcosa che deve nobilitare e non imbarbarire l’animo. Sarebbe un’esperienza utile un po’ per tutti: per i cittadini, avvezzi spesso ad una sterile critica, affinché si rendano conto di quanto sia complesso far funzionare una “macchina pubblica”; ma anche e sopratutto per i politici di lungo corso che dovrebbero vedere con positività tutte quelle forze che vogliono dare un proprio contributo. Negli altri paesi europei, spesso proprio da tale bacino si sono colte innovative soluzioni a problemi complessi, e a costo quasi zero.

Da Fukushima a Godzilla, passando per l’oceano…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 4 aprile 2011 by Michele Nigro

A volte certi filmetti all’apparenza grossolani e fantascientificamente ridicoli, come nel caso del lungometraggio dedicato al dinosauro atomico Godzilla del regista giapponese Ishirô Honda (anno 1954), contengono, a ben vedere, messaggi drammatici, attuali e scientificamente plausibili. Questo cult movie non possiede il merito di aver dato vita al cosiddetto ‘cinema dei mostri’: già in passato l’industria cinematografica aveva puntato i riflettori su altri tipi di mostri. Basti pensare al King Kong del 1933, con la sola fondamentale differenza che mentre il ‘gorillone’ di Cooper e Schoedsack è l’esponente di un ecosistema cronologicamente e geograficamente isolato, quindi rappresenta il ‘prodotto naturale’ di un ramo deviato (e dimenticato) dell’evoluzione, il ‘dinosauro atomico’ di Honda è il risultato aberrante dell’azione scellerata dell’uomo sulla natura; la ‘risposta’ geneticamente modificata data all’uomo che ‘gioca’ con gli atomi. Impossibile non collegare la traumatica esperienza nucleare giapponese di Hiroshima e Nagasaki, verso la fine del secondo conflitto mondiale, e le esplosioni nucleari sperimentali di U.S.A. e U.R.S.S. negli anni ’50 e ’60, alla fantasiosa nascita del mostro Godzilla. Il ‘mostro‘ è la stupefacente rappresentazione materiale, terribile, ‘esteriorizzata’ e a volte profetizzata, della superbia umana. Si ha paura del mostro e si combatte il mostro, ma in realtà abbiamo paura della nostra mostruosità e combattiamo i nostri errori. La fantascienza e il cinema a essa collegato, anche se nel caso di Godzilla sarebbe intellettualmente onesto parlare di science fantasy e non di science fiction vera e propria, ci aiutano a riflettere sulle future conseguenze di uno scientismo tecnologico senza limiti che agisce nel presente, il nostro presente: si ‘gioca’ con il futuribile per criticare l’oggi, per analizzare le scelte socio-politiche e scientifiche attuali. Il personaggio di Godzilla nasce per ‘denunciare’, anche se non direttamente ma in maniera abbastanza evidente, l’inconsulta sperimentazione nucleare del secondo dopoguerra da parte delle superpotenze; ed è un essere mostruoso che alla fine ritorna sulla terra ferma per presentare un conto salato al suo inconsapevole creatore: l’uomo tecnologico.

Ora il popolo giapponese e il governo dell’imperatore Akihito sono costretti a rivolgere l’implicita critica contenuta nella storia fantastica di Godzilla anche verso se stessi: è vero che l’incidente nucleare alla centrale di Fukushima è una conseguenza del terremoto e dello tsunami, ma la vicenda drammatica di questi giorni ci obbliga, e obbliga il Giappone, a una ulteriore seria riflessione sull’utilizzo dell’energia nucleare.

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