Archivio per regia

Velia Teatro 2015

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2015 by Michele Nigro

Velia Teatro

Rassegna sull’espressione tragica e comica del teatro antico

XVIII edizione

programma

programma velia teatro 2015

Annunci

Comparsata

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 aprile 2015 by Michele Nigro

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Attraversi la scena biologica

rispettando severi copioni

scritti dall’alto e dalla storia

con piglio eversivo

aggiungi non richiesto

un tocco personale

al tuo effimero passaggio.

“Interstellar” vs “2001: A Space Odyssey”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 novembre 2014 by Michele Nigro

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“Lost in Translation”: perdersi e ritrovarsi… a Tokyo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2014 by Michele Nigro

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Scrive Michel Onfray in “Filosofia del viaggio (Poetica della geografia)”: <<… ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. […] I tragitti dei viaggiatori coincidono sempre, segretamente, con ricerche iniziatiche che mettono in gioco l’identità.>> Ma per imparare a ritrovarsi (e a trovare gli altri con occhi nuovi) bisogna prima di tutto perdersi: nella traduzione di una lingua difficilissima, nelle notti insonni trascorse a guardare canali incomprensibili, nel fondo del proprio bicchiere seduti a un bar, nell’avventura di una notte… E prima ancora di partire essersi già persi nelle proprie insicurezze, in rapporti familiari che lontani da casa all’improvviso ci appaiono alienati e alienanti, nei fallimenti e nelle rinunce che la vita non risparmia a nessuno.

Il viaggio, per sua natura, offre al viaggiatore delle preziose brecce su verità che la soporifera routine dellalost-in-translation quotidianità tende a ridimensionare. Per compiere, però, questo scomodo confronto con sé stessi e con la propria vita, non occorre solo un luogo diverso ma anche un complice, un amico insonne come lo siamo noi, che parli la nostra stessa lingua (quella madre e del cuore) e soprattutto che abbia la stessa identica sete di semplicità e di verità. Come accade ai due protagonisti del film di Sofia Coppola, “Lost in Translation” (L’amore tradotto), Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) che casualmente – a volte le cose migliori della vita capitano per caso – cominciano a vivere una straordinaria e spontanea storia di amicizia tra l’hotel di cui sembrano essere prigionieri e le elettriche strade di Tokyo. Un film che, sfruttando il fattore diversità di una città lontanissima non solo geograficamente ma anche culturalmente, vuole essere un elogio a quei legami inaspettati che spesso arricchiscono l’esistenza degli uomini e delle donne.

La pellicola è caratterizzata da molte pause, silenzi, sguardi, (tutti tenerissimi e lost-in-translation-picnecessari per sottolineare la non urgenza del parlare e la bellezza nell’essere solo presenti, nell’esserci e basta, che a volte è sufficiente), e da una trama delicata e a dir poco disarmante tanto è elementare, ma che riesce a trattenere nel suo tessuto dei contenuti “filosofici” a cui nessun spettatore può sottrarsi. Contenuti che portano inevitabilmente a delle precise domande: siamo soddisfatti delle nostre vite e delle persone con cui abbiamo scelto di vivere? Cosa avremmo voluto fare nella vita e che ci ritroviamo a non fare? Cos’è che ci tiene realmente svegli la notte al di là del jet lag e del fatto di aver cambiato materasso dormendo in un hotel? Cosa ci accorgiamo di aver perso quando ci ritroviamo da soli e lontani da casa? La risposta a tutte queste domande, e a molte altre, non la ritroviamo in una notte di sesso sfrenato tra un uomo e una donna, adulti, intelligenti, liberi e sessualmente attivi – cosa che fortunatamente non avviene tra i due protagonisti perché la loro funzione in questo film è un’altra; è una funzione umanizzante anche se passeggera – ma in una tenera amicizia nata per sopperire a mancanze interiori ed esistenziali e che va ben al di là della semplice e ormai scontata “conquista carnale” (scontata cinematograficamente parlando!). Ed è forse proprio questa piccola ma importante eversione del canone hollywoodiano del “sesso facile e a buon mercato”, a rendere speciale il film di Sofia Coppola.tumblr_mbgog2P85B1ri3in9o1_1280

Ci si può amare senza amarsi materialmente? È possibile far incontrare le anime di due esseri viventi, un uomo e una donna, due esperienze, due età, due insoddisfazioni, in una zona neutrale e asessuata? La risposta, decisamente impopolare, è , si può! E soprattutto, la domanda più scomoda: vi può essere più amore – almeno in alcuni frangenti dell’esistenza – nell’amicizia che non nei consolidati e ufficiali rapporti coniugali? Anche in questo caso la risposta è positiva. Sono momenti di grazia, e quindi rarissimi, ma possibili. Momenti che magicamente trasformano gli asettici non-luoghi di Marc Augé (aeroporti, hotel, ristoranti… tutti quei luoghi che non ci appartengono) in luoghi del cuore che diventano per sempre nostri. Diventano storia, e non una storia. Vi è più amore nella condivisione spontanea e semplice, raccontando di sé stessi l’uno all’altra in un letto, restando vestiti e guardandosi negli occhi, che nella petulante richiesta di scelta del colore della moquette da parte di una moglie distante emotivamente e troppo presa dai figli, o nell’arrivismo professionale di un giovane marito che fugge.

Il viaggio, ma non solo il viaggio – anche su altri terreni “neutrali” è possibile realizzare il confronto che ci serve -, dà la possibilità al viaggiatore di “guardarsi da fuori” e di accorgersi che nessuna vita è perfetta, che nessun rapporto è perfetto, che le scelte sbagliate sono una costante nell’esistenza umana, ma che alla fine, nonostante questa presa di coscienza che dovrebbe sconvolgerci fin a_610x408dalle fondamenta, ritorniamo alla realtà che scegliamo di non condannare anche se imperfetta. Alla fine l’unica concessione data nel film a Bob e Charlotte è un tenero bacio sulle labbra dopo un abbraccio quasi filiale, un bacio non “predatorio” ma un lascito fatto di puro amore e che non potrà più essere ricambiato perché nato tra due vite asincrone, quindi vero, non calcolato, disinteressato e più potente dell’amore che possiede e imprigiona. Alla fine ci si ritrova, dopo essersi persi, non perché si cambia radicalmente vita, abbandonando famiglia e paese, ma perché si è avuto il coraggio di perdersi e di guardare con occhi diversi – con gli occhi dell’altro – gli spazi interni dell’esistere umano. Perché ci si riscalda alla sola idea di quel dono inatteso – al fuoco dell’incontro – di quella fugace nuova amicizia sorta dal nulla e gratuitamente. Per ricominciare a crederci, ritornando ognuno alla propria vita.

L’amore può essere tradotto, come recita il sottotitolo del film? Tradurre significa “tradire” e a volte per riconquistare l’amore che non alberga più nelle nostre esistenze dobbiamo tradire il nostro ego fatto di convinzioni e false conquiste, e tradurre l’amore in qualcos’altro, in amicizia ad esempio, usando un linguaggio nuovo capace di descriverci con clemenza e leggerezza. Senza possedere, senza pretendere, senza darsi appuntamenti, con serenità e compassione. A volte abbiamo bisogno di uno sguardo esterno per “tradirci” e per liberarci dallo schema che ci tiene prigionieri. A volte abbiamo bisogno semplicemente che qualcuno ci faccia compagnia mentre tentiamo di addormentarci.

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Insinuazioni bibliche su “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2014 by Michele Nigro

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Insinuazioni bibliche su

“Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

(le misteriose nascite di Gesù il Nazareno e Anakin Skywalker)

La saga fantascientifica di “Guerre Stellari” possiede una struttura eterogenea e attinge elementi da varie fonti; in particolare è disseminata di riferimenti biblici velati o palesi: le frequenti ambientazioni desertiche in ricordo del “deserto dei padri” di origine veterotestamentaria e il deserto come luogo di ricerca spirituale silenziosa, di isolamento e di espiazione, di passaggio, di sospensione storica e di attesa (ad es. il vecchio “Ben”, Obi-Wan Kenobi, in “Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza”); l’aridità del pianeta Tatooine, e le sue abitazioni povere, ricordano alcune zone della Palestina ai tempi di Gesù il Nazareno; l’Impero Galattico di Darth Sidious è molto simile all’Impero romano di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto; Coruscant è come Roma caput mundi, o sarebbe meglio dire caput universi, con tanto di Senatus Populusque Romanus in versione galattica… Numerosi anche i riferimenti alla cultura religiosa cristiana: ad esempio l’organizzazione dei Cavalieri Jedi ricalca in molti punti quella monastico-spirituale di certi ordini religiosi cavallereschi (o religioso-militari) appartenenti alla nostra cristianità medievale (anche se le spade laser dei Jedi ricordano di più le katana, le tradizionali spade giapponesi utilizzate dai samurai). L’obiettivo di George Lucas non è stato certamente quello di riproporre in chiave science fantasy la storia contenuta nella Bibbia (lo dimostra il fatto che nella saga convergono, come già ricordato, più elementi eterogenei, non solo di natura biblica, provenienti da culture e tempi differenti, e da fonti letterarie e cinematografiche differenti), ma di sicuro ha, per così dire, “preso in prestito” alcuni elementi di origine biblica. Il più importante dei quali è contenuto nel primo film della trilogia prequel intitolato “Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma” che, come gli estimatori della saga sanno, affronta in maniera approfondita, a distanza di circa vent’anni dalla proiezione nei cinema degli episodi IV, V e VI, i fatti “storici” e le vicissitudini personali dei protagonisti che sono alla base delle avventure descritte di seguito nella cosiddetta “trilogia originale”.AnakinShmi
In “Star Wars Episodio I” la madre del piccolo Anakin Skywalker, Shmi Skywalker, confida al maestro Jedi Qui-Gon Jinn che Anakin non ha un padre, che il suo concepimento è stato un inspiegabile miracolo, frutto presumibilmente della cosiddetta Forza, un’energia onnipresente che pervade e sostiene l’intero universo, e ad opera dei midi-chlorian di cui si dirà tra breve. La scienza ha fornito un nome poco romantico a questo fenomeno presente in natura tra alcune piante e animali: partenogenesi, ovvero riproduzione verginale, quando lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
Dice Shmi:

<<Non c’è stato un padre.
Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto.
Non so spiegare cos’è successo…>>

Questo evento straordinario non può non richiamare alla mente il dogma religioso, citato nella Bibbia, riguardante il cosiddetto concepimento verginale di Gesù da parte di sua madre Maria, scelta da Dio per mettere al mondo il proprio tumblr_m50xvc0XXf1rpl92qfiglio. Le differenze tra i due concepimenti, a ben vedere, sono irrilevanti (i recenti avvicinamenti, confermati più dalla scienza che dalla religione, tra spiritualità e meccanica quantistica ci suggeriscono un’interessante indistinguibilità tra il concetto di “divinità” tipicamente intesa e quello di energia “intelligente”): in entrambi i casi le cause del concepimento, in un certo modo, sono “conosciute”. Il Dio degli Ebrei e la Forza nella saga di “Star Wars” sono punti di riferimento insostituibili nella concezione dell’universo e comunemente accettati. Nel caso della Forza, però, interviene anche una sorta di spiegazione scientifica a supporto della struttura mistica che caratterizza la fede dei Cavalieri Jedi: i midi-chlorian, forme di vita microscopica che vivono intumblr_inline_mzm5ltF1sj1r2ai2c simbiosi all’interno delle cellule di tutti gli esseri viventi e che permettono la percezione della Forza, come se fossero una specie di ponte tra gli esseri viventi dell’universo e la Forza stessa, la connessione tra la mente di un individuo e la Forza. I mistici di tutte le religioni del nostro mondo, non possedendo i midi-chlorian inventati per la saga di “Star Wars”, hanno dovuto affidarsi ad altri “ponti”, sviluppando altre facoltà spirituali meno fantasiose ma altrettanto portentose. In comune tra i Cavalieri Jedi e i nostri mistici vi è l’annullamento del pensiero in favore della percezione. Come insegna il maestro Qui-Gon Jinn ad Anakin:

<<Senza i midi-chlorian non esisterebbe la vita, e noi non saremmo consapevoli della Forza. In ogni istante essi ci parlano, comunicandoci il volere della Forza. Quando imparerai a placare la mente, sentirai che ti parlano.>>

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Cinema politico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 9 maggio 2014 by Michele Nigro

film wertmuller

La storia: dal racconto alla sua fruizione spettacolare

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 16 ottobre 2012 by Michele Nigro

 

Il mio nome è Khan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 gennaio 2012 by Michele Nigro

Dopo aver visto il film “Il mio nome è Khan” potrei cavarmela in maniera sbrigativa e snob dicendo semplicemente che si tratta della riproposizione in salsa bollywoodiana di un Forrest Gump dei giorni nostri o di un Rain Man hindi che invece di contare stuzzicadenti, s’incaponisce nel voler a tutti i costi incontrare il Presidente degli Stati Uniti d’America per confidargli una banalità. Potrei usare tutto il mio sarcasmo nel sottolineare che il regista o chi per lui ha sostituito la celebre frase di origine materna adoperata spesso e volentieri da Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa” con l’equipollente etico “al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle buone che fanno buone azioni e quelle cattive che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza”. Potrei dire che si tratta di un film sfacciatamente obamiano (e veltroniano). Potrei elencare le scene dolciastre e buoniste contenute in questo film… Certo, potrei. Ma non lo farò.

Non lo farò perché il messaggio in esso contenuto supera questi “difetti” di gioventù – è il quarto film come regista di Karan Johar – così come a essere superata è l’impostazione apparentemente ingenua di una trama che dopo un inizio romantico e bollywoodiano subisce una drammatica virata costringendo lo spettatore a riflettere su questioni etiche importanti e attuali: l’integrazione religiosa e culturale come valore e non come minaccia; il pregiudizio nei confronti dei musulmani all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e i maltrattamenti subiti in carcere da parte di chi è anche solo sospettato di terrorismo (forse un riferimento a Guantánamo e ad Abu Ghraib?); la necessità di continuare a dialogare e a non lasciarsi sconfiggere dall’odio e dalla rabbia…

La forza di questo film è la quest compiuta dal protagonista, il musulmano Rizwan Khan, affetto dalla Sindrome di Asperger ma che dimostra, a suo modo, di essere più intelligente e sensibile dei cosiddetti ‘normali’: una ricerca nata dal dolore e dalla disperazione ma che è destinata a un lieto fine ricco di amore e di speranza. Durante il viaggio riscopriamo insieme a Rizwan Khan quei valori per cui vale la pena vivere: la solidarietà, la compassione, l’amicizia, la dignità, la vera religiosità che non insegna la vendetta… L’utilizzo di una ‘mente semplice’ (un espediente piuttosto inflazionato ma efficace, sovente usato dal cinema: vedi appunto Forrest Gump, Rain Man, ma anche il Leonard di “Risvegli“, il Ligabue di Salvatore Nocita, ecc.) serve a fare breccia nella normalità dietro cui spesso nascondiamo le nostre nevrosi e i dubbi derivanti da un’esistenza insicura. La diversità di questi personaggi ‘speciali’ c’induce a non considerare la vita come un blocco granitico e perfetto: semplicità significa sapersi mettere in discussione e avere il coraggio di riprendere a camminare.

“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: come a voler ribadire con serenità e forza che si può essere ‘diversi’ (e il protagonista è ‘allenato’ fin dall’infanzia a incassare i colpi derivanti dall’incontro tra la sua personale diversità e il mondo ottuso) ma non per questo rappresentare un pericolo.

È vero: si tratta di un messaggio buonista ed edulcorato, forse anche ingenuo, ma siamo proprio sicuri che non ci sia bisogno di sottolineare per l’ennesima volta determinati concetti, dal momento che non stiamo dimostrando di fare grandi progressi dal punto di vista dell’integrazione? (Ogni riferimento alla componente leghista della nostra bella italietta politica è puramente voluto!). Durante certi periodi di crisi socio-economica, come quello che stiamo attraversando, non sono infrequenti i rigurgiti nazionalistici che facendo leva sull’insoddisfazione generale tentano di alterare il senso critico delle persone equilibrate. Restare lucidi è difficile: a volte veniamo messi alla prova e l’istinto di sopravvivenza sembra prevalere sulla cultura della condivisione. L’ingiustizia ci travolge anche mentre viviamo la nostra vita in maniera corretta e pulita. Il cammino personale (nessuno può insegnarci la solidarietà) comincia quando non vogliamo piegarci a certe logiche di massa, quando difendiamo la nostra e l’altrui identità culturale con dignità, senza cedere alla paura, all’intolleranza e soprattutto senza ricorrere alla violenza.

TINTIN e la psicogenealogia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2011 by Michele Nigro

“I morti non sono degli assenti, sono solo degli invisibili”

S. Agostino

Che relazione può mai esserci tra Tintin, il protagonista del fumetto di Hergé, in questi giorni riproposto al cinema nel film d’animazione intitolato “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” con la regia di Steven Spielberg e co-prodotto dal ‘tolkieniano’ Peter Jackson, e la cosiddetta psicologia transgenerazionale o psicogenealogia? Apparentemente nessuna se non fosse per il fatto che due personaggi collaterali, l’ebbro Capitano Haddock e il suo infido rivale Ivan Ivanovich Sakharine, vivono nel corso della storia delle vere e proprie esperienze psicogenealogiche.

Mi spiego meglio. Quando il Capitano Haddock, nel deserto e successivamente nell’infermeria di un accampamento della Legione Straniera, rivive le esperienze marinare dell’antenato Sir Francis Haddock (esperienze indotte, per motivi di facilitazione narrativa, dalla lunga permanenza sotto il sole e dagli effetti dell’alcool etilico ingerito), dimostra di essere una vittima inconsapevole degli influssi del suo avo. Lo studio di questi ‘influssi’, in vista di una guarigione del discendente, è compito della psicologia transgenerazionale. Ma cos’è la psicogenealogia?

Da psicogenealogia e costellazioni familiari: <<… La psicogenealogia è una disciplina che si occupa degli influssi che gli avi possono avere nei confronti di un discendente. Quello della psicogenealogia è un campo multidisciplinare che coinvolge la psicologia e le scienze etnoantropologiche…>>; e sul sito psicogenealogia-costellazioni.it: <<… La psicogenealogia è una tecnica, sistemica, familiare e transgenerazionale con delle forti connotazioni psicanalitiche, che si è sviluppata negli anni ’80 grazie alle ricerche di Anne Ancelin Schützenberger. Anna Ancelin chiama psicogenealogia il lavoro con il genosociogramma; secondo questo approccio, i traumi, i segreti, i conflitti vissuti in modo drammatico, possono condizionare, per trasmissione transgenerazionale inconscia, i discendenti che possono diventare portatori di disturbi e malattie, come di comportamenti bizzarri e inesplicabili…>>.

E ancora, da un’altra fonte: <<Insomma è come se la persona interessata entrasse involontariamente in un tunnel di “passato-presente che va e che viene” – per usare le parole della fondatrice di questo approccio –  e fosse trasportata da un’ “alleanza invisibile” in una situazione in cui sembra che debba “pagare un debito”, un “pegno”, almeno fino a quando il creditore non venga visto, la programmazione transgenerazionale disattivata e il debito smetta di ancorare l’individuo al passato, personale o transgenerazionale, lasciando libero e meno pesante e coercitivo il suo presente. Insomma egli ha l’opportunità di cominciare a vivere la propria vita e non più quella di un bisnonno “gasato” durante la Prima Guerra Mondiale o di un fratellino morto prematuramente di cui i genitori non hanno mai potuto fare il lutto, e di cui porta persino il nome.>>

In tutto questo Tintin sembrerebbe svolgere la funzione di “osservatore razionale esterno” mentre il Capitano Haddock è costretto a subire la programmazione transgenerazionale, a pagare il suo pegno: il giovane reporter disegnato da Hergé rappresenta il collegamento con la realtà presente; è colui che nella storia ha le idee chiare, che ha un approccio “freddo” e meccanico con la ricerca della verità. Sembra insomma che nell’esistenza di Tintin non agiscano forze provenienti dal passato (perché il suo ideatore non gli ha fornito né una famiglia, né un passato), come invece succede all’amico Capitano.

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Nuovo Cinema Paradiso

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 5 settembre 2011 by Michele Nigro

“La vita non è come l’hai vista al cinematografo: la vita è più difficile.”

(Philippe Noiret – Alfredo)

“Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore è un film immenso perché completo e perché molteplici sono gli elementi che lo compongono e indirettamente c’appartengono: l’ambiente in cui nasciamo e che rappresenta il “cantiere di un’infanzia”, i ricordi di una vita che ti svegliano di notte, l’amicizia, le ingenue speranze giovanili che oggi pagheremmo a peso d’oro pur di riaverle, i silenzi materni, le persone conosciute nel corso della vita e che anche a distanza di anni non abbandoneranno mai la nostra memoria, il passato che prima o poi ribussa alla porta, la figura paterna sostituita da surrogati umani e fittizi, il tema della fuga e del ritorno, l’amore contrastato e apparentemente dimenticato.

E ancora: le ferite interiori non rimarginate, certe scelte a volte casuali che condizionano un’intera esistenza, l’influenza dei mentori, la passione per il proprio lavoro, la scoperta del cinema quale “fattore epicizzante”, la vita sentimentale sospesa e in attesa di una soluzione. Ma anche i desideri che “non invecchiano quasi mai con l’età”, la cruda realtà che prevale sul sogno giovanile, l’inesorabilità del tempo che passa, il nostro umano bisogno d’amare, la critica alla modernità, la poesia di un miracolo chiamato ‘vita’…

In questo film, ed è forse questa la ragione che ne ha determinato il successo, ognuno di noi rileva – come se il regista avesse scrutato nelle nostre storie personali – delle sorprendenti analogie con la propria esistenza. E ciò accade perché è un film che affronta gli aspetti universali della Vita: caratteristiche innate riscontrabili ovunque e durante qualsiasi epoca della storia umana.

Il film, secondo il mio modesto punto di vista, potrebbe essere diviso in due “parti” all’apparenza indistinguibili, forse sovrapponibili e non conseguenziali: una parte riguardante la storia pura e semplice, quella di un bambino che vive in un’Italia postbellica alla vigilia della sua metamorfosi storica, economica e culturale, che cresce sperimentando gli aspetti normali della vita; e un’altra parte “simbolica”, indiretta, evocatrice, elegiaca. Per certi versi educatrice.

Due le scene possenti appartenenti a questa “zona simbolica” del film di Tornatore: 1) la scena del cinema da anni in disuso mentre viene demolito per fare spazio al nuovo, anzi al nulla, che avanza. L’inesorabilità di ciò che usiamo chiamare “progresso” capace di schiacciare senza ripensamenti il valore nascosto in oggetti che esternamente appaiono come superati, decadenti, vecchi. E quindi inutili. A essere distrutto non è solo l’edificio cinema, ma anche tutti i ricordi struggenti legati a un’epoca che non può e non deve sopravvivere. Eppure durante l’esplosione i cuori sussultano e il dolore provato dai protagonisti è vivo, attuale, giovane. L’indifferenza dei ragazzi che giocano tra le macerie, il sorridente cinismo di chi non può comprendere lo stato d’animo dei “vecchi”, chiude definitivamente una porzione di storia rimasta fino a quel momento sospesa a causa di una serie di “fatalità”: la passione acerba e ingenua di due giovani innamorati, la follia lucida di un vecchio testardo ossessionato dalla fuga e dalla salvezza nella lontananza. Avere successo nella vita (o andarsene via lontano) può non essere sufficiente ad anestetizzare la nostra coscienza: ci sono storie bloccate che sabotano l’intero ingranaggio esistenziale e interiormente sappiamo che fino a quando quell’ingranaggio non verrà sbloccato è come se una parte di noi non potesse riprendere a vivere per invecchiare con il resto dell’anima.

2) E poi c’è la scena finale, magistrale, risolutiva e romantica: la sequenza di baci tagliati dalla censura dell’epoca e conservati dal “folle” proiezionista Alfredo, rappresenta la storia d’amore che poteva crescere e che invece è stata bloccata dal caso, dalla visione esaltata di un vecchio, da ciò che sbrigativamente chiamiamo destino. I baci finali di “Nuovo Cinema Paradiso” sono una specie di risarcimento, un modo per farsi perdonare, una porzione di storia personale conservata su pellicola e restituita al legittimo proprietario. Nessuno può restituire il non vissuto a un’altra persona ma si può, grazie alla magia del cinema e dell’arte in generale, vivere vite non proprie o rivivere epoche ormai archiviate e irrisolte. Una magra consolazione che allevia un po’ il dolore per un tempo perso e impossibile da recuperare. La bobina contenente le scene tagliate rappresenta una rivalsa, una piccola dolce vendetta finale sulla vita che a volte “censura” i nostri desideri. Ma nessuna censura può fermare l’amore: gli spezzoni di pellicola che Salvatore rubava dalla sala di proiezione, facendo andare su tutte le furie il buon Alfredo, dopo tanti anni sono finalmente suoi.

Un amico può insegnarti ad amare il cinema, a diventare proiezionista, ma al tempo stesso inocularti la disillusione, la crudeltà insita nell’esistenza, la necessità di compiere strappi dolorosi. Il film come scuola di poesia in movimento e la vita come un incendio che distrugge le illusioni vulnerabili al calore.

Ci sarebbe tanto, troppo da dire su questo film, ma temo che sconfinerei in sterili personalismi. E non voglio. Quindi mi fermo qui.

Godetevi, invece, questo video che riproduce molto bene, anche grazie alla straordinaria colonna sonora del maestro Ennio Morricone, l’atmosfera generale di un film che per me e per moltissime altre persone è “il film”. Grazie Tornatore!

(dedico questo post agli amori incompiuti e impossibili)

E spunta anche il BLOGTRAILER!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 febbraio 2011 by Michele Nigro

Il web 2.0 è proprio una cosa straordinaria!

Le forme di ‘ibridazione’ offerte dalla Rete sono innumerevoli e legate principalmente alla disponibilità di piattaforme multimediali e alla creatività degli utenti che le sfruttano.

Partendo dai trailer cinematografici e dai videoclip musicali, ci siamo inventati il booktrailer e il magazine trailer per promuovere rispettivamente libri e riviste; il social networking ha creato e crea audience; i blogs producono opinione…

Se il blog è una sorta di ‘libro’ elettronico formato da capitoli eterogenei ma con un leitmotiv ben preciso fornito dallo stesso blogger (ovvero dall’autore di questo strano oggetto letterario che a definirlo ‘letterario’ può sembrare limitativo, dal momento che su un blog le parole quasi sempre interagiscono felicemente con immagini, video, link di realtà esterne al blog…) perché, allora, non creare anche un trailer che sia in grado di promuovere il libro-blog?

Percepire, come succede durante la realizzazione di un booktrailer, lo spirito del ‘prodotto’; fissare su carta le parole che caratterizzano il vostro blog e poi trasformarle in immagini statiche o dinamiche; scegliere il colore principale da usare sulla ‘scena’; ricercare una musica che trasmetti tranquillità o dinamismo, riflessione o azione; imporre a se stessi (come succede nella letteratura minimalista e nel giornalismo) una sintesi fatta però di immagini: una storia illustrata e senza ‘avverbi visivi’… E oggi l’immagine è sintesi: a volte si tratta di una sintesi ingannevole (vedi certi simboli stilizzati e gli spot dei politici sorridenti), altre volte la sintesi serve a trasmettere un’emozione, un lavoro svolto nel tempo, una passione, un messaggio intimo…

Quello che vedete qui di seguito è il risultato di un mio piccolo esperimento: realizzare il blogtrailer di NIGRICANTE è una cosa che avevo in mente da molti mesi. Un mezzo in più a mia disposizione per ‘fare rete’; un modo per valorizzare questo ‘luogo virtuale’ che è ben legato alla mia realtà fisica e percettiva; un momento di prova e di divertimento, se volete!

Buona visione!

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

Iris News

Rivista di poesia, arte e fotografia

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POLISCRITTURE

laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate

Mille Splendidi Libri e non solo

"Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi"

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Amo leggere, amo camminare e amo fare le due cose insieme (non è così difficile come sembra)

Maria Pina Ciancio

Quaderno di poesia on-line

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Fantascritture - blog di fantascienza, fantasy, horror e weird di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico nei libri e nei film (ma anche altro)

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

Iannozzi Giuseppe -scrittore, giornalista, critico letterario - blog ufficiale

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