Archivio per regime

Jurij Živago, la morte e il vento…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 novembre 2018 by Michele Nigro

versione pdf: Jurij Živago, la morte e il vento…

Omar Sharif e suo figlio Tarek Sharif

Può un’unica sequenza contenere il “dna” di un intero film (e addirittura del romanzo da cui trae origine)? Presuntuosamente rispondo di . Le inquadrature volute dal regista, la colonna sonora che rinforza la drammaticità speranzosa del momento, le scene che narrano senza l’ausilio di dialoghi il processo evolutivo di un’anima acerba: si ha la fortuna di assistere all’incipit di una nuova poetica…

La scena a cui mi riferisco è quella in cui il piccolo Jurij Andrèevič Živago partecipa ai funerali della madre, nel film di David Lean Il dottor Živago (1965).IL-DOTTOR-ZIVAGO

Alte montagne innevate fanno da sfondo al movimento microscopico di un piccolo corteo funebre: come a voler mettere subito in chiaro che la grande Madre Russia è testimone silenziosa e paziente della vita “insignificante” dei suoi figli, dei loro moti esistenziali e politici; la spiritualità naturalistica di Pasternak – anche nel film – prende immediatamente il sopravvento: non importa quali siano le intenzioni sociali, culturali, politiche, religiose dell’essere umano, ci sarà sempre una grande anima taciturna testimone della storia dell’umanità, un’anima superiore alle ideologie, ai sistemi economici, alle rivoluzioni, alle debolezze della carne, ai capricci sentimentali… Solo una sensibilità poetica può percepirla intorno alle cose, ai fatti della vita; solo un poeta può prendere parte alla storia senza lasciarsi intrappolare in essa in maniera definitiva.

Il mondo degli adulti visto dal basso, ad altezza di bambino; l’inesorabilità della morte, una fossa scavata nel terreno, un coro straziante che accompagna la salma e la bellezza intatta di una madre morta: questo è il biglietto da visita che la nuova vita presenta al piccolo Jurij.

Ma quella vita crudele mai prevarrà: mentre la bara ancora scoperta della madre viene adagiata in terra e il prete ortodosso comincia la sua austera predica funebre, già lo sguardo di Jurij segue ben altri sentieri eterei e impercettibili ai presenti. Vita artificiosa, castello di vanità, – ricorda il prete la caducità del passaggio terreno – involucri distrutti e spiriti che abbandonano la materialità, crete che si sfaldano, corpi morti muti e insensibili: tutto quello che con severità il dogma religioso ripete da secoli, Jurij lo avverte nell’aria, lo sa pur essendo solo un bambino. Lo spirito che ha lasciato l’involucro sfaldato è già nel vento che agita le cime degli alberi del cimitero; chi ha bisogno di spiegazioni religiose quando ha in sé tutti gli strumenti poetici per capire ciò che non può essere spiegato? Chi ha bisogno di religioni quando ha la poesia?

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Spade cilene

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 ottobre 2017 by Michele Nigro

a Pablo Neruda

Cadono le parole

ingiallite come foglie

su carte d’erba,

sotto i colpi di autunni

dittatori, scrivono pagine

a un canto generale.

Non fu vano

il loro stare al cielo

a raccogliere luce

per l’eterno dire.

 

Non restarono mute

le foglie cadute

di Neruda assassinato,

come le spade taglienti

di un poeta fuggitivo

brillavano pericolose

nella vigliacca notte

della libertà.

“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

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versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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I FIORI DEL MALE. DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2016 by Michele Nigro

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Mostra foto-documentaria

I FIORI DEL MALE

DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

 

Casa della Memoria e della Storia | 14 settembre – 18 novembre 2016

 

Figlie, madri, mogli, spose, amanti: donne vissute durante il Ventennio. Ai volti delle ricoverate sono affiancati diari, lettere, relazioni mediche che raccontano la femminilità a partire dalla descrizione di corpi inceppati e restituiscono l’insieme di pregiudizi che hanno alimentato storicamente la devianza femminile.

L’idea di realizzare I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista, una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista, è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.

Durante il regime fascista si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adeguate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla “Rivoluzione Fascista”.

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E se lui tornasse?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2016 by Michele Nigro

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Niente spoiler, tranquilli! Solo alcune considerazioni a caldo su un film a mio avviso intelligentissimo e necessario. D’altronde la “trama” è intuibile fin dal trailer e c’è ben poco da spoilerare. Se riuscirete a superare la trappola ipocrita e perbenista del “non sta bene fare un film comico su quel fetentone di Hitler!”, allora avrete l’opportunità di collezionare, grazie a “Lui è tornato” del regista David Wnendt, tratto dall’omonimo e fortunato romanzo dello scrittore tedesco Timur Vermes, una serie quasi ingestibile di tragicomiche riflessioni storiche, sociali e culturali sul nostro tempo.

Un po’ Borat per l’impatto irriverente del personaggio nel presente quotidiano, un po’ Michael Moore in chiave comica per il piglio documentaristico, “da strada”, e critico nei confronti dell’attuale situazione socio-politica, il redivivo Führer di Vermes adattato al cinema riesce a strappare più di un sorriso amaro: l’impossibile interazione tra Hitler e il mondo in cui viviamo, dopo aver suscitato una comprensibile ilarità nello spettatore, induce a una catartica sospensione dell’incredulità (è ovvio che il cancelliere Adolf Hitler non potrebbe mai ripiombare nel 2014!) che spinge a sua volta, come avviene grazie alle opere di fantasia intelligenti, a una riflessione profonda e a tratti drammatica. Su di noi, sul nostro animo, sulla nostra società.

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Katana Club

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 novembre 2014 by Michele Nigro

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Antichi simboli d’acciaio

adornano i rifugi di patrie sbagliate

moderni residui da repubbliche disperate.

Sopravvissuto a patti verso oriente

ricerchi onore e ordine

nell’odio di strada.

Un lombrico percorre

il filo della lama,

non lo ferisce

il taglio dismesso.

Il Limite Ignoto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 ottobre 2014 by Michele Nigro

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Qual è il confine tra un’esistenza regolare

e la ribellione?

Zone spontanee e indefinite di territorio selvaggio

resistono ai pratici attacchi del reale.

Sulla linea gialla della civiltà

passeggia solitario il cercatore di margini invisibili

per salvarsi da automatismi storici.

Non c’è frontiera se non nel cuore

e nella mente

avidi proprietari di angoli inespugnabili.

Sospeso nella provincia, congeli spazio e tempo

dissociato, non partecipi alle statistiche di regime

e ti spedisci al confino, libero e a tratti felice

in attesa di giorni adatti alle tue previsioni

conservate in archivi pazienti.

Ingranaggio educato e silenzioso

di un orologio asociale

che passa al bosco

si ritrae nella foresta

si dà alla macchia.

Waldgänger.

Gli ultimi quattro versi sono un riferimento al

“Trattato del Ribelle” (Der Waldgang) di Ernst Jünger

“Le Vite degli Altri” e la poetica dell’ascolto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2014 by Michele Nigro

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dedicato a chi sa ascoltare

Ascoltare significa rischiare di aprirsi al cambiamento, dare una possibilità all’evoluzione interiore. Quando parliamo, ponendo domande come nel corso di un interrogatorio, affolliamo i nostri canali comunicativi con quesiti che nella maggior parte dei casi contengono già la risposta che desideriamo sentire. Mettersi in ascolto, invece, equivale a essere nudi, in silenzio, davanti all’ignoto che è un sorprendente maestro di nuove saggezze. Ed è proprio quello che accade nel film “Le Vite degli Altri” (Das Leben der Anderen), diretto da Florian Henckel von Donnersmarck, all’integerrimo e meticoloso capitano della Stasi, Gerd Wiesler, incaricato di spiare l’intellettuale e scrittore teatrale Georg Dreyman nella Berlino Est di un non casuale anno 1984, pochi anni prima della caduta del famigerato muro che riunì le due Germanie: troppo gustoso e sfacciato per non evidenziarlo è il riferimento al “1984” di Orwell, anch’esso caratterizzato da una storia d’amore controllata e ostacolata da un potere opprimente. Il capitano Wiesler è abituato a trattare con persone abili a mentire per paura: mentre spia Dreyman egli sa di ascoltare solo la verità; gli spiati non recitano, sono loro stessi, sono veri, e questo rappresenta un’autentica lezione di vita per chi sta all’altra estremità del filo.

Quella a cui assistiamo è la storia di una conversione laica resa possibile paradossalmente grazie a una serie di odiosi strumenti ideati dal regime proprio per prevenire (e all’occorrenza reprimere) qualsiasi tipo di conversione, di cambiamento nell’equilibrio malsano di una dittatura totalitaria che non rispetta l’individualità della natura umana. Due sono le parole chiave – “ascolto” e “scrittura” – che accompagnano questa sorprendente evoluzione, sintetizzata nei tempi cinematografici al punto tale da apparire addirittura inverosimile (una perplessità sottolineata indirettamente dal ministro Hempf quando afferma: <<Purtroppo le persone non cambiano così facilmente. Succede solo nelle commedie>>. Una convinzione presto smentita). lvda1Prima della scrittura del rapporto (o della non scrittura, della omissione come atto di protezione, del non detto che dice e anzi in alcuni momenti urla coprendo lo spazio vuoto lasciato intorno a se) vi è una fase di silenzio che permette di realizzare il vero ascolto: un ascolto così penetrante nell’intimità dell’altro, da esserne penetrati. Inconsapevolmente o forse no: spesso il desiderio di ascolto è desiderio di una verità che non riusciamo a materializzare; c’è bisogno di una voce esterna, di un “nemico” che ci dica chi siamo e di cosa abbiamo bisogno. Si parte dal voler conoscere tutto del nemico e si finisce per conoscere se stessi. Un nemico ufficialmente da spiare, controllare, di cui diffidare, bloccare se necessario in nome dell’ideologia che personalizza e nutre i suoi adepti; un nemico che lentamente “inquina” le nostre convinzioni, ci porta dalla sua parte, ci fa vedere un altro panorama di cui avevamo solo un vago sospetto. Un panorama che alla fine piace, al punto tale da difenderlo. Il “nemico del socialismo” diventa l’alleato prezioso dell’individualismo; del proprio, che era stato dimenticato negli scantinati del dovere. Un senso del dovere messo in crisi dalla consapevolezza che la “fede” nel socialismo è stata in realtà sfruttata per proteggere gli affari privati dei soliti burocrati.

vite_12Si ripercorrono gli spazi casalinghi e i dialoghi degli altri per imparare a vivere, per capire attraverso l’esperienza dell’altro quale potrebbe essere l’alternativa: si impara a “vedere” tramite l’ascolto, come fanno i ciechi che compensano il senso mancante con gli altri funzionanti; il capitano Wiesler è allenato ad essere sensibile alla vita, ai suoi segni, anche quelli insignificanti, ai messaggi che lascia tutt’intorno. Lo deve essere per difendere la patria. Il desiderio di imparare spinge colui che avverte il vuoto a sfiorare le vite altrui, quasi come a cercare una possibile osmosi. Senza copiare (o forse anche copiando, solo per un po’ all’inizio, giusto per cominciare a camminare) ma aprendo porte personali su vite embrionali tenute in serbo per momenti migliori. Dopo l’ascolto si cede alla tentazione di toccare con mano, di visitare i luoghi vissuti dagli altri, per farli finalmente propri, per assaporarne gli odori. Il libro di poesie di Brecht rubato dalla casa spiata costituisce la prova di quella penetrazione, è lo “scalpo” conquistato sul campo di battaglia con cui si pensa di controllare, conoscere e quindi possedere il nemico, ma è un gesto che contiene già una forma di curiosità che si trasformerà in complicità. Come bambini ignoranti e ingordi ci si stupisce dinanzi all’amore, alla sessualità, al dramma, alla disperazione, alla gioia, all’amicizia, alle passioni, persino alla musica e alle letture… degli altri. E in un certo modo si partecipa a tutto questo, imparando. Sperando di poter riprodurre un giorno quelle stesse condizioni esistenziali anche nella propria vita ordinata, asettica, vuota, programmata dallo Stato: persino le prostitute – patetico surrogato del sesso appassionato fatto dai due amanti spiati – sono fornite ai funzionari dall’amata DDR che provvede a tutto.le-vite-degli-altri_grande

Ed è quello che fa il poeta: sta in piedi in mezzo al mondo, che a volte lo ignora, e ascolta. Ascolta per scrivere, prende appunti per “spiare”, per vivere migliaia di vite non sue attraverso il potere “archiviante” della parola (o per riviversi e ruminare, nel caso non infrequente in cui scriva di se e della sua esistenza). Si preparano “conserve di parole” per i periodi di magra, per l’inverno, quando la vita risponde in ritardo a domande poste molti anni prima. Dal freddo verbale per la Stasi ai versi di una poesia; dagli archivi nati per “motivi di sicurezza” agli archivi poetici: l’ascolto d’ufficio diventa esercizio per l’anima. La soffitta, dove viene allestito il centro d’ascolto della Stasi, forse rappresenta il “luogo interiore” da cui viene bandito il Super-io freudiano: vi è in ognuno di noi un angolo in cui il coinvolgimento emotivo prevale sulle sovrastrutture culturali (ideologia politica, religione, famiglia…). In questa partita tra spiati e spie, tutti hanno bisogno di prendere una posizione: non si può restare neutrali a lungo; le risposte da dare a se stessi e agli altri lo esigono e il “no” auspicato da Ernst Jünger nel suo “Trattato del ribelle” diventa reale. Anche se ognuno dice no come meglio può, in base alle proprie possibilità e partendo dal proprio punto di vista.

Ma non tutti sono predisposti al cambiamento; non a tutti è dedicata “La Sonata dell’uomo buono” (Die Sonate vom guten Menschen), anche se Dreyman si chiede, forse ingenuamente: <<Come fa, chi ha ascoltato questa musica,… a rimanere cattivo?>>. Alcuni agenti della Stasi, come si vede nel film, arrivano in ritardo, appuntano lo stretto necessario sul foglio bianco che attende particolari scottanti stando all’erta sulla macchina da scrivere o si addormentano durante il turno mentre ascoltano quello che sono costretti ad ascoltare perché fa solo parte del loro noioso lavoro di routine. Stanno bene così, attendono la fine del turno di lavoro come attendono la fine della vita, non hanno bisogno di imparare nulla dalle vite degli altri, si accontentano dell’informazione preconfezionata dallo Stato, non si pongono domande e “rimangono cattivi”. E soprattutto non desiderano.

questo post in pdf: “Le Vite degli Altri” e la poetica dell’ascolto

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“La calunnia è come un venticello…” di Raffaele Rago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2012 by Michele Nigro

Ripropongo un breve stralcio dell’articolo – tratto dalla rivista Eleaml“La calunnia è come un venticello…” di Raffaele Rago scomparso a luglio e ricordato dagli amici il 24 novembre 2012 durante una serata commemorativa presso le scuole “A. Gatto” di Battipaglia. 

La calunnia è come un venticello…

di Raffaele Rago

Quando gli studiosi di regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile.

Ricordo tutto questo con un senso di nostalgia e di tristezza, prima perché non c’è più il caro nonno, secondo perché sono passati tanti anni, terzo perché non si dice sempre la verità su avvenimenti che, finalmente, ai giorni nostri validissimi studiosi dell’”altra storia” stanno portando alla luce.

Aveva ragione il mio avo, quando sosteneva che, per utilità personale, molti non dicono realmente le cose come stanno. Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità.

Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855); si incrementò la marina a vapore che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione (1): quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mogiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia, che tranne il tracciato, non è più visibile.

Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti.

Chi perpetrò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo?

Chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti?

Chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio?

Chi eliminò gli alti forni di Mogiana?

Chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese?

Chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse Borboniche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi?

Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionali approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti).

Tra tutti quelli citati, il fatto più grave (dovrebbero tenerlo presente gli storici di regime) fu che per appropriarsi di tutto i Savoiardi diedero licenza di uccidere a Garibaldi e Bixio i partigiani di allora, dopo averli immelmati col nome di briganti.

E’ da tenere presente che il fenomeno del brigantaggio era ignoto sotto i Borbone (2) .

Non soddisfatti di aver dissanguato il Sud, i Savoiardi, unitamente agli inglesi Gladstone e Palmerston, ai “gentiluomini liberali lecca lecca” impiantarono una campagna diffamatoria, altrimenti non avrebbero potuto giustificare l’aggressione, perché fu pura aggressione, checché ne dicono gli storici di regime.

Ora la verità storica sta venendo fuori, perché non si ha più l’obbligo di incensare i Savoia e finalmente si può gridare tutto lo sdegno contro chi continua a parlar male del Sud, dopo averlo assassinato, bruciato e saccheggiato dal 1860 in poi.

E si continuano a chiamare oppressori i Borbone, i quali, nel loro Regno, ospitarono, nel 1852, inviata da Napoleone III, una commissione per studiare da vicino le leggi che già vietavano la tortura giudiziaria, la censura sulla corrispondenza privata e la prigione per debiti (3).

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Uniformità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<La storia c’insegna che (cert)i libri sono temuti da chi vorrebbe costruire una società culturalmente omogenea e ottenere un appiattimento ideologico in grado di spianare la strada all’instaurazione di regimi totalitari: il confronto democratico, lo scambio di idee, la libera circolazione di progetti culturali, il pensiero alternativo, la capacità e la libertà di scegliere in base alla propria formazione culturale, il rispetto delle diversità, l’individualismo, sono tutte condizioni legittime che ostacolano, però, il cammino verso l’uniformità. “Non leggete mai qualcuno dei libri che bruciate?” Lui si mise a ridere: “Ma è contro la legge!” L’uomo si adagia, senza porre domande, sul giaciglio preparato dal legislatore.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 27-28)

Propaganda

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 20 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Alla criticità dello scrittore, dovrebbe seguire un’indispensabile criticità del lettore: il mondo dei libri non è un mondo fatato e perfetto in cui evadere. Come in qualsiasi altro spazio reale pieno di insidie e di tranelli, è un luogo che richiede attenzione e capacità di discernimento: molti regimi hanno veicolato in passato le proprie idee malsane attraverso l’attività di intellettuali prezzolati e ‘pennivendoli’ anestetizzati dalla propaganda. La letteratura, in questo senso, appare ancor più pericolosa perché riesce a trasmettere messaggi subliminali e apparentemente innocui utilizzando scenari familiari e toccando, grazie alla natura introspettiva e intimista della parola, le corde nascoste e arcaiche dell’idealità e dell’inespresso.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 24-25)

Dicembre rumeno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 25 ottobre 2010 by Michele Nigro

Dicembre rumeno

Dittatori cadenti, comunisti perdenti.

Anche i russi hanno i loro ripensamenti.

Dall’est arriva un vento meraviglioso:

un vento che abbatte tutti i muri

e che entra nei cuori dei più duri.

La televisione parla di una rivolta, di uno spirito ribelle che dilaga nelle strade, che invade le case, che prende tutti… Bandiere bucate, statue distrutte: mentre il rubinetto del tempo lascia cadere le ultime gocce degli ottanta mi accorgo sempre più di dover cambiare, di dare corda alla mia voglia d’azione. In questo mondo stanco del passato, uomini con la voglia sulla fronte cercano di abbattere muri, di riunire popoli ormai divisi da tempo.

Un attimo di enfasi giovanile e poi di nuovo a dormire, cercando di risolvere problemi banali, di dare una risposta a questa abbondanza. Tra un giornale e la tivvù, cerchiamo invano di capire i fatti ma siamo troppo presi dalla serenità del Natale e non possiamo far parte in nessun modo di questo glorioso dicembre rumeno.

Mentre ci lecchiamo le dita sporche di miele e di vino, c’è chi è sporco di sangue e di terra: di una terra che ha visto soffrire, che ha visto sperare, che ha visto combattere, vincere… Ma che ha visto anche morire.

Se potessi volare in quella realtà e poter vivere, respirare quell’aria di vittoria, quell’aria di rivolta, di speranza!

Non dormire uomo del prossimo duemila; raccogli quel grido di rivoluzione e usalo contro di te, e contro questa società dormiente. Parliamo sempre dei mitici anni sessanta, che non ho vissuto, non ho toccato con mano. Sotto il nostro naso stanno finendo questi sorprendenti anni ottanta… E non facciamo finta di non vederli perché ci sono e hanno fatto rumore e faranno rumore per sempre, fino a quando ci saranno uomini stanchi dei loro muri, stanchi delle ideologie imposte da pazzi…

Fino a quando ci saranno uomini!

26 dicembre 1989

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