Archivio per riflessione

Dive e non

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2017 by Michele Nigro

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella che sembrerebbe essere sicurezza e forse è qualcos’altro. Questo tuo approccio silenzioso al mondo, non esuberante, timido, riflessivo, introverso, sulla difensiva – voglio che tu lo sappia, anche se le mie parole oggi ti attraverserebbero senza insegnarti nulla ed è per questo che non le leggerai ora, ma le deposito qui per te in attesa di età adeguate – è e sarà motivo di scherno nei tuoi confronti: le finte persone sicure di sé ti insulteranno per sentirsi più alte, non possedendo una propria altezza interiore, scambiando il tuo silenzio per debolezza. Ma tu continua a osservare il mondo come stai facendo, se deciderai che questo è il tuo modo, registra tutto con dolorosa dovizia di particolari, lasciati colpire senza reagire come loro desidererebbero che tu reagissi, ma con dignità e stile, senza prestare il fianco a valutazioni effimere, basate su un tuo momento di stanchezza, di rabbia legittima, di sproporzionato amor proprio che diventa offesa e di errata ribellione senza eleganza. Se non riuscirai sempre a essere elegante, e per questo perderai amicizie, non preoccuparti.

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“ALSO SPRACH – riflessioni e poesie”: blog a cura di Davide Morelli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 aprile 2017 by Michele Nigro

Ha visto la luce in questi giorni su WordPress un nuovo blog – intitolato ironicamente “Also sprach” – dedicato alla poesia e alle riflessioni che da essa scaturiscono, creato e curato da Davide Morelli, poeta, scrittore, laureato in psicologia e postfatore della mia raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”.

Come afferma lo stesso Morelli: “In questo blog ci si occuperà di poesia odierna, attualità e cultura. Verranno pubblicate riflessioni a riguardo e poesie di autori contemporanei. Il titolo del blog è ironico. L’autore infatti non è un appassionato di Nietzsche. Questo è soprattutto un luogo dove esprimere le proprie opinioni e cercare di far conoscere poeti contemporanei.”

Particolarmente interessante il primo post del blog con cui Morelli “apre le danze” dal titolo: “A proposito di poesia contemporanea”.

Per inviare le vostre poesie, Contatti.

Specchio vs Muro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 ottobre 2016 by Michele Nigro
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Elogio dei muri.
Molti pensano che sia lo specchio a riflettere e a far riflettere (si dice sempre: “mettersi davanti allo specchio” – come quello della strega di Biancaneve che rivela cose, fatti e persone – per interrogarlo e interrogarsi). Invece ho sperimentato negli anni che il vero oggetto riflettente, della riflessione che cambia gli animi, è il muro (non quello ungherese o di Calais: mi riferisco a muri invisibili, psicologici, oserei dire “terapeutici”, a muri che si materializzano interiormente, senza bisogno di malta, nelle persone che vogliamo indurre alla riflessione). Si tratta di muri costruiti dall’assenza, che non permettono più di nutrire il presente con una costante fisicità a volte dannosa. Sono i muri che congelano le sabbie mobili della falsa amicizia assistenzialista, che interrompono la sottovalutazione del prossimo dato per scontato e la conseguente mancanza di rispetto. Sono i muri che realizzano l’autentica assertività, che debellano le competizioni evoluzionistiche tra presunti esseri “superiori” e “inferiori”. Il muro è il non esserci sempre e comunque per prestare il fianco; è la variazione sul tema, la mutazione di ritmi abitudinari; è l’aquila che non vola a stormi (Battiato docet); è la difesa delle proprie ragioni senza fare rumore, senza quei clamori che alzano polvere. Lasciando gli altri piantati nel terreno delle proprie convinzioni senza l’inutile trauma dello sradicamento o della “rieducazione”. Il muro non è violento, il muro non giudica; il muro è: osserva, non dice, registra, non risponde e quindi non insulta. Esiste ed è sereno.
Davanti all’insopportabile silenzio dei muri la gente riflette di più; davanti allo specchio, vedendo solo se stessa in movimento e non l’altro che nel frattempo sta dietro, crede di osservare la verità, l’unica immagine possibile, quella che chiamiamo erroneamente “realtà” ma che è solo il prodotto delle nostre presuntuose conclusioni. Lo specchio è vanità senza saggezza; è l’eco di noi stessi, di quella parte di noi che ci piace e ci soddisfa; il muro è un maestro severo, a volte crudele che sprona all’evoluzione e alla ricerca, che fa riflettere senza riflettere, che non concede speranze ma crea le premesse per sperare. Così come accade con il vuoto meditativo, anche con il muro, che è muto e non restituisce immagini gloriose o pensieri artefatti, possiamo realmente indagare su noi stessi e immaginare come sono andate le cose, senza illusioni, senza suoni confortanti o interpretazioni imposte da una razionalità di comodo. Le “prigioni” che riabilitano non sono fatte di specchi ma di muri.
Molti però vedono solo una fila di mattoni e restano lì, immobili, orgogliosi, aspettando novità, perdoni, pentimenti, deboli ritirate dettate dal quieto vivere. Altri, pochi in realtà, immaginano, ricordano, si sforzano, proiettano storie alternative su quel muro e piano piano finalmente capiscono. Salvandosi, sperando, rivalutando gli assenti o seppellendoli definitivamente dopo un equo processo, e tornando in un modo o nell’altro a sorridere nel mondo.
Siate muri, non specchi!

… intanto su FrasiCelebri.it

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2016 by Michele Nigro

Con piacere ho risposto all’invito della redazione di FrasiCelebri.it inviando alcuni stralci tratti dalle mie pubblicazioni e qualche aforisma conservato nei cassetti della riflessione… Questa è la mia pagina personale contenente i primi contributi: periodicamente invierò altre frasi scelte dai miei libri e altri “pensieri pensati”… In alto a destra, nell’home page di questo blog (quando il post che state leggendo verrà naturalmente surclassato da quelli futuri), troverete un banner fisso che rimanda alla mia pagina su FrasiCelebri.it per continuare, se vorrete, a leggermi anche lì. Follow me!

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Antropico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 settembre 2016 by Michele Nigro

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Il grado antropico

di sperdute contrade

non distrae la ricerca

del segno arcaico.

 

Un motore a scoppio

s’alterna alla pietra

muta testimone

o miliare muschiata,

al ronzio d’insetti

e al tonfo di frutti maturi

come questioni lasciate cadere.

 

Sincronia tra passi e cuore

su asfalti di campagna,

i pensieri metropolitani

diluiti da elementi naturali

attendono le piogge d’autunno.

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(foto M. Nigro)

Aspirazione

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 settembre 2016 by Michele Nigro

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(raccolta di formazione)

Che le parole

dalla silloge di maggio

siano fortuiti guanciali

su cui riposare

senza fretta,

conforto alla vita

appigli regalati

a sconosciute anime.

In angoli privati

sillabe a lavoro

su plastiline interiori.

Balsami scritti

anche per uno solo

dei lettori raminghi,

parentesi tra gli orrori del mondo

oasi di riflessione per cuore di donna

silenzio pulsante di senso

motivo per nuovi respiri

e unguenti di carta

lontani dalle leggi di un

mercato di effimera gloria.

Che ritrovando queste mie ossa

modellate a forma di penna

vestigia scriventi oltre la morte,

qualcuno possa dire

“le hanno amate

quand’erano in vita

a causa di un verso”.

Notturno breve

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 luglio 2016 by Michele Nigro

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Aria ferma

notturna e stellata,

quasi tutto tace per

pietà dei dormienti.

 

Voci rare, lontane ma vicine

da finestre insonni

ancora accese nella provincia

e abbai di cani dolorosi.

 

Ogni cosa mi istruisce

sulle distanze

tra la piccola storia

e l’infinito.

Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 maggio 2016 by Michele Nigro

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Comunicato Stampa

In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti.

Emanuele Marcuccio

 

PoetiKanten Edizioni ha pubblicato Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito… [1], terzo Volume del progetto poetico in dittici a due voci [2], su idea e cura editoriale del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con venti liriche.

Scrive Marcuccio nella nota di introduzione: «Sì, è l’affinità elettiva poetica, la telepresenza attraverso un PC, la “corrispondenza d’amorosi sensi”, riprendendo la celebre espressione foscoliana, che poi cito in “Telepresenza”, in dittico a due voci con “Vita parallela” di Silvia Calzolari e che costituisce il manifesto poetico di tutto il progetto; non a caso ogni volume è aperto da questo dittico, “corrispondenza d’umano sentire” per il tramite di un computer, “quel foglio di vetro impazzito”, che sempre e comunque “c’ispira”.»

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Logiche autunnali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2015 by Michele Nigro

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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