Archivio per rock

Lascito

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 agosto 2018 by Michele Nigro

Bisognerebbe andarsene da questa terra,

lasciando non dico chissà cosa

ma almeno,

che ne so…

… un mezzo verso riuscito che non faccia vergognare santi e navigatori,

una canzoncina inventata per far addormentare i propri figli o quelli degli altri,

una foto che emozioni gli amici… e perché no, anche i nemici,

un racconto da lasciare nel cassetto pieno di sogni sgualciti,

la prima strofa di una ballata macchiata di caffè,

un sms poetico dimenticato nelle “bozze” e mai inviato,

una collezione di film scaricati illegalmente con eMule,

una libreria piena di libri usati comprati su CVL,

una fila eterogenea di cd con la migliore musica che ha fatto da colonna sonora a questa fottuta esistenza terrena,

una bottiglia vuota di Laphroaig con sopra infilata una candela mezza consumata per scrivere cazzate facendo finta che manchi la luce (come ora!),

un diario di viaggio con descrizioni e disegnini fatti in loco,

una forte delusione data ai genitori ma che vi abbia reso più liberi,

almeno un numero di “Poesia”,

i diari di quando abitavate a Napoli (se c’avete mai abitato, sennò di un’altra città del cuore),

le scarpe consumate con cui avete percorso la Francigena,

il primo libro di favole ricevuto in dono,

lo zaino delle vostre migliori avventure,

tutte le t-shirt dei concerti rock,

la collezione di sottobicchieri di quando frequentavate i pub,

le fotografie stampate prima dell’avvento degli smartphone,

lo scheletro del vostro primo gatto (chi non ne ha uno?),

e infine

una campana tibetana, regalo di un amore passato, da far suonare durante il vostro funerale, davanti a moglie e figli.

 

Pink

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 agosto 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Pink

“Tutti i dittatori sono sentimentali.”

Il’ja Grigor’evič Ėrenburg

  

La cosa che temeva di più, col passare del tempo, era di perdere la forza benefattrice derivante dall’amore vissuto, ricevuto e donato; una forza che aveva portato nel mondo con orgoglio e sicurezza d’animo, così come si porta in giro un regalo dall’effetto rigenerante per condividerlo con tutti. Il più bel regalo che la vita gli avesse fatto. Temeva di sprofondare nuovamente nella corrosiva ma appagante cattiveria appresa dai suoi simili e da se stesso, come autodidatta, durante gli anni senza lei. Precedenti alla sua cura.

“Solo ora mi accorgo della differenza, mi ricordo di com’era la mia vita prima dell’unicità di quell’amore. Ho toccato la grazia e ora so che senza amore la vita non vale la pena di essere vissuta” aveva affermato mesi prima, in tempi non sospetti, quando la sua chioma era lunga e folta, come la barba. Ma prima di riconquistare, chissà, un giorno, quello stato di grazia, avrebbe catturato e torturato qualche anima innocente. Forse alcuni milioni di anime senza colpa. Per riequilibrare il karma. “In fondo sono contento di essere libero e solitario. Assaporo il dolore agrodolce di una storia sospesa, come si sospendono le date di un tour perché l’artista è indisposto. Come il dolce malessere dopo un addio!

Jazz, aria condizionata, gelato nel congelatore, siringhe da fare nei glutei dei vicini di casa, quelli un po’ vegliardi e malaticci, per mantenere in piedi una reputazione da bravo ragazzo attempato. Fisioterapia a domicilio invece del mare, la sequenza delle medicine da prendere, stampata e appesa al frigo che fa troppo ghiaccio, qualche piccola sagra nei dintorni, magari una capatina nel buen retiro di sempre. Questa la prospettiva di un serial killer in fieri?

Chi sarebbe stata la prima vittima? Ce ne sarebbe stata solo una all’inizio? O avrebbe organizzato la marcia su Morte in compagnia di una folla immensa? Conosceva già la risposta: quella mattina aveva rasato con estrema cura le sue inutili sopracciglia. Accorciato i capelli, rasato la barba. Era pronto ad annullarsi nella battaglia finale. Unica soluzione al dolore.

“Il lusso della scelta, paradossalmente, deriva proprio da quel benessere alla cui realizzazione hanno contribuito anche i vaccini e l’alimentazione carnea!” controbatteva in tv uno degli ultimi opinionisti sani di mente. Forse avrebbe cominciato proprio da un vegano o da un no vax del cazzo: uno di quelli che vota partiti di sinistra farlocchi, che legge l’Unità perché è trendy ed esce in strada con i risvoltini per andare a prendere la ragazza. Ingrati e capricciosi figli di puttana!

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“The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 gennaio 2017 by Michele Nigro

Comunicato stampa

Layout 1

Il 4 gennaio diventerà ufficialmente il “Day Of The Doors” a Los Angeles e iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta a festeggiarlo con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Sono trascorsi 50 anni dall’esordio dei The Doors: era il 4 gennaio 1967 e l’omonino debut album usciva per Elektra Records. Per festeggiare il 50esimo anniversario, il “Day Of The Doors”, anche iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri.

“Ci vuole coraggio. Sì, ci vuole molto coraggio nel chiedermi di scrivere una prefazione a un libro su di una band degli anni ’60. Perché, anche a voi che leggete, qual è il primo pensiero che vi viene in mente? Sicuramente uno di quegli insopportabili gruppi frikkettoni, hippie, pacifisti, lenti e insulsi sul modello di Mamas&Papas o Jefferson Airplane (ne sono certo). Per fortuna, anche in quegli anni terribili dal punto di vista musicale qualche luce affiorava nel buio. E, forse, una luce più di tutte, quella di The Doors! Ed è di questa luce che questo libro vi parla. Meglio, ve la racconta. E Giuseppe Calogiuri, conoscendo questa mia debolezza, ha saputo trovare lo strumento e il coraggio giusto. Ma, forse, è necessario andare per ordine… Il 4 gennaio 1967 The Doors pubblicano il loro primo album omonimo. Non siamo in un anno qualsiasi, quel 1967 segnerà la storia degli Stati Uniti, prima, e dell’intero mondo occidentale, poi. Già da qualche anno le forze armate di Washington combattono lontano da casa una guerra non ufficiale. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, il “progressista” John F. Kennedy ha cominciato a prendere i ragazzi del suo paese per scaraventarli dall’altra parte del mondo. The Golden One (citando The Human League), figlio di una famiglia arricchitasi spropositatamente grazie al commercio illegale di alcol, ha precipitato gli Stati Uniti nel fango del Vietnam. Il suo successore, Lyndon B. Johnson, ha continuato il lavoro. Anzi, lo ha portato alle estreme conseguenze. Il 7 agosto 1964, il Congresso americano – approvando la H.J. Res. 1145 (conosciuta come la “Risoluzione del Tonchino”) – ha consegnato al Presidente un assegno in bianco per portare le truppe ovunque ritenesse necessario. È l’inizio della presidenza imperiale. E’ anche l’inizio, in pratica, della coscrizione obbligatoria per i giovani americani. Quella carne fresca serve. È indispensabile per combattere nelle paludi e nelle giungle del sud-est asiatico. Nel 1968, saranno ben 500.000 i soldati impiegati in Vietnam (con infiltrazioni anche in Cambogia e Laos per inseguire i charlie). In questo clima, le Università sono le istituzioni che, più di altre, risentono della guerra. I ragazzi che “vincono” alla perfida lotteria della coscrizione hanno solo tre scelte: 1) accettare l’arruolamento; 2) scappare, magari in Canada (come Jack Nicholson); oppure 3) scegliere la strada dell’obiezione di coscienza. La terza è una scelta difficile, ti mette fuori dalla società e, per questo, ci vuole un coraggio enorme. Un campione sportivo all’apice della carriera rifiuterà più volte l’arruolamento e il 20 giugno del 1967 sarà giudicato colpevole di tradimento. Quell’uomo era Muhammad Ali! Una nuova strada doveva essere trovata. E qui la musica sarà fondamentale come mezzo di aggregazione per tutti coloro i quali volevano fare qualcosa. Il 1967 regalerà alla costa occidentale degli Stati Uniti la Summer of Love e al Vecchio Continente la spinta alla rivolta studentesca, che in Europa inizierà nel maggio dell’anno dopo. La scintilla partita dall’Università di Berkeley, in California, diventerà fiamma viva in altri atenei, per trasformarsi in incendio a Parigi. Il Monterey Pop Festival del giugno 1967 sarà il pretesto che permetterà agli studenti di unirsi, confrontarsi e cogliere tutti i segnali che artisti come Jimi Hendrix o The Who sputavano dal palco. Segnali che, in un modo o in un altro, volevano dire rabbia. Beh, The Doors sono figli e, insieme, strumento di quella rabbia e di quella società americana che è confusa e terrorizzata dai suoi stessi leader. Una società che ha visto cadere i propri miti politici con l’assassinio di Kennedy, o quelli sportivi, con l’arresto di Ali, e che vede, continuamente, partire i propri ragazzi verso luoghi lontani e impronunziabili per tornare, poi, in casse avvolte dalla bandiera a stelle e strisce. Una generazione di giovani e adolescenti che si rifugia sempre più nelle droghe. Magari nuove droghe come l’LSD, che aprono nuove porte. E queste porte sono quelle già narrate da William Blake e che Jim Morrison, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore faranno proprie e attraverseranno con l’arroganza, l’incoscienza e la rabbia dell’età. Arroganza, incoscienza e rabbia che non si possono non condividere e abbracciare. Abbracciare anche da parte di chi, come me, è cresciuto con e nel punk, prima, e nella new wave, dopo.

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Beat: beati o battuti? (1967 – 2007)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2013 by Michele Nigro

<<… Il 40° anniversario della Summer of love del 1967 – a San Fran­cisco – è, in realtà, solo un pretesto utilizzato da noi per parlare d’altro: i fermenti culturali beat erano già cominciati da un bel po’ di tempo. Dalla fine della seconda guerra mondiale (affondando le lunghe radici in Walt Whitman, William Blake, Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Aldous Hu­xley…) fino alla metà degli anni 60, furono realizzate le pre­messe da cui scaturirono gli eventi successivi, quelli – tanto per intenderci – che culminarono nel “mitico” e cinematografico 1968, e che ormai fa parte prepotentemente dell’imma­ginario collettivo (riassunto nel famigerato e riduttivo “sesso, droga e rock’n’roll”) solo grazie ai luoghi comuni diffusi nel mondo dall’industria filmica di Hollywood e ad alcune noti­zie di cronaca ormai passate alla Storia.

Sulla beat generation, alla quale appartenne un gruppo ristret­to ma combattivo di scrittori e poeti (rappresentarono la vera spina dorsale del movimento), è stato detto tutto e il contrario di tutto: ed è per questo che ancora oggi si è indecisi su quale sia il significato definitivo della parola “beat”: per alcuni deriva da beatitude (beatitudine) ovvero quello “stato di grazia” che scaturisce da un’intensa ricerca spirituale (spesso coadiuvata da droghe allucinogene, alcool e misticismo catto-buddista); per altri, primo fra tutti lo stesso Ke­rouac che coniò il termine nel 1947 (anche se aveva già scritto all’età di 11 anni il suo primo racconto intitolato “The Cop on the Beat”), beat è sinonimo di “battuto” dalla società (o battuto nel senso di ritmato come il jazz di “Frisco“), “sconfitto” dalle regole, “incompreso” dalla famiglia, “perdente” sugli inflessibili scenari economici e per questo “ribelle” nei confronti del Sistema: lo stato d’animo, insomma, di una “gioventù bruciata” americana che pur provenendo (o proprio per questo) da un “vittorioso” secondo con­flitto mondiale, sentì il bisogno di cercare freneticamente il vero significato della vita (la metafisica delle cose quotidiane da contrapporre alle esperienze intellettuali e positiviste degli scrittori europei) non nel successo, nell’esasperante efficientismo di un’America puritana e maccartista, nella carriera e nella stabilità di una vita regolare (scrive Ginsberg in America: “… Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?”), addirittura negli allignati valori estetici della letteratura ufficiale, ma nella libertà di un attimo fuggente, seppur estremo. A me piace pensare che beat sia la fusione di tutti questi significati: il disincanto del perdente non deve essere vissuto come una forma di debolezza e di chiusura in un mondo ipervitaminico e produttivistico, ma come punto di forza per una ricerca impopolare ma vera; per distaccarsi dagli schemi imposti; per raggiungere una nuova visione delle cose… Cosa è sopravvissuto di quel movimento? (continua)…>>

tratto da Beat, beati o battuti. 1967-2007 , editoriale n.14/2007, rivista “Nugae”

quarta n.14

(quarta di copertina del n.14 di “Nugae”)

Ferlinghetti_Lawrence

Alcune copie del numero speciale di “Nugae” (n.14 – Luglio/Settembre ’07), dedicato ai poeti della Beat Generation e al 40° anniversario della “Summer of Love” di San Francisco, furono spedite alla Libreria “City Lights” e in particolare verso le mani esperte di Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman…

… la risposta:

Dear Michele:

Lawrence Ferlinghetti asked me to send you a note on his behalf thanking you for sending him the copies of Nugae, which he is enjoying looking through. He is always happy to hear from Italy!(…) But again, Lawrence is most appreciative of your magazine.

Sincerely,

Garrett Caples

Assistant to Mr. Ferlinghetti

Editorial Assistant City Lights Books

Patti Smith has the power

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 luglio 2012 by Michele Nigro

Entra sul palco in silenzio e al buio, senza fluttuare nel cono di luce di un proiettore ossequioso: il pubblico impiega alcuni secondi per capire che la poetessa e cantautrice statunitense è già pronta in posizione davanti al microfono per trasportarci lungo la sua carriera musicale. “I’m here!” dirà subito dopo per rassicurare la folla disorientata dalla sua semplicità. Patti Smith non è il tipo di artista che crea suspense facendo entrare prima i propri musicisti per lanciare uno stacchetto preparatorio; entra insieme a loro, mescolata tra tecnici e ombre… Alla chetichella! A sessantasei anni suonati se ne fotte di fare la diva: capelli lunghi legati in due trecce da bambina impertinente ma cresciuta; una giacca con le maniche arrotolate, un jeans ‘vissuto’ e una t-shirt grigia a coprire un paio di seni cadenti. Patti Smith ha fascino da vendere: le sue rughe, la sua danza lieve e la sua voce inconfondibile, raccontano una storia intensa fatta di poesia, di impegno sociale, di dolore personale e di voglia di trasmettere al proprio pubblico solo ciò che conta veramente. Senza fronzoli, senza effetti speciali o altri trucchi per attirare la benevolenza di una folla già consapevole del valore di una cantautrice che ha avuto il coraggio di interrompere in passato una invidiabile carriera musicale per amore, di mettere su famiglia e di ritornare dopo anni alla grande sul palcoscenico con nuove cose da dire e cantare al mondo. Instancabile sacerdotessa del rock!

Patti Smith – una Bob Dylan al femminile con sfumature alla Jim Morrison – possiede un movimento felpato e un sorriso sobrio: è il sorriso sereno di chi ha già trovato nel potere della parola poetica la forza per comunicare ciò che serve comunicare. Ogni tanto saltella sul palco per dimostrare a se stessa che nonostante l’età ha ancora voglia di farlo; sussurra frasi dolci e per nulla retoriche al suo pubblico sottolineando la bellezza delle montagne che circondano Giffoni Valle Piana (piccolo e fortunato comune della provincia di Salerno dove da anni si svolge un famoso Festival internazionale del Cinema per ragazzi); sputacchia sul palco senza troppe remore per scacciare i moscerini attirati dalle luci di scena e che tra una strofa e l’altra di un brano s’insinuano nella sua bocca; manda bacini a chi dal basso la chiama affettuosamente “Patti! Patti!” come se mandasse bacini ai suoi figli, ormai grandi, Jackson e Jessica. Alza il pugno davanti a se mentre canta con energia “Gloria”, “Because the night” e la travolgente “People have the power” come a voler trasmettere una necessaria forza per combattere; una forza che nelle sue canzoni è sempre presente.

Patti Smith ha la forza! Ha avuto e ha la forza di unire la poesia al rock, di invogliare alla lotta adoperando una fermezza non priva di dolcezza. Ha la forza di prendersi del tempo tra un brano e l’altro senza l’ansia di dover mantenere una tensione spettacolare inutile e nevrotica. Patti Smith ha ancora la forza di dedicare le sue canzoni ai poeti di tutte le epoche e di tutte le zone del pianeta: in particolare ad Allen Ginsberg, tra i tanti che hanno avuto e hanno in comune con lei la capacità di usare la forza detonante della parola per cambiare realmente l’animo dell’ascoltatore, evitando barocchismi.

Alla fine saluta tutti con calma, senza agitarsi: sembra quasi che voglia guardare e salutare uno a uno i singoli componenti del suo pubblico, come a voler registrare l’individuo, il suo volto umano e non solo il suo numero di biglietto. Vuole tenerli tutti con se perché sa che il pubblico è impermanente ma è anche l’unico erede della sua parola penetrante e poeticamente rock.

(foto by Michele Nigro; Giffoni Valle Piana, Salerno; 19/7/2012)

Little Wing

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 28 Mag 2012 by Michele Nigro

“… il bassista frustrato e che nessuno cagava perché costretto ad aprire la serata ci chiamava ignoranti dal palco mentre faceva un jazz da vomito. E invece tutti orbitavamo felici intorno alla pancia enorme di Buddy Miles che distribuiva autografi e ramanzine in slang dalla sua sedia a rotelle. Duecento chili di rock votati al ritmo. Chi se la scorda quella jam session di Little Wing di notte a Salerno su quel castello che per poche ore divenne il cuore longobardo dell’acid rock. In molti ci demmo fuoco per la gioia quando il chitarrista italiano, che sembrava un commercialista ma era bravino con la sua chitarra elettrica, diede in pasto al pubblico le prime note conosciute di Little Wing sudando per l’ingrato compito di dover emulare Jimi Hendrix. Mentre l’istrionico Gianfranco Marziano, anche lui sul palco con la sua chitarra a cercare di suonare tra una cazzata e l’altra, continuava a ripetere al microfono: “non ci posso credere… sto suonando con Buddy Miles!” Ci spensero giusto in tempo con birra fredda e cocktail al rum fregati al bar con uno scontrino riciclato. Ma ormai la frittata psichedelica era stata combinata…”

(Salerno, Castello di Arechi  26-07-2003)

Live at Pompeii

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2012 by Michele Nigro

Era il 5 ottobre del 1971. Un’anomala giornata autunnale con aspirazioni primaverili.

Mio padre spingeva lentamente il passeggino, con dentro la versione demo del sottoscritto, lungo il viale alberato che lambisce i muri cancellati dei famosi scavi di Pompei. Avevo cinque mesi, una cuffietta azzurra in testa per farmi ammirare dalle giovani donne e un genitore amorevole che assaporava quel momento di serenità contemplandomi di tanto in tanto come se fossi il primo bambino del pianeta nato dopo secoli di sterilità. Una serenità destinata a durare poco.

Dall’interno dell’area archeologica proveniva una musica strana, inquietante, evocativa, che passo dopo passo aumentava di volume: sembrava che gli inespressi echi musicali di quella civiltà sepolta dalla furia lavica del Vesuvio stessero riemergendo dalle rovine e dal tempo per impartire agli uomini moderni lezioni arcaiche lasciate in sospeso.

Ma non si trattava di morti che reclamavano attenzione in maniera bizzarra: i creatori vivi e vegeti di quella musica ancestrale e moderna erano Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, quattro capelloni londinesi in trasferta nel sud Italia. I “Pink Floyd” stavano registrando in quei giorni, a poche decine di metri dalla casa dei miei genitori, il video-concerto “Live at Pompeii” e avevano piazzato la loro sofisticata strumentazione al centro dell’anfiteatro chiuso al pubblico, sfruttando come sfondo il vulcano in quiescenza e il cielo nitido di un insolito autunno. Tecnologia del suono e archeologia: gli amplificatori della rock band britannica dissotterravano non reperti statici da inviare nei musei ma vibrazioni dimenticate di antiche esistenze ormai divenute polvere. Antico e moderno, sacro e profano, giovane e vecchio…

Improvvisamente cominciai ad agitare braccia e gambe liberandomi dalla copertina in cui mamma mi aveva avvolto con tanta premura e sbarrando gli occhi lasciai cadere il ciuccio sul cuscino come a voler partecipare ai vocalizzi di Gilmour, anche se l’unica cosa che la mia bocca riuscì a produrre fu una bollicina di saliva contenente una nota acida al sapore di latte.

Il seme progressive era stato casualmente piantato nel terreno nervoso del mio cervello vergine. Avevo ricevuto il mio imprinting psichedelico: una sorta di investitura sonora impartita dall’alto di quelle rovine silenziose e all’apparenza senza vita.

“Drogati!” – sentenziò tra sé e sé mio padre, un poliziotto vecchio stampo che aveva vissuto il ’68 dall’altra parte della barricata, indossando l’elmetto della famigerata Celere e manganellando figli dei fiori da Torino a Napoli. Quella irriverente commistione tra musica rock e archeologia lo indisponeva. Vedendomi agitato pensò che mi fossi spaventato a causa delle potenti bacchettate di Nick Mason sulla batteria e aumentò il passo per salvarmi da quelle strane sonorità. Non possedevo ancora l’età adatta e gli strumenti linguistici per biasimarlo, altrimenti gli avrei detto: “Papà! Frena e fammi ascoltare in santa pace!”

Musica Made in Japan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 30 settembre 2010 by Michele Nigro

Pizzicato Five

Il Giappone, dopo secoli di isolamento geografico e culturale, ha scoperto il mondo! Incentivati soprattutto dal boom economico post bellico voluto da una classe dirigente stoica e determinata, i nipotini dei Samurai sono riusciti a costruire una società ipertecnologica capace di sostenere e a volte superare la concorrenza sul mercato mondiale. Come ogni città votata al progresso, anche Tokyo ha ereditato le contraddizioni dell’era moderna e così, per possedere un’automobile nella capitale nipponica, bisogna dimostrare alle autorità locali di possedere un garage, altrimenti la concessionaria non vi vende neanche un monopattino! Per non parlare dello stile di vita del cittadino giapponese che rappresenta un riassunto, unico al mondo, di educazione e oppressione sociale: gli operai scioperano in fabbrica, lavorando con una fascia al braccio in segno di protesta! Ed è in questo scenario, al limite tra l’efficienza e il grottesco, che il popolo giapponese ha cominciato a sentire il bisogno di viaggiare e di confrontarsi con realtà sociali decisamente più rilassate. La vecchia e cara Europa ha rappresentato e rappresenta l’isola felice, il mythos artistico e sociale di moltissimi giapponesi che, pur vivendo in una società ricca e tecnologicamente avanzata, hanno sentito il divario lacerante tra un proprio passato glorioso, fatto di samurai e geishe, e il richiamo di un occidente ricco di stimoli artistici e libertà sociali (quale prova italiana del successo occidentale in Giappone, basti pensare all’entusiasmante tournèe della P.F.M. nell’arcipelago giapponese che ha dato vita al doppio “Live in Japan”).

Viaggiando e imparando, il Giappone ha realizzato una gigantesca opera di “copia e incolla”, creando ibridi musicali e artistici di tutto rispetto. Su una base culturale francamente orientale, i musicisti giapponesi hanno saputo incastonare le varie componenti della tradizione musicale occidentale, reinventandole… Nel paese del “riciclaggio esasperante”, anche la musica occidentale, nata da moti studenteschi e processi storici lentissimi, viene depositata e archiviata nel quartiere Shibuya di Tokyo dove è possibile trovare nei numerosi negozi, sotto forma di cd/lp, reperti musicali fuori catalogo e dimenticati, provenienti da ogni parte del globo! (continua…)

(articolo pubblicato sul mensile “Strange Days”)

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