Archivio per romantico

Desidera la donna d’altri!

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versione pdf: Desidera la donna d’altri!

Agli amori impossibili

e a quegli amanti che li rendono tali

Recita il nono comandamento del Decalogo, meglio conosciuto come I dieci comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri”; essendo il termine donna piuttosto generico, in quanto comprendente anche una persona nubile di età adulta o una giovane ragazza che pur avendo raggiunto la maturità sessuale non è ancora in età da matrimonio, gli esegeti in difficoltà fanno ricorso alla versione del Decalogo tratta dal libro dell’Esodo in cui si specifica severamente, rivolgendosi ai tipi vaghi: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”, restringendo decisamente il campo e allontanando il fedele da qualsivoglia rischio interpretativo. Indipendentemente dall’utilizzo del termine donna o moglie, il principale bug contenuto in questo comandamento è il carattere di possesso, esercitato dall’uomo nei confronti della donna, che traspare dalle parole: comandamento che, per chi crede, sarà stato pure dettato da Dio, infallibile per definizione, ma la lingua in cui è stato tradotto, ad uso e consumo dell’umanità bisognosa di norme, anzi scolpito sulle leggendarie tavoletradisce esigenze terrene palesemente maschiliste che di divino hanno veramente poco! È quel d’altri, usato indifferentemente tra “roba” (del decimo “non desiderare la roba d’altri”) e “donna”, a rappresentare uno dei punti meno nobili del nono comandamento. Ma andiamo per gradi: ritorneremo sulla questione del possesso in un secondo momento.

“Non desiderare…” Che significa? Come si può ordinare alla propria mente e al proprio corpo di non desiderare? Ovvero di volere fortemente? Posso decidere di non muovere per un giorno intero il braccio destro (che è un “oggetto” materiale visibile e tangibile) ed è un esercizio quasi impossibile da realizzare perché l’istinto, in un momento di distrazione, ci imporrebbe prima o poi di muovere il suddetto braccio nel caso in cui dovesse servire per bloccare una minaccia o per evitare una caduta rovinosa… Eccolo lì, il vero pericolo della virtù: l’istinto. Più sfuggevole e incontrollabile del libero arbitrio che presuppone un libero ragionamento a cui seguirà un’azione volontaria, meditata. Il desiderio non è come un arto fatto di muscoli e ossa: è un concetto intangibile che però può avere effetti concreti nella realtà. Il desiderio non è il frutto di un ragionamento; il desiderio sorge all’improvviso dalla mente, dal cuore e spesso, prima ancora, dalla carne. Esiste, però, anche un desiderio casto: desiderare di ascoltare le parole di una persona che tocca le nostre corde interiori; questo non precede necessariamente un toccare corde fisiche, ma prevenire è meglio che curare – avranno pensato gli antichi custodi della nostra integrità morale – e quindi ci viene intimato nel vangelo di Matteo: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (in un altro libro che nominerò più avanti* si legge una versione simile sempre in riferimento al vangelo di Matteo: “Chiunque mette gli occhi su una donna sposata per concupirla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” […] l’adulterio consumato all’interno dell’uomo equivale per gravità a quello consumato nella carne [pag. 216]). In entrambe le versioni c’è una costante: con lei, ovvero la donna è adultera a sua insaputa solo perché un uomo l’ha desiderata nell’immaginazione. Una sorta di “parità tra i sessi” ante litteram in chiave immaginifica? O di condivisione neurologica delle responsabilità? La posizione dei peccatori peggiora se anche lei asseconda e ricambia lo sguardo desideroso di lui. In quel caso l’inferno è assicurato per entrambi: anzi la donna vi entrerà per prima in quanto è un essere a cui non è permesso desiderare esternamente, in quanto “roba”, cosa, oggetto del possesso privo di potere decisionale e vincolata da un “familismo amorale” di stampo sentimentale. Infatti il Decalogo esclude a priori l’equivalente femminile del nono comandamento: “Non desiderare l’uomo di altre”. Tanto a cosa servirebbe specificarlo? Le ragioni di questa esclusione non sono solo di natura sessuale (nel senso di sesso di appartenenza), o dovuta a una superiorità di genere decisa dall’alto, ma soprattutto trattasi di motivazioni socio-economiche e culturali “giustificate” dall’epoca storica in cui sono state concepite.

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Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2016 by Michele Nigro

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Napoli, 10 febbraio 2009

Cara Sibilla,

la mia partenza un po’ precipitosa da Firenze e il tuo comprensibile umore nero causato dalla brutta notizia giunta via telefono Domenica mattina, sorprendendoti durante il nostro primo caffè, non mi hanno permesso di lasciarti in eredità le parole che meriti.

La mia non è retorica diplomatica ma pura comunicazione amichevole e spontanea… Seppur ritardataria.

Noi “intellettuali” siamo così: viviamo in “differita”! Soprattutto quando si tratta di parlare di sentimenti, cerchiamo le parole giuste come se ci trovassimo al cospetto di una poesia o di un saggio.

Recuperare un’amicizia, un affetto dopo tanti anni è sempre motivo di grande gioia: passare dal silenzio alla comunicazione e addirittura – oddio, ancora devo realizzare la cosa! – all’incontro ravvicinato, corrisponde, almeno dal mio umile punto di vista, a un grande traguardo umano. Indipendentemente dall’esito finale.

Diciamoci grazie, l’uno all’altra! Siamo stati bravi per questo atto di coraggio nel recuperarsi… Credo.

Spero solo che non si sia trattato di uno di quei confronti a tempo, come tra compagni di scuola, per sottolineare superiorità e successi, dettati da meschine esigenze di rivalsa. Da parte mia non è stato così e sentendoti al telefono prima del nostro incontro non ho percepito un tale spirito nel tono della tua voce, o forse nel momento in cui t’ho vista sei stata brava a camuffarlo.

Pensiamo di poter sopravvivere anche senza valorizzare determinati rapporti (e infatti durante questi tredici anni ognuno di noi ha compiuto il proprio cammino, vivendo le proprie esperienze di vita e lasciandosi trasformare da esse, come è giusto che sia) ma non consideriamo il fatto che quando due persone si conoscono, fosse anche per pochi giorni o poche ore, hanno già “alterato” inesorabilmente le proprie esistenze. I legami più o meno flebili che si creano tra noi e le persone che conosciamo sono indissolubili nel tempo: nel bene o nel male le persone continuano ad appartenersi in eterno. Pezzetti di noi continuano a resistere ed esistere nelle altrui esistenze, immagazzinati tra le pieghe del possibile, anche se ci impegniamo con tutte le nostre forze per dimenticare e farci dimenticare. E nonostante le varie opere di rimozione portate a termine con successo.

Ma è giusto che sia così, anche se è un po’ triste: le cose superflue, che sono dovute diventare superflue per continuare a vivere o sopravvivere, vanno sempre a finire in garage o in soffitta. In basso o in alto, l’importante è che siano lontane dalla vista quotidiana. Non si parla mai, però, di una loro definitiva distruzione: non per una questione di spazi mentali in grado di conservare i ricordi, quanto piuttosto per un inconsapevole salvataggio compiuto dal nostro inconscio. Esso sa cosa conservare e cosa no; come se fosse in grado di valutare in maniera autonoma l’importanza delle esperienze da ricordare e di gestire la loro collocazione stratigrafica nella geologia della memoria.

Ti starai certamente chiedendo mentre leggi, tra una telefonata in ufficio e una lettera da scrivere per il capo, dove questo rincitrullito di un Dino voglia andare ad apparare! Arrivo, quasi, “ai vari dunque”…

Sei stata carinissima con me durante questo nostro clandestino weekend di “recupero” e non dimenticherò le tue attenzioni gastronomiche, casalinghe e di altra natura… Un’ospitalità greca condita, a un certo punto, da venature di freddezza teutonica forse derivanti dalla tua formazione scientifica o dalla rivalsa malcelata a cui accennavo prima. Non lo saprò mai: da questo punto di vista, non ti sei sbottonata.

La serata di Sabato, poi, è stata “epica”: birrozza compresa.

Mi piaci (l’avevo dimenticato) quando ti scoli la birra fredda con la dimestichezza di un camionista rumeno, per poi emettere suoni infantili e irriproducibili come a voler richiedere coccole seduta stante, in pubblico.

Riesci a gestire bene, a quanto pare, la tua presunta misantropia miscelandola adeguatamente con una buona dose di accoglienza calibrata e fine… Sei una cuoca rifinita e una vera donna da valorizzare: noi stupidi che t’abbiamo persa saremo costretti a vagare in eterno nel limbo dei dannati distratti e minchioni. Ci tocca!

Sei stata accogliente e premurosa: mi hai reso di nuovo partecipe della tua vita quotidiana fatta di commissioni da sbrigare e piccoli gesti dolci intercalati nel tran-tran, come ad esempio comprare le “frappe” di Carnevale o il pesce fresco non risciacquato in Arno ma proveniente dalla costiera grazie a una veloce catena del freddo, che poi m’hai cucinato amorevolmente “al cartoccio” nel forno della tua piccola cucina, lassù nella mansarda a forma di nido di cicogna dove ti sei rifugiata in questi anni tra una rinuncia sentimentale a causa del tuo orgoglio e una ricercata solitudine di stampo masochistico. Il tutto innaffiato con vino appositamente messo in valigia prima di raggiungerti.

E ti ringrazio per questo! Per aver aperto il tuo rifugio “alla stampa”, anche se, sarò sincero, ho avvertito odore di trappola, di schiaffo morale postumo ovvero di lezione di vita da impartire in ritardo – cara professoressa mancata! -, forte di un’assertività conquistata nel tempo e in cui sono caduto, indossando scarpe inadeguate, come si cade in una pozzanghera dopo un forte temporale. Lezione suggerita da una voglia di matematica vendetta da servire fredda e travestita da amichevole accoglienza. Cascato, come un fesso, nella rete della regina di cuori che senza parlare vuole dispensare morali delle favole a destra e a manca, vendicandosi di tutto e tutti a distanza di tempo.

Non fa niente! Sono stato al tuo “gioco”…

Inoltre sento il bisogno di chiederti scusa per alcuni miei gesti, parole o richieste morbose e discutibili che contrastavano apertamente con l’importanza di un momento umano già perfetto per come era stato concepito in partenza. A volte esagero e non rispetto la sensibilità altrui. Anzi a volte non rispetto nemmeno la mia sensibilità.

Scusami se forse sono stato arrogante e se mi sono mosso tra i nostri tredici anni di silenzio con la “leggiadria” di un elefante miope intento a bighellonare egoisticamente in un campo di fiori che non gli appartengono più. Sono riapparso quasi dal nulla armato di pretese e di false sicurezze: credo che l’audacia mal calibrata sia molto dannosa e che ci sia molto più coraggio in una lettera di scuse, come nel caso della presente, che in una prova di forza, soprattutto lì dove la forza non è necessaria ma a contare è l’amore. Anche se questo non spetta solo a me stabilirlo.

Forse hai sentito il bisogno di dimostrarmi che in questi tredici anni avevi avuto la tua vita e che io sono solo un povero “corso e ricorso storico” di vichiana memoria: non ce n’era bisogno, comunque… Di ribadire, intendo dire, il concetto di non indispensabilità di un essere umano nella vita di un’altra persona.

Solo quelli che “riposano” distesi in una bara a tre metri di profondità sotto terra, non possono più avere esperienze. O almeno non esperienze terrene, se si crede nell’aldilà.

La vita è mobile; l’amore continua a cercare, superata la fase della delusione, nuovi materiali edili con cui riempire i vuoti esistenziali creati da un appassito entusiasmo sentimentale e sessuale. È la natura a chiederlo, andando prima o poi contro l’immobilismo dettato dalla tristezza e il disincanto derivante dal lato cinico della vita.

La vita è cinica, Sibilla, e l’amore serve ad addolcire questa cruda verità. Come scriveva un poeta campano, di cui in questo momento non ricordo il nome:

“… All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria,

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.”

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Storia naturale del nerd

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 agosto 2016 by Michele Nigro

omaggio indiretto a Gene Wilder

cover

Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

frankensteinSecondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: “… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (‘penetrare’ i segreti della natura, n.d.b.). […] Ma al contrario del desiderio amoroso, il desiderio di progresso scientifico finisce per corrompere lentamente il corpo. […] La bellezza e la salute, qualità importanti per un giovane uomo che vuol essere marito e padre, vengono sacrificate alle esigenze della scienza.”

È più comodo, e per certi versi più facile, generare (e quindi vivere) una vita fatta con i pezzi di altre vite, che responsabilmente generarne una originale e personale partendo dal nulla, ovvero dal materiale genetico messo a nostra disposizione da Madre Natura. Ma l'”immaturo” Victor Frankenstein della Shelley, troppo concentrato sul “si può fare!” gridato in seguito dal discendente inventato da Mel Brooks, non riesce a sostenere lo sguardo mostruoso della sua creatura e scappa via. E a questo punto potrebbe starci bene anche un applauso bioetico, perché come dice un altro scienziato, il Dr. Ian Malcolm, il matematico del film Jurassic Park, criticando le strabilianti conquiste paleogenetiche del miliardario Hammond: “… erano così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se lo dovevano fare…”.unk45_zps4cde2625[1]

Incalza Nugent: “Il fallimento di Victor consiste nel non riuscire a rapportarsi con l’altro a un livello emotivo, un fallimento sul piano dell’empatia. […] La radice del male in Frankenstein è il genio scientifico unito all’incapacità di entrare emotivamente in contatto con gli altri.” Lo scienziato della Shelley non riesce a immedesimarsi in tempo, prima del disastro, nelle probabili sofferenze del mostro, non pone a se stesso le giuste domande ovvero non chiede alla propria coscienza come potrebbe sentirsi un essere ri-creato per capriccio e che si ritrova in un corpo inguardabile, rifiutato dalla società, e senza una famiglia che lo ami. Un mostro che, a differenza del suo creatore, istintivamente vorrebbe vivere, amare, provare passioni, entrare in contatto con gli altri, con un corpo da toccare, lasciarsi trasportare dalle forti emozioni, dall’ira (e lo farà in maniera orrenda), essere libero e non prigioniero della torre. Il moderno nerd descritto da Nugent possiede di default la medesima struttura psicologica del dottor Frankenstein: genialità ed (auto-) emarginazione, creatività e disempatia mista ad anaffettività, intelligenza ossessiva (quasi autistica) e asensualità che con il tempo può diventare un’aperta anti-sensualità, rigore scientifico che sconfina in una “dimensione accademica della realtà”…

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Ritornanti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 agosto 2015 by Michele Nigro
Attese e ritorni, dipinto di Eufemia Rampi

Attese e ritorni, dipinto di Eufemia Rampi

Lo sguardo assorto di chi ritorna

ignora il presente,

nello specchio di occhi saturi

si riflettono imperterriti e danzanti

gli echi di un recente vissuto

ancora tiepido.

Il corpo conserva intatte

le impronte di tocchi amorosi,

sorridi al vuoto dinanzi a te

perché sei rimasto lì, sulla scena

di una dolce morte.

Eros e Thanatos

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 maggio 2015 by Michele Nigro

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Di tutte le passanti

accompagnate verso l’uscita

da gocce bianche di piacere

depositate in vigliacchi oblii

mi resta l’umana impronta

unica, irripetibile, romantica

nell’argilla storica della solitudine.

All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.

Passi notturni: i prodromi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 gennaio 2015 by Michele Nigro

 

luci-nella-pioggia

Fredda oscura notte

su strade deserte

vago tra persiane chiuse

come occhi stanchi

da calunnie e dolori non mortali.

Pregiudizi assopiti

alzo gli occhi da terra

per notare le cose

che di giorno ignoro.

Resto in compagnia di me

ritrovando la calma,

per una pace

destinata a perire

al sorgere del sole.

Cani ossomani fugaci

come raffiche di gelido vento

democratici silenzi

tremolanti bagliori

di città remote e vicine.

Romantici viaggi della mente

in possibili futuri.

Bettole di luppolo e rock.

(2005)

“Passi notturni”

Vecchia guardia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 luglio 2014 by Michele Nigro

cuocaluisa

Semplice come la tua acqua tonica,

dietro un cortese sorriso offerto a tutti

le rughe interne di mille dolori e silenziose fatiche

tra untuose e ruspanti cucine in ristoranti d’amore

organetti odoranti di prosciutto e vino

le bande di paese e i nipoti da allevare.

Le passeggiate nelle sere d’agosto

e i maglioncini per le spalle se rinfresca

le immense insalate verdi, che fanno bene.

Hai lasciato il posto di guardia, liberi tutti.

Ma per andare dove?

Ti sei reincarnata – lo so! – nel legno stagionato ed eterno

di un vecchio portone strappato all’incuria

inspiegabile e puntuale alchimia tra anime e oggetti

il nostro cognome sulla lucente targhetta nuova

per un ricordo gettato nel traffico

da donare a quel che resta del tuo piccolo mondo antico

dimenticato, diluito, sbiadito

e la prima distratta estate senza te.

Embrionale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 aprile 2014 by Michele Nigro

matrix-pod

Affascinante è la vista

affacciati alla finestra della giovinezza,

romantica l’atmosfera

all’inizio di una strada da affrontare.

Il cielo stellato e il mistero dei corpi celesti

l’aria fresca durante una notte di cammino

quando le fioche luci di un lontano cimitero

non fanno paura

il sentirsi parte di un progetto superiore

come abbracciati da una coperta non richiesta.

E infine la realtà, non cruda ma ancora troppo al sangue

il vuoto dopo l’esperienza ricercata,

l’inadeguatezza di un corpo desideroso d’invecchiare,

il silenzio di un’iniziativa poco usata.

Rinculare per saltare ¹

per riassaporare un nuovo inizio,

ritirarsi dalla scena di un destino evolutivo

senza essere sconfitti o vigliacchi

tendendo a livelli superiori di esistenza

tra l’incomprensione delle forme adulte.

Despecializzarsi e ringiovanire

evitare vicoli ciechi ed estinzioni

memorie nostalgiche

e comode sovrastrutture religiose.

Sbadiglia il koala che sopravvive in me,

ma la data dell’involuzione è già decisa:

embrionale sarà la ripartenza.

¹ Rinculare per saltare è il titolo di uno dei paragrafi del cap. XII, Ancora l’evoluzione: disfare e rifare, del saggio di Arthur Koestler “Il Fantasma dentro la macchina” (titolo originale ThGhost in the Machine – 1967)

I due lati della casa

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 luglio 2013 by Michele Nigro

MagritteRené Magritte – L’impero della luce (L’Empire des lumières)*, 1953–54

I due lati della casa

La mia casa ha due viste

due modi di intendere la vita.

Una si apre sulla strada trafficata

esistenza che cerca compagnia

tra schiamazzi e strusci estivi

automobili, giostre e feste patronali.

L’altra si nutre da millenni

di pipistrelli e vecchie querce

sul mare stellato

della notte arcaica e silenziosa.

Oscillo, eterno cercatore,

tra appartenenza e libertà

progresso e conservazione

tra il presente e i ricordi

bisognoso di entrambi i lati.

Il fumo aromatico di una pipa solitaria

si sovrappone al nitido schema

della costellazione dell’Orsa Maggiore

mentre fioche luci di fari lontani

scompaiono e riappaiono

divorate dai boschi notturni e briganti

di una Lucania ancora vergine.

La fontana ormai asciutta

legata agli echi di giochi bambini

difende i propri spazi melmosi

dalle nuove costruzioni

di generazioni senza memoria.

Da strade poco illuminate

riemergono le passeggiate di ieri

masticando erbe selvatiche

tra i passi avvolti dal silenzio del tempo

di persone assenti e quasi dimenticate,

e nuove rotte di aerei ignoranti

come stelle cadenti orizzontali.

Intorno ai lampioni di campagna

vortici di insetti assetati di luce

simulano, fedeli nei secoli,

movimenti cosmici senza nome.

Sospeso sui balconi di una casa ambigua

il corpo respira quiete

tra progetti futuri e pesanti eredità

tra desideri e doveri

sogno e risveglio

fantasia e realtà

antico e moderno

ricerca e disincanto

natura e asfalto

mistero e certezza

poesia e tecnica…

Fino alla fine della notte.

* Magritte: «Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia.»

Guido Davico Bonino e “La letteratura fantastica italiana”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 ottobre 2011 by Michele Nigro

Si è rivelato interessante e piacevole fin dalle prime battute l’excursus proposto il giorno 27 ottobre 2011 all’Università di Salerno dal prof. Guido Davico Bonino sulla letteratura fantastica italiana: una tematica che è stata curata in maniera sistematica dagli italianisti del nostro Paese solo a partire dagli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo.

La “cicalata” sul fantastico italiano – come ha ribattezzato lo stesso Davico Bonino la sua dotta relazione – è partita da quelli che potremmo definire gli albori e non si è limitata a un’analisi ‘locale’ del genere letterario ma ha preso forza dall’inevitabile considerazione delle esperienze europee e mondiali che di seguito hanno influenzato positivamente gli autori italiani.

Sin dal ‘500 singolari scrittori hanno espresso la loro capacità creativa nell’ambito del fantastico.

Il primo nome illustre a cadere nella ‘rete’ del relatore è stato quello di Giovan Francesco Straparola (1480-1557?) che con la sua raccolta di racconti boccacceschi intitolata “Le piacevoli notti” introduce nella tradizione letteraria della penisola italica l’elemento fantastico. Senza tralasciare, in ordine cronologico, il famoso “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (1566-1632) e le opere teatrali di Carlo Gozzi (1720-1806). Sarebbe stato pleonastico ribadire che questi autori classici con le loro opere rappresentano un tipo di fantastico che potremmo definire ‘primordiale’: il racconto fantastico di quei secoli coincide quasi sempre con una fiaba in cui è contenuto un “senso del meraviglioso” veicolato da animali introvabili in natura, piante mostruose, luoghi inimmaginabili, situazioni fisiche paradossali… Alcuni secoli più tardi, tuttavia, il saggista Cvetan Todorov (1939 – vivente) nella sua opera “La letteratura fantastica” avvertirà l’esigenza di mettere un po’ d’ordine affermando: <<bisogna distinguere tra ‘meraviglioso’ e ‘fantastico’>>

La Francia, dal punto di vista del genere fantastico, ha svolto l’importante funzione di ‘nazione apripista’: partendo da Charles Perrault, passando per Jean Cocteau, Jules Verne fino a un ‘insospettabile’ Émile Zola.

Non da meno la Germania con Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822): giurista, scrittore e compositore; personaggio geniale e al tempo stesso discutibile, dedito all’abuso di alcolici e particolarmente interessato alle giovanissime donne! Tutta l’opera narrativa di Hoffmann (in 7 anni, dal 1815 al 1822, scrisse oltre 2000 pagine di romanzi e racconti, tutti fantastici) fu tradotta da Carlo Pinelli, fratello di Tullio, per l’Einaudi. Doveroso ricordare almeno la raccolta di Hoffmann intitolata “Fantasie alla maniera di Callot” (Fantasiestücke in Callots Manier, 4 volumi) scritti a partire dal 1814 e contenente il racconto “Il vaso d’oro”, tradotto nel 1824 da Thomas Carlyle.

A nutrirsi delle opere di Hoffmann sarà anche l’americano Edgar Allan Poe e dimostrerà di essere stato influenzato dall’autore europeo, tanto da farne il suo modello e il suo ideale, pubblicando nel 1840 i “Racconti del grottesco e dell’arabesco” (Tales of the Grotesque and Arabesque). In Francia l’autore de “I fiori del male”, Charles Baudelaire, all’età di venticinque anni legge Poe, ne rimane folgorato e lo traduce integralmente in francese dimostrando una certa devota ossessione.

Ala liberale dei Romantici, di cui fa parte anche Victor Hugo, sempre in Francia, lo scrittore di racconti fantastici Charles Nodier, bibliotecario della Biblioteca dell’Arsenale di Parigi, crea un cenacolo letterario che riunisce dal 1824 al 1836 penne del calibro di François-Adolphe Loève-Veimars che traduce in francese tutte le opere di Hoffmann.

Baudelaire scrive due saggi su Edgar Allan Poe e in generale si fa lentamente strada l’idea che le novelle brevi (non troppo brevi, però) sotto certi aspetti valgono più di una novella lunga o addirittura di un romanzo: la virtù insita nella sintesi che caratterizza il racconto breve diventa preponderante, perché ha il vantaggio immenso di accrescere l’effetto finale sul lettore. Anche se lo stesso Poe non rimane estraneo alla forma del romanzo, come dimostra la pubblicazione della “Storia di Arthur Gordon Pym”. Sin dall’ ‘800 la novella è il genere letterario preferito dagli scrittori francesi di fantastico. E non solo francesi.

All’appello non possono mancare i racconti fantastici di Théophile Gautier e quelli di altri due ‘insospettabili’ francesi: i venticinque tra racconti e romanzi squisitamente fantastici di Honoré de Balzac (del quale, dopo morto, si disse: “È morto il San Gottardo degli scrittori realisti”) e i cinquanta racconti fantastici (prelevati da un corpus di trecentocinquanta racconti) appartenenti a un altro grande personaggio della letteratura francese, Guy de Maupassant.

L’autore di origini francesi Adelbert von Chamisso scrisse nel 1814 un racconto che narra di un uomo senza ombra (venduta al demonio!) e intitolato “Storia straordinaria di Peter Schlemihl”. Molti di questi Autori sono stati tradotti in italiano.

Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, curando per l’Einaudi l’Atlante della letteratura italiana, hanno preso in considerazione anche le ‘tracce fantastiche’ presenti nella storia della nostra letteratura. Tommaso Zanotti, invece, in maniera certosina ha elencato le traduzioni delle opere fantastiche tradotte in lingua italiana, da quando è nato negli italiani un certo interesse nei confronti di questo genere letterario, fino ai giorni nostri.

Ma è possibile individuare un preciso momento storico in cui collocare la nascita del fantastico italiano?

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