Archivio per saggezza

Breve esegesi a “Pomeriggi perduti”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2017 by Michele Nigro

“Pomeriggi perduti”, è il titolo di una mia recente poesia, dove con il termine “perduti” non si vuole intendere persi, sprecati come i Wasted Years (Anni sprecati) degli Iron Maiden, ma piuttosto come l’Orizzonte perduto (Lost Horizon) di Frank Capra; pomeriggi presentati, forse, in una versione più ottimistica rispetto al Meriggiare pallido e assorto di montaliana memoria: l’isolamento conclamato e la solitudine lasciano spazio a un ascolto speranzoso; l’oltre inaccessibile diventa a tratti addirittura raggiungibile seppure indefinibile.

Perduti ovvero ‘che si perdono nel tempo’, perché senza cronaca, come certi insegnamenti ancestrali, muti, trasportati dal vento o incastonati nella pietra (e a volte liberati e fatti risuonare, come nel caso delle sculture sonore di Pinuccio Sciola); insegnamenti che non legano con le cose del tempo presente ma in un certo qual modo fanno parte del mondo, stanno al mondo per essere appresi da chi li riconosce.

L’elogio della lontananza (il sottotitolo) – come presa di distanza fisica dal caos ma soprattutto come un distanziarsi cognitivo dai falsi saperi della società civile – diventa così necessario, indispensabile: lontananza dai rumori, dall’elettricità che ha fatto progredire il mondo, è vero, ma lo ha anche reso distratto, nevrotico, iperinformato ma ignorante e perennemente occupato a inseguire una verità creata ad arte.

Così come potrebbero essere perduti, stavolta nel senso di sprecati, per chi questa spina, di tanto in tanto, non riesce proprio a staccarla.

Quando ci mettiamo in ascolto e facciamo vuoto dentro e fuori di noi, allora l’universo ci parla sul serio, insegna cose… anche se non sappiamo quali. “Sentiamo” di aver appreso, ma non chiedeteci di più! Assorbiamo saperi non detti, indefinibili, dinanzi ai quali la parola è impotente, inutile, superflua come certe faccende del mondo. Saperi che, però, ci trasformano lentamente; registriamo una saggezza non umana contenuta negli oggetti naturali, nelle forme antiche persistenti nonostante il progresso, in quelli che Ludovico Einaudi ha definito, musicalmente parlando, Elements.

Solo nella lontananza possiamo compiere questo miracolo laico.

 

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Pomeriggi perduti

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versione pdf: Pomeriggi perduti

(elogio della lontananza)

Spegnete i saperi

elettrici di sera

i confortanti aggeggi

le reti a maglie larghe

delle bugie a colori,

i fogli stampati

destinati all’oblio

a traslochi incartati

con titoli scaduti.

 

Spegnete tutto!

La verità custodita

senza proclami

dal vento d’estate

da nuvole nere

e salvifiche piogge

a mitigare arsure

a decifrare siccità interiori

si poserà come unguento

sulle ferite della mente offesa.

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Carbonio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 maggio 2017 by Michele Nigro

“… a chi confessi i tuoi segreti?
ferito al mattino a sera offeso…”

(Le aquile non volano a stormi, F. Battiato)

Dolori grezzi di puro carbonio

compressi nel tempo

diverranno preziosi diamanti d’anima

in parole e nuovi amabili gesti,

non mi avranno ancora

le abbronzate logiche mediterranee

e i rituali connubi dei vincenti.

 

Raccontare vorrei di sera

dinanzi a fuochi spenti

le occulte storie infedeli e

avventure carnali senza eredi,

ma il silenzio che tutto ricorda

m’insegna mute saggezze.

Dive e non

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2017 by Michele Nigro

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella che sembrerebbe essere sicurezza e forse è qualcos’altro. Questo tuo approccio silenzioso al mondo, non esuberante, timido, riflessivo, introverso, sulla difensiva – voglio che tu lo sappia, anche se le mie parole oggi ti attraverserebbero senza insegnarti nulla ed è per questo che non le leggerai ora, ma le deposito qui per te in attesa di età adeguate – è e sarà motivo di scherno nei tuoi confronti: le finte persone sicure di sé ti insulteranno per sentirsi più alte, non possedendo una propria altezza interiore, scambiando il tuo silenzio per debolezza. Ma tu continua a osservare il mondo come stai facendo, se deciderai che questo è il tuo modo, registra tutto con dolorosa dovizia di particolari, lasciati colpire senza reagire come loro desidererebbero che tu reagissi, ma con dignità e stile, senza prestare il fianco a valutazioni effimere, basate su un tuo momento di stanchezza, di rabbia legittima, di sproporzionato amor proprio che diventa offesa e di errata ribellione senza eleganza. Se non riuscirai sempre a essere elegante, e per questo perderai amicizie, non preoccuparti.

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Analogico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo 2017 by Michele Nigro

Una rinnovata

infanzia analogica

ho sognato,

racconti a corto raggio

sapienze locali

su panchine sconnesse,

un segnale scorticato

come acqua piovana

riscopre terreni ignoranti.

 

Parole dette in faccia

saliva schizzata e

contatti umani,

segugi fiutano fatti

domande da strada

e notizie lente

che vanno a vapore

metro dopo metro,

a rivivere

velocità preindustriali,

fantasie forzate

dal non visto luminoso

al di là della collina.

 

Ritornerà il mistero perduto

e avrà il sapore ingenuo

delle dolci sere di primavera

sprecate in provincia.

immagine:

Martin Lewis (1881-1962),

Relics (Speakeasy Corner)

(M.74) Drypoint, 1928

Fuoco eterno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 novembre 2016 by Michele Nigro

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Per mettere fine
a stillicidi di saperi divini
verso memorie eterne,
la Natura
cattiva e giusta
inventò la Morte.
 
Ma l’uomo
condannato a finire
come tutte le cose finite
scoprì il sacro fuoco
della parola.
Arditi tizzoni ardenti
schizzati dal braciere
di Poesia
ustionarono la pelle
della dimenticanza.

Gualchiera

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 luglio 2016 by Michele Nigro

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Un autoconfino alla Levi

mi gualca l’anima urbana

a colpi di poetici folloni,

lana grezza che si crede

libera e brigante.

 

Nel silenzio naturale

le parole

lette, quando non scritte

come pesanti magli

mossi da acque libraie

plasmano nuovi saperi

addolciscono sconfitte

guariscono tessuti feriti

da indossare.

Legge della Detrazione Universale di Nigricante

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 aprile 2016 by Michele Nigro

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<<… I detrattori si attivano e agiscono per sminuire l’altrui iniziativa in maniera direttamente proporzionale al numero e all’importanza dei movimenti effettuati sul piano λ (e soprattutto al grado d’importanza “i” dimostrato pubblicamente), e inversamente proporzionale all’immobilismo “ĭ” (o presunto tale). Dati la costante universale “S” della strafottenza cosmica che permette all’operatore di andare avanti sempre e comunque, e l’attrito “A” tra egli e i commenti di segno negativo, resta da stabilire la variante “r” ovvero la distanza che l’operatore riesce a ricavare tra sé e i detrattori (detta anche “distanza interiore” d-i), rispettando la direzione pubblica vettoriale originaria.>>

Il “Selecercatismo”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 febbraio 2016 by Michele Nigro

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Che cos’è il “selecercatismo”? Trattasi di una “corrente filosofica” (continua e mai alternata perché l’ignoranza esige una certa coerenza) di recente definizione ma che affonda le proprie radici in epoche antiche, quando la struttura delle città-stato fortificate e autosufficienti è diventata schema di pensiero geneticamente trasmissibile, prima dell’avvento del viaggio per conoscenza e non per necessità; gli aderenti a tale corrente hanno una visione egocentrica del sistema conoscitivo: sono le esperienze che girano intorno a noi, a distanza di sicurezza e separate da un profondo fossato popolato da coccodrilli che difendono il senso d’appartenenza dalle incursioni della curiosità; non siamo noi che dobbiamo girare nell’universo in cerca di esperienze su cui schiantarci. I selecercatisti, in particolar modo quelli italici, tra i più rappresentativi per ottusità, anche se non mancano filoni con caratteristiche specifiche in altri paesi, chiosano quasi tutte le morti di connazionali avvenute non sul patrio suolo ma in terre straniere adoperando l’ormai classica espressione “se l’è cercata!” (sottintendendo la morte o una situazione spiacevole), andando a soddisfare anche l’etimologia del termine che dà il nome alla corrente filosofica di cui ci occupiamo.

E così Pippa Bacca se l’è cercata, il fratello minore di Reinhold Messner se l’è cercata, Patrick de Gayardon se l’è cercata, Vanessa e Greta rapite in Siria, come le “due Simone”, se la sono cercata, quelli di “Medici Senza Frontiere” se la cercherebbero tutti i giorni; secondo alcuni anche Giulio Regeni, il ricercatore friulano 28enne recentemente torturato e ucciso in Egitto se la sarebbe cercata occupandosi di questioni lontane… Anch’io in fin dei conti me la cercherei ogni volta che scelgo un viaggio un po’ strano che si discosta dalle rotte del buonsenso comune.

Risultato dell’ibridazione tra l’amichevole “chi te lo fa fare?” e il “fatti li cazzi tua!” di origine razziana, il selecercatismo rappresenta l’evoluzione anti-radical chic della semplice omertà mafiosa e camorristica: mentre il soggetto omertoso tende a non esprimere alcun giudizio e soprattutto a non fornire elementi utili allo svolgimento di indagini intorno a un fatto criminoso restando in “religioso” silenzio, il selecercatista conosce (o pensa di conoscere tenendosi a debita distanza dai fatti vissuti in prima persona), parla o straparla nel corso di comizi populisti al bar, non sospende il giudizio e quindi sentenzia, elargisce consigli dall’alto della sua ignoranza, seleziona i soggetti “viaggianti” a suo dire poco intelligenti da quelli che come lui non rischiano. Il tutto restando comodamente a casa propria.

Ma i selecercatisti con chi ce l’hanno? Per il selecercatista medio, quasi sempre culturalmente e politicamente di destra o di centrodestra, cattolico fino a un certo punto ovvero fino ai margini di una fede conveniente, con cultura medio-bassa e mosso da un esasperante nazionalismo di difesa con sfumature leghiste (quando è costretto a viaggiare, è solo per “spostarsi”), qualsiasi attività (culturale, turistica, umanitaria, giornalistica, linguistica, commerciale, sportiva ecc.) svolta al di fuori del territorio nazionale (nella fattispecie del territorio italiano, ma in molti casi anche al di fuori del territorio regionale, provinciale o comunale, per non dire condominiale) comporta un rischio che non sarà mai convalidato dalle buone intenzioni iniziali di chi svolge le suddette attività internazionali o fuori dagli schemi dell’immaginario collettivo.

Scalare la vetta di una catena montuosa appartenente a un altro paese, andare in vacanza all’estero non solo per puro svago asserragliandosi in un resort ma spinti dalla voglia di conoscere altre culture, occuparsi di ingiustizie e di battaglie civili dal carattere esotico o raccontare una guerra in luoghi distanti dal proprio orticello, fare il missionario o l’imprenditore in un paese in via di sviluppo, ecc.: per il selecercatista queste elencate, e molte altre ancora, sono tutte attività inutilmente rischiose. “Perché morire all’estero quando si può comodamente morire in patria?” questa la sua domanda-motto. Il selecercatismo possiede solide basi già nella quotidianità nazionale (in fondo un giudice che viene ucciso perché combatte la mafia, se l’è cercata! Anche se, bisogna riconoscerlo, se l’è cercata in patria) ma raggiunge il suo acme dileggiante nei confronti di quelli che rischiano la propria vita o solamente i propri interessi materiali in luoghi lontani dalla quotidianità sociale e linguistica. Chi te lo fa fare ad andare fino a lì, se puoi farti ammazzare qui…?

Ma come è strutturata la psicologia selecercatista? In realtà dietro l’apparente buonsenso del selecercatista si nasconde una paura fottuta della vita e della conoscenza in senso lato! Dietro la convenienza scientificamente ricercata del non esporsi, si erge il terrore del confronto, la scomodità insita nella diversità; la passione internazionalista è vista come uno sport estremo e l’occuparsi di storie lontane come un hobby per benestanti nullafacenti e romantici sentimentali. Egli tende a etichettare come inutile e pericoloso tutto ciò che non riesce a gestire a causa del proprio limitato punto di vista: una donna stuprata perché vestita in maniera provocante o uccisa perché sessualmente libera (Ashley Olsen), l’avventuriero solitario che muore durante una traversata oceanica (o è in difficoltà come capitato a Giovanni Soldini), il giornalista freelance preso in ostaggio (o ucciso, vedi Enzo Baldoni) mentre racconta un conflitto invece di affidarsi a delle comode notizie d’agenzia… Tutti quelli morti, secondo il selecercatista, in maniera inutile, se la sono cercata perché hanno vissuto provocatoriamente, hanno varcato il confine dell’ovile, e non hanno seguito la strada tracciata dai “saggi vigliacchi” vissuti prima di loro. E sì perché il selecercatista si considera saggio, umile come piace a dio, furbo perché protetto da una sapienza da borgo medievale, intelligente ma con sobrietà per non offendere i sacri Lari, previdente come un buono fruttifero postale, originale nel suo essere attento in un mondo di pazzi, mai scontato, pavido o chiuso di mente, e soprattutto pensa di possedere le chiavi per la vita eterna: noiosa, bidimensionale, grigiastra, ripetitiva ma eterna, perché chi invecchia e muore a casa propria, diciamocelo, è un po’ come se vivesse per sempre senza aver mai vissuto.

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Vinicio Capossela nel paese dei coppoloni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2016 by Michele Nigro

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Lo so, ora siete tutti presi dal successo ai botteghini del film di Checco Zalone e vi starete ancora piegando dalle risate per le sarcastiche sferzate che il geniale comico barese ha inflitto alle italiche debolezze, ma desidero tentare ugualmente di buttare giù alcune considerazioni riguardanti una pellicola che certamente non avrà le fortune economiche di Zalone (e come potrebbe in soli due giorni di programmazione nelle sale?) e che merita un altro tipo di analisi e di apprezzamento. E nel farlo contrapporrò alla domanda “Quo vado?” formulata da Checco Zalone, scimmiottando il titolo di un famosissimo kolossal del ’51, un’altra ben più consistente e profonda che Vinicio Capossela porge insistentemente a se stesso e agli spettatori nel corso del suo film intitolato “Vinicio Capossela – Nel paese dei coppoloni” (e ispirato al romanzo – “Il paese dei coppoloni” – scritto dall’artista di origine irpina): <<Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?>>. Una serie di domande che non hanno un tono severo come quelle rivolte dal doganiere ai poveri Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, ma posseggono la delicatezza di chi semplicemente desidera riscoprire le proprie radici, e l’urgenza “filosofica” di chi vuole dare un senso meno superficiale al proprio esistere. Le risposte a questo trittico di domande saranno di volta in volta diverse per ognuno di noi: per Capossela, cantautore e musicista polistrumentista, una sarà <<vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri…>>, anche se indipendentemente dal tipo di risposta (e di interessi culturali ed esistenziali), si scorgerà una radice comune a motivare la ricerca: il bisogno di raggiungere gli archetipi del nostro esistere. E per farlo occorre ritornare alle origini, incontrare personaggi e visitare luoghi, ascoltare racconti, confrontarsi con simboli primordiali, riscoprire oggetti arcaici dimenticati e seppelliti dalla grande storia; riappropriarsi della tradizione non per rimanerne prigionieri ma per comprendere meglio il proprio cammino, giustificarlo nel tempo presente.

Vinicio Capossela compie questa operazione con stupore fanciullesco, assecondando una certa predisposizione al meraviglioso, immerso in quell’atmosfera onirica appartenente da sempre al “personaggio Capossela” e che già caratterizza le sue opere musicali, ma anche con la consapevolezza di chi sa perfettamente cosa cercare e dove: di tanto in tanto, tra un capitolo e l’altro del film, immerge fogli scritti nell’acqua o li getta nel fuoco, come a voler riconsegnare un significato al significante, come a voler dire che le storie raccolte e raccontate appartengono prima di tutto agli elementi, alla natura, e in secondo luogo alla parola e all’uomo che è di passaggio. Gli archetipi sono eterni: l’uomo li fa propri per il tempo che gli è concesso vivere, per poi restituirli al legittimo proprietario, a madre natura che li conserva ed elargisce a chi sa leggerli.

<<A chi appartenete?>>, perché noi non siamo liberi ma siamo legati – apparteniamo, appunto – a una storia, un territorio, un popolo, una famiglia, una tradizione. Possiamo nascere in Germania, come è capitato a Vinicio Capossela; possiamo allontanarci dall’appartenenza assecondando percorsi controculturali o per altre esigenze pratiche, ma alla fine dobbiamo dare ascolto a quei richiami ancestrali che fanno vibrare la nostra intimità genealogica. La mitologia paesana, tra un aneddoto e un canto antico, è il patrimonio ereditato da chi comincia questo viaggio: un viaggio a ritroso nel tempo “non tanto per conoscere, quanto per ri-conoscere e quindi riconoscersi”; lo stesso Capossela definisce il romanzo da cui è tratto il film come un romanzo picaresco, “un libro di cammino”: lungo la strada il viandante legge i segni abbandonati, arrugginiti, appartenenti a un insegnamento non scritto ma tramandato per altre vie, ausculta gli oggetti che hanno ancora tante storie da raccontare. Anche la descrizione di un matrimonio d’altri tempi o di un piatto da cucinare contiene istruzioni provenienti da epoche lontanissime e sagge. Il messaggio è nelle cose, nelle forme che la natura offre al viandante, nella musica ottenuta con strumenti arcaici… A confortare questa teoria c’è un punto nel film in cui Capossela afferma che il sacro ha abbandonato i luoghi deputati alla sacralità, ovvero le chiese: da lì se l’è svignata; il sacro si è trasferito in luoghi e oggetti prosaici, perché come dice lo stesso Capossela l’obiettivo (del libro e del film) è quello di far prevalere la verità dell’immaginazione sulla menzogna della realtà. Solo chi usa la propria immaginazione può cogliere la bellezza e il sacro lì dove gli altri non andrebbero mai a cercarli. E infatti grida Capossela in una scena del film, mentre cavalca una trebbiatrice volante: “Al Padreterno le cose inutili gli sono sempre venute bene!”

Maria Pina Ciancio

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