Archivio per saggio

“Non andartene docile in quella buona notte”, Dylan Thomas

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2018 by Michele Nigro

La poesia “Non andartene docile in quella buona notte”, letta in questo video da Michele Nigro, è tratta dalla raccolta “Poesie – Dylan Thomas” ed. Einaudi 2002, a cura di Renzo S. Crivelli, traduzione di Ariodante Marianni.

 

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“Frequenze Poetiche” n.9 – maggio 2018

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 luglio 2018 by Michele Nigro

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Giorgio Moio, poeta, saggista, critico letterario, editore, m’informa della presenza sul n.9 di “Frequenze Poetiche”, rivista di poesia internazionale ed altro, del mio scritto semi-autobiografico intitolato “1978 – 2018: comunicato n.7”, lievemente ri-editato per l’occasione dalla redazione di FP. Al di là del personale contributo, trattasi di un numero ricco e interessante, come si può evincere dall’indice. Buona lettura!

Segue come da comunicato:

INDICE

POETI – SCRITTORI – DONNE E UOMINI ILLUSTRI DEL PASSATO
– Maria Farina, Eleonora Duse…………………………………. p. 5

POETI DA RICORDARE
– Octavio Paz, Henri Michaux: viaggio nell’abisso………….. ” 9

CRITICA LETTERARIA & D’ARTE
– Antonio Sacco, Relazione tra poesia e pittura…………. ” 17
– Javier Josè Rodriguez Vallejo, Baudelaire una lucie’rnaga que illumina una biblioteca de Arteaga……………………………………………………………………………………….. ” 22

POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA
– Leopoldo Attolico, La musica è finita………………………………………… ” 27

POESIA STRANIERA CONTEMPORANEA
– Carlos Vitale, Jornada y otros poemas…………………………………….. ” 31

POESIA VISUALE – SCRITTURE ASEMANTICHE – ARTI VISIVE
– Carlo Bugli, Senza titolo………………………………………………………….. ” 25
– Fabio Strinati, Quattro musiche visuali………………………………………. ” 31

PROSA – AFORISMI – HAIKU
– Michele Nigro, 1978 – 2018: comunicato n.7…………….. ” 40

RIVISTE DI LETTERATURA
– Raffaele Giglio, «Critica Letteraria». Una rivista
napoletana………………………………………………………………. ” 53

DISCUSSIONI & INTERVISTE
– Giorgio Moio, Intervista a Marco Palladini…………………. ” 61

LETTURE & RILETTURE
– Alfonso Amendola, Della feroce limpidezza in
Bruno Di Pietro…………………………………………………………. ” 71
– Francesco Aprile, La fiera degl’inganni di Giorgio Moio…………………….. ” 73
– Marilena Cataldini, Riflessioni al varco di un cancello……………….. ” 75

MOSTRE D’ARTE – EVENTI – NOTIZIARIO ………………… ” 78

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Insolito e Fantastico n. 19 dedicato al Gotico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 9 maggio 2016 by Michele Nigro

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GOTICO
Insolito e Fantastico n. 19

Sommario

Gotico e neogotico, eredi del passato, di Carlo Bordoni
L’orrore ben temprato del fantastico irlandese (Romolo Runcini)
Introduzione al “gothic novel” (Carlo Bordoni)
Trasformazioni e sopravvivenze (Giorgio Rimondi)
Thomas Tryon e il gotico americano (Riccardo Gramantieri)
Impronte gotiche in Shining (Barbara Sanguineti)
Vathek: quando l’occidente sapeva guardare ( Riccardo Rosati)
L’inferno che stiamo attraversando (Giuseppe Panella)
Mondi e visioni della notte (Walter Catalano)
Poe oltre Poe (Vito Tripi)
Il Faust di Goethe, parodia del gotico (Chiara Nejrotti)
Le suggestioni gotiche del cinema di Burton (Max Gobbo)
Solo un Dio ci può salvare (Claudio Asciuti)
Conte Dracula: vittima o carnefice (Jole Ottazzi)
Intervista (Piero Prosperi)
Un vecchio diario (Piero Prosperi)
Lo scricchiolio del gelo (S. Gaut vel Hartman)
Il portale (Alex Barcaro)
Incontro (Andrea Ferrari)
Il simulacro (Andrea Franzoni)
L’ombra dei migratori (Massimo Prandini)
Le meraviglie del Duemila (Emilio Salgari)
Ancora sulle biblioteche (Donato Altomare)
Nel labirinto di Cronenberg (Walter Catalano)
Il futuro di Urania (Walter Catalano)
Dalle ucronie di Sarban a Sawyer in giallo (Claudio Asciuti)
Distopie italiane (Giuseppe Panella)
Una dittatura medica (Nunziante Albano)
Linus e il regressio ad uterum (Claudio Asciuti)

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Logiche autunnali

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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“Il momento della partenza…” su Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 giugno 2015 by Michele Nigro

Il saggio su Tolkien e Manzoni “Il momento della partenza. Analogie e differenze tra gli illustri esempi di Manzoni e Tolkien” è stato pubblicato su Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Per leggerlo, cliccare qui.

E nel post che trovate qui invece ho tentato, tempo fa, di spiegarmi il perché (o i perché) di questo scritto.

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Insinuazioni bibliche su “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2014 by Michele Nigro

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Insinuazioni bibliche su

“Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

(le misteriose nascite di Gesù il Nazareno e Anakin Skywalker)

La saga fantascientifica di “Guerre Stellari” possiede una struttura eterogenea e attinge elementi da varie fonti; in particolare è disseminata di riferimenti biblici velati o palesi: le frequenti ambientazioni desertiche in ricordo del “deserto dei padri” di origine veterotestamentaria e il deserto come luogo di ricerca spirituale silenziosa, di isolamento e di espiazione, di passaggio, di sospensione storica e di attesa (ad es. il vecchio “Ben”, Obi-Wan Kenobi, in “Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza”); l’aridità del pianeta Tatooine, e le sue abitazioni povere, ricordano alcune zone della Palestina ai tempi di Gesù il Nazareno; l’Impero Galattico di Darth Sidious è molto simile all’Impero romano di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto; Coruscant è come Roma caput mundi, o sarebbe meglio dire caput universi, con tanto di Senatus Populusque Romanus in versione galattica… Numerosi anche i riferimenti alla cultura religiosa cristiana: ad esempio l’organizzazione dei Cavalieri Jedi ricalca in molti punti quella monastico-spirituale di certi ordini religiosi cavallereschi (o religioso-militari) appartenenti alla nostra cristianità medievale (anche se le spade laser dei Jedi ricordano di più le katana, le tradizionali spade giapponesi utilizzate dai samurai). L’obiettivo di George Lucas non è stato certamente quello di riproporre in chiave science fantasy la storia contenuta nella Bibbia (lo dimostra il fatto che nella saga convergono, come già ricordato, più elementi eterogenei, non solo di natura biblica, provenienti da culture e tempi differenti, e da fonti letterarie e cinematografiche differenti), ma di sicuro ha, per così dire, “preso in prestito” alcuni elementi di origine biblica. Il più importante dei quali è contenuto nel primo film della trilogia prequel intitolato “Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma” che, come gli estimatori della saga sanno, affronta in maniera approfondita, a distanza di circa vent’anni dalla proiezione nei cinema degli episodi IV, V e VI, i fatti “storici” e le vicissitudini personali dei protagonisti che sono alla base delle avventure descritte di seguito nella cosiddetta “trilogia originale”.AnakinShmi
In “Star Wars Episodio I” la madre del piccolo Anakin Skywalker, Shmi Skywalker, confida al maestro Jedi Qui-Gon Jinn che Anakin non ha un padre, che il suo concepimento è stato un inspiegabile miracolo, frutto presumibilmente della cosiddetta Forza, un’energia onnipresente che pervade e sostiene l’intero universo, e ad opera dei midi-chlorian di cui si dirà tra breve. La scienza ha fornito un nome poco romantico a questo fenomeno presente in natura tra alcune piante e animali: partenogenesi, ovvero riproduzione verginale, quando lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
Dice Shmi:

<<Non c’è stato un padre.
Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto.
Non so spiegare cos’è successo…>>

Questo evento straordinario non può non richiamare alla mente il dogma religioso, citato nella Bibbia, riguardante il cosiddetto concepimento verginale di Gesù da parte di sua madre Maria, scelta da Dio per mettere al mondo il proprio tumblr_m50xvc0XXf1rpl92qfiglio. Le differenze tra i due concepimenti, a ben vedere, sono irrilevanti (i recenti avvicinamenti, confermati più dalla scienza che dalla religione, tra spiritualità e meccanica quantistica ci suggeriscono un’interessante indistinguibilità tra il concetto di “divinità” tipicamente intesa e quello di energia “intelligente”): in entrambi i casi le cause del concepimento, in un certo modo, sono “conosciute”. Il Dio degli Ebrei e la Forza nella saga di “Star Wars” sono punti di riferimento insostituibili nella concezione dell’universo e comunemente accettati. Nel caso della Forza, però, interviene anche una sorta di spiegazione scientifica a supporto della struttura mistica che caratterizza la fede dei Cavalieri Jedi: i midi-chlorian, forme di vita microscopica che vivono intumblr_inline_mzm5ltF1sj1r2ai2c simbiosi all’interno delle cellule di tutti gli esseri viventi e che permettono la percezione della Forza, come se fossero una specie di ponte tra gli esseri viventi dell’universo e la Forza stessa, la connessione tra la mente di un individuo e la Forza. I mistici di tutte le religioni del nostro mondo, non possedendo i midi-chlorian inventati per la saga di “Star Wars”, hanno dovuto affidarsi ad altri “ponti”, sviluppando altre facoltà spirituali meno fantasiose ma altrettanto portentose. In comune tra i Cavalieri Jedi e i nostri mistici vi è l’annullamento del pensiero in favore della percezione. Come insegna il maestro Qui-Gon Jinn ad Anakin:

<<Senza i midi-chlorian non esisterebbe la vita, e noi non saremmo consapevoli della Forza. In ogni istante essi ci parlano, comunicandoci il volere della Forza. Quando imparerai a placare la mente, sentirai che ti parlano.>>

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Il “Telesio” olografico di Franco Battiato e la teoria dell’universo ologramma

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2014 by Michele Nigro

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Se si ritornasse veramente a se stessi,

nel senso auspicato da Agostino,

nel senso del reditus in se ipsum,

sparendo il mondo esterno,

sparendo la natura, spariremmo noi stessi.

Dobbiamo riversarci interamente fuori di noi, per essere

(dal Primo Atto)

Si legge nel Manifesto del Connettivismo: <<Noi crediamo che il mistero dell’universo sia codificato in una chiave inafferrabile e indistruttibile: l’ologramma. Il principio olografico, il modello olonomico della mente e l’olomovimento: dalla struttura della realtà ai nostri schemi di senso la percezione conosce un solo paradigma, che racchiude le istanze della relatività e dell’indeterminazione.>> Il poliedrico musicista siciliano Franco Battiato grazie al suo Telesio, opera lirica in due atti e un epilogo dal libretto originale del filosofo Manlio Sgalambro, dimostra di aver rielaborato in forma teatrale un paradigma non più confinato in ambito teorico e scientifico ma fruibile a livello pratico, adattandolo a una ben precisa esigenza artistica. L’assenza fisica degli attori sulla scena, sostituiti da proiezioni olografiche preregistrate, realizza la relatività della percezione, sorprendendo i puristi dell’unicità del momento recitativo incarnato dalla presenza, ogni sera diversa e irripetibile, di persone reali.

Ma che cosa significa essere reali? Battiato non sceglie a caso l’olografia per rappresentare scenicamente la vita e il pensiero Bernardino_Telesiodel filosofo cosentino Bernardino Telesio, XVI secolo, che, criticando la fisica aristotelica basata su principi universali come materia, forma, sostanza, tentò di far capire ai suoi coevi la funzione principale svolta dalla percezione sensoriale nella spiegazione dei principi primi che sono alla base degli eventi naturali.

Telesio non conosceva l’olografia e non aveva a disposizione la meccanica quantistica. I sensi possono essere più importanti di una spiegazione metafisica: e quindi via dalle tavole attori e pesanti scenografie da trasportare di teatro in teatro. Battiato abdica alla materia e affida tutto all’illusione dei sensi. La scelta tecnica di questa particolare esperienza artistica si lega in maniera indissolubile ai contenuti del pensiero filosofico rappresentato. L’illusione della tridimensionalità offerta dall’olografia vince sulla falsa autorevolezza della materia. Grazie alla memorizzazione dell’informazione visiva, in seguito proiettata per mezzo di una luce laser, lo spiritus degli attori – per dirla alla Telesio! -, o meglio la loro passione recitativa, il movimento teatrale, il canto, unitamente agli allestimenti scenici, sopravvivono all’assenza fisica dei corpi e delle scenografie. Non si tratta di una semplice videoregistrazione di cui siamo consapevoli: l’ologramma sfida la coscienza disinformata sulla vera natura del visto. Come a voler dire: non è importante se sei a conoscenza della reale esistenza di quello che vedi, perché conta innanzitutto la percezione (o sarebbe meglio dire l’intuizione) dei contenuti.Battiato_Sgalambro

Solo il suono, e quindi la musica, è un fattore cosmico primordiale: pur essendo soggetto alle stesse regole della fisica quantistica, grazie alla sua preesistenza (lo sciamanesimo druidico, e non solo, ritiene che la musica sia un elemento inscindibile dalle origini dell’universo e collegabile al biblico “In principio era il Verbo” ovvero il suono iniziale che spiega la cosmogonia) ha un posto privilegiato nell’economia scenica. Uniche presenze dotate di consistenza fisica durante la prima, infatti, sono i musicisti dell’orchestra diretti dal Maestro Carlo Boccadoro: legame sopravvissuto tra sogno e realtà, l’immaterialità del suono prodotto dal vivo fa da trait d’union tra l’ologramma e la materia umana pagante presente in sala sotto forma di spettatori ben vestiti. Il concetto di truffa viene in tal modo sostituito dal bisogno di evoluzione: il fatto di aver acquistato un biglietto per vedere ologrammi invece di attori impegnati a sudare sotto i riflettori, a cantare e a ricordare battute, deve essere accolto come una sfida filosofica lanciata alle proprie abitudini sensoriali.

Viviamo in un universo strettamente interconnesso: nessun individuo è totalmente indipendente (anzi non lo è per niente), tutto è collegato a un ordine implicito invisibile. Superare la materialità dell’attore è solo il primo passo verso la scoperta di una nuova dimensione in cui siamo, olisticamente parlando, immersi. La fisica quantistica annulla l’importanza di un io organizzato ma illusorio; la soggettività (e quindi il malsano desiderio d’interazione tra attore e spettatore) è il residuo di una presunzione meccanicistica destinata, con il tempo e con l’umiltà derivante dall’esercizio di un altro tipo di osservazione, a estinguersi. La natura, c’insegna il pensiero di Telesio, va studiata attraverso i sensi e contemporaneamente per mezzo della negazione di questi: allo stesso modo l’esperienza sensoriale dell’ologramma minaccia il dominio della materia, perché quello che conta è la connessione delle parti tra di loro e con il tutto, e non la loro presunta autonomia.

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Giuseppe Dessì in Europa e nel mondo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 8 luglio 2012 by Michele Nigro

… ricevo e con piacere ritrasmetto…

Giuseppe Dessì in Europa e nel mondo:
le novità nel panorama editoriale straniero.
*

La Fondazione Giuseppe Dessì, attraverso il Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore sardo (nato a Cagliari nel 1909 e morto a Roma nel 1977), ha promosso una serie di iniziative per la diffusione e la valorizzazione all’estero delle opere e del messaggio di Dessì.

In particolare, i romanzi “San Silvano” e “Il disertore” hanno incontrato l’attenzione del panorama editoriale internazionale. Frutto della preziosa collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura in Svezia, guidato dal professor Paolo Grossi, la versione svedese di “San Silvano” è stata presentata a Stoccolma lo scorso ottobre. Tradotto e introdotto da Oleksandra Rekut, il romanzo è stato pubblicato anche in Ucraina nel numero monografico della rivista “Vsesvit”.

“Il Disertore” sarà invece disponibile entro l’anno prossimo per il mercato editoriale in Spagna (dove uscirà per i tipi dell’Editorial Catedra, con traduzione e introduzione di María de las Nieves Muñiz Muñiz) e in Lituania (tradotto da Gingiute Beruta Piatrovna e pubblicato dalla Charidbe di Vilnius, con introduzione firmata da Anna Dolfi, tra le massime studiose dell’opera di Dessì).

Oltreoceano, il Brasile ha mostrato particolare interesse e intenzioni editoriali per le opere dello scrittore sardo, ma la Fondazione Dessì e il Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita stanno predisponendo contatti di collaborazione anche con diversi altri paesi extra-europei.

In Italia, intanto, è imminente la pubblicazione per l’editore Bulzoni di “Dessì tra traduzioni e edizioni”: un saggio che, grazie al lavoro sinergico di numerosi studiosi, traccia un quadro della diffusione dell’opera dessiana nei diversi paesi del Vecchio Continente.

* * *

FONDAZIONE GIUSEPPE DESSÌ
Via Roma, 65 – 09039 – Villacidro (Medio Campidano)
tel. 070 93 14 387 – 3474117655 – 3406660530
fax 178 22 18 462
E-mail: fondessi@tiscali.it

Ufficio stampa:
RICCARDO SGUALDINI
tel.:   070 34 95 415 ; cell.   347 83 29 583
E-mail: tagomago.1@gmail.com

CRISTIANO BANDINI
cell.   349 58 38 311 ;
E-mail: cristiano.bandini@gmail.com

“Il momento della partenza” diventa eBook

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2012 by Michele Nigro

Il mio saggio intitolato “Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien” è da oggi disponibile gratuitamente (qui) in versione e-book (pdf), grazie alla pregevole iniziativa degli amici de “LaRecherche.it” (Rivista Letteraria Libera), nella collana collegata E-book: i Libri liberi de LaRecherche.it.

Roberto Maggiani, curatore (insieme a Giuliano Brenna) de LaRecherche.it, ha le idee molto chiare, e non è il solo in questo periodo florido per l’editoria digitale, sull’argomento e-book: “Pubblicare un eBook permette di ridurre l’impatto ambientale dovuto all’abbattimento di alberi, oltre che una migliore, più mirata e capillare, distribuzione che dona al libro una viva visibilità destinata a perdurare nel tempo.”

Non conoscerò mai del tutto le motivazioni inconsce che mi hanno spinto verso la formulazione di analogie “scandalose” per un certo mondo accademico. Un mondo che in alcuni casi tende a separare in maniera drastica epoche e personaggi a causa di una non dichiarata paura nei confronti di accostamenti considerati audaci ma a mio avviso possibili e necessari. La letteratura per sua natura annulla il tempo e lo spazio, avvicina mondi inconciliabili, dà vita a dialoghi impossibili: tutto questo è realizzabile grazie al fatto che le idee primordiali, gli archetipi da cui derivano i personaggi e i racconti di ogni epoca, sono incorruttibili e la loro validità è costante. Cambia la forma, ma i contenuti tematici si riverberano nel tempo, passando addirittura da un genere letterario all’altro. Non conoscerò mai, dicevo, le motivazioni intime che mi hanno spinto a scrivere questo saggio; posso avanzare solo ipotesi: forse il bisogno di alcuni cambiamenti esistenziali che in maniera inconsapevole identifico nella partenza; l’aver finalmente realizzato che molte delle cose che consideriamo eterne in realtà sono passeggere; che noi stessi siamo di passaggio e che i cosiddetti ‘punti fermi’ della nostra vita sono solo effimere illusioni; il bisogno di compiere viaggi destabilizzanti per meglio apprezzare la tradizione, di riscoprire la ricerca per salvarsi dalla monotonia degli schematismi… La vita è movimento; l’evoluzione è crisi; il dolore a volte è preliminare alla gioia. I luoghi e gli oggetti che amiamo non c’appartengono: il viaggio ripristina la gerarchia dei valori.

La stesura di questo lavoro saggistico (da me ribattezzato ‘cut up intertestuale’), nato da un’idea maturata nel corso del 2010 e forse stimolato dalle varie ‘partenze’ in qualità di viaggiatore che hanno caratterizzato l’estate di quell’anno, ha avuto la possibilità di realizzarsi anche grazie alla provvida lettura di un libro di Marco Santambrogio intitolato “Manuale di scrittura (non creativa)”, Laterza editori. Filosofo del linguaggio all’Università di Parma, Santambrogio presenta in maniera scientifica e meticolosa gli ‘strumenti’ grazie ai quali poter analizzare un testo, costruire un’argomentazione inattaccabile e realizzare la stesura del proprio saggio. A volte un’idea, anche se entusiasmante e valida, ha bisogno di essere disciplinata (soprattutto in ambito saggistico) da una serie di regole da cui non si può prescindere. Con questo non voglio e non posso dire di aver raggiunto l’obiettivo e di aver scritto un saggio inattaccabile, anzi: le numerose e preziose critiche provenienti dal mondo accademico e nella fattispecie dai filologi che hanno onorato il mio scritto leggendolo, mi hanno dato la possibilità di rilevare lacune che necessitano di approfondimenti narratologici e di revisioni pure e semplici dal punto di vista testuale, e m’inducono a pensare a un lavoro in realtà appena iniziato. Ho già cominciato a raccogliere da mesi le critiche costruttive e i consigli di lettura: il risultato di questo processo di autoediting potrebbe coincidere con la nascita di una ‘seconda edizione’ del saggio o addirittura con la distruzione quasi totale della versione proposta in pdf dal sito de LaRecherche.it.

Al di là di questi discorsi ‘escatologici’ riguardanti il mio saggio, posso senz’altro affermare che tutto sommato è stato ‘divertente’ far interagire Manzoni e Tolkien intorno a un argomento che, secondo il mio umile punto di vista, accomuna queste due grandi firme della letteratura mondiale. Affascinanti e a volte anche faticosi ma necessari sono stati i cosiddetti ‘giorni della revisione’: giorni avventurosi, portatori sani di saggezza, giorni che torneranno a farmi visita se deciderò di affrontare una seconda edizione di questo saggio, giorni indispensabili in vista di una probabile crescita letteraria.

L’importante è… partire.

La Singolarità su “Future Shock” n.59

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 4 dicembre 2011 by Michele Nigro

E’ uscito il n.59 (Anno XXIII, ottobre 2011, nuova serie) della pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza “Future Shock” curata come sempre dall’intellettuale cattolico, il prof. Antonio Scacco di Bari. Spulciando il sommario salta subito agli occhi l’interessante saggio di Cristina Bellon intitolato “L’intelligenza superumana: la Singolarità Tecnologica” (all’interno del quale spicca il paragrafo “Una nuova new wave: il connettivismo”). Tra gli altri scritti che animano il numero anche alcuni miei interventi: l’intervista già nota ai lettori di questo blog “25 anni di Future Shock: la Fantascienza Umanistica di Antonio Scacco – intervista a cura di Michele Nigro” ripresentata agli abbonati di “Future Shock” con un nuovo apparato iconografico e con un nuovo titolo scelto all’uopo da Scacco (titolo da cui io pacatamente mi dissocio): “L’interconnessione tra Cristianesimo, modernità e fantascienza”; il racconto “L’ultimo tramonto” e la recensione al romanzo breve “Un anno nella città lineare” dello scrittore statunitense Paul Di Filippo. Nella rubrica Notizie un ricordo di Vittorio Curtoni recentemente scomparso e nell’angolo della posta – Ci scrivono i lettori -, dove a rispondere è lo stesso curatore, non mancano interventi pro e contro la linea editoriale scelta da Scacco per la sua fanzine. Buona lettura.

Il poeta è un cinico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2011 by Michele Nigro

<<L’insoddisfazione delle proprie vite, il dolore, la solitudine, sono dei fattori predisponenti necessari per una scrittura che vada a fondo nell’animo umano o si può scrivere in modo frivolo anche solo per soddisfare esigenze estetiche… per pura descrizione?

Alle volte uno stato d’animo angosciato, a causa delle cose della vita che uno non può rea­lizzare, a causa anche di una “attesa tradita”, ti dà la possibilità di ottenere un’alternativa altro­ve, di coglierla altrove e di riscattare il vissuto altrove…

Ci sono altre scuole di pensiero che vedono la poesia come una finzione e non come sofferen­za; come un rebus da risolvere; la poesia come capacità nel saper realizzare delle cose. La sofferenza è una finzione, in quanto il poeta non fa nient’altro che utilizzare delle forme. IL POETA È UN CINICO. Non è detto che il poeta debba essere per forza un sofferente, un’anima in pena, ma è un “grande cinico” che sfrutta le situazioni. Un funerale? Ci fa una poesia. Chernobyl, le Twin Towers…? Ogni occasione è buona per fare una poesia. Il poeta è uno che sfrutta per un proprio tornaconto; lucido, freddo, anche nelle situazioni negative lui scrive una poesia. Quindi non ci vedrei una grande sofferenza in questo atteggiamento.

Io personalmente ho scritto poesie “rubando” immagini alla gente; ho sentito parlare di sogni, di esperienze che ho ascoltato e rubato e su cui ho costruito poesie…>>

(tratto da Intervista a Vito Cerullo – “Nugae” n.4/2005)

Guido Davico Bonino e “La letteratura fantastica italiana”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 ottobre 2011 by Michele Nigro

Si è rivelato interessante e piacevole fin dalle prime battute l’excursus proposto il giorno 27 ottobre 2011 all’Università di Salerno dal prof. Guido Davico Bonino sulla letteratura fantastica italiana: una tematica che è stata curata in maniera sistematica dagli italianisti del nostro Paese solo a partire dagli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo.

La “cicalata” sul fantastico italiano – come ha ribattezzato lo stesso Davico Bonino la sua dotta relazione – è partita da quelli che potremmo definire gli albori e non si è limitata a un’analisi ‘locale’ del genere letterario ma ha preso forza dall’inevitabile considerazione delle esperienze europee e mondiali che di seguito hanno influenzato positivamente gli autori italiani.

Sin dal ‘500 singolari scrittori hanno espresso la loro capacità creativa nell’ambito del fantastico.

Il primo nome illustre a cadere nella ‘rete’ del relatore è stato quello di Giovan Francesco Straparola (1480-1557?) che con la sua raccolta di racconti boccacceschi intitolata “Le piacevoli notti” introduce nella tradizione letteraria della penisola italica l’elemento fantastico. Senza tralasciare, in ordine cronologico, il famoso “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (1566-1632) e le opere teatrali di Carlo Gozzi (1720-1806). Sarebbe stato pleonastico ribadire che questi autori classici con le loro opere rappresentano un tipo di fantastico che potremmo definire ‘primordiale’: il racconto fantastico di quei secoli coincide quasi sempre con una fiaba in cui è contenuto un “senso del meraviglioso” veicolato da animali introvabili in natura, piante mostruose, luoghi inimmaginabili, situazioni fisiche paradossali… Alcuni secoli più tardi, tuttavia, il saggista Cvetan Todorov (1939 – vivente) nella sua opera “La letteratura fantastica” avvertirà l’esigenza di mettere un po’ d’ordine affermando: <<bisogna distinguere tra ‘meraviglioso’ e ‘fantastico’>>

La Francia, dal punto di vista del genere fantastico, ha svolto l’importante funzione di ‘nazione apripista’: partendo da Charles Perrault, passando per Jean Cocteau, Jules Verne fino a un ‘insospettabile’ Émile Zola.

Non da meno la Germania con Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822): giurista, scrittore e compositore; personaggio geniale e al tempo stesso discutibile, dedito all’abuso di alcolici e particolarmente interessato alle giovanissime donne! Tutta l’opera narrativa di Hoffmann (in 7 anni, dal 1815 al 1822, scrisse oltre 2000 pagine di romanzi e racconti, tutti fantastici) fu tradotta da Carlo Pinelli, fratello di Tullio, per l’Einaudi. Doveroso ricordare almeno la raccolta di Hoffmann intitolata “Fantasie alla maniera di Callot” (Fantasiestücke in Callots Manier, 4 volumi) scritti a partire dal 1814 e contenente il racconto “Il vaso d’oro”, tradotto nel 1824 da Thomas Carlyle.

A nutrirsi delle opere di Hoffmann sarà anche l’americano Edgar Allan Poe e dimostrerà di essere stato influenzato dall’autore europeo, tanto da farne il suo modello e il suo ideale, pubblicando nel 1840 i “Racconti del grottesco e dell’arabesco” (Tales of the Grotesque and Arabesque). In Francia l’autore de “I fiori del male”, Charles Baudelaire, all’età di venticinque anni legge Poe, ne rimane folgorato e lo traduce integralmente in francese dimostrando una certa devota ossessione.

Ala liberale dei Romantici, di cui fa parte anche Victor Hugo, sempre in Francia, lo scrittore di racconti fantastici Charles Nodier, bibliotecario della Biblioteca dell’Arsenale di Parigi, crea un cenacolo letterario che riunisce dal 1824 al 1836 penne del calibro di François-Adolphe Loève-Veimars che traduce in francese tutte le opere di Hoffmann.

Baudelaire scrive due saggi su Edgar Allan Poe e in generale si fa lentamente strada l’idea che le novelle brevi (non troppo brevi, però) sotto certi aspetti valgono più di una novella lunga o addirittura di un romanzo: la virtù insita nella sintesi che caratterizza il racconto breve diventa preponderante, perché ha il vantaggio immenso di accrescere l’effetto finale sul lettore. Anche se lo stesso Poe non rimane estraneo alla forma del romanzo, come dimostra la pubblicazione della “Storia di Arthur Gordon Pym”. Sin dall’ ‘800 la novella è il genere letterario preferito dagli scrittori francesi di fantastico. E non solo francesi.

All’appello non possono mancare i racconti fantastici di Théophile Gautier e quelli di altri due ‘insospettabili’ francesi: i venticinque tra racconti e romanzi squisitamente fantastici di Honoré de Balzac (del quale, dopo morto, si disse: “È morto il San Gottardo degli scrittori realisti”) e i cinquanta racconti fantastici (prelevati da un corpus di trecentocinquanta racconti) appartenenti a un altro grande personaggio della letteratura francese, Guy de Maupassant.

L’autore di origini francesi Adelbert von Chamisso scrisse nel 1814 un racconto che narra di un uomo senza ombra (venduta al demonio!) e intitolato “Storia straordinaria di Peter Schlemihl”. Molti di questi Autori sono stati tradotti in italiano.

Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà, curando per l’Einaudi l’Atlante della letteratura italiana, hanno preso in considerazione anche le ‘tracce fantastiche’ presenti nella storia della nostra letteratura. Tommaso Zanotti, invece, in maniera certosina ha elencato le traduzioni delle opere fantastiche tradotte in lingua italiana, da quando è nato negli italiani un certo interesse nei confronti di questo genere letterario, fino ai giorni nostri.

Ma è possibile individuare un preciso momento storico in cui collocare la nascita del fantastico italiano?

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