Archivio per sesso

non è più tempo di maiuscole

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 febbraio 2015 by Michele Nigro

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un’imprevista coesistenza tra istinti e disciplina

smorza gli entusiasmi dello spettacolo

e maturo ti inchini ad atroci richieste,

avanzando a colpi di machete

nella giungla crudele dell’esistere.

non è mai stata giusta

e ai suoi figli toglie di bocca, senza pietà

parole e speranze sognate nel buio.

la vita, questo dono bastardo

nato da geni casuali come

passeggeri seduti vicini per sbaglio

su autobus diretti verso il solito buco morente.

eppure fedeli ingoiamo strani veleni

non previsti dalla gloria

muovendo passi fiduciosi e sciocchi.

un’inerzia morale illude le disincantate menti

collegate a cuori stanchi di spingere invano

quel liquido portatore di sensuali eternità.

hai intenzione di crederci ancora, ritornando sulla strada?

sai che il movimento dà risposte inattese alla disperazione

rimescola un dolore riproposto ogni volta sotto altre forme.

illuso e testardo giocatore di dadi

abbozzi un’effimera pazienza da finto saggio,

da buon diplomatico sovrastrutturato

convivi con la più cocente sconfitta

soffri perché non intravedi ancora la sua nascosta saggezza

il velato messaggio di bellezza dietro i silenzi,

mentre ogni notte sogni, vergognandoti

mani sudice colme di premi

rubati in fretta

ossessionato dalla paura di non avere fortuna.

presto sulle delusioni si formeranno croste,

ci sentiremo guariti e vincenti, di nuovo in gara

impareremo a volare basso

sfiorando la terra che attende i nostri costosi cappotti di legno.

intanto sommiamo piccole morti invisibili,

s’avvicina l’ora della spugna non gettata

ma lasciata cadere da una meritata

mancanza di voglia.

 

non è più il tempo delle facili maiuscole,

solo impercettibili minuscoli passi sull’asfalto

per raggiungere nell’oscurità

il campanello d’allarme

di un’inutile salvezza.

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Evolution

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 gennaio 2015 by Michele Nigro

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Simulo una sorta di svezzamento

dal richiamo dei lombi,

accolgo benevolo Prometeo

e il suo fuoco evolutivo.

Un insistente prurito sulla schiena

denuncia la futura nascita di ali umane,

vorrei volare

zavorre culturali e tradizioni esistenziali

tamponano l’entusiasmo per nuovi schemi interiori

boicottano decolli verso altre forme di vita.

Le sabotage

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 gennaio 2015 by Michele Nigro

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Si attende il virgulto ereditante

agognato sospiro di tesi parenti

sospettosi, insinuanti

in astinenza da gioie altrui.

Sciocca salvezza genetica

rispettata tradizione da mostrare

su balconi annuncianti e gloriosi

di familiari dittature, bassa cultura

dello sperma arruolato da morenti zie

per secolari guerre di posizione.

Alberi genealogici bruciati

dal fuoco di un’indifferente

attesa goliardica,

osservi ciondolare i tuoi piedi

da un ponte sul Bosforo, eterno fanciullo curioso

ti unisci in matrimonio con il mondo.

La discendenza sarà un puzzle ribelle

di esperienze e parole

senza copie casuali da allattare,

diventerai l’improduttivo sabot

tra gli ingranaggi di un sorridente sistemarsi

che detta leggi e tempi.

Testamento a te stesso,

ti allontani lento da maschere sociali

assetate di finta stabilità, premessa di una morte in vita

non ascolti dicerie

non assecondi profezie.

Libera e consapevole riproduzione di idee

eredità pensata, lontana dal clamore

nella rassegnata dimenticanza

degli etichettatori di quantità sessuali.

Morirete con me

inutili aratri, storici solchi abusati

nel dolce tramonto dell’esistenza.

Receptionist

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 dicembre 2014 by Michele Nigro

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Una finta gentilezza da receptionist

s’infrange sulla scogliera tagliente e vera

di chi ha conosciuto l’umanità dell’io

l’odore del sesso senza inutili sorrisi.

La pelle interiore urla le proprie ragioni

anche quando è rivestita di maniere,

pretende sincerità ad ogni angolo del paese.

L’intimità allenata di anime scorticate

scandaglia con fare esperto i cuori educati della strada,

al dolore vivo propongono trucchi, giochi e frasi d’ufficio

ma gli occhi ormai sanno più di quel che le labbra dicono.

“Lost in Translation”: perdersi e ritrovarsi… a Tokyo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2014 by Michele Nigro

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Scrive Michel Onfray in “Filosofia del viaggio (Poetica della geografia)”: <<… ci si mette in cammino spinti soltanto dal desiderio di partire incontro a sé stessi nel disegno, molto ipotetico, di ritrovarsi, se non di trovarsi. […] I tragitti dei viaggiatori coincidono sempre, segretamente, con ricerche iniziatiche che mettono in gioco l’identità.>> Ma per imparare a ritrovarsi (e a trovare gli altri con occhi nuovi) bisogna prima di tutto perdersi: nella traduzione di una lingua difficilissima, nelle notti insonni trascorse a guardare canali incomprensibili, nel fondo del proprio bicchiere seduti a un bar, nell’avventura di una notte… E prima ancora di partire essersi già persi nelle proprie insicurezze, in rapporti familiari che lontani da casa all’improvviso ci appaiono alienati e alienanti, nei fallimenti e nelle rinunce che la vita non risparmia a nessuno.

Il viaggio, per sua natura, offre al viaggiatore delle preziose brecce su verità che la soporifera routine dellalost-in-translation quotidianità tende a ridimensionare. Per compiere, però, questo scomodo confronto con sé stessi e con la propria vita, non occorre solo un luogo diverso ma anche un complice, un amico insonne come lo siamo noi, che parli la nostra stessa lingua (quella madre e del cuore) e soprattutto che abbia la stessa identica sete di semplicità e di verità. Come accade ai due protagonisti del film di Sofia Coppola, “Lost in Translation” (L’amore tradotto), Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) che casualmente – a volte le cose migliori della vita capitano per caso – cominciano a vivere una straordinaria e spontanea storia di amicizia tra l’hotel di cui sembrano essere prigionieri e le elettriche strade di Tokyo. Un film che, sfruttando il fattore diversità di una città lontanissima non solo geograficamente ma anche culturalmente, vuole essere un elogio a quei legami inaspettati che spesso arricchiscono l’esistenza degli uomini e delle donne.

La pellicola è caratterizzata da molte pause, silenzi, sguardi, (tutti tenerissimi e lost-in-translation-picnecessari per sottolineare la non urgenza del parlare e la bellezza nell’essere solo presenti, nell’esserci e basta, che a volte è sufficiente), e da una trama delicata e a dir poco disarmante tanto è elementare, ma che riesce a trattenere nel suo tessuto dei contenuti “filosofici” a cui nessun spettatore può sottrarsi. Contenuti che portano inevitabilmente a delle precise domande: siamo soddisfatti delle nostre vite e delle persone con cui abbiamo scelto di vivere? Cosa avremmo voluto fare nella vita e che ci ritroviamo a non fare? Cos’è che ci tiene realmente svegli la notte al di là del jet lag e del fatto di aver cambiato materasso dormendo in un hotel? Cosa ci accorgiamo di aver perso quando ci ritroviamo da soli e lontani da casa? La risposta a tutte queste domande, e a molte altre, non la ritroviamo in una notte di sesso sfrenato tra un uomo e una donna, adulti, intelligenti, liberi e sessualmente attivi – cosa che fortunatamente non avviene tra i due protagonisti perché la loro funzione in questo film è un’altra; è una funzione umanizzante anche se passeggera – ma in una tenera amicizia nata per sopperire a mancanze interiori ed esistenziali e che va ben al di là della semplice e ormai scontata “conquista carnale” (scontata cinematograficamente parlando!). Ed è forse proprio questa piccola ma importante eversione del canone hollywoodiano del “sesso facile e a buon mercato”, a rendere speciale il film di Sofia Coppola.tumblr_mbgog2P85B1ri3in9o1_1280

Ci si può amare senza amarsi materialmente? È possibile far incontrare le anime di due esseri viventi, un uomo e una donna, due esperienze, due età, due insoddisfazioni, in una zona neutrale e asessuata? La risposta, decisamente impopolare, è , si può! E soprattutto, la domanda più scomoda: vi può essere più amore – almeno in alcuni frangenti dell’esistenza – nell’amicizia che non nei consolidati e ufficiali rapporti coniugali? Anche in questo caso la risposta è positiva. Sono momenti di grazia, e quindi rarissimi, ma possibili. Momenti che magicamente trasformano gli asettici non-luoghi di Marc Augé (aeroporti, hotel, ristoranti… tutti quei luoghi che non ci appartengono) in luoghi del cuore che diventano per sempre nostri. Diventano storia, e non una storia. Vi è più amore nella condivisione spontanea e semplice, raccontando di sé stessi l’uno all’altra in un letto, restando vestiti e guardandosi negli occhi, che nella petulante richiesta di scelta del colore della moquette da parte di una moglie distante emotivamente e troppo presa dai figli, o nell’arrivismo professionale di un giovane marito che fugge.

Il viaggio, ma non solo il viaggio – anche su altri terreni “neutrali” è possibile realizzare il confronto che ci serve -, dà la possibilità al viaggiatore di “guardarsi da fuori” e di accorgersi che nessuna vita è perfetta, che nessun rapporto è perfetto, che le scelte sbagliate sono una costante nell’esistenza umana, ma che alla fine, nonostante questa presa di coscienza che dovrebbe sconvolgerci fin a_610x408dalle fondamenta, ritorniamo alla realtà che scegliamo di non condannare anche se imperfetta. Alla fine l’unica concessione data nel film a Bob e Charlotte è un tenero bacio sulle labbra dopo un abbraccio quasi filiale, un bacio non “predatorio” ma un lascito fatto di puro amore e che non potrà più essere ricambiato perché nato tra due vite asincrone, quindi vero, non calcolato, disinteressato e più potente dell’amore che possiede e imprigiona. Alla fine ci si ritrova, dopo essersi persi, non perché si cambia radicalmente vita, abbandonando famiglia e paese, ma perché si è avuto il coraggio di perdersi e di guardare con occhi diversi – con gli occhi dell’altro – gli spazi interni dell’esistere umano. Perché ci si riscalda alla sola idea di quel dono inatteso – al fuoco dell’incontro – di quella fugace nuova amicizia sorta dal nulla e gratuitamente. Per ricominciare a crederci, ritornando ognuno alla propria vita.

L’amore può essere tradotto, come recita il sottotitolo del film? Tradurre significa “tradire” e a volte per riconquistare l’amore che non alberga più nelle nostre esistenze dobbiamo tradire il nostro ego fatto di convinzioni e false conquiste, e tradurre l’amore in qualcos’altro, in amicizia ad esempio, usando un linguaggio nuovo capace di descriverci con clemenza e leggerezza. Senza possedere, senza pretendere, senza darsi appuntamenti, con serenità e compassione. A volte abbiamo bisogno di uno sguardo esterno per “tradirci” e per liberarci dallo schema che ci tiene prigionieri. A volte abbiamo bisogno semplicemente che qualcuno ci faccia compagnia mentre tentiamo di addormentarci.

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“Le Vite degli Altri” e la poetica dell’ascolto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2014 by Michele Nigro

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dedicato a chi sa ascoltare

Ascoltare significa rischiare di aprirsi al cambiamento, dare una possibilità all’evoluzione interiore. Quando parliamo, ponendo domande come nel corso di un interrogatorio, affolliamo i nostri canali comunicativi con quesiti che nella maggior parte dei casi contengono già la risposta che desideriamo sentire. Mettersi in ascolto, invece, equivale a essere nudi, in silenzio, davanti all’ignoto che è un sorprendente maestro di nuove saggezze. Ed è proprio quello che accade nel film “Le Vite degli Altri” (Das Leben der Anderen), diretto da Florian Henckel von Donnersmarck, all’integerrimo e meticoloso capitano della Stasi, Gerd Wiesler, incaricato di spiare l’intellettuale e scrittore teatrale Georg Dreyman nella Berlino Est di un non casuale anno 1984, pochi anni prima della caduta del famigerato muro che riunì le due Germanie: troppo gustoso e sfacciato per non evidenziarlo è il riferimento al “1984” di Orwell, anch’esso caratterizzato da una storia d’amore controllata e ostacolata da un potere opprimente. Il capitano Wiesler è abituato a trattare con persone abili a mentire per paura: mentre spia Dreyman egli sa di ascoltare solo la verità; gli spiati non recitano, sono loro stessi, sono veri, e questo rappresenta un’autentica lezione di vita per chi sta all’altra estremità del filo.

Quella a cui assistiamo è la storia di una conversione laica resa possibile paradossalmente grazie a una serie di odiosi strumenti ideati dal regime proprio per prevenire (e all’occorrenza reprimere) qualsiasi tipo di conversione, di cambiamento nell’equilibrio malsano di una dittatura totalitaria che non rispetta l’individualità della natura umana. Due sono le parole chiave – “ascolto” e “scrittura” – che accompagnano questa sorprendente evoluzione, sintetizzata nei tempi cinematografici al punto tale da apparire addirittura inverosimile (una perplessità sottolineata indirettamente dal ministro Hempf quando afferma: <<Purtroppo le persone non cambiano così facilmente. Succede solo nelle commedie>>. Una convinzione presto smentita). lvda1Prima della scrittura del rapporto (o della non scrittura, della omissione come atto di protezione, del non detto che dice e anzi in alcuni momenti urla coprendo lo spazio vuoto lasciato intorno a se) vi è una fase di silenzio che permette di realizzare il vero ascolto: un ascolto così penetrante nell’intimità dell’altro, da esserne penetrati. Inconsapevolmente o forse no: spesso il desiderio di ascolto è desiderio di una verità che non riusciamo a materializzare; c’è bisogno di una voce esterna, di un “nemico” che ci dica chi siamo e di cosa abbiamo bisogno. Si parte dal voler conoscere tutto del nemico e si finisce per conoscere se stessi. Un nemico ufficialmente da spiare, controllare, di cui diffidare, bloccare se necessario in nome dell’ideologia che personalizza e nutre i suoi adepti; un nemico che lentamente “inquina” le nostre convinzioni, ci porta dalla sua parte, ci fa vedere un altro panorama di cui avevamo solo un vago sospetto. Un panorama che alla fine piace, al punto tale da difenderlo. Il “nemico del socialismo” diventa l’alleato prezioso dell’individualismo; del proprio, che era stato dimenticato negli scantinati del dovere. Un senso del dovere messo in crisi dalla consapevolezza che la “fede” nel socialismo è stata in realtà sfruttata per proteggere gli affari privati dei soliti burocrati.

vite_12Si ripercorrono gli spazi casalinghi e i dialoghi degli altri per imparare a vivere, per capire attraverso l’esperienza dell’altro quale potrebbe essere l’alternativa: si impara a “vedere” tramite l’ascolto, come fanno i ciechi che compensano il senso mancante con gli altri funzionanti; il capitano Wiesler è allenato ad essere sensibile alla vita, ai suoi segni, anche quelli insignificanti, ai messaggi che lascia tutt’intorno. Lo deve essere per difendere la patria. Il desiderio di imparare spinge colui che avverte il vuoto a sfiorare le vite altrui, quasi come a cercare una possibile osmosi. Senza copiare (o forse anche copiando, solo per un po’ all’inizio, giusto per cominciare a camminare) ma aprendo porte personali su vite embrionali tenute in serbo per momenti migliori. Dopo l’ascolto si cede alla tentazione di toccare con mano, di visitare i luoghi vissuti dagli altri, per farli finalmente propri, per assaporarne gli odori. Il libro di poesie di Brecht rubato dalla casa spiata costituisce la prova di quella penetrazione, è lo “scalpo” conquistato sul campo di battaglia con cui si pensa di controllare, conoscere e quindi possedere il nemico, ma è un gesto che contiene già una forma di curiosità che si trasformerà in complicità. Come bambini ignoranti e ingordi ci si stupisce dinanzi all’amore, alla sessualità, al dramma, alla disperazione, alla gioia, all’amicizia, alle passioni, persino alla musica e alle letture… degli altri. E in un certo modo si partecipa a tutto questo, imparando. Sperando di poter riprodurre un giorno quelle stesse condizioni esistenziali anche nella propria vita ordinata, asettica, vuota, programmata dallo Stato: persino le prostitute – patetico surrogato del sesso appassionato fatto dai due amanti spiati – sono fornite ai funzionari dall’amata DDR che provvede a tutto.le-vite-degli-altri_grande

Ed è quello che fa il poeta: sta in piedi in mezzo al mondo, che a volte lo ignora, e ascolta. Ascolta per scrivere, prende appunti per “spiare”, per vivere migliaia di vite non sue attraverso il potere “archiviante” della parola (o per riviversi e ruminare, nel caso non infrequente in cui scriva di se e della sua esistenza). Si preparano “conserve di parole” per i periodi di magra, per l’inverno, quando la vita risponde in ritardo a domande poste molti anni prima. Dal freddo verbale per la Stasi ai versi di una poesia; dagli archivi nati per “motivi di sicurezza” agli archivi poetici: l’ascolto d’ufficio diventa esercizio per l’anima. La soffitta, dove viene allestito il centro d’ascolto della Stasi, forse rappresenta il “luogo interiore” da cui viene bandito il Super-io freudiano: vi è in ognuno di noi un angolo in cui il coinvolgimento emotivo prevale sulle sovrastrutture culturali (ideologia politica, religione, famiglia…). In questa partita tra spiati e spie, tutti hanno bisogno di prendere una posizione: non si può restare neutrali a lungo; le risposte da dare a se stessi e agli altri lo esigono e il “no” auspicato da Ernst Jünger nel suo “Trattato del ribelle” diventa reale. Anche se ognuno dice no come meglio può, in base alle proprie possibilità e partendo dal proprio punto di vista.

Ma non tutti sono predisposti al cambiamento; non a tutti è dedicata “La Sonata dell’uomo buono” (Die Sonate vom guten Menschen), anche se Dreyman si chiede, forse ingenuamente: <<Come fa, chi ha ascoltato questa musica,… a rimanere cattivo?>>. Alcuni agenti della Stasi, come si vede nel film, arrivano in ritardo, appuntano lo stretto necessario sul foglio bianco che attende particolari scottanti stando all’erta sulla macchina da scrivere o si addormentano durante il turno mentre ascoltano quello che sono costretti ad ascoltare perché fa solo parte del loro noioso lavoro di routine. Stanno bene così, attendono la fine del turno di lavoro come attendono la fine della vita, non hanno bisogno di imparare nulla dalle vite degli altri, si accontentano dell’informazione preconfezionata dallo Stato, non si pongono domande e “rimangono cattivi”. E soprattutto non desiderano.

questo post in pdf: “Le Vite degli Altri” e la poetica dell’ascolto

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Meno pausa, meno male

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2014 by Michele Nigro

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Vorresti dire addio alle bizzarrie ormonali

del cuore adolescente

alle scelte dettate da un istinto già scritto

antica ripetizione di una chimica passione.

L’amore diventa un’idea sobria,

non sorprende impreparata la carne

diretta al tramonto, ferita e sapiente.

La fremente pausa che un tempo precedeva

il passo violento e fisico verso onde di lenzuola

si trasforma in ammirazione estatica del vuoto.

Platonico sentore per un vissuto ancora fresco

ai margini di una consapevole discesa.

Ripeti il nome di lui, sigillo di stabilità emotiva

per difenderti dalle incursioni

di una nuova giovinezza

che bussa insistente e ironica

alla porta della tua falsa indifferenza autunnale.

VIDEO CORRELATO: Guarda l’alba, Carmen Consoli

Genitalia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 luglio 2014 by Michele Nigro

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Genitori acerbi e poco usati

con esistenze nuove di zecca

spingono carrozzine inesperte

sui viali di un istinto fiducioso.

Precoci creatori per tradizione familiare

o arruolati dal piacere di sabati incauti

dal nulla insegnano la vita

a germogli di poco più teneri,

s’improvvisano severi e vissuti

sul ritmo diluito da pianti notturni

di musiche sfuggite troppo presto.

Pleasantville: una vita a colori o in bianco e nero?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 marzo 2013 by Michele Nigro

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Che cos’è che dona colore alla vita? Quali e quanti colori abbiamo a disposizione? Siamo consapevoli del nostro colorito inespresso o crediamo di dover vivere solo in bianco e nero perché così c’è stato detto? C’è sempre un fattore scatenante che cambia le carte in tavola, creando nuove sfumature esistenziali. Ma sappiamo riconoscerle, accettarle, coltivarle? Non sempre: spesso abbiamo bisogno di un aiuto esterno, di un occhio straniero, di un germe “alieno” capace di alterare la consuetudine della quotidianità. E poi chi stabilisce le regole? Noi e il nostro gnosticismo o una forza che per comodità definiamo “superiore”?

Nel film “Pleasantville”, diretto da Gary Ross, viene riproposta in salsa nostalgico-maccartista la versione anni cinquanta del Mito della Caverna di Platone: similmente alle ombre interpretate come reali dai prigionieri della caverna, gli abitanti di Pleasantville credono fermamente nella loro realtà in bianco e nero. Solo i sentimenti e le forti emozioni vissute sulla propria pelle possono dare colore alla vita: l’apparente perfezione in cui molti credono di vivere è rappresentata da una triste e misera scala di grigi di cui ci si accontenta perché il colore non è conosciuto. E non possiamo desiderare ciò che non conosciamo: possiamo, nella migliore delle ipotesi, solo intuire l’esistenza di un’altra condizione, anche se la vera e propria conoscenza avviene grazie a dei precisi eventi. La liberazione dalle catene può verificarsi facendo fede sulle proprie forze culturali e spirituali o, come nel film, per mezzo di elementi scatenanti provenienti dall’esterno, da mondi non esplorati: quando questo accade gli oggetti e le persone si colorano magicamente, mostrando una realtà non contemplata. Il confronto e l’esperienza scardinano i nostri schemi, alterano la sequenza delle azioni, stimolano il potenziale inespresso, inducono a fare domande del tipo “Che cosa c’è fuori Pleasantville?”, e i colori creano una salvifica imperfezione cromatica non accettata da tutti e scambiata per una malattia passeggera: mentre alcuni attendono inconsciamente la trasformazione-liberazione e l’accolgono con gioia e curiosità, altri reagiscono violentemente alla diversità, al cambiamento, alla comparsa del colore: “meglio in bianco e nero che a colori”, parafrasando il noto motto anticomunista del periodo maccartista “Better Dead than Red”.

Pleasantville è la classica cittadina statunitense degli anni ’50, somigliante per certi versi alla città lineare di Paul Di Filippo e al mondo artificiale di The Truman Show, un perfetto modello di recitazione sociale, di semplicità, benessere, bellezza e cordialità, di esistenza equilibrata e sana: l’unico modo per vincere la “guerra fredda” prima che si riscaldi, per rispondere in maniera efficace alle minacce esterne anticapitaliste e ai disvalori veicolati dal comunismo, è quello di creare una società omogenea, conformista, priva di dubbi, sicura nella sua programmata ignoranza, fondata su principi incorruttibili, distratta e felice.

Pleasantville è il modello culturale vincente di un’America che, forse, non esiste più o esiste in altro modo: qualsiasi alterazione di questo equilibrio non è gradita. C’è chi intravede in questo schema piatto un’isola felice (nostalgia di un’epoca mai vissuta?), un rifugio inventato per non soffrire, presso cui smaltire le insoddisfazioni della realtà degli anni ’90: come accade al protagonista David Wagner (proiettato in Pleasantville nei panni di Bud Parker) interpretato dall’attore della porta accanto Tobey Maguire. La sorella, la “traviata” Jennifer Wagner (Mary Sue Parker), proveniente da un presente eterogeneo, ricco di opportunità e di libertà, quando si accorge di essere prigioniera della sitcom in bianco e nero intitolata “Pleasantville”, sbraita in direzione del fratello: “Noi dovremmo essere a casa! Dovremmo essere a colori!” Anche per chi proviene da una realtà vivace (per non dire nevrotica) come quella del ventesimo secolo in cui nulla sembra riuscire a stupire i giovani vaccinati e maliziosi, il cambiamento risulta traumatico. E non sempre l’involuzione è vissuta come un’occasione di purificazione e di ritorno a un’esistenza lineare e più ordinata. Anche se le sorprese e le scelte impreviste non mancano: il piacere della scoperta di spazi interiori inesplorati, il raccontare (o inventare) una storia come atto creativo, la lettura di un semplice libro in un mondo in cui la televisione e internet non hanno ancora preso il sopravvento, possono fare breccia nell’anima sbarazzina di una adolescente dei nostri giorni e nei giovani acerbi di un luogo che non esiste.

Il colore che irrompe in Pleasantville (e che qualcuno tenta di coprire sotto uno strato di trucco grigiastro) è anche il colore della mente, della cultura, dell’arte visiva che educa al bello, dei piaceri sessuali quali elementi fondamentali dell’esistenza, del sapere proveniente dalla lettura che fa scoprire mondi ed esistenze infinite e senza limiti geografici. È la scoperta del sapore di cose nuove: come nella scena, presa in prestito dal paradiso terrestre del libro della Genesi, in cui una ragazza offre a Bud Parker una mela appena raccolta, senza la perenne persecuzione del peccato. La conoscenza prima del dogma!

I libri, elementi eversivi e destabilizzanti, saranno bruciati dagli abitanti conservatori e inferociti che, ancora prigionieri della loro condizione in bianco e nero, riconoscono nella lettura e nell’arte in generale i sintomi di una pericolosa metamorfosi: e il pensiero corre verso il “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e la notte dei cristalli della Germania nazista, lì dove la “paura del colore” e il pregiudizio si trasformano in violenza. La piacevole cittadina americana dove non piove mai, non scoppiano incendi e dove i water non esistono, conosce così il razzismo, l’intolleranza, la segregazione (i “colorati” non possono sedere accanto ai normali, a quelli in bianco e nero), perdendo la propria verginità ideologica e sentimentale. Le rivoluzioni, anche quelle culturali, all’inizio esigono un prezzo da pagare. E solo gli audaci sono capaci di colorare le proprie esistenze.

Gli ingenui abitanti di Pleasantville – diretti ormai verso una colorata consapevolezza – ricevono in dono i colori e l’interruzione delle abitudini; anche i due ragazzi provenienti dagli anni ’90 escono trasformati da questa esperienza fantastica: riscoprono valori dimenticati e potenzialità da un angolo visuale assolutamente inatteso e surreale. Anche loro, come gli abitanti di Pleasantville, devono compiere un cammino interiore per la conquista del colore.

Dedicato a chi sta dimenticando di colorare la propria vita.

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Beat: beati o battuti? (1967 – 2007)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2013 by Michele Nigro

<<… Il 40° anniversario della Summer of love del 1967 – a San Fran­cisco – è, in realtà, solo un pretesto utilizzato da noi per parlare d’altro: i fermenti culturali beat erano già cominciati da un bel po’ di tempo. Dalla fine della seconda guerra mondiale (affondando le lunghe radici in Walt Whitman, William Blake, Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Aldous Hu­xley…) fino alla metà degli anni 60, furono realizzate le pre­messe da cui scaturirono gli eventi successivi, quelli – tanto per intenderci – che culminarono nel “mitico” e cinematografico 1968, e che ormai fa parte prepotentemente dell’imma­ginario collettivo (riassunto nel famigerato e riduttivo “sesso, droga e rock’n’roll”) solo grazie ai luoghi comuni diffusi nel mondo dall’industria filmica di Hollywood e ad alcune noti­zie di cronaca ormai passate alla Storia.

Sulla beat generation, alla quale appartenne un gruppo ristret­to ma combattivo di scrittori e poeti (rappresentarono la vera spina dorsale del movimento), è stato detto tutto e il contrario di tutto: ed è per questo che ancora oggi si è indecisi su quale sia il significato definitivo della parola “beat”: per alcuni deriva da beatitude (beatitudine) ovvero quello “stato di grazia” che scaturisce da un’intensa ricerca spirituale (spesso coadiuvata da droghe allucinogene, alcool e misticismo catto-buddista); per altri, primo fra tutti lo stesso Ke­rouac che coniò il termine nel 1947 (anche se aveva già scritto all’età di 11 anni il suo primo racconto intitolato “The Cop on the Beat”), beat è sinonimo di “battuto” dalla società (o battuto nel senso di ritmato come il jazz di “Frisco“), “sconfitto” dalle regole, “incompreso” dalla famiglia, “perdente” sugli inflessibili scenari economici e per questo “ribelle” nei confronti del Sistema: lo stato d’animo, insomma, di una “gioventù bruciata” americana che pur provenendo (o proprio per questo) da un “vittorioso” secondo con­flitto mondiale, sentì il bisogno di cercare freneticamente il vero significato della vita (la metafisica delle cose quotidiane da contrapporre alle esperienze intellettuali e positiviste degli scrittori europei) non nel successo, nell’esasperante efficientismo di un’America puritana e maccartista, nella carriera e nella stabilità di una vita regolare (scrive Ginsberg in America: “… Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?”), addirittura negli allignati valori estetici della letteratura ufficiale, ma nella libertà di un attimo fuggente, seppur estremo. A me piace pensare che beat sia la fusione di tutti questi significati: il disincanto del perdente non deve essere vissuto come una forma di debolezza e di chiusura in un mondo ipervitaminico e produttivistico, ma come punto di forza per una ricerca impopolare ma vera; per distaccarsi dagli schemi imposti; per raggiungere una nuova visione delle cose… Cosa è sopravvissuto di quel movimento? (continua)…>>

tratto da Beat, beati o battuti. 1967-2007 , editoriale n.14/2007, rivista “Nugae”

quarta n.14

(quarta di copertina del n.14 di “Nugae”)

Ferlinghetti_Lawrence

Alcune copie del numero speciale di “Nugae” (n.14 – Luglio/Settembre ’07), dedicato ai poeti della Beat Generation e al 40° anniversario della “Summer of Love” di San Francisco, furono spedite alla Libreria “City Lights” e in particolare verso le mani esperte di Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman…

… la risposta:

Dear Michele:

Lawrence Ferlinghetti asked me to send you a note on his behalf thanking you for sending him the copies of Nugae, which he is enjoying looking through. He is always happy to hear from Italy!(…) But again, Lawrence is most appreciative of your magazine.

Sincerely,

Garrett Caples

Assistant to Mr. Ferlinghetti

Editorial Assistant City Lights Books

La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2012 by Michele Nigro

La Signora degli Anelli

e

la Compagnia degli Anoressici

E così anche nella Contea giunse la tanto attesa stagione estiva.

Gli alberi ricolmi di frutta matura, i fiori colorati e l’erba alta pullulanti di insetti svolazzanti e felici, i branchi di cavalli atletici e liberi di correre nelle radure intorno a Snelliville, i campi di mais e le grandi pannocchie pronte per essere raccolte, bollite, imburrate e mangiate… Tutta la natura, tutto ciò che esisteva nella Contea durante quel rigoglioso periodo dell’anno, era un omaggio alla bellezza, alla salute. Al sesso.

Il mondo intero, avvolto dal nuovo tepore che allontanava, dopo le prove primaverili, il lungo freddo invernale, sembrava avere in mente una sola cosa: piacersi e piacere in vista di un immenso e stagionale accoppiamento globale.

Froda, davanti allo specchio di casa Bacon, osservava avvilita il suo enorme fondo schiena e i suoi fianchi rotondi e mollicci, degni di un rimorchiatore dei Porti del Nord. Froda era una delle ragazze meno avvenenti del villaggio e la vacanza presso le colonie estive dei Mari Interni della Terra di Mezzo si avvicinava inesorabilmente. Anche quell’anno avrebbe sfigurato sulle spiagge della bellezza standardizzata, anche quell’anno i ragazzi e le ragazze della feroce Compagnia degli Anoressici (anoressici se confrontati con le sue forme!) l’avrebbero presa in giro dal primo fino all’ultimo giorno di vacanza. E lei, mentre toccava con le mani il grasso che adornava le sue cosce sproporzionate, sapeva benissimo che non avrebbe potuto farci proprio niente. Doveva andare così: era il suo destino intrappolato in un corpo sbagliato.

“Il mio tessssoro!” ripeteva spesso il buon Gollum – l’unico che apprezzava Froda per come era – ogni volta che avvicinandosi silenziosamente da dietro le prendeva in mano le grosse tette agitandole nell’aria. Gollum era un altro disadattato di Snelliville: guida turistica nella Terra di Mezzo durante il giorno e di notte impiegato in un sexy shop della Contea, nutriva una particolare e per certi versi patologica predilezione per il sesso con donne di “robusta costituzione”. Froda era la sua diva.

“Non vedi come ti sei ridotto stando con me!?” gli chiedeva spesso Froda, stupendosi per l’immutata passione sessuale che Gollum nutriva nei suoi confronti. Lei non amava Gollum: provava per lui un affetto amichevole e lo usava per soddisfare le proprie fantasie erotiche, per troppi anni seppellite sotto un rispettabile strato di tessuto adiposo. Se avesse avuto un altro corpo avrebbe potuto conquistare uno dei ragazzi della Compagnia degli Anoressici, uno di quelli che puntualmente durante il periodo estivo la insultava per il suo aspetto fisico: l’amore, si sa, sceglie sempre strade difficili e le semplici gioie a nostra disposizione passano il più delle volte inosservate, proprio perché facili da raggiungere o addirittura già raggiunte e quindi inflazionate.

“C’è solo un modo per cambiare le cose!” disse risoluta Froda rivolgendosi all’ingenuo Gollum.

“Ma tu mi piaci per come sei, Froda!” rispose il povero Gollum lasciando i seni della ragazzona in balia della forza di gravità.

“Devo farlo per me!” mentì Froda, pregustando il momento in cui, finalmente snella e tonica come una statua greca, avrebbe sottomesso sessualmente il Principe GranCasso, leader incontrastato della Compagnia degli Anoressici ed erede legittimo del Gran Mandrillato della Terra di Mezzo.

“Ma tu sei il mio tessssoro!” insisteva Gollum.

“Piantala di ripetere sempre la stessa cosa e cercami piuttosto il sito web della Signora degli Anelli…!” ordinò Froda.

“Sei impazzzzzzita?” chiese allarmato Gollum mentre guardava esterrefatto la sua dolce farfallina obesa.

“Lo so che è una maga pericolosa e che in pochi sono tornati dai Boschi della Fibra Vegetale per raccontarlo… Ma devo tentare!” rispose quasi in lacrime Froda, rivestendosi. “Lei è l’unica custode e padrona dell’Anello Bruciagrassi… Un anello magico capace di far scomparire decine e decine di chili, nel giro di poche ore, a chiunque lo porti!”

“Non te lo presterà mai!” disse Gollum sconfortato.

“Lo so… Ma devo provarci!”

“Ma tu mi piaci per…!”

“E basta! Che rottura… Sono io che non piaccio a me stessa! Va bene?”

“Il castello della Signora degli Anelli si trova nella regione dei Boschi della Fibra Vegetale, in cima al Monte Fiato, così denominato per il fiato corto che provoca in chiunque tenti di scalarlo…” l’informò Gollum.

“La cosa non mi spaventa!” rispose Froda.

“E poi vedila in questo modo: già il fatto di scalare il Monte Fiato ti farà bruciare qualche etto di grasso!” disse Gollum pensando di essere spiritoso.

“Fottiti! Masturbatore, cicciofilo, maniaco sessuale, fallito che non sei altro!” sentenziò Froda mentre cominciava a preparare la bisaccia per il viaggio impegnativo verso il Monte Fiato.

La Signora degli Anelli, abitante millenaria del Castello di Weight Watchers sul Monte Fiato, era così denominata per via dei Venti Anelli Magici – uno per ogni dito delle mani e dei piedi – che indossava perennemente: uno di questi, il famigerato Anello Bruciagrassi, le procurava da secoli un aspetto invidiabile. Il suo corpo non conosceva la cellulite, la sua pelle era liscia e morbida, le sue forme sode e incrollabili erano la rara e duratura rappresentazione di una perfezione sovrumana.

Seduta sul suo trono di avorio e con il corpo rivestito di seta finissima, osservava il mondo esterno attraverso la Pettegola Pietra Veggente: “Ecco un’altra cicciona che scala inutilmente il Monte Fiato! Ahahahah!” rise sarcasticamente la Signora degli Anelli seguendo le fatiche di Froda e Gollum mentre si apprestavano a raggiungere, sudati e sfiniti, il castello della maga.

“Sono stanca, però, di trasformare in cinghiali, alberi e pietre tutti quelli che vengono a importunarmi fin quassù!” ammise, stupendo persino se stessa, la Signora degli Anelli.

“Questa volta preparerò ai miei nuovi autoinvitati una sorpresa diversa dalle altre…” aggiunse con tono meditabondo la bella donna che non era certamente priva di una perfida intelligenza e di una saggezza derivante dall’enorme esperienza accumulata nei secoli. Avvertiva che poteva trattarsi di un vero caso clinico e quindi avrebbe tenuto a bada per qualche minuto la tentazione di usare la magia.

“Quanto manca al Castello?” chiese Froda a Gollum che essendo più mingherlino riusciva a muoversi con una maggiore agilità rispetto all’ingombrante fidanzata. “Poco tesssssssoro! Poco!”

“Sono ore che dici che manca poco! Si può sapere quanto tempo ci vuole ancora?” aggiunse Froda in modo alterato dando fondo alle sue ultime energie. E mentre stava per scagliare una pietra in testa a Gollum ecco che intravide, seminascosta da una roccia, la torre ovest del Castello della Signora degli Anelli. “Ci siamo!” urlò soddisfatta, facendo cadere la pietra che aveva in mano.

“Che ti avevo detto?” si difese Gollum.

“Dai, bussiamo!” disse Froda tutta eccitata e dimenticando la triste fama che accompagnava la Signora degli Anelli.

“Aspetta Froda, leggi qui!” la fermò allarmato il povero Gollum che aveva evitato, solo pochi minuti prima, di essere colpito dalla pietra di Froda.

Scolpito su una lapide, vicino all’enorme portone di legno dell’oscura dimora, un avvertimento inequivocabile della padrona di casa:

 “Fermate dunque i vostri speranzosi passi

viandanti ignari e fate obese.

Se qui sperate di ottenere il Bruciagrassi

niente sembreranno le molte offese

quando vi tramuterò in piante e sassi.”

“Il messaggio mi pare chiaro. Andiamocene!” disse allarmato Gollum che voltandosi già studiava con lo sguardo la via del ritorno.

“Dove vai codardo, buono a nulla, omuncolo rinsecchito che non sei altro!” s’impose Froda. “E secondo te, dopo tutta questa faticata io mi faccio fermare da una stupida scritta?”

“No, è che non mi vedo bene sotto forma di travertino!”

“Io busso! Tu fai quello che vuoi, ma sappi che se mi lasci da sola in questa storia non avrai più niente da me…” minacciò Froda.

“Niente, niente?” chiese preoccupato Gollum “Nemmeno i nostri giochetti sotto le coperte?”

“Niente è niente!” concluse Froda.

“Quand’è così, resto… E poi se finisce male e veniamo trasformati in qualcosa, comunque dovremo lo stesso dire addio ai nostri passatempi erotici giù a Snelliville!” riassunse saggiamente Gollum.

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Pax in tavola

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 giugno 2012 by Michele Nigro

Sull’annosa diatriba tra efficiente salutismo estetico e intellettualismo passivo, se sia più nobile e bello rimanere in forma per la guerra, e morire in perfetta salute fisica, o godersi la vita nell’ombra e gozzovigliando andarsene felici e malaticci. Ovvero se l’idealismo, la felicità, il coraggio e l’intelligenza siano sempre incompatibili con l’inestetismo e il non interventismo.

Sacrificar lo ventre alla beltà

è come sputar fin su lo crocifisso

la vita è bella nella sazietà

non per morir nella battaglia d’Isso.

Entrar dentro la bettola coi compari

senza sporcar di schiuma il grugno

è ‘n po’ come girar per lupanari

senza fornir la potta al terzo pugno.

Abili guerrieri, servi e frati in arme

lasciate in terra spada, scudo e lancia.

Per lo martirio siete già in allarme

e non prestate orecchio al suon di pancia?

Per divenir concime il tempo abbonda

non disdegnate tavola e cantine.

Voglio una barba che di vino gronda

e non sentirmi lesto al fosso affine.

Prodi crociati che v’allenate in piazza

non canzonate il lardo che m’adorna.

Meglio morir col cibo e la sollazza

più tòsto d’esser bardo che non torna.

dedicato a Mario Monicelli e Vittorio Gassman

Pomeriggi perduti

quasi un litblog di Michele Nigro

POLISCRITTURE 3

laboratorio di cultura critica

Mille Splendidi Libri e non solo

"Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi"

Poetarum Silva

- Nie wieder Zensur in der Kunst -

Leggo e cammino

Amo leggere, amo camminare e amo fare le due cose insieme (non è così difficile come sembra)

Maria Pina Ciancio

Quaderno di poesia on-line

LucaniArt Magazine

Riflessioni. Incontri. Contaminazioni.

Fantascritture - blog di fantascienza, fantasy, horror e weird di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico nei libri e nei film (ma anche altro)

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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