Archivio per simulacro

The Truman Show

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 Mag 2018 by Michele Nigro

versione pdf: The Truman Show

dedicato a tutti quelli che

non hanno una telecamera nella testa

 

Davvero viviamo una vita decisa e organizzata da altri? O meglio, davvero crediamo di vivere la nostra vita, quella scelta da noi, di essere i timonieri delle nostre giornate, di conoscere chi siamo e perché ci troviamo in un determinato posto e non in un altro? Conoscenza e azione sono elementi inscindibili: l’una influenza l’altra; e in mezzo dovrebbe abitarvi un necessario risveglio. Alcuni tirando in ballo, giustamente, il “Mito della Caverna” di Platone, anche se nello show di cui ci apprestiamo a discutere, nessuno è materialmente incatenato. Infatti non c’è peggiore catena di quella mentale. Il libero arbitrio, in realtà, è una leggenda illuministica, basata su un’eccessiva fiducia in ciò che crediamo di sapere. L’autentica libertà si realizza quando giochiamo a carte scoperte, quando prendiamo le nostre decisioni dopo aver conosciuto tutte, o quasi tutte, le amare verità che accompagnano la nostra esistenza, al di là dei sensi e della dimostrazione scientifica. Al di là delle presunte verità religiose che ci vengono impartite fin dalla più tenera età: ci tranquillizziamo sapendo di essere stati creati da una divinità, che tutto è già stato deciso, che la nostra funzione su questa terra è già stata calcolata. Perché preoccuparci dunque? Perché cercare risposte, essere infelici aspirando a qualcos’altro? Ateo è chi non accetta la “sceneggiatura” scritta da un Creatore non televisivo.

The Truman Show, film del 1998 diretto da Peter Weir e interpretato dal bravissimo Jim Carrey, sembrerebbe essere la versione mainstream (e anticipatoria, almeno dal punto di vista della cronologia d’uscita delle pellicole) della Matrix – del 1999 – delle ormai Sorelle Wachowski. Una versione popolare, addolcita dalla implicita comicità di Carrey, ma non priva di implicazioni filosofiche scomode, dolorose, difficili da digerire: noi non conosciamo niente della nostra vita; per anni e anni portiamo avanti un copione che ci fa stare bene, né felici né infelici ma stabili, che rende morbido tutto il nostro andare, un cliché adottato senza battere ciglio. “Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice” afferma Christof, il creatore-regista del Truman Show, che con quel suo nome da redentore è in realtà garanzia di artificiosità e inganno.

Facciamo parte di uno spettacolo protettivo che ci accoglie fin dal primo vagito e, se nel frattempo non ci poniamo domande devianti, ci accompagna con dolcezza verso la tomba, lì dove saremo costretti finalmente a essere autentici, immobilmente noi stessi. Uno spettacolo forte di secoli, millenni di esperienza, di sovrastrutture collaudatissime, infallibili. Se Truman è inconsapevole del fatto di essere la star di uno spettacolo mondiale, noi siamo, eccome, coscienti del nostro essere controllati e monitorati: partecipiamo con le nostre “dirette” sui social al grande spettacolo messo in piedi dai vari Christof della new economy, dagli ideatori di un iperrealismo mediatico che sta fagocitando la semplice realtà (si legga, a tal proposito, il post “Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard). Se non sei live non sei nessuno, se non rendi partecipi gli altri di ciò che fai e di dove sei (geolocalizzazione), non conti. Sei asocial. Se non sei in diretta, allora non lo stai vivendo! Se non entri anche tu nella Casa, se non ti confessi pubblicamente davanti a una telecamera, non farai mai la differenza. Ci caschiamo tutti prima o poi; tutti danno il proprio contributo, anche quelli che si credono “vergini”, asettici, ribelli, distanti, e si illudono di non fornire materiale al grande show. Persino i neoluddisti

Ma alla fine, contraddicendo il titolo di un romanzo della Mazzantini, “ognuno si salva da solo”: gli altri, questi famigerati altri che tiriamo in ballo ogniqualvolta non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità, possono solo assistere alla nostra esistenza, osservarla con i loro occhi di prigionieri liberi, in quanto essi stessi personaggi dello spettacolo, che ridono di noi perché inconsapevoli di esserlo.

Gli altri, gli ostruzionisti: quelli che ci frenano, ci ostacolano, ci convincono che non ce la possiamo fare, che dicono di conoscerci e noi dietro, come tante pecore, a credere che sia così. Ci fidiamo del loro giudizio. Ma il freno della nostra esistenza risiede davvero negli altri? O è dentro di noi? Il nostro esistere, in realtà, non interessa agli altri: il loro giudizio (o pregiudizio) serve solo a spostare, per un certo periodo di tempo (alcuni ci riescono per una vita intera) il metro di valutazione da sé stessi al mondo esterno, agli altri appunto. Per alleggerirsi l’anima, per non doversi confrontare con sé stessi, per viaggiare più comodi e veloci.

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“Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 Mag 2012 by Michele Nigro

Apparentemente innocuo, composto da 45 pagine, “Cyberfilosofia” è una pubblicazione postuma (ed. Mimesis, collana Minima Volti – 2010) del filosofo “patafisicoJean Baudrillard (1929-2007), interessante, in alcuni punti volutamente ermetica e assiomatica, ricca di nuovi punti di vista stimolanti. Divisa in quattro capitoletti, l’argomentazione di Baudrillard ha il raro dono di utilizzare alcuni elementi tipici dell’immaginario fantascientifico per affrontare temi filosofici riguardanti la vita dell’uomo del terzo millennio: il simulacro e il suo sorpasso reso possibile dal vasto universo della simulazione e dell’iperrealtà; la differenza tra automa e robot (nel secondo capitolo intitolato “L’automa e il robot”); l’esegesi di “Crash” (titolo del romanzo di Ballard e del film diretto da David Cronenberg) nel terzo capitolo intitolato appunto “Crash” in cui Baudrillard, grazie alla sua speciale lente d’ingrandimento iperrealista, evidenzia la commistione esistente tra corpo organico e macchina, tra sessualità e tecnologia, la coincidenza tra l’automobile incidentata (simbolo del romanzo di Ballard) e il godimento puro; e infine il disimpegno definitivo di Baudrillard nei confronti del film “Matrix”: nel quarto e ultimo capitolo – “Decodificare Matrix, Le Nouvel Observateur intervista Jean Baudrillard” – viene spiegata una volta per tutte la distanza esistente tra il pensiero del filosofo francese e il messaggio contenuto nel film dei fratelli Wachowski.

Ma è nel primo capitolo – Tre ordini di simulacri” – che Baudrillard lancia le sfide più interessanti all’indirizzo del mondo fantascientifico. Esiste ancora una relazione tra l’immaginario e le nuove esigenze della science-fiction? Baudrillard non ha dubbi in merito: “… il buon vecchio immaginario della science-fiction è morto, e qualcosa d’altro, che non è più science-fiction, sta nascendo.” Una frase laconica che potrebbe mandare nel panico i puristi del genere e che invece costituisce una traccia affascinante per quei nuovi protagonisti della letteratura fantascientifica che amano indagare andando oltre i confini imposti da una definizione che sembrerebbe non prevedere contaminazioni (fra i pionieri di questo nuovo modo di reinventare la fantascienza, in Italia, sicuramente sono da annoverare i Connettivisti). Baudrillard afferma che in un mondo come quello attuale, in cui il modello, grazie alla simulazione, ha superato il reale diventando esso stesso un’anticipazione del reale, non c’è più spazio per “anticipazioni finzionali” e quindi per una trascendenza immaginaria. Per dirla in parole povere: la fantascienza, se vuole sopravvivere deve “morire”, orientarsi verso nuovi obiettivi, diluendosi in essi.

Superlativo il seguente brano tratto da “Cyberfilosofia”: <<La realtà poteva sorpassare la finzione: era il segno più sicuro del possibile gioco al rialzo dell’immagi­nario. Ma il reale non può sorpassare il modello, di cui non è che l’alibi. L’immaginario era l’alibi del reale, in un mondo dominato dal principio di realtà. Oggi è il reale che è diventato l’alibi del modello, in un universo retto dal principio di simulazione. Ed è paradossalmente il reale che è diventato oggi la nostra vera utopia – ma è un’utopia che non appartiene più all’ordine del possibile, perché non si può che sognarne come un oggetto perduto. Forse la science-fiction dell’era cibernetica e iperreale non può che consumarsi nella resurrezione “artificiale” di mondi “storici”, cercare di ricostruire in vitro, fin nei minimi dettagli, le peripezie di un mon­do anteriore, gli avvenimenti, i personaggi, le ideolo­gie passate, svuotate del loro senso, del loro processo originale, ma allucinanti di verità retrospettiva. Così in Simulacri di Dick, la guerra di Secessione. Gi­gantesco ologramma in tre dimensioni, dove la fin­zione non sarà più uno specchio teso al futuro, ma riallucinazione disperata del passato. Non possiamo più immaginare altri universi: la gra­zia della trascendenza ci è stata negata anche su que­sto terreno. La science-fiction classica è stata quella di un universo in espansione; trovava del resto le sue vie nei racconti di esplorazione spaziale complici del­le forme più terrestri di esplorazione e di colonizza­zione del XIX e XX secolo.>>

E poi, ancora, come a voler concretizzare definitivamente la sua sfida post-moderna: <<Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà di realizzare situazioni decentra­te, modelli di simulazione e di ingegnarsi a dar loro i colori del reale, del banale, del vissuto, di reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scom­parso dalla nostra vita. Allucinazione del reale, del vissuto, del quotidiano, ma ricostruito, talvolta fin nei dettagli di un’inquietante estraneità, ricostruito come una riserva animale o vegetale, esposta alla vista con una precisione trasparente, e tuttavia senza sostanza, derealizzata in anticipo, iperrealizzata. La science-fiction non sarebbe più, in questo sen­so, un romanzesco in espansione con tutta la libertà e il naif che le derivano dal fascino della scoperta, ma piuttosto evolverebbe implosivamente, a immagine della nostra concezione attuale dell’universo, cercando di rivitalizzare, riattualizzare, riquotidianizzare dei frammenti di simulazione, frammenti di quella simulazione universale che è diventato per noi il mondo che si dice “reale”.>>

“Cyberfilosofia” è un libro che ogni scrittore di fantascienza dovrebbe leggere.

Il tempo di una sigaretta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2010 by Michele Nigro

Il tempo di una sigaretta

Vi siete mai chiesti perché la vostra bionda preferita, pur rispettandovi e dimostrandovi la sua sincera amicizia, alla fine sceglie sempre di farsi sbattere dal tipo più improbabile che passa per caso al “China Jazz Club” e che c’ha il portafogli a mantice? Vi siete mai chiesti quanti musicisti si ritrovano in questo fumoso buco cinese a fare jazz solo perché non hanno vinto il concorso in qualche orchestra o nella banda municipale dove ti pagano pure i contributi per la pensione? Vi siete mai chiesti quante volte un barman, durante una serata e una nottata, pulisce il bancone con lo straccetto umido prima di servire i nuovi clienti? Vi siete mai chiesti quanti cadaveri vengono gettati dai retro dei locali direttamente nell’immondizia dei vicoli stretti e puzzolenti di Neaples City?

buscaglioneE poi, chi di voi non si è mai chiesto quanti pugni d’orzo occorrono per fare il whisky che ondeggia nel vostro bicchiere attendendo di essere tracannato? E se lo scotch whisky on the rocks è roba da checche delicate che cercano di diluire l’inferno, perché un superalcolico come quello va bevuto liscio e basta, se sei un vero uomo?

Certe strane domande comincio sempre a pormele, più o meno, dal quarto bicchiere in poi, quando l’alcol entra seriamente in circolazione e l’atmosfera diventa vera, disarmante e dolorosamente triste come una lama che penetra inesorabile nel tuo ventre.

La maggior parte della gente beve per dimenticare e riuscire così a sorridere; io, invece, bevo per ricordare tutto e meglio, perché di sorridere come un ebete in libera uscita, non me ne frega niente. Quando ti lasci trasportare dalla tiepida onda alcolica e i tuoi globuli rossi fanno surf usando come tavola le molecole di alcol etilico, tutto diventa più chiaro e riesci persino a far collimare cose assurde e distanti, pezzi di vita rimossi che ritrovano la loro logica e lampante funzione all’interno di un meccanismo che credevi irrimediabilmente arrugginito e inservibile.

Vi dirò! Vorrei essere sempre un po’ brillo, ventiquattro ore su ventiquattro: per riuscire a ragionare meglio e per vedere lì dove non riesco a vedere quando sono sobrio.

Il lavoro? Mai avuto problemi: non ricordo una sola volta in cui ho sbagliato mira oppure una sola serata durante la quale sono stato accompagnato a braccetto davanti casa dai ragazzi! Non sono il tipo che prima di ficcarsi nel letto si fa togliere le scarpe da un pivello appena sbarcato in città con la vocazione del gangster, io; o che si fa rimboccare le coperte da una pollastra astemia e furba che mi considera come uno zio a cui poter sfilare qualche banconota dal cappotto perché “…tanto è rintronato dal troppo bere…”. Il comando lo detengo sempre e solo io! Questo è sicuro.

Il segreto del mio autocontrollo? Essere costantemente insoddisfatto e incazzato: solo i professionisti vessati da una settimana di lavoro, i grassocci commercialisti che si agitano sulla sedia come i dannati del purgatorio non appena il trio attacca a suonare, solo gli avvocati ricchi che ridono in modo plateale per fare inutilmente colpo su un’oca già a caccia di avvocati da sposare o gli studenti promettenti vestiti da adulti che bevono latte durante il resto della settimana, solo questi tipi crollano come pere secche già dopo mezzo bicchiere di J&B. Crollano sotto i fulmini di una divinità fermentata perché credono ancora nella vita, nella facilità dei loro soldi, dei loro presunti amori, nella moralità di una società che li ha fregati sul nascere senza che se ne accorgessero, perché credono nell’onesto miraggio del posto fisso o negli affari benedetti da Dio… E il disincanto non ha ancora anestetizzato il loro sensibile sistema nervoso, rendendoli finalmente paralitici dinanzi a stupide gioie da week end.

L’alcol è per me come l’olio con cui si lucidano le canne e gli ingranaggi delle pistole e dei fucili prima di una missione delicata: se ne usi poco il metallo fatica a interagire, rischi di rimanere con il pezzo incrippato davanti al fuoco nemico e… buona notte al secchio! Se ne usi troppo e capita che sei nervoso per un qualsiasi maledetto motivo e ti sudano le mani, può succedere – e vi giuro che è successo appena due settimane fa a Jimmy Spillo, riposi in pace! – che ti scivola tutto di mano facendo la figura del fesso mentre muori sparato tra le risa generali persino dei tuoi stessi compagni. Comicità e morte: una schifosa miscela da evitare come la peste, se si vuole essere ricordati in maniera dignitosa e con un minimo di rispetto nel mio mondo.

Filosofeggio, direte voi, o si tratta di un semplice cazzeggio da bicchiere? Forse tutte e due le cose, ma di sicuro, grazie a questo mio modo di pensare… sopravvivo! A me stesso e alla vita scellerata che ho scelto di vivere.

Il motivo biondo e profumato della mia incazzatura cronica, anche stasera, come ogni sera, scende lievemente, come nebbia sui marciapiedi, dalle scale che portano alla toilette per signore del locale. In tanti anni che vengo qui puntualmente per depositare pezzi di fegato sul bancone, non l’ho mai vista entrare dalla porta del “China Jazz Club” come un cristo qualunque. Eppure il locale non è il suo… Ma è come se lo fosse: è sessualmente suo. Le pareti, i tappeti, le tovaglie e persino gli abiti dei camerieri appena ritirati dalla lavanderia, nonostante la quasi costante cortina fumogena presente nel locale, sono impregnati del suo intimo afrore che supera di gran lunga quello delle altre donne. Qualcuno, però, dirà che il mio è un naso innamorato e che il mio giudizio non è imparziale. E forse è vero, dal momento che presagisco il suo arrivo respirandola nell’aria, anche se continuo a bere con il volto girato verso la fila di bottiglie del bancone, completamente disinteressato al resto del locale.

Scende dalle scale dopo aver incipriato il suo bel nasino, mi chiedo, o dopo aver sniffato un po’ di quel carburante in polvere che le fornisco ogni settimana, prima di affrontare un’ennesima lunga notte al “China” tra potenziali soci in affari e cascamorti in azione? O forse entrambe le cose? Sperando che non confonda mai la cipria con la coca.

Luana non è una semplice donna; i buddisti direbbero che potrebbe essere tutt’al più la reincarnazione di una mantide religiosa in un corpo di femmina umana. Si ciba della mia testa e del mio corpo, amandomi inconsapevolmente, però, solo con i suoi occhi colmi di tempesta e con le nuvolette di fumo con cui gioca e che fuoriescono da quella sua bocca dolcemente letale: non muoio mai, questa è la mia condanna, e di conseguenza il mio dolore è costretto a rinnovarsi ogni sera tra un glissando e un riff, mentre dalla porta della cucina giungono sprazzi di bestemmie cinesi tra un cameriere e il cuoco.

Davvero una fine di pasta frolla per un duro come me.

Luana “ama” un altro, uno che la illude, la fa soffrire e che dopo essersela scopata per benino la sbatte in un taxi dicendo che ha da fare cose importanti negli uffici del suo grattacielo e che non ha tempo per fare shopping clandestino con una ragazzina viziata del “China”, che non può chiedere il divorzio a sua moglie, perché quella possiede l’ottantatre per cento delle azioni della società ereditata dal padre e che quindi lo tiene al guinzaglio per le palle come una di quelle signore impellicciate che vanno a passeggio per le vie della città trascinandosi dietro il cagnolino, solo che al posto del cane ci sono i suoi “gioielli di famiglia”. Uno che, quando Luana parte con il suo sistematico pianto greco da ragazza sedotta e abbandonata, caccia fuori la storia sempreverde dei “figli ormai grandi”, del fatto che lei è carina e chissà quanti altri ne può trovare e bla, bla, bla…

Un tizio che, prima o poi, farò sistemare come si deve da un paio dei miei ragazzi. Niente di cruento o di plateale, s’intende: giusto un “piedistallo” in cemento da abbinare a quei suoi bei mocassini da imprenditore con cui ama prendere a calci in culo la mia dolce Luana.

La mantide sconfitta dal maiale: c’è bisogno di riequilibrare il karma di questa città.

Io e Luana siamo molto simili: dietro un’armatura caratteriale a prova di proiettili e uno stile apparentemente cinico, nascondiamo un’anima soufflè.

Peccato che il suo masochismo, ormai degenerato in autolesionismo sentimentale, non le permetta di notare l’adorazione quasi mariana che nutro per lei da molto tempo. Forse anch’io, a mio modo, sono un masochista perché non mi decido a lanciarle un razzo di segnalazione in direzione delle sue due scialuppe di salvataggio.

In compenso ultimamente, magra consolazione, siamo diventati soci in affari… In loschi affari. Come tutti quelli di cui mi occupo.

– É tornato Tony Molla? – (così soprannominato per via della sua imponente collezione di coltelli a scatto) mi chiede Luana mentre parcheggia il suo meraviglioso fondoschiena sull’alto sgabello vicino al mio.

Il suo corpo proporzionato e micidiale, fino a quel momento uniformemente fasciato da un elegante vestito nero, trova una via d’uscita attraverso l’ampio spacco laterale che lascia sfuggire, accavallando le gambe, una delle due colonne berniniane che lo sorreggono in questo mondo abitato da noi poveri mortali.

Prima che cominci io a balbettare dinnanzi alla sua coscia, distolgo velocemente lo sguardo dal suo corpo e le piazzo una risposta fredda e breve, tornando a fissare le bottiglie: – Non ancora!

– Speriamo che non abbia combinato un casino! – continua Luana facendo segno al barman di portarle il solito.

– Per uno esperto come Tony, consegnare un “pacchetto di metallo” è un gioco da ragazzi. Sarà qui a momenti, vedrai. Non preoccuparti e gustati il tuo drink! – dico a Luana una delle frasi più decise degli ultimi mesi.

Nel gergo malavitoso consegnare un “pacchetto di metallo” significa mandare un “bravo ragazzo” per pugnalare nelle natiche o a morte qualcuno che ha sgarrato nel complicato mondo del traffico di droga; a volte la lama è più sicura e decisamente più silenziosa della pistola, ma c’è bisogno di esperienza perché la distanza di sicurezza tra la vittima e il carnefice è ridotta a zero. E Tony Molla è un’autorità nel settore lame: io questo lo so, ma Luana non conosce i miei uomini come li conosco io e quindi freme nel suo vestito da femme fatale come una scolaretta prima dell’interrogazione nel suo grembiule.

Vorrei rassicurarla stringendola a me, vorrei lanciarle quel benedetto “razzo di segnalazione” ma so che non è il momento giusto e che un suo rifiuto potrebbe rovinare anche quel minimo contatto che ancora mi permette di ascoltare la sua voce e di sentire il suo odore, a volte di sfiorarla mentre le porgo un bicchiere o le accendo una sigaretta. Piccoli contentini adolescenziali per uno che si vanta di scontri armati, omicidi e traffici di varia natura.

Tuttavia la psiche umana è sorprendente, soprattutto la mia. Dopo tanti discorsi sulla cautela e sulla paura di essere rifiutato, mi riscopro a pochi centimetri dall’orecchio di Luana mentre le bisbiglio una frase a dir poco storica, una frase che se l’avessi preparata prima non mi sarebbe venuta fuori in modo migliore: – Che ne dici se dopo l’arrivo di Tony ce ne andiamo io e te a bere qualcosa al Cotton? Così, giusto per uscire da questo posto e prendere una boccata d’aria?

I ragionamenti che facciamo a noi stessi, spesso, servono solo a preparare il terreno alla più sfacciata contraddizione: un po’ come quando chiediamo un parere a qualcuno ma in realtà abbiamo già deciso. E meno male che ci contraddiciamo, aggiungerei. Rimanere legati alle proprie remore non fa bene alla salute e di tanto in tanto occorre osservare il mondo anche da un’altra angolazione, da un’altra visuale: fosse anche quella della sconfitta o del rifiuto.

Lo sguardo di Luana da sorpreso diventa lentamente rilassato e vergato da una sfumatura di complicità nei miei confronti. Una sensuale complicità che non avevo mai neppure concepito durante i mesi precedenti.

– Pensaci! – decido di aggiungere un tocco di classe e di finto distacco alla scena sotto forma di dolce ultimatum, mentre accendo, cercando di non tremare, la mia Dunhill Gold che tengo poggiata sull’orecchio sinistro da più di mezz’ora.

Intanto il trio della serata, introducendo un vocalist nel tessuto delle improvvisazioni, ci regala la versione jazz di una vecchia canzone di Fred:

Prima che finisca questa sigaretta

tu mi dirai di sì, oppure forse no!

Puoi pensarci bene,

non avere fretta

hai tanto tempo ancor,

il tempo di una sigaretta ¹

Luana fissa sorridendo il fondo del suo bicchiere mentre un ciuffo di capelli, staccandosi dalla massa profumata e bionda, scivolando verso il mento le carezza una guancia. All’improvviso il suo sguardo passa fulmineamente dal bicchiere ai miei occhi e sento che il danno è ormai fatto e non mi resta che attendere il verdetto.

Guardo pigramente, le spire profumate

lo vedi,

fumo a piccole boccate

vorrei fermare un poco,

questa punta di fuoco

vorrei fermare il tempo,

ma il tempo passa e va²

Lei mi fissa mentre continuo a osservare, sfoggiando un falso interesse da duro intenditore, le varie etichette di whisky. E lentamente, distendendo la sua immensa schiena nuda verso di me, porta le sue labbra rosse come la lava di un vulcano attivo a portata di bacio o di sputo, a seconda della risposta che ha in mente per me.

Vedi si consuma, questa sigaretta

tu mi dirai di sì, o mi dirai di no.

Passano i minuti,

forse troppo in fretta

io guardo gli occhi tuoi,

fumando questa sigaretta…³

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sigaretta…

… sig…

… sig…

… aretta…

… etta…

… tta…

– Maledizione! Si è incantato di nuovo! – sbraitò il Maggiore Black nel microfono della postazione O-37 all’indirizzo dell’operatore della Sala Ologrammi che, come al solito, già dalla seconda scena s’era mezzo appisolato sulla consolle del computer olografico, tanto quelle storie le conosceva a memoria.

– Maggiore, ma perché si ostina a voler far girare sempre la stessa vecchia storia? – cominciò l’operatore una polemica con il Maggiore che sapeva di già vissuto.

– Non sono affari che ti riguardano e non farmi sempre la stessa domanda…

– Abbiamo dei nuovi titoli, li vuole almeno sentire? – tentando una timida promozione della merce.

– Non m’interessano gli altri titoli! Non ti avevo già detto di risolvere il problema? – rispose secco il Maggiore.

– Proprio ieri è arrivato fresco, fresco dal database della Compagnia una storia intitolata “La conquista di Phobos”… – continuando imperterrito – e narra della nostra gloriosa colonizzazione del pianeta Ph…

– … Non m’interessano i tuoi nuovi stupidi titoli, lo capisci o no?!

– … Lei potrebbe interpretare la parte del patriarca dei coloni. Che ne pensa?

– Penso che questo tuo insistere nel tentare di farmi cambiare ologramma sia disonesto e puerile!

– Oppure c’è… Aspetti, aspetti: mi gioco una settimana di paga che questa storia le piace! – correndo dietro il cliente deluso che già s’apprestava a lasciare la sala.

– Sentiamo!

– “Sette spose per i trivellatori di Adrastea”, ambientato su uno dei satelliti di Giove: uno spasso dal primo all’ultimo fotologramma.

– Ma per piacere… Hai appena perso una settimana di paga.

– Va bene, faccia come crede! Capisco che lavorare nella base mineraria di un planetoide che gravita intorno a un sole lontano migliaia di parsec dal proprio, possa causare nostalgie e squilibri psichici vari… Ma incaparbirsi per un ologramma malfunzionante non aiuterà certamente il suo umore.

– Lascia stare il mio umore e pensa piuttosto a farti trasmettere una nuova copia di questo ologramma dalla base… – disse risoluto il Maggiore: – La prossima volta che verrò qui, dovrà procedere tutto liscio fino alla fine!

– Agli ordini!

– Devo assolutamente sapere se Luana mi bacerà o no! Se accetterà di venire con me al “Cotton” per un drink!

¹ ² ³  “Una sigaretta” (Fred Buscaglione – Chiosso)

Vite sotterranee

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 ottobre 2010 by Michele Nigro

Philip K. Dick

[…] “La penultima verità” (The Penultimate Truth) contiene uno dei temi prediletti da Dick: la guerra eterna. In questo romanzo una società “lemure” non abita più la superficie terrestre, dopo che una guerra nucleare totale l’ha resa invivibile. L’umanità, ormai abituata a vivere in città-bunker sotterranee scavate verso il cuore della terra, evita diligente­mente la crosta terrestre, credendola ancora contaminata. In superficie, solo uno sparuto manipolo di dominatori-latifondisti, con l’ausilio di un esercito di guardiani-robot, conosce la realtà… I notiziari che vengono propinati alla popolazione sotterranea, sono letti da un androide che tutti credono umano e che riceve ordini da un sofisticato computer che elabora costantemente notizie allarmanti con il solo scopo di mantenere la gente nella più totale immobilità e disinformazione… Solo un uomo decide di tornare in superficie sfidando tutte le regole del buonsenso di cui sono schiavi i suoi concittadini. Mentre risale pensa al pericolo delle radiazioni che lo potrebbero uccidere e all’esercito dei robot che polverizzano qualsiasi forma di vita estranea allo scenario desolante post atomico. Ma il dubbio è grande e la sete di verità incontenibile…

Scritto nel 1964, “La penultima verità” rappresenta un valido “riassunto” di tutte le tematiche dickiane: gli scenari depri­menti di un pianeta Terra trasformato dalla guerra, i personaggi che perdono pezzi di umanità non conoscendo più il limite tra se stessi e i loro “simulacri” artificiali, la realtà che diventa la parodia della Verità, le coscienze assopite da Poteri nascosti, la capacità di pochi speciali “incoscienti” che materializzando le necessarie figure degli “antieroi” grassi e brutti (altro che il cinematografico Harrison Ford di “Blade Runner”!) danno vita alla vera ricerca dolorosa di chi rinnega la comoda realtà per ritrovare il vero senso della vita in uno squallido scenario decadente. […]

[…] E se vivessimo anche noi in una nostra attuale condizione “sotterranea” fatta di bugie e di esigenze inventate? Chi di noi ha il coraggio quotidiano di ritornare “in superficie” per andare oltre la notizia e al di là delle apparenze di una società in cui tutto sembra “necessario”? Il Philip Dick paranoico, visionario, depresso e allucina­to ci indica, nei suoi romanzi e ancor di più tramite i suoi personaggi, gli elementi per una ricerca attualissima: in questa epoca di “guerre preventive” e di “armi di distruzio­ne di massa” mai trovate, ci verrebbe spontaneo imitare il personaggio de “La penultima verità” e risalire anche noi verso la superficie del nostro mondo fatto di “inevitabilità” e “falsi doveri”. […]

(tratto da “Ritratti d’Autore” a cura di Michele Nigro:

Philip K. Dick – “La penultima verità”

articolo pubblicato sul mensile “Strange Days”)


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