Archivio per solidarietà

Nelle ferite del tempo. Poesia e racconti per l’Italia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2017 by Michele Nigro

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I poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio danno alle stampe un’opera antologica con poesie e racconti a scopo benefico: “Nelle ferite del tempo”

 

Comunicato Stampa

 

Un libro può essere breve ma profondo, come il vento che insegue la sua foglia, come la luna che illumina la notte con la sua luce argentea.

Emanuele Marcuccio

Esce il 30 Settembre 2016 Nelle ferite del tempo. Poesia e racconti per l’Italia, Antologia di poesia e racconti per la cura editoriale dei poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio, ivi presenti con due liriche. L’opera si apre con una prefazione a cura del poeta Luciano Somma ed è impreziosita da un’opera xilografica del maestro Stephen Alcorn.

Il ricavato vendite andrà in primis per i terremotati del centro Italia. L’acquisto di questo testo, la cui lettura è gradevole, anche per i giovani, potrà permettere alle nuove generazioni di avvicinarsi alla solidarietà in modo attivo e diretto.

Oltre settanta gli Autori partecipanti, tra i quali il sindaco di Venarotta (Ascoli Piceno), uno dei tanti comuni colpiti dal terremoto, e il noto attore, sceneggiatore e scrittore italiano Victor Poletti.

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Giù le mani dal Corto Circuito!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 ottobre 2016 by Michele Nigro

… ricevo e ritrasmetto…

cortocircuito

[Roma] Giù le mani dal Corto Circuito! Giù le mani dagli spazi sociali. Un Corto Circuito in ogni quartiere!

La Federazione Lazio del P. Carc esprime piena solidarietà alle compagne e ai compagni del CSOA Corto Circuito per l’operazione di sgombero messa in campo dalle “autorità” e il conseguente sequestro dell’area tacciata di “gravi abusi edilizi”. L’accanimento contro il Corto Circuito (ripetutamente colpito ma incessantemente difeso dagli attivisti e dalle masse popolari del quartiere e della città), si spiega solo alla luce del ruolo politico che esercita da circa 30 anni a Roma, in virtù del quale non è solo uno dei padri delle occupazioni romane, ma è soprattutto uno dei motori importanti della lotta di classe romana: al servizio di questa il Corto Circuito ha costruito, in uno dei quartieri periferici di Roma, uno spazio accessibile alle masse popolari (la scuola e la palestra popolare, ma non solo) per svolgere attività che la società sempre di più nega e rende appannaggio esclusivo di ricchi e padroni: il diritto all’istruzione, allo sport, alla socialità e all’aggregazione sana, l’integrazione dei migranti, la difesa dell’ambiente, ecc.

Per questo “le mani sul Corto Circuito”, sono le mani sul diritto delle masse popolari a fare politica, a interessarsi di quello che succede nel mondo e a organizzarsi dal basso per cambiarlo. Questo è il motivo principale per cui la difesa della sua agibilità politica va assunta da chiunque oggi ha a cuore la costruzione dell’alternativa politica a Roma e nel paese intero.

D’altra parte lo sgombero del Corto Circuito, mostra l’urgenza di “dare le gambe” a quanto emerso il 4 ottobre nell’assemblea “Consultazione Popolare” dove a centinaia hanno sottolineato che nessuno si salva da solo e che le mille vertenze e battaglie in corso, nei vari campi (lavoro, casa, ambiente, istruzione, ecc.) possono trovare una soluzione positiva solo in una mobilitazione unitaria che punta a costruire un  nuovo sistema di potere popolare, che nasce dal basso (si fonda sul ruolo attivo e sulla crescente partecipazione delle masse popolari) e che svolge una doppia funzione:

rende la città ingovernabile ai poteri forti, tramite la mobilitazione e l’organizzazione popolare nella attuazione pratica delle soluzioni ai problemi più urgenti (casa, lavoro, manutenzione e vivibilità del territorio, emarginazione sociale, ecc.), alimenta e organizza la disobbedienza e il sabotaggio di tutte le regole imposte dal governo centrale e locale che solo se affrontate collettivamente (come affare pubblico e non questione privata), diventano un “problema” per le autorità centrali e locali;

– costruisce la nuova governabilità delle masse popolari, che potenzia il lavoro e l’attività che già centinaia di comitati, reti e associazioni svolgono nei nostri territori e in virtù del quale esistono “sacche di resistenza” in cui la barbarie del capitalismo fatica a fare terra bruciata: le mille strutture popolari (scuole, palestre, centri di accoglienza e integrazione per i migranti, centri di difesa e tutela delle donne, ecc.) che esistono a Roma sono già una rete organizzata e coordinata dove si impara ad occuparsi dell’individuo soprattutto occupandosi del collettivo e lavorando nel suo interesse.

Per il ruolo che già svolge, questa “rete” è già un embrione di governo del territorio alternativo a quello della politica borghese, conosce le questioni di cui è necessario occuparsi, ha già delle soluzioni pratiche e conta già su una certa disponibilità delle masse popolari a mobilitarsi per attuarle. In questo senso lo sviluppo del “controllo popolare” non può che accelerare il processo che porta le masse popolari a governarsi, se si pone l’obiettivo di costruire un comitato in ogni posto di lavoro, strada, caseggiato che agisce da “nuova autorità” locale, che afferma ciò che è legittimo su ciò che è legale.  E’ questo il movimento che fa schierare nella pratica e non solo a parole, le amministrazioni locali (comunale e municipale), spingendole, con le buone o con le cattive, ad usare mezzi, fondi e risorse per provvedere alle questioni più urgenti che oggi affliggono la vita delle masse popolari romane e secondo priorità e decreti che vengono dal basso!

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Se un giorno un corpo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 dicembre 2015 by Michele Nigro

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Se un giorno

troverete il corpo esanime di un tentativo

fermo oltre il ciglio della vita

non giudicatelo a poche ore dalle esequie,

avrebbe voluto assaporare di nuovo

la speranza acerba suscitata dall’amore

l’illusione di un futuro insieme al cielo

lontano dal disincanto della realtà

e delle cose che non cambiano.

Se un giorno

scorgerete il corpo freddo

della sconfitta terrena

non seppellitelo di fretta,

leggete prima i suoi libri

anche quelli non ancora scritti

ascoltate la musica di chi

è stato convinto dalla morte

anche quella non ancora suonata

e conoscerete

alla fine

il vero nome di quel corpo.

Il mio nome è Khan

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 gennaio 2012 by Michele Nigro

Dopo aver visto il film “Il mio nome è Khan” potrei cavarmela in maniera sbrigativa e snob dicendo semplicemente che si tratta della riproposizione in salsa bollywoodiana di un Forrest Gump dei giorni nostri o di un Rain Man hindi che invece di contare stuzzicadenti, s’incaponisce nel voler a tutti i costi incontrare il Presidente degli Stati Uniti d’America per confidargli una banalità. Potrei usare tutto il mio sarcasmo nel sottolineare che il regista o chi per lui ha sostituito la celebre frase di origine materna adoperata spesso e volentieri da Forrest Gump “stupido è chi lo stupido fa” con l’equipollente etico “al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle buone che fanno buone azioni e quelle cattive che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza”. Potrei dire che si tratta di un film sfacciatamente obamiano (e veltroniano). Potrei elencare le scene dolciastre e buoniste contenute in questo film… Certo, potrei. Ma non lo farò.

Non lo farò perché il messaggio in esso contenuto supera questi “difetti” di gioventù – è il quarto film come regista di Karan Johar – così come a essere superata è l’impostazione apparentemente ingenua di una trama che dopo un inizio romantico e bollywoodiano subisce una drammatica virata costringendo lo spettatore a riflettere su questioni etiche importanti e attuali: l’integrazione religiosa e culturale come valore e non come minaccia; il pregiudizio nei confronti dei musulmani all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle e i maltrattamenti subiti in carcere da parte di chi è anche solo sospettato di terrorismo (forse un riferimento a Guantánamo e ad Abu Ghraib?); la necessità di continuare a dialogare e a non lasciarsi sconfiggere dall’odio e dalla rabbia…

La forza di questo film è la quest compiuta dal protagonista, il musulmano Rizwan Khan, affetto dalla Sindrome di Asperger ma che dimostra, a suo modo, di essere più intelligente e sensibile dei cosiddetti ‘normali’: una ricerca nata dal dolore e dalla disperazione ma che è destinata a un lieto fine ricco di amore e di speranza. Durante il viaggio riscopriamo insieme a Rizwan Khan quei valori per cui vale la pena vivere: la solidarietà, la compassione, l’amicizia, la dignità, la vera religiosità che non insegna la vendetta… L’utilizzo di una ‘mente semplice’ (un espediente piuttosto inflazionato ma efficace, sovente usato dal cinema: vedi appunto Forrest Gump, Rain Man, ma anche il Leonard di “Risvegli“, il Ligabue di Salvatore Nocita, ecc.) serve a fare breccia nella normalità dietro cui spesso nascondiamo le nostre nevrosi e i dubbi derivanti da un’esistenza insicura. La diversità di questi personaggi ‘speciali’ c’induce a non considerare la vita come un blocco granitico e perfetto: semplicità significa sapersi mettere in discussione e avere il coraggio di riprendere a camminare.

“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: come a voler ribadire con serenità e forza che si può essere ‘diversi’ (e il protagonista è ‘allenato’ fin dall’infanzia a incassare i colpi derivanti dall’incontro tra la sua personale diversità e il mondo ottuso) ma non per questo rappresentare un pericolo.

È vero: si tratta di un messaggio buonista ed edulcorato, forse anche ingenuo, ma siamo proprio sicuri che non ci sia bisogno di sottolineare per l’ennesima volta determinati concetti, dal momento che non stiamo dimostrando di fare grandi progressi dal punto di vista dell’integrazione? (Ogni riferimento alla componente leghista della nostra bella italietta politica è puramente voluto!). Durante certi periodi di crisi socio-economica, come quello che stiamo attraversando, non sono infrequenti i rigurgiti nazionalistici che facendo leva sull’insoddisfazione generale tentano di alterare il senso critico delle persone equilibrate. Restare lucidi è difficile: a volte veniamo messi alla prova e l’istinto di sopravvivenza sembra prevalere sulla cultura della condivisione. L’ingiustizia ci travolge anche mentre viviamo la nostra vita in maniera corretta e pulita. Il cammino personale (nessuno può insegnarci la solidarietà) comincia quando non vogliamo piegarci a certe logiche di massa, quando difendiamo la nostra e l’altrui identità culturale con dignità, senza cedere alla paura, all’intolleranza e soprattutto senza ricorrere alla violenza.

Black out

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2011 by Michele Nigro

Dopo cena, come un antico personaggio di storie spettrali mai più raccontate, mi incamminai verso la mia stanza per leggere. Sedendomi in poltrona cercai una posizione adatta per distribuire sul libro il fascio di luce derivante dalla candela. Avvicinai le pagine del “Moby Dick” di Melville e cercai di distinguere nel modo migliore le lettere stampate, nonostante i tremolii della mia fiammella esultante, forse, a causa di una sua riabilitazione storica. Improvvisamente ebbi la sensazione di rivivere (è proprio il caso di dire) sotto un’altra luce le scene dell’invasato Achab sul ponte del Pequod e sembrava quasi di vedere proiettate sul muro della mia stanza le sue allucinazioni insonni e le sue febbricitanti promesse di una caccia alla Balena Bianca che lo avrebbe visto sconfitto.

Rividi le luci delle caldaie del Pequod mentre scioglievano il grasso delle balene uccise e le fiammelle della stiva di prua dove dormivano gli esausti marinai delle impavide lance.

E mentre stavo per arpionare Moby Dick sul soffitto della mia stanza, ecco che fece ritorno, quasi a malincuore, la corrente elettrica e quindi la luce

(tratto da Elettroshock)

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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