Archivio per sovvertire

Giacevi così mi parve…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2018 by Michele Nigro

La casa del custode

con la sua luce tenue

da una vita privata

veglia ancora oggi

su quello che fummo,

in epoche che sembravano

clementi come un ultimo giorno

di scuola e di speranze.

 

Hai avuto la tua occasione

esanime dalle zampe verdi

che giaci sulla banchina

della mia partenza a tratti,

in attesa dell’aruspice passante

per leggere in te

ardui futuri da sovvertire.

 

Tentenni ancora

nei pressi della stazione,

non hai dimenticato

quella possibilità di andare.

 

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Liberté, Égalité, Physicalité

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 dicembre 2015 by Michele Nigro

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Contenuti in spazi

disegnati da altri

ai fianchi le regole

del vivere sociale,

obliteratrici d’aria

la fila per morire

i divieti di fumo all’inferno

la linea gialla dell’anima

da non oltrepassare

le opinioni da corridoio

e le guerre inventate

gli orari d’ingresso

ai non luoghi.

In silenzio, al buio

dinanzi a un fuoco antico

le leggi della fisica

sole mi posseggono

nell’illusione del vero.

Logiche autunnali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2015 by Michele Nigro

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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Sabbie mobili

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 18 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che il bagaglio culturale mutuato dalla società e dalla sua coscienza collettiva, e che vorremmo sovvertire, viene veicolato anche attraverso i nostri amati libri: gli autori che realizzano le opere a cui siamo tanto affezionati non sono loro stessi frutto della società in cui sono nati, cresciuti e nella quale operano in qualità di scrittori? E non sono anche loro condizionati da quel “patrimonio di significati” appartenente alla comunità in cui hanno mosso i primi passi? Certamente, ed è giusto che sia così: sarebbe un fallimento se l’autore scindesse le proprie pagine scritte dalla cultura e dalla precedentemente criticata tradizione (anche linguistica) che lo ha alimentato e sorretto durante le fasi formative e informative della propria esistenza. Altrettanto fallimentare sarebbe, però, il suo impantanarsi in maniera acritica nelle numerose buche dei localismi mentali e della cosiddetta ‘buona letteratura’ (buona per chi?). La tradizione, quella utile, dovrebbe rappresentare il trampolino di lancio della sperimentazione e non una lugubre e fatale distesa di sabbie mobili.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 24)

Da “Alba Rossa” alla Rete-Ombra di Obama

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno 2011 by Michele Nigro

Ogni tanto fa bene rivedere certe pellicole: non tanto per una questione di nostalgia nei confronti di alcuni elementi appartenenti ai ‘tempi andati’, quanto piuttosto per fare autocritica, per realizzare dei confronti tra presente e passato, per delimitare la cultura sociale e politica di un’epoca che oggi, dall’alto del primo decennio del XXI secolo, ci appare inevitabilmente ridicola e anacronistica.

Ho rivisto recentemente il film fantapolitico intitolato “Alba Rossa” (Red Dawn) del 1984 e ho provato la stessa sensazione di quando, alcuni anni fa, ho tentato di rileggere una copia di “Topolino” o quando mi è capitato di rivedere alcune puntate del famoso cartone animato giapponese “Goldrake”: una sensazione di tenerezza mista a imbarazzo. Tenerezza per i legami sentimentali con il periodo storico tirato in ballo; imbarazzo per l’inadeguatezza, la superficialità e la palese ingenuità del messaggio in essi contenuto, ma che all’epoca sortiva l’effetto voluto.

“Alba Rossa” è un classico film patriottardo da guerra fredda in salsa reaganiana: dal punto di vista del pro-americanismo è capace di superare addirittura i film di John Wayne e quelli più recenti di Kevin Costner. Solo che al posto degli illustri attori sopracitati compaiono dei giovanissimi e piuttosto puliti (nonostante i mesi trascorsi in montagna tra guerriglie e attentati compiuti ai danni di sprovveduti comunisti invasori) Patrick Swayze, Jennifer Grey (che rifaranno coppia in “Dirty dancing” ma senza i sovietici) e un Charlie Sheen ‘sbarbatello’ in versione guerriero liceale.

Il film appare tragicamente comico fin dai primi fotogrammi: i paracadutisti degli invasori sovietici, cubani e nicaraguensi non appena toccano terra si accaniscono (sparando, ammazzando, sprecando munizioni e facendo un gran casino) contro un target altamente strategico: un liceo. Ora, tutti noi sappiamo (pur non essendo dei grandi strateghi) che invadendo una superpotenza come gli Stati Uniti d’America tra i punti caldi da controllare, per essere vincenti in tempi rapidi, ci sono senz’altro i licei, gli asili, gli ospizi, le mense dei poveri, le parrocchie e altri luoghi pericolosi, determinanti ai fini della battaglia. La prima vittima causata dall’invasione è nientepopodimeno che – mantenetevi – un professore di storia: categoria pericolosa quella degli storici; personaggi ambigui e guerrafondai sempre col naso tra i libri, pronti a ricordarci date di antiche insurrezioni, vecchie resistenze, guerre dimenticate… Da eliminare subito, senza dubbio. Non bisogna essere dei premi Nobel per capire che il regista ha voluto mandare agli americani dell’epoca un chiaro messaggio socio-politico e culturale che oggi francamente suscita una certa ilarità: difendiamo la nostra cultura, la nostra storia e i nostri giovani. Ma da chi o da cosa? Dalla propaganda comunista, è ovvio, e da un futuro reso incerto dalla costante minaccia sovietica. “Better dead than red” (meglio morti che rossi, cioè comunisti) si diceva negli U.S.A. durante l’oscura epoca maccartista.

Sarebbero tantissimi i punti grossolani di questo film da analizzare, ma non voglio annoiarvi ulteriormente. Dico solo che “Alba Rossa” (insieme a tantissimi altri film tipo “Rambo”, tranne il primo del gruppo che possiede un’anima ed è l’unico a raccontare una storia umana) è lo strumento di una precisa strategia politico-cinematografica: instillare il terrore per i comunisti nella classe media americana (la stessa che oggi, senza aver sparato un solo colpo verso i sovietici, si ritrova senza un tetto e senza un lavoro a causa della cosiddetta ‘recessione’). Anche se da lì a poco la caduta del muro di Berlino e la Perestrojka avrebbero reso inutile lo sforzo ideologico e patriottico di questi bravi registi ‘impegnati’.

Passano gli anni. Cambiano i nemici, mutano gli scenari, evolvono le strategie e le esigenze geopolitiche delle superpotenze sopravvissute. Proprio in questi giorni il Presidente Obama ha annunciato la nascita della Rete-Ombra (ovvero “internet invisibile”): un modo nuovo, incruento e tecnologicamente avanzato per combattere le restanti dittature del pianeta utilizzando il web e le preziose informazioni in esso contenute.

L’attacco alle Torri Gemelle di New York ha rappresentato l’unico momento storico (dopo Pearl Harbor, s’intende) in cui la realizzazione della ‘profezia’ di “Alba Rossa” ci è sembrata vicinissima, intaccando di fatto la presunta inviolabilità del suolo americano: solo che a dirottare gli aerei la mattina dell’11 settembre 2001 non furono i sovietici (ormai ‘estinti’ e storicamente mai stati propensi al suicidio in nome dell’ateismo di stato) bensì un gruppo molto organizzato (bisogna riconoscerlo) di sedicenti musulmani pronti a immolarsi in cambio di alcune decine di improbabili vergini in un illusorio aldilà e di un mucchio di dollari per le loro famiglie nell’aldiquà.

Favorire la ‘primavera araba’ per giocare a carte scoperte e grazie all’aiuto della popolazione locale; fornire ai ribelli informatici del terzo millennio gli strumenti per poter diffondere la verità nascosta dai regimi e per coordinare le azioni eversive verso quelle dittature che bloccano, con la propria arretratezza economica e culturale, l’avanzata del liberismo economico (soprattutto americano) in quella porzione di mondo non ancora adeguatamente inglobata nel sistema commerciale mondiale. Oggi la guerra (e forse non solo oggi) è prevalentemente guerra di conoscenza, guerra di immagini, guerra di informazione. Si abbattono dittature obsolete, sopportate e supportate per troppo tempo, bypassando la censura; si determina l’esito di un referendum utilizzando Facebook, Twitter e YouTube. La rete capta l’insoddisfazione del cittadino magrebino e dello studente italiano. Si fa opposizione utilizzando il web 2.0.

Le piazze reali e quelle virtuali si fondono e coordinano gli sforzi. Si realizzano ‘invasioni dolci’ utilizzando computer portatili e cellulari per l’accesso a reti wireless clandestine. Gli U.S.A. scelgono un’ingerenza da tastiera: un’ingerenza per ‘smanettoni’, molto più difficile da gestire ed eventualmente da prevenire. La rigida contrapposizione dei blocchi Usa-Urss è solo un ricordo che si studia sui libri di storia. Non s’incendiano più le bandiere in piazza ma si preferisce entrare nel libero mercato mandando in esilio i vecchi padri della patria: i ‘fratelli musulmani’ strizzano l’occhio a McDonald’s.

Dallo spauracchio comunista (a cui crede ormai solo Silvio Berlusconi e qualche altro buontempone della sua corte) si è passati all’insurrezione organizzata sui social network; dall’anticomunismo reaganiano di “Alba Rossa” alle ribellioni innescate tramite un internet parallelo e incensurabile. Dopo lo scoppio dell’ ‘ascesso fondamentalista’ (11 settembre 2001) si è passati a una strategia politica ed economica raffinata e preventiva: si aiutano le democrazie in fase embrionale sfruttando via internet l’insoddisfazione popolare. E’ vero: in queste ore stiamo ancora bombardando la Libia con bombe vere, ma il cambiamento della strategia è cominciato. Si avverte. E’ evidente. E’ inevitabile.

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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