Archivio per successo

The Truman Show

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versione pdf: The Truman Show

dedicato a tutti quelli che

non hanno una telecamera nella testa

 

Davvero viviamo una vita decisa e organizzata da altri? O meglio, davvero crediamo di vivere la nostra vita, quella scelta da noi, di essere i timonieri delle nostre giornate, di conoscere chi siamo e perché ci troviamo in un determinato posto e non in un altro? Conoscenza e azione sono elementi inscindibili: l’una influenza l’altra; e in mezzo dovrebbe abitarvi un necessario risveglio. Alcuni tirando in ballo, giustamente, il “Mito della Caverna” di Platone, anche se nello show di cui ci apprestiamo a discutere, nessuno è materialmente incatenato. Infatti non c’è peggiore catena di quella mentale. Il libero arbitrio, in realtà, è una leggenda illuministica, basata su un’eccessiva fiducia in ciò che crediamo di sapere. L’autentica libertà si realizza quando giochiamo a carte scoperte, quando prendiamo le nostre decisioni dopo aver conosciuto tutte, o quasi tutte, le amare verità che accompagnano la nostra esistenza, al di là dei sensi e della dimostrazione scientifica. Al di là delle presunte verità religiose che ci vengono impartite fin dalla più tenera età: ci tranquillizziamo sapendo di essere stati creati da una divinità, che tutto è già stato deciso, che la nostra funzione su questa terra è già stata calcolata. Perché preoccuparci dunque? Perché cercare risposte, essere infelici aspirando a qualcos’altro? Ateo è chi non accetta la “sceneggiatura” scritta da un Creatore non televisivo.

The Truman Show, film del 1998 diretto da Peter Weir e interpretato dal bravissimo Jim Carrey, sembrerebbe essere la versione mainstream (e anticipatoria, almeno dal punto di vista della cronologia d’uscita delle pellicole) della Matrix – del 1999 – delle ormai Sorelle Wachowski. Una versione popolare, addolcita dalla implicita comicità di Carrey, ma non priva di implicazioni filosofiche scomode, dolorose, difficili da digerire: noi non conosciamo niente della nostra vita; per anni e anni portiamo avanti un copione che ci fa stare bene, né felici né infelici ma stabili, che rende morbido tutto il nostro andare, un cliché adottato senza battere ciglio. “Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice” afferma Christof, il creatore-regista del Truman Show, che con quel suo nome da redentore è in realtà garanzia di artificiosità e inganno.

Facciamo parte di uno spettacolo protettivo che ci accoglie fin dal primo vagito e, se nel frattempo non ci poniamo domande devianti, ci accompagna con dolcezza verso la tomba, lì dove saremo costretti finalmente a essere autentici, immobilmente noi stessi. Uno spettacolo forte di secoli, millenni di esperienza, di sovrastrutture collaudatissime, infallibili. Se Truman è inconsapevole del fatto di essere la star di uno spettacolo mondiale, noi siamo, eccome, coscienti del nostro essere controllati e monitorati: partecipiamo con le nostre “dirette” sui social al grande spettacolo messo in piedi dai vari Christof della new economy, dagli ideatori di un iperrealismo mediatico che sta fagocitando la semplice realtà (si legga, a tal proposito, il post “Cyberfilosofia” di Jean Baudrillard). Se non sei live non sei nessuno, se non rendi partecipi gli altri di ciò che fai e di dove sei (geolocalizzazione), non conti. Sei asocial. Se non sei in diretta, allora non lo stai vivendo! Se non entri anche tu nella Casa, se non ti confessi pubblicamente davanti a una telecamera, non farai mai la differenza. Ci caschiamo tutti prima o poi; tutti danno il proprio contributo, anche quelli che si credono “vergini”, asettici, ribelli, distanti, e si illudono di non fornire materiale al grande show. Persino i neoluddisti

Ma alla fine, contraddicendo il titolo di un romanzo della Mazzantini, “ognuno si salva da solo”: gli altri, questi famigerati altri che tiriamo in ballo ogniqualvolta non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità, possono solo assistere alla nostra esistenza, osservarla con i loro occhi di prigionieri liberi, in quanto essi stessi personaggi dello spettacolo, che ridono di noi perché inconsapevoli di esserlo.

Gli altri, gli ostruzionisti: quelli che ci frenano, ci ostacolano, ci convincono che non ce la possiamo fare, che dicono di conoscerci e noi dietro, come tante pecore, a credere che sia così. Ci fidiamo del loro giudizio. Ma il freno della nostra esistenza risiede davvero negli altri? O è dentro di noi? Il nostro esistere, in realtà, non interessa agli altri: il loro giudizio (o pregiudizio) serve solo a spostare, per un certo periodo di tempo (alcuni ci riescono per una vita intera) il metro di valutazione da sé stessi al mondo esterno, agli altri appunto. Per alleggerirsi l’anima, per non doversi confrontare con sé stessi, per viaggiare più comodi e veloci.

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Per voce sola

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2018 by Michele Nigro

La falsa posa umile, appartata

un istante prima di ghermire,

poetesse low profile con sguardi

di madonne truccate

sembrano dire

“guardami! guardami!”

e ancora “leggimi! leggimi!”

 

Un canto d’amore

dal suo becco arancio

posato su antenne

d’inezie televisive,

e il cemento di quartiere

le rassegnate tegole

nella quieta provincia

divengono giungla inattesa

rigoglioso bosco per cuori grigi

nel silenzio serale squarciato

da note brillanti, sincere

gorgheggi d’un’anima pennuta

senza spartiti

o glorie studiate.

Carbonio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 maggio 2017 by Michele Nigro

“… a chi confessi i tuoi segreti?
ferito al mattino a sera offeso…”

(Le aquile non volano a stormi, F. Battiato)

Dolori grezzi di puro carbonio

compressi nel tempo

diverranno preziosi diamanti d’anima

in parole e nuovi amabili gesti,

non mi avranno ancora

le abbronzate logiche mediterranee

e i rituali connubi dei vincenti.

 

Raccontare vorrei di sera

dinanzi a fuochi spenti

le occulte storie infedeli e

avventure carnali senza eredi,

ma il silenzio che tutto ricorda

m’insegna mute saggezze.

Gabbiano pensante

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 aprile 2017 by Michele Nigro

6 aprile 1989

“Il primo volo”

Un giorno per istinto un gabbiano ci provò

ma dall’alta scogliera una caduta pigliò:

si sentiva sicuro

il suo becco era duro

eppure qualcosa lo tradì

e rassegnato disse: “riproverò venerdì!”

Era un giorno di tempesta

ed il mare era in festa;

ecco che il gabbiano deluso

ancora una volta si ruppe il muso.

“Accidenti!” pensò l’uccello

“io questo mondo lo facevo più bello”

e tutto insicuro se ne tornò nel nido

gridando al vento: “di questo mare io non mi fido!”

Eppure il povero gabbiano inesperto

non aveva capito che il mare era lì per lui, certo.

Quante apparenze l’avevan fatto gonfiare,

ma è bastato un insuccesso per non farlo più volare.

Il vento dei libri non l’aiutava più:

lui cercava, scrutava, leggeva, ma il morale era giù.

Nel suo nido non trovava pace

e si ripeteva: “io non sono capace!”

Eppure il mare era lì, pronto a istruirlo

dalle alte scogliere fino in cielo a issarlo.

Allora tutti pensarono che il gabbiano era fesso

e che non sapeva combattere contro se stesso.

La comunità dei vecchi gabbiani decise:

“questo uccello la propria volontà uccise,

buttiamolo fuori dalla comunità adesso

forse imparerà la strada egli stesso!”

Ma un gabbiano più saggio disse:

“voi conoscete la storia di Ulisse?”

e tutti gli altri lo guardarono con le teste fisse.

“Da un’isola chiamata Itaca un giorno

Ulisse intraprese un viaggio che sembrò senza ritorno.

Il suo cuore era entusiasta

e diceva sempre: “si parte e basta!”

Nessuno lo poté fermare a terra

nemmeno la donna per cui avrebbe mosso guerra.

Era impaziente di obbedire e partire

aveva voglia di combattere e scoprire,

ma ahimè per vent’anni non trovò la via

ed il ritorno a casa diventò un’utopia.

Quindi, amici miei, come potete condannare

un giovane gabbiano che non ha trovato la via per volare?

Ulisse impiegò vent’anni e alla fine tornò

questa penna acerba in venti secondi a spiccare ci provò.

Allora, saggi gabbiani, perché non aspettiamo

e della storia di Ulisse ci ricordiamo?”

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Cultura di Massa

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 febbraio 2017 by Michele Nigro

… bisogna saper sfruttare la scia della cultura di massa

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New points of view

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 gennaio 2015 by Michele Nigro

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Come testardi soli invitti

risaliamo alla conquista di una luce piena,

tiepidi progetti primaverili

all’orizzonte nascosto dai vischi stanchi

di feste lontane dall’anima,

cicliche ripartenze speranzose sfidano

paranoie e fughe di fede allo stato gassoso

traguardi forse impossibili, pensati qui, sotto la neve

e nuovi punti di vista

bizzarri spontanei veri

disperatamente comici.

Non è stato ancora creato un gelo

in grado di bloccare i meccanismi salvifici

delle sfumature.

La caduta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2014 by Michele Nigro

Faccio prove statiche

ai margini del mio silenzio

in attesa della caduta.

Parabole di gloria

non prevengono la fine,

vite al massimo

cieche, immemori, edulcorate.

Rimuovono il tramonto della carne

inseguendo luci artificiali.

La caduta di Lucifero di Gustave Doré

La caduta di Lucifero di Gustave Doré

“Masterpiece”: la scrittura ai tempi del talent show

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 dicembre 2013 by Michele Nigro

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Il connubio tra libri e televisione, tra scrittura e mass media, non è una novità: già altri esperimenti sono stati compiuti in passato con risultati più o meno entusiasmanti. Tradurre la cultura e l’arte in spettacolo non è sempre facile, ma l’aggiornamento apportato dalla trasmissione Rai intitolata “Masterpiece” al mondo dei format consiste nell’aver adattato, comprimendoli, i normali e lenti processi scritturali a quelli televisivi del talent show, decisamente più veloci. In altre epoche l’autore di un libro poteva rimanere anonimo o invisibile alle masse fino alla morte sia per la mancanza di mezzi comunicativi invasivi capaci di “stanare” personaggi e persone, portandoli alla ribalta, sia per rispettare quella “sacralità” un po’ costruita che avvolgeva lo scrittore, il poeta, l’artista. Qualcuno ha resistito al fascino della notorietà immediata, preservando il proprio corpo (l’immagine), e non solo la propria opinione, dalla diluizione mass-mediatica; per gli altri è valsa la regola dei famigerati fifteen minutes of fame pronosticati da Warhol. Oggi è possibile “incontrare” un autore affermato ovunque: in tv, alla radio, sui social network…

L’autore consapevole dei meccanismi comunicativi e commerciali che determinano il successo di un prodotto editoriale sa benissimo che l’isolamento è controproducente e che invece la notorietà riaccende curiosità, rianima flussi di dati stagnanti e stimola la ricerca del testo ignorato. E allora perché non estendere questa spettacolarizzazione inizialmente riservata ai “famosi” (come quelli della famigerata Isola del reality), si sarà chiesto qualche cervellone della televisione, fino a comprendere la fase embrionale del processo scritturale, coinvolgendo chi noto non è, ovvero gli aspiranti scrittori?

Il merito di “Masterpiece” è sicuramente quello di far conoscere anche a un pubblico non interessato alla scrittura, quali sono le tappe fondamentali che dividono il potenziale scrittore dal cosiddetto successo: la scelta del romanzo, il suo “debutto in società” e la selezione davanti alle telecamere, il confronto a volte spietato con gli esperti, la “prova immersiva” nella realtà da cui trarre ispirazione, la dimostrazione pubblica delle proprie capacità scritturali istantanee, e infine l’autopromozione in ascensore (elevator pitch)… Per non parlare dei piccoli ma fondamentali segreti sulla scrittura che il telespettatore interessato può apprendere dai tre giurati del talent e dal “coach” Massimo Coppola. “Masterpiece” può essere considerato, in alcuni passaggi, come una sorta di corso di scrittura creativa in versione televisiva.massimocoppola

Ogni aspirante scrittore che vive con i piedi per terra sa che dopo il momento sacro della creazione ve ne sono molti altri, più prosaici, caratterizzati da praticità, dal “mestiere”, da regole artigianali che hanno l’obiettivo di rendere il prodotto fruibile e quindi competitivo sul mercato editoriale. Durante la trasmissione si parla spesso e a ragione di “musicalità” del testo, una tra le principali caratteristiche di un romanzo, di una poesia… La produzione di un libro, hanno pensato giustamente gli ideatori di “Masterpiece”, non è in fin dei conti tanto differente da quella di una lavatrice! Un prodotto deve superare collaudi e prove estreme. Quindi perché non mostrare le varie fasi produttive e i successivi “test sulla qualità” con la scusa di un talent show?

L’idea è ottima. Eppure c’è qualcosa che non quadra.

Il primo dubbio riguarda paradossalmente l’inevitabile banalizzazione della scrittura che il programma vorrebbe invece valorizzare: a non convincermi è proprio l’utilizzo del mezzo ‘talent show’, per far conoscere da vicino il processo scritturale a un pubblico generalista, nonostante l’orario di nicchia. Se da una parte l’intento originario, decisamente encomiabile, era quello di avvicinare il grande pubblico ai segreti della scrittura, alla nascita di un libro e di conseguenza alla lettura, dall’altra si paga un prezzo squalificando proprio la scrittura che, come chi scrive sa, possiede tempi senza regole e fasi indescrivibili, cammini interiori non quantificabili dal punto di vista temporale, evoluzioni riguardanti la sensibilità di un autore che la televisione non saprà e non potrà mai raccontare o riassumere ad uso e consumo del proprio pubblico. Tempi e processi su cui tanto è stato detto e scritto in altre sedi, e che questo “X Factor” per scrittori vorrebbe sintetizzare in poco più di un’ora e mezza di programma.

La scrittura è un’altra cosa. Altro che la mezz’oretta per fare il “temino in classe”: non credo che un tema scelto da altri, dedicato a una realtà scelta da altri, sia un metodo valido per valutare la scrittura di un autore che fino a prova contraria “sente” da solo il tema a cui ispirarsi; a volte eventi vissuti sulla propria pelle riemergono sotto forma di narrazione dopo anni: in “Masterpiece” si pretende di comprimere questo lavorio impercettibile in pochi minuti televisivi. Quella imposta ai concorrenti di questo “talent letterario” è tutt’al più una prova di sintesi giornalistica scambiata per scrittura creativa durante la quale, per dovere di cronaca e non per ispirazione, l’autore deve creare storie basandosi su una realtà non scelta o comunque non vissuta in maniera naturale.

Altro che il minuto nell’ascensore della Mole Antonelliana (forse è la metafora di un’ipotetica ascesa nel mondo dell’editoria che dovrebbe motivare i concorrenti?) per convincere un perfetto estraneo famoso: come se lo scrittore fosse un rappresentante della Folletto che deve convincere la casalinga mentre gli chiude la porta in faccia, o una comparsa cinematografica determinata a farsi notare dal regista affermato per ottenere una parte importante nel film. Un autore non deve convincere ma essere se stesso: la pressione esercitata sul prossimo al fine di promuovere il proprio manoscritto deve essere naturale, quasi casuale; un lasciarsi scoprire non isterico, senza snaturarsi. Il comportamento richiesto ai concorrenti di “Masterpiece” appartiene, invece, a una moda che vorrebbe collocare l’autore di libri sullo stesso livello del teleimbonitore.

Altro che audizioni come se si trattasse del Festival di Castrocaro per parole scritte e non cantate: scrittori in sala d’attesa come dal dentista e smistati come bestiame da inviare alla catena produttiva di hamburger editoriali.

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Andare di moda

Posted in nigrologia with tags , , , , , , on 24 settembre 2011 by Michele Nigro

La miniera d’oro di Sierra Pelada, Brasile. Foto di Sebastião Salgado

<<… l’importanza dello “stare insieme” deve essere preservata solo quando è assicurata una zona marginale non necessariamente di tipo spaziale in cui poter rielaborare liberamente le proprie esperienze, usando il tempo in base a un’interiore cronologia personalizzata non sottoposta al giudizio oppressivo e moralistico di un falso liberismo produttivistico ed esasperante travestito da Moda. “Moda” non in senso estetico o “tessile” bensì statistico ovvero considerando “il termine che si ripete con maggior frequenza” divenendo Legge inattaccabile agli occhi del consumatore distratto che ha abbandonato la via del Pensiero per affidarsi al fascino deleterio e meccanico dell’Avere: colui che ha, che possiede, che si affida ciecamente al funzionalismo, colui che “va di moda” ovvero che è frequente e quindi colui che viene considerato affidabile, in base a sofisticati quanto assurdi meccanismi allignati nei secoli, appare anche come imbattibile, giusto, bello, immortale, ineccepibile, statico dal punto di vista dialettico, agli occhi di chi vorrebbe possedere le stesse “fortune” e che di conseguenza, dichiarando la propria presunta debolezza, “iconizza” l’uomo di successo.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag.3-4)

L’autore immergente

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 febbraio 2011 by Michele Nigro

Si fa un gran parlare di Autori Emergenti come se l’emersione editoriale fosse il vero obiettivo della scrittura… Ma da dove emergono questi nuovi eroi della penna? Dal mare, dal buio di una profonda caverna, dall’anonimato, dal silenzio della loro abitazione, da un ambito che non è letterario…?

L’emersione (c’insegnano i numerosi film di guerra ambientati nei sottomarini) è preceduta sempre da una cauta e saggia FASE PERISCOPICA: si getta un ‘occhio’ nel mondo esterno (tutto intorno, a 360°: ‘periscopio’ significa praticamente ‘guardarsi intorno’) per vedere se è veramente il caso di far emergere il resto del natante o se è meglio restare ancora un altro po’ con le chiappe a mollo! Se l’atto periscopico è superficiale e affrettato si rischia di essere un facile bersaglio per eventuali incursori aerei sempre a caccia (è l’unico mestiere in grado di gratificarli) di ottimisti emergenti.

È vero: uno degli scopi dello scrittore è anche quello di ‘farsi leggere’, di pubblicare insomma. Il passaggio su carta è un gesto naturale per chi sceglie la scrittura come mezzo per comunicare: un pittore vuole organizzare mostre per far vedere ciò che ha dipinto; un musicista vuole esibirsi in un auditorium; un regista desidera vedere proiettato in un cinema il film che ha appena girato… È normale. Eppure la ‘fase periscopica’ è fondamentale, direi vitale: è un momento romantico, faticoso, praticamente improduttivo. Ma necessario…

Leggere, leggere, leggere… Immergersi nella lettura. Assaporare generi, sottogeneri, avanguardie, retroguardie, stili personali, tentativi dimenticati dalla moda; valutare testo dopo testo lo sviluppo di una corrente, le ragioni di un autore e le variazioni del suo modo di scrivere nel tempo; fissare nella memoria trame e tecniche scritturali; catalogare le idee già consacrate da altri per non rischiare di diventare dei poveri epigoni; dare un nome alle ‘cose’; capire gli intimi meccanismi che fanno funzionare un testo e non solo emozionarsi dinanzi a una propria presunta ‘opera’ da gettare in pasto a un pubblico acritico. Esercitarsi all’umiltà. Guardarsi intorno, dal periscopio: per capire come è fatto il mondo prima di emergere e prendere finalmente una sana boccata d’aria marina.

Essere un autore immergente significa saper attendere sott’acqua, valutare da una quota periscopica le varie possibilità a disposizione: l’emersione in condizioni di sicurezza o la definitiva e rapida immersione verso quote più profonde per evitare il fuoco nemico (o peggio ancora, il ‘fuoco amico’). Durante la fase d’immersione le ‘pressioni’ non mancano: se il sottomarino è ben costruito saprà sopportare anche le più dure pressioni senza per questo implodere. Se lo scafo è resistente, il natante avrà la possibilità di attendere il passaggio del nemico sulla propria testa, in silenzio e a motori spenti, poggiato sul fondale marino e con poco ossigeno a disposizione. È vero, ci sono anche le ‘bombe di profondità’, i ‘motoscafi antisommergibile’, i ‘sonar’ e tante altre minacce, ma l’autore immergente conosce questi pericoli e li utilizza per diventare più forte in vista di una futura emersione. Essere un autore immergente significa allenarsi a ‘stare spenti’, saper resistere alle pressioni della finta notorietà e della vana gloria, al richiamo ingannevole del ‘presenzialismo editoriale’… Essere un immergente significa amare lo studio molto più del ‘successo’ e nutrirsi di un’esaltante solitudine ispiratrice; significa ‘riciclare’ il sapere acquisito in altre epoche, un sapere ufficioso e non monetizzato dal punto di vista ‘professionale’, per trasformarlo in ‘sapere di fatto’. Significa essere un “extraparlamentare dell’editoria” e seguire un impopolare filo invisibile ignorando dicerie, berlusconismi, analisi di mercato, gusti maggioritari… Confrontarsi con i grandi della storia senza perdere tempo inseguendo la ‘fuffa’ trasportata dal vento.

C’è molto da vedere anche sott’acqua: paesaggi letterari sottomarini fantastici, forme di vita scritturale insolite, ‘canyon’ inesplorati e ‘vette’ ignorate, passaggi segreti verso mondi interiori sommersi e sconosciuti… La vita dell’autore immergente, vero elogio dell’anonimato costruttivo, non è affatto noiosa ed è decisamente più interessante: nessuno che ti costringe ad andare in giro per promuovere il nulla o per ‘battere cassa’; non ci sono scadenze da rispettare, interviste da rilasciare, premi noiosi e party di beneficenza a cui presenziare… Padroni di se stessi e del proprio tempo. Una vera pacchia!

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