Archivio per suicidio

Self-destruction

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 dicembre 2014 by Michele Nigro

aigadetroit

Mi abbandono a pratiche cruente

infliggo a un corpo già partecipe

il colpo di grazia della mente,

piccole ferite per dare forma al dolore

pelle strappata in silenzio, bruciature da penna

future cicatrici come ricordi di una gita.

Prendo appunti su di me, lame per scrivere

un moderato autolesionismo da salotto

composto e pulito

tra sorrisi, pasticcini e la morte dentro.

“Caffè? Tè? Me?!”

Battute vecchie come il mondo,

intanto

un cane coerente, in strada

si stacca la coda a morsi

tra l’ilarità dei passanti.

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La morte ai tempi del postumano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2012 by Michele Nigro

“I’ve seen things you people wouldn’t believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhauser gate.
All those moments will be lost in time, like tears in rain.
Time to die.”

Roy Batty

La morte ai tempi del postumano

“… E tutti quei momenti

andranno perduti nel tempo

come lacrime nella pioggia…”

(dal film Blade Runner)

Perché moriamo? Da sempre gli esseri umani, andando al di là del semplice vivere fisiologico, si sono posti questa domanda scomoda, ancora oggi orfana di una risposta esaustiva. La consapevolezza della propria esistenza è un fardello evolutivo toccato in eredità all’Homo Sapiens: tutte le esperienze della vita, la musica ascoltata, i libri letti, i panorami che hanno riempito i nostri occhi, i tramonti che hanno suscitato riflessioni, i luoghi geografici esplorati e quelli visitati con la fantasia, i ricordi erotici, gli infiniti territori dell’inner space, sono informazioni destinate all’oblio.

Non sono mai riuscito a individuare il senso logico della morte nel contesto generale dell’economia universale: la semplice esigenza di “fare spazio” non regge dinanzi all’ingiustificato spreco di esperienza causato dalla Grande Equalizzatrice; esperienza che potrebbe risultare utile nel tempo, realizzando un’eredità diretta e non più differita. Deve esserci una ragione materialistica decisamente meno nobile, di tipo filontogenetico, a cui abbiamo attribuito passivamente un carattere di naturalità: impedire all’essere umano di esprimere la propria divinità nel corso dell’esistenza. L’unico momento di ‘gloria’ è quello rappresentato dal crossing over: dobbiamo morire, ma prima di farlo siamo invitati a dare una mescolatina ai ‘dadi genetici’ in vista di un nuovo essere che ci succeda, sperando in un possibile miglioramento dell’umanità. Da qui l’assillo della riproduzione e delle ingenue speranze familiari: la vita in fin dei conti è sinonimo di speranza nella varietà. Esclama Eduardo De Filippo nella commedia intitolata “Mia famiglia”, interpretando il personaggio di Alberto Stigliano nel momento in cui viene a conoscenza della paternità che lo renderà a suo dire immortale: “… io nun mor cchiù!” (trad.: io non muoio più!)

La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire.

L’obiettivo è un’immortalità grossolana e inefficace che segue le mode e le tecnologie dell’epoca: il desiderio di consegnarsi all’eternità ha origini antiche e non avrà mai fine.

La soluzione transumanista

La morte secondo il transumanesimo non è rappresentata dalla morte fisica propriamente detta ma dal tentativo di superare la caducità del corpo in quanto tale: paradossalmente il movimento transumanista utilizza l’eliminazione del concetto assolutistico di corpo umano per combattere la morte. Morire per non morire.

Alcuni rabbrividiscono dinanzi alle ipotesi fantascientifiche illustrate nel transumanesimo, ma il dato più affascinante e paradossale è che i transumanisti avversano la fantascienza fine a se stessa. Il pregio-difetto della fantascienza è quello di possedere il potere di proporre scenari futuri già pronti e digeriti: questo potere a volte spaventa chi non ha gli strumenti adatti per decodificare il messaggio fantascientifico. Avevo bisogno di questa premessa per affermare che il transumanesimo non è la descrizione di ciò che potrebbe avvenire in futuro ma rappresenta una scelta culturale già in atto da centinaia di anni, da quando l’uomo ha cominciato a utilizzare la tecnologia per migliorare la propria vita. Ripenso alle proto-forme di transumanesimo incontrate finora nella mia vita di uomo nato nel ventesimo secolo: le lenti a contatto di mia sorella, la dentiera di mia zia, il pacemaker, gli apparecchi acustici, le protesi all’anca, la farmacologia anti-aging, la trapiantistica… Quello che sembrava avveniristico un tempo, oggi è diventato ‘normale’. I confini tra ciò che è già stato sperimentato e ciò che domani potrebbe diventare realtà non sono netti: l’uso terapeutico delle cellule staminali ne è una prova.

I transumanisti sono gli eretici del terzo millennio: superato, non senza sacrifici ed evitando roghi, l’antropo-geocentrismo e dopo aver ricevuto conferma persino da parte della Specola Vaticana che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, ora i nuovi eretici si apprestano a scardinare un altro tipo di antropocentrismo: quello organico.

L’obiettivo del transumanesimo non è solo quello, già di per sé importante, di migliorare qualitativamente e allungare la vita dell’essere umano (ending aging), ma di abbandonare sul ciglio della strada la corruttibilità del corpo in vista di un’evoluzione postumana e di tendere all’immortalità. L’incontro tra scienza medica e transumanesimo ha creato una ‘medicina estrema’ che non si occupa più in maniera passiva degli effetti della malattia quando questa si presenta, o nella migliore delle ipotesi facendo prevenzione, ma affrontando la morte in maniera drastica eliminando il corruttibile. Tuttavia l’immortalità, all’interno del movimento transumanista, non viene vissuta come un presuntuoso obiettivo su cui intestardirsi forzando i tempi, ma come la conseguenza naturale di un miglioramento da conquistare passo dopo passo. Afferma l’estropista Max More: <<… io preferisco il termine “vita estesa” (o “vita di durata indeterminata” o “senza età”) al termine “immortalità fisica”, in quanto sono tutt’altro che sicuro che l’immortalità vera e propria – cioè una vita che duri, letteralmente, per sempre – sia possibile. […] sostengo che l’immortalità non è veramente l’obiettivo per la maggior parte di noi transumanisti. L’obiettivo sono le aspettative di vita senza limiti. Il nostro obiettivo è di migliorare continuamente noi stessi e di migliorare le nostre capacità, il che rende il decadimento tipico dell’invecchiamento e la morte involontaria nostri nemici mortali. Vogliamo vivere sia ora che in un futuro indefinito. Ma non possiamo essere sicuri che vorremo continuare a vivere in un lontano futuro. Forse, dopo secoli o millenni, sceglieremo di ripristinare il processo di invecchiamento e di permettere che la nostra vita fisica raggiunga la sua fine…>> Quindi la morte come casualità o come scelta, non più la morte come epilogo scontato di un processo biologico naturale. Anche nel manifesto dell’AIT (Associazione Italiana Transumanisti) ritroviamo lo stesso tipo di sottolineatura: <<… i transumanisti italiani si impegnano a limitare drasticamente l’uso della parola ‘immortalità’. Noi non promettiamo l’immortalità, né la indichiamo come nostro obiettivo programmatico…>>

Vivendo più a lungo e meglio, il postumano avrà a disposizione più tempo per combattere l’annichilimento esperienziale, per migliorare se stesso anche da un punto di vista psicologico e finalmente donare con serenità il peso dei propri anni agli altri, senza l’opprimente presenza di una morte imminente che si nasconde dietro l’angolo.

Immortalità mentale

<<Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?>> si chiedeva Franco Battiato nel brano “Mesopotamia”. Non esiste solo l’immortalità del corpo. E poi, che cosa significa ‘corpo’? L’involucro organico che adoperiamo nello spazio e nel tempo non è immutabile: non mi riferisco agli evidenti cambiamenti morfologici che inevitabilmente avvengono nel corso degli anni ma alla graduale sostituzione, a livello cellulare, del nostro intero organismo con uno identico. Ciò è possibile perché le direttive genetiche rinchiuse nelle nostre cellule sotto forma di DNA ripropongono ai ‘manovali’ sempre lo stesso progetto: anche se invecchiamo e i lavori di manutenzione diminuiscono, rimaniamo sostanzialmente fedeli allo schema iniziale e il naturale turnover cellulare non ci fa diventare qualcun altro. Siamo sempre noi, ma in un corpo sostituito: quindi possiamo affermare che una sorta di “transumanesimo naturale” già avviene da migliaia di anni.

Afferma il filosofo greco Eraclito nel suo trattato Sulla natura: <<Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.>> Panta rhei os potamòs (πάντα ες ποταμός): tutto scorre come un fiume. Gli antichi pensatori avevano percepito qualcosa grazie alla loro infinita e genuina saggezza, ma non possedevano gli strumenti scientifici per dimostrarlo: moriamo e rinasciamo più volte nel corso della nostra esistenza. Perché non farlo per divenire postumani?

Ma che significa essere se stessi? Le cellule dell’organismo subiscono un processo di sostituzione programmato e dopo un certo periodo di tempo il nostro corpo è quasi totalmente ‘nuovo’. Il ‘quasi’ è d’obbligo perché in realtà alcuni tipi di cellule, in primis quelle nervose, sono costanti nel corso della vita e non vengono sostituite. Questa ‘esclusione’, dal restyling periodico, delle cellule del sistema nervoso spiega il perché della conservazione della memoria, il perdurare di ciò che definiamo personalità, compresi certi difetti caratteriali. E questo dato fisiologico è anche la prova indiretta che la ‘mente’ o ‘anima’ (rispettando l’approccio di tipo rispettivamente cognitivo o spirituale che ognuno di noi può avere nei confronti di tale argomento) è allocata nel nostro cervello. Un paziente lobotomizzato rimane ‘se stesso’? E un individuo che subisce un trauma cranico irreversibile? O un paziente colpito da encefalite letargica o dal morbo di Parkinson?

È vero, anche i ‘pensieri’ mutano con il tempo nelle persone sane: i ricordi che definiamo ‘vividi’ in realtà sono solo le ombre di una realtà vissuta, riduzioni psico-cinematografiche della verità; gli errori cognitivi infestano anche a distanza di anni le nostre presunte certezze sensoriali. Crediamo di aver visto; crediamo di aver udito; crediamo di aver capito… Nonostante tutto, il fatto di ‘essere noi stessi’ è legato principalmente alla permanenza nel tempo delle nostre capacità cognitive e al contrario non è per niente minacciato dalla ciclica sostituzione degli epatociti del nostro fegato.

Alla luce di questa premessa appare chiaro l’impegno di quei transumanisti che sostengono la causa dell’immortalità mentale, l’unica che conta, per mezzo della tecnica del mind uploading. L’immortalità del corpo sembrerebbe quasi passare in secondo piano: per sopravvivere, per conservare la propria ‘essenza’ e rimanere se stessi in eterno, occorre trasferire la ‘mente’ dal cervello biologico a un supporto inorganico capace di ospitarla. Fare uno ‘scanning’ della struttura sinaptica del proprio cervello, però, non è sufficiente: per restare se stessi ‘altrove’ è necessario far sopravvivere anche tutte le informazioni che ci rendono unici e che sono rese possibili nel corso dell’esistenza organica proprio grazie alla suddetta struttura sinaptica: valori, idee, emozioni, ricordi, predisposizioni, sensazioni, obiettivi… Conservarsi con il mind uploading significa archiviare anche errori cognitivi, illusioni, fantasmi sensoriali, sogni e incubi. Per continuare a essere ‘originali’. E soprattutto è necessario riuscire a far interagire questa massa di dati con il mondo esterno anche dopo la morte del corpo fisico: se vogliamo che il mind uploading non sia solo uno backup statico, un mero ‘disco di ripristino’ congelato nell’attimo dello scanning.

Dualismo cartesiano, addio!

La tecnica del mind uploading sarebbe irrealizzabile senza il convinto superamento, filosofico e tecnico-scientifico, del dualismo cartesiano. La ‘mente’ o ‘anima’ è il prodotto più nobile della nostra attività cerebrale: quando il nostro corpo muore, termina anche ogni attività mentale cognitiva. Questo è dovuto alla stretta e scientificamente provata interdipendenza esistente tra il mondo delle idee e il cervello che le produce. Cartesio, pur sostenendo la tesi dell’eterogeneità della res cogitans rispetto alla res extensa, ovvero della distinzione netta tra anima e corpo, tradisce una lieve sfumatura materialista in seno alle proprie argomentazioni nel momento in cui individua nella ghiandola pineale, situata al centro del cervello, la sede dell’anima. Il padre della filosofia moderna, pur non possedendo le prove scientifiche necessarie, seppe fornire uno spunto rivoluzionario senza per questo negare l’indipendenza tra anima e corpo. Cartesio nel suo Trattato sull’uomo parla di “vento molto sottile”, di “fiamma molto viva e molto pura”, di “spiriti animali” ma afferma anche che: <<… la parte del corpo, in cui l’anima esercita immediatamente le sue funzioni non è affatto il cuore, nemmeno tutto il cervello, ma solo una parte interna di questo, che è una certa ghiandola molto piccola, situata in mezzo alla sua sostanza…>> Anche se Cartesio inverte l’ordine dei movimenti, andando dall’anima verso il corpo e non viceversa come siamo più propensi a credere oggi, ha il merito innegabile di aver concentrato l’attenzione intorno al cervello: aveva intuito che “lì dentro” avvengono eventi importanti legati all’origine dell’anima.

Quindi l’anima non esistendo in qualità di ‘soffio divino’ ma essendo il risultato di un’attività neurologica riproducibile, apre alla possibilità di una sua ‘archiviazione’.

Solo se avremo la possibilità di scegliere un mind uploading non distruttivo la nostra morte fisica diverrà una vera e propria esperienza da valutare post mortem, conservando la consapevolezza della vita fisica precedente. ‘Vedersi’ morire attraverso i nuovi ‘occhi’ della macchina che ci accoglie e valutare le dinamiche del trapasso non come ‘spiriti fluttuanti’ in cerca di sviluppi escatologici di stampo dantesco, bensì nelle vesti di noi stessi sotto altra forma. Come fantasmi dentro la macchina.

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Next 17: Extreme Ways

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 giugno 2012 by Michele Nigro

L’afa di fine giugno tiene finalmente a battesimo l’uscita di un altro – il 17° – interessante numero di “Next”, rivista di cultura connettivista, intitolato “Extreme Ways” e caratterizzato come sempre da un sommario succulento. A corroborare il tutto lo straordinario apparato iconografico di Alessandro Bavari che tramite le sue immagini conferma l’esistenza di un confine labile tra reale e irreale. Sono sempre colpito positivamente dalle tematiche coltivate nelle pagine di “Next”, ma questa volta la mia soddisfazione è doppia – concedetemi alcuni secondi di autoerotismo editoriale – grazie anche alla presenza di un mio articolo ospitato nella rubrica ZOOM e firmato dal sottoscritto adoperando il consueto pseudonimo connettivista Dottore in Niente, rispolverato per l’occasione. Il mio articolo intitolato “La Morte ai Tempi del Postumano” è nato dalle vestigia di un post presente in questo blog, appositamente modificato in chiave trans-postumanista, e dalla lungimiranza redazionale di zoon (Sandro Battisti), curatore di “Next” e cofondatore del movimento connettivista, che nel dicembre 2011 mi invitava a rielaborare il suddetto post in un’ottica connettivista, pensando a un possibile inserimento dell’articolo in un numero di “Next”. Devo dire, analizzando il percorso fatto da dicembre a oggi, ora che mi trovo dinanzi alla copertina estiva di “Next” n.17, che la sequenza di eventi non è stata casuale: il post da cui è nata l’idea per questo articolo di “Next” – intitolato “L’evoluzione della morte” – prendeva vita da due fatti ben precisi, uno pubblico e l’altro drammaticamente personale: il caso riguardante il suicidio assistito di Lucio Magri, ampiamente trattato dalla cronaca nazionale, e quello decisamente meno noto del mio amico Luigi suicidatosi a novembre 2011. Cercavo nel mio post, stimolato da questi fatti, di affrontare temi fondamentali quali la morte, il suicidio, l’eutanasia, l’evoluzione del concetto di morte nella civiltà futura, quindi i rapporti tra postumanesimo e morte. E in questi casi la fantascienza, la filosofia, la letteratura d’anticipazione, la scienza, la tecnologia, possono rappresentare dei validi strumenti per metabolizzare dei fatti tragici e proiettarli nel futuro culturale della nostra umanità. Ma è stato solo grazie all’articolo concepito per “Next” – “La Morte ai Tempi del Postumano” – che ho potuto effettivamente sviluppare il tema della morte e del suicidio su un terreno ampio e ricco di connessioni futuristiche, pur essendo consapevole di non aver certamente esaurito l’argomento: la ricerca preliminare alla stesura dell’articolo è stata così coinvolgente e prolifica che con il “materiale di risulta” in seguito ho scritto addirittura un ulteriore post per il presente blog intitolato “A proposito del Mind Uploading…” Non credo di aver aggiunto (anzi sono certo di questo!) alcunché di particolarmente originale al bagaglio culturale degli amici connettivisti e dei Lettori di “Next”, ma il fatto di aver affrontato in chiave fantascientifica determinati temi filosofici che popolano da sempre la vita interiore dell’essere umano pensante, mi ha dato la possibilità di capire quale è il nucleo essenziale del nostro definirci Umani. La fantascienza ancora una volta dà la possibilità, a chi sa abitarla, di utilizzare proiezioni futuribili per capire ciò che siamo hic et nunc. Al di là del nostro corpo mortale, e del nostro ‘esserci’ dal punto di vista spaziale, cos’è che ci rende degni di ESISTERE?

Questo in breve il mio cammino tra fatti pubblici e personali, ricerche e avide letture, post e articoli per cercare di dare una risposta alla mia inquietudine… Non mi resta che ringraziare per questa opportunità la rivista “Next” e di conseguenza Sandro Battisti, Francesco Verso, tutti i connettivisti…

Segue un breve stralcio del mio articolo, sperando di suscitare in voi la curiosità necessaria per andare a leggere non solo il resto del mio articolo ma soprattutto l’intero numero 17 di “Next”:

<<… La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire…>>

L’evoluzione della morte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 dicembre 2011 by Michele Nigro

Suicidio, evoluzione, postumanesimo  

 
<<…Chi l’ha detto che il cancro è più doloroso della solitudine e della depressione? Io non l’ho mai pensato. Esco dalla chiesa facendomi la santa croce, e rivolgendomi al Cristo in croce che troneggia dall’abside mi lascio scappare un: «…mi affido a Te!». Blasfemo? Dipende dai punti di vista.
C’è una donna delusa dalla vita che m’aspetta: quattro figli finiti male, un divorzio alle spalle e l’alcolismo che non la molla. Il coraggio per farla finita non ce l’ha: allora entro in campo io. Stasera le porto il suo “biglietto aereo”. Agisco senza lasciare tracce; tutto secondo i piani; da vero professionista. Il luogo all’aperto ma isolato lo ha scelto lei: non vuole farsi trovare in casa morta. L’arma la scelgo sempre io: è la stessa che uso per ogni caso del nuovo filone. Più rapida della flebo… questo è sicuro.
Il silenziatore applicato alla pistola nascosta nel cappotto e vado all’appuntamento. Ha smesso di piovere. Vado mezz’ora prima per esaminare il luogo e per assicurarmi che non ci siano sbirri nascosti o troupe televisive appostate e pronte a immortalarmi nel caso in cui la disperata, non più depressa, abbia deciso di essere più affarista di me. Tutto libero: il contatto è serio. Mi avvicino, la riconosco: è la stessa della foto mandata via e-mail; per sicurezza le chiedo il nome e il cognome: è proprio lei. La saluto cordialmente come se fossimo in una sala da tè e lei, invece, mi chiede subito: «Si parte?» Le sorrido come per dire sì.
Estraggo l’arma e la punto verso il volto di una persona morta da tempo: almeno interiormente. Non ho bisogno di prendere un respiro profondo: la pressione del mio dito e il pensiero della morte sono saldati in un unico corpo metallico rovente raffreddato solo dall’eternità di quel momento. Un colpo, niente di più: sono preciso, impeccabile e geometrico nei miei gesti. Sono un’opera d’arte dinamica votata alla morte: a volte mi adoro. I soldi sono diventati quasi un particolare, a dire il vero. Il mio, ormai, non è più un lavoro: è una missione.
Aiuto gli altri a non soffrire più…non importa quale sia il male. E questa rivalsa sul dolore, vi confesso, mi inebria.>>
 

Lo stralcio con cui ho voluto cominciare questo post è tratto da un mio vecchio racconto intitolato “Il missionario” (pubblicato su “Micropulp” n.2) riguardante un tema drammatico, quello dell’eutanasia, che periodicamente torna in auge soprattutto grazie a casi eclatanti di cronaca capaci però di riaccendere soprattutto la discussione intorno ai suoi aspetti ideologico-politici tralasciando quelli umani e spirituali ben più importanti. La libertà insita nell’invenzione narrativa mi diede all’epoca della stesura l’opportunità di pensare a un personaggio noir esagerato e per nostra fortuna inesistente, un “professionista della morte”. Uno che per mestiere aiuta i malati terminali a compiere il passaggio estremo operando in maniera attiva e sostituendosi agli interessati nell’ultima fase della loro vita: una tragica figura professionale, volutamente marcata e utilizzata nel mio racconto con finalità provocatorie, da non confondere con quella reale e attuale del medico che si occupa di suicidio assistito, ovvero di un professionista che, dopo aver scrupolosamente valutato insieme al paziente tutte le possibili alternative al suicidio, ha il delicato compito di predisporre le condizioni medico-tecniche grazie alle quali il paziente compie autonomamente il passo finale, ingerendo il farmaco letale (o utilizzando altri metodi di somministrazione scelti caso per caso) fornitogli dal suddetto assistente che non interviene in maniera attiva ma è lì per accertarsi dell’avvenuto decesso (vedi anche suicidio assistito).

Nella parte finale della mia finzione narrativa l’assistenzialismo del personaggio subisce tuttavia una ‘profetica’ evoluzione: a essere interessati alla sua proposta professionale non sono solo i malati di cancro o di altre malattie fisiche degenerative e irrevocabili, bensì anche i malati nell’anima, i depressi.

Il recente caso di Lucio Magri ha riaperto la discussione tra i soliti guelfi e ghibellini della politica italiana sull’eutanasia ma l’ha riaperta questa volta su uno scenario diverso: Magri non era un malato terminale di cancro, non aveva metastasi disseminate nel proprio corpo, non soffriva di una malattia che gli stava lentamente corrodendo gli organi e che lo avrebbe portato a una morte certa. Lucio Magri era depresso: e non è poco, dal momento che la depressione può dare luogo a gravi ripercussioni fisiche, anche se non mortali. Non è poco, ma non basta. E il perché di questa ‘insufficienza di prove’ è presto dimostrata. Nonostante gli sviluppi compiuti dalla scienza sulla conoscenza del funzionamento del sistema nervoso e delle patologie che lo riguardano, siamo costretti ad ammettere che la ‘sede organica della mente’, il cervello, rappresenta per noi ancora un grande mistero (di tipo scientifico e da un punto di vista ‘aristotelico’ anche un mistero metafisico). La neurofarmacologia ha fatto passi da gigante e ha fornito ai sofferenti di depressione dei validi strumenti chimici per vivere una vita dignitosa. Anche se la chimica da sola non basta: per lottare contro la depressione e per migliorare la qualità della vita del paziente occorre un approccio psicoterapeutico mirato.

Partendo da tale premessa è lecito porsi la domanda se sia giusto applicare le stesse regole del suicidio assistito anche alla malattia chiamata depressione. Qualcuno se l’è posta questa domanda e le argomentazioni addotte sono convincenti quasi come quelle (se non di più) presentate dal paziente che chiede di ‘andarsene’ da questo mondo in quanto depresso.

Giunti al nostro incrocio troviamo, tra le altre, le strade della libertà individuale, della scelta privata. Di quello che usiamo definire libero arbitrio. Sarebbe limitativo e poco intelligente liquidare la questione dell’eutanasia in generale, e del suicidio assistito applicato ai malati psichici in particolare, riproponendo gli alibi dello stato sovrano che decide sulla vita e sulla morte dei cittadini o del determinismo religioso (della serie: “Non si fa perché è peccato! Perché bisogna seguire il proprio destino!” oppure “Non puoi suicidarti perché la tua sofferenza fa parte di un progetto superiore incomprensibile e quindi devi accettarla come un dono!”).

C’è bisogno di nuove risposte (né ideologico-politiche, né dogmatico-religiose) capaci di captare i mutamenti evoluzionistici del concetto di morte e indipendentemente dal proprio credo religioso dobbiamo essere in grado di porci la seguente domanda: “Che valore ha oggi per noi la vita?”

Il mio racconto conteneva un quesito allarmistico riguardante il possibile abuso del suicidio assistito (attivo o passivo): cosa succederà in futuro se una errata interpretazione della ‘dolce morte’ lancerà una nuova moda facilona e gli esseri umani cominceranno a valutare le varie tecniche per abbandonare questa vita, messe a disposizione dal ‘mercato’, come se si stesse parlando di scegliere tra i vari modelli di automobile più convenienti? Sceglieremo il modo di andarcene come se scegliessimo le piastrelle per il bagno e la carta da parati? Se oggi anche i depressi possono accedere al suicidio assistito, quale sarà domani la soglia critica dell’imperfezione sopportabile superata la quale poter decidere di farla finita? Il problema riguardante la soglia non è “chi la deciderà?” (se lo Stato o la Chiesa: dal momento che, a quanto sembra, basta varcare i confini della propria nazione e staccare un paio di assegni per risolvere il problema) ma la domanda giusta è “saremo in grado, a livello personale e privato, di decidere saggiamente? avremo gli strumenti mentali, culturali, spirituali, scientifici per affrontare in maniera equilibrata quella che dovrebbe essere l’ultima e la più importante decisione della nostra vita?” E ancora: “quale sarà la scala di valori che ci guiderà verso questa decisione? Il disagio e il dolore troveranno terreno fertile per autogiustificarsi grazie a un consumismo della morte che renderà tutto più facile? Le agevoli vie d’uscita eutanasiche e suicidarie prevalranno sulla ricerca attiva di una soluzione umana?” Qualcuno potrebbe rispondere a tutte queste domande affermando che chi decide di suicidarsi non conosce ostacoli e a volte mette in pericolo anche la vita degli altri con gesti spettacolari e distruttivi. Tuttavia fornire una via d’uscita ‘pulita’ può essere allo stesso modo mostruoso. Da qui all’eugenetica il passo è breve.

Nel film di fantascienza sociologica intitolato 2022: i sopravvissuti (titolo originale: Soylent Green; tratto dal romanzo di Harry Harrison “Largo! Largo!”) è descritta una società futura in cui il suicidio assistito non solo è legalizzato ma addirittura incentivato e curato con metodo industriale a causa del sovraffollamento che affligge l’umanità del 2022: si scoprirà in seguito che i corpi dei morti naturali e dei suicidi volontari serviranno a produrre l’alimento più diffuso tra la popolazione, il Soylent Green. La morte diventa così un evento proficuo, un affare, un momento di pubblica utilità.

I fautori del suicidio assistito, nei paesi dove è legale, hanno fatto di tutto per regolamentare la loro filosofia di fine vita, così come dimostra la brochure dell’associazione svizzera “Dignitas” che si occupa di suicidio assistito con lo stesso ‘entusiasmo turistico’ e la stessa dedizione teutonica del personaggio che agisce nel mio racconto. Dalla fantasia della scrittura alla realtà quotidiana.

Chi può assicurarci che, nonostante l’attuale dovizia di regolamentazioni, un giorno non si allenteranno i ‘freni inibitori’ della legislazione suicidaria per assecondare motivi insondabili così come accade, anche se in maniera fantascientifica, nel film sopra citato? O meglio: al di là delle motivazioni alimentari, sociali ed economiche, tirate in ballo a livello cinematografico, non si potrebbe pensare molto più realisticamente a una, non lontana nel tempo e già in atto, svalutazione dell’esistenza umana? Il suicidio assistito come la rottamazione dell’auto usata.

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Memorie e apologie

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2011 by Michele Nigro

<<La trattazione della figura storica di Hitler spesso suscita polemiche accese: mi riferisco alla proiezione del film “La caduta”, riguardante gli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino e da molti considerato come un’opera che umanizza il Führer, e alla più recente ‘discussione’ suscitata dalla professoressa Angela Pellicciari che ha scelto di adottare il testo scritto da Hitler – “Idee sul destino del mondo” – nel liceo romano Lucrezio Caro. Lei non crede che, per agevolare la crescita di una coscienza storica matura e consapevole da affiancare alla Memoria, si debbano consentire anche la lettura e la visione di tale materiale?

Anche io da ragazzo ho sentito il bisogno di leggere il “Mein kampf” di Hitler. Però io possedevo già gli strumenti per capire quel libro, gli stessi strumenti utilizzati per leggere, in seguito, i “Protocolli dei Savi di Sion”. Ciò che mi lascia perplesso di questa “professoressa” è la mancanza, da parte sua, della necessaria cultura scientifica nel valutare il testo. Chi insegna sa benissimo che un libro così pericoloso, senza un apparato critico, dato in mano a degli innocenti, a persone non consapevoli e non dotate di una cultura tale da poter affrontare la drammaticità di quel testo, può causare grossi danni. Non solo la mancanza di scientificità, mi preoccupa, ma addirittura questa professoressa ha scelto una versione con l’introduzione di un noto neofascista di Ordine Nuovo, implicato nelle famigerate stragi dell’Italia degli anni ’70: Franco Freda.
Oltretutto la scuola presso cui insegna aveva invitato il mio amico deportato Piero Terracina e la professoressa non si è presentata, giustificandosi dicendo che soffre molto quando sente le testimonianze della Shoah e quindi, per non soffrire, ha preferito non esserci. La vicenda si commenta da sé.>>

(tratto da Intervista a Georges de Canino “Nugae” n.9/2006)

Il missionario

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 30 gennaio 2011 by Michele Nigro

<<… Estraggo l’arma e la punto verso il volto di una persona morta da tempo: almeno interiormente. Non ho bisogno di prendere un respiro profondo: la pressione del mio dito e il pensiero della morte sono saldati in un unico corpo metallico rovente raffreddato solo dall’eternità di quel momento. Un colpo, niente di più: sono preciso, impeccabile e geometrico nei mie gesti.

Sono un’opera d’arte dinamica votata alla morte: a volte mi adoro.

I soldi sono diventati quasi un particolare. Il mio, ormai, non è più un lavoro: è una missione.

Aiuto gli altri a non soffrire più… Non importa quale sia il male.

E questa rivalsa sul dolore, vi confesso, mi inebria.>>

(tratto da Il missionario)

Il blocco del lettore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 25 gennaio 2011 by Michele Nigro

<<… E chi può dire, invece, se non sia stato proprio l’ex lettore rassegnato a lanciare volontariamente nel cestino delle carte o a lasciar cadere la sigaretta fumata solo per metà vicino a una delle tante pile di libri accatastate nella stanza con la speranza nutrita, tra il dormiveglia e il sonno vero, di un liberatorio incendio? L’uomo non mosse neanche un muscolo mentre le prime fiamme, svegliandolo, cominciarono ad alzarsi lentamente ma con voracità tra alcuni poemi latini in edizione tascabile e i romanzi del migliore noir americano: l’incendio forse era cominciato proprio tra quei due generi letterari. Chissà… Le alte lingue di fuoco lambivano prepotentemente il soffitto della stanza e non trovando sfogo verso l’alto ritornavano vorticosamente accelerate verso il basso e il centro della camera da letto, incontrando altro materiale libresco non ancora combusto e letto. Mentre la temperatura all’interno della stanza aumentava in maniera vertiginosa, l’uomo sentì che una profonda e salvifica gioia s’impadroniva finalmente della sua mente stanca e spenta da troppo tempo. Le pagine ripiene di parole e frasi pensate da Altri, pagine che in fondo l’avevano annoiato durante quegli ultimi sterili anni da pseudolettore, cominciarono, grazie all’effetto purificatore del fuoco, ad assumere un aspetto omogeneo. Quelle stesse pagine ora riaffioravano nella mente dell’uomo bianche e libere, lavate dall’inchiostro e pronte ad essere riscritte da avide penne infuocate. La tomba di carta ardeva vivacemente, accogliendo in un ultimo abbraccio rovente il suo solitario costruttore.>>

(tratto da L’uomo che non sapeva leggere)

La vita secondo Victor Velasco

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 giugno 2010 by Michele Nigro

“… una volta al mese io cerco sempre

di rendere nervosa una bella ragazza,

tanto per impedire al mio ego di avvilirsi…”

“… i vecchi sporcaccioni

riescono a farla franca molto meglio…”

“… agli albori di una nuova amicizia!”

(Victor Velasco,

citazioni dal film “A piedi nudi nel parco”)

Chi è Victor Velasco? Un filosofo epicureo? Un flâneur newyorkese? Un “uomo di mondo”? L’ultimo dei bohémien? Un aristocratico senza soldi? Un gentiluomo d’altri tempi? Un imboscato? Un romantico buongustaio? Un signore attempato che ha paura di invecchiare? Uno spiantato che approfitta del prossimo e in cambio dona la propria energia vitale? Un esistenzialista assetato di esperienze? Un single che è sempre in buona compagnia?… Tutte queste definizioni unite insieme? Già, forse le cose stanno proprio così: Victor Velasco è tutto questo in un’unica persona! Quindi è un essere inesistente, un ideale umano, un personaggio troppo variegato e intrigante per sopravvivere in questo mondo, fuori dalla pellicola. Soprattutto non è uno di quelli che sta a guardare mentre gli altri fanno, ma è uno che fa anche se gli altri stanno a guardare! Confusi? Niente paura: per comprendere le mie farneticazioni vi basterà visionare (o rivedere nel caso siate dei nostalgici recidivi) un film del 1967 intitolato “A piedi nudi nel parco” (Barefoot in the Park) e diretto da Gene Saks. Una commedia romantica tutto sommato scemotta se non fosse, appunto, per il personaggio di Victor Velasco che inocula in maniera provvidenziale nella “trama” un fattore di sana instabilità intorno alla quale ruota la (breve) “crisi matrimoniale” dei giovani protagonisti (Jane Fonda e Robert Redford): vivere pienamente gettandosi a capofitto nell’esistenza senza fare troppi calcoli oppure condurre una vita ponderata, sobria, abitudinaria? Victor Velasco non può esistere nella vita di tutti i giorni perché rappresenta la necessaria alternativa che sonnecchia in stato di quiescenza all’interno di quella “bolla idealistica” grazie alla quale sopravviviamo a noi stessi. Se esistesse veramente, a lungo andare diventerebbe noioso e inflazionerebbe l’ideale alternativo che incarna.

Chi o cos’è, dunque, Victor Velasco? È l’esistenza che riprende quota prepotentemente; è camminare lungo il cornicione di un palazzo per rientrare in casa; è l’arte di arrangiarsi ed essere felici; è non preoccuparsi di restare in piena notte senza mezzi pubblici perché tanto c’è già una nuova esperienza che ci aiuterà a occupare il tempo in attesa del mattino; è possedere un pezzettino di mondo dentro di sé e donarlo agli altri con gioia, senza farlo pesare; è non dire mai “basta!” oppure “per oggi sto bene così!” o altre frasi tipiche di chi ha paura di vivere fino in fondo; è sperimentare per sentirsi parte integrante del mondo e non come osservatori asettici dall’alto di un castello fortificato… Victor Velasco è un buongustaio che preferirebbe morire piuttosto che prendere pillole contro l’ulcera e rinunciare a certe esotiche prelibatezze gastronomiche; è un uomo di “cultura” non nel senso libresco del termine ma esperienziale. Essere Victor Velasco significa “provare tutto almeno una volta”; significa diversità e integrazione; significa autoinvitarsi a cena senza farsi troppi problemi o portare un gruppo di amici in un fumoso ristorante albanese senza licenza (“I quattro venti”) per gustare piatti provenienti dagli antipodi del gusto ordinario; significa sfidare il freddo e le convenzioni, e cantare “Shama Shama” (canzone popolare albanese) a New York tra una zuppa di fagioli greci e una bottiglia di ouzo con cui allentare i freni inibitori… “Andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente!” – dice la giovane sposina. Vivere senza compromessi, perché vivere è un’esperienza meravigliosa.

Darsi totalmente! Questo significa essere Victor Velasco, essere simili o tentare di essere simili a Victor Velasco. E sì, perché non è facile diventare come Victor Velasco: non dall’oggi al domani. Ci vuole allenamento, occorrono anni. E poi bisogna almeno una volta nella vita sentire il desiderio di essere Victor Velasco: altrimenti inganniamo noi stessi solo per fare colpo sugli altri, calandoci in personaggi che non ci appartengono interiormente.

I viaggi, gli eventi affrontati nel corso della vita, le storie da raccontare, le persone incontrate, le esperienze, le vite intrecciate, le tracce indelebili sulla pelle e nell’anima, i sapori, gli odori, i colori, le facce, i luoghi, le lingue, le usanze: tutto questo e molto altro ancora converge miracolosamente in un’unica persona eccezionale e rara che masticando e metabolizzando gli anni vissuti pienamente ripropone al prossimo la propria incommensurabile (non da tutti apprezzata, anzi per alcuni fastidiosa) joie de vivre. Istintivamente mi ritornano alla mente i versi della poesia “Non vorrei crepare” di Boris Vian:

“… Non vorrei crepare

Nossignore nossignora

Prima di aver assaggiato

Il gusto che tormenta

Il gusto più intenso

Non vorrei crepare

Prima di aver gustato

Il sapore della morte…”

E Charles Boyer, l’attore che interpretò il personaggio di Victor Velasco nel film del ’67, ebbe modo di assaggiare realmente (e non per copione) il gusto che tormenta… il sapore della morte. Esattamente come avrebbe fatto l’immaginario Velasco, anche Boyer non scende a compromessi con la non-vita: nel 1978, due giorni dopo la morte della moglie e con alle spalle l’oscuro suicidio del suo unico figlio (avvenuto nel ’65: due anni prima di interpretare la parte dello “spensierato” Velasco), Boyer decide di togliersi la vita con una overdose di barbiturici.

Una simile scelta può apparirci in netto contrasto con la gioiosa “filosofia di vita velaschiana” sopra descritta, eppure riflettendo con attenzione siamo addirittura in grado di rintracciare l’impeto vitale di Velasco nell’atto estremo di Boyer, perché come ci ricorda Martha Medeiros nella poesia, erroneamente attribuita a Pablo Neruda, “Lentamente muore”:

<<Lentamente muore chi non capovolge il tavolo…>>

Il Velasco che sopravvive in Charles Boyer decide di non voler morire lentamente e di voler capovolgere il tavolo della vita: paradossalmente in onore della Vita stessa! Come canta Franco Battiato nel brano “Breve invito a rinviare il suicidio”:

“… Questa parvenza di vita
ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore,
non lo merita…
solo una migliore.

Chi ha conosciuto la bellezza, chi ha amato, chi ha sperimentato la passione, chi ha gustato i sapori della vita, chi ha avuto il coraggio di trasformare la propria esistenza in un immenso banco di prova, non può accontentarsi di attendere il giorno successivo, quello che viene dopo e così via… fino alla fine.

a piedi nudi nel parco

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