Archivio per supermercato

La pizza secondo Ikea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 marzo 2017 by Michele Nigro

… idea proposta da Nigricante al colosso svedese…

Dentifricio “Nessuno nasce pulito”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 ottobre 2016 by Michele Nigro

“… Torneranno i cinema all’aperto e i dischi dell’estate
le celebri banane di Andy Warhol tornerà
Lupin e farà un colpo eccezionale per noi…”

(da “L’estate di John Wayne” di Raphael Gualazzi)

<<Per una corretta IGIENE “ORALE” (e anche scritta) oggi c’è “Nessuno nasce pulito”, pasta dentifricia poetica in vendita su La Feltrinelli…>>

Curiosando in rete ho “beccato” questa pagina pubblicitaria (non si tratta di un mio fotomontaggio) e me ne sono immediatamente innamorato! Il web, tradito dall’uso “improprio” del termine pulito nella titolazione della raccolta, ha pensato bene di includere il mio prodotto scritturale tra quelli destinati all’igiene personale, nella fattispecie a quella del cavo orale. Si tratta di un simpaticissimo equivoco di marketing che ha, però, innescato una serie interessante di analogie e di idee collaterali: 1) un libro è un prodotto come un altro, come un cd musicale, una scopa elettrica, una busta di insalata già lavata, ecc. Quindi è solo in parte un equivoco: il web ha delle sue logiche per alcuni di noi insondabili e assecondarle, a volte, può rappresentare una scelta intelligente che apre a nuove prospettive e a nuove “filosofie”; 2) come ho messo in evidenza sopra, giocando con un’improbabile frase da abbinare a questa pubblicità nata per caso, leggere un libro di poesie (e non mi riferisco al mio!) è sicuramente un atto di igiene “orale”, nel senso del dire, che dovrebbe assicurare al lettore un buon stato di “salute” interiore. Anche a chi scrive viene data la possibilità di procurare una buona salute alla propria anima: il poeta usa la parola per curare le ferite, per indagare sui misteri dell’esistenza, per mantenersi in forma (mentis), insomma per vivere meglio. 3) E infine vedere il mio libro nella pagina di una pubblicità per dentifrici mi ha fatto venire in mente inevitabilmente i famosi esperimenti artistici di Andy Warhol, il legame tra Pop Art e pubblicità, e mi ha ricordato quanto sia stato e sia tuttora importante l’utilizzo di questo legame anche per pubblicizzare, perché no, un libro di poesie.

dentifricio-nessuno

Detersivo in polvere “NIGRICANTE”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 gennaio 2014 by Michele Nigro

Contro le macchie di berlusconismo e per combattere la cultura di regime, oggi c’è…

“NIGRICANTE” in polvere per il tuo postato a mano.

Ottimo per bianchi, colorati e menti delicate!

PROVALO!

detersivo NIGRICANTE

Commercio Equo e Meridionale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 settembre 2011 by Michele Nigro

ovvero

Come realizzare la vera secessione

Si sente spesso parlare, soprattutto a sproposito, di “secessione” da parte di personaggi politici discutibili, bavosi e grotteschi che usano lo spauracchio minaccioso della divisione tra nord e sud solo ed esclusivamente per motivi populistici e non certamente politici. Una vera e propria secessione, in pectore, non la vuole nessuno: soprattutto non la vogliono quei politici-imprenditori vestiti di verde che la tirano fuori durante i comizi per eccitare l’elettorato. Molti credono che secessione sia sinonimo di “nuova cortina di ferro“; pensano che ci si riferisca alla costruzione di una moderna linea Gustav con tanto di guardia padana armata fino ai denti e a sua volta controllata a vista da una altrettanto agguerrita sentinella della Lega Sud pronta a difendere il Nuovo Regno delle Due Sicilie dalla calata dei Nibelunghi. Niente di tutto questo, tranquilli.

SOLO NOI MERIDIONALI POSSIAMO INSEGNARE AI PADANI COSA SIGNIFICA FARE UNA VERA SECESSIONE! Una “secessione dal basso” – parafrasando Gramsci – ovvero dal Sud.

Una secessione culturale e commerciale

La vera secessione è e deve essere un’altra: dovremmo avere il coraggio e la costanza, noi meridionali troppo spesso utilizzati in chiave comica nelle varie pubblicità create dalle major televisive del Nord (come se fossimo i giullari della corte televisiva italiana), di attuare l’unica, vera, realistica, non-violenta, intelligente e proficua secessione. “Giullari della pubblicità”, i vari napoletani, calabresi e siciliani usati durante certi spot commerciali, che hanno l’ingrato compito di aprire “canali linguistici” tra il produttore settentrionale e l’ “indigeno” del meridione da ‘evangelizzare’, consumisticamente parlando. Un richiamo ipocrita a una fantomatica Unità d’Italia, a una “fratellanza inter-dialettale”, che serve solo quando bisogna diffondere un nuovo marchio o una nuova idea commercialmente redditizia e che non deve conoscere confini.

Impariamo a leggere le etichette

La cosiddetta “spesa”, quella che fanno le casalinghe, i padri di famiglia o anche gli acquirenti single, purtroppo è diventata, come già è successo a tante altre attività dell’umano vivere, un momento veloce, nevrotico, privo di qualità. La corsa contro il tempo è un imperativo che non risparmia nemmeno uno dei momenti più importanti della nostra vita: la scelta del cibo che introdurremo nel nostro apparato digerente.

Dovremmo prenderci del tempo, invece, per leggere ATTENTAMENTE le etichette dei prodotti alimentari (e non solo di quelli) prima di metterli ciecamente nei nostri carrelli metallici quando andiamo al supermercato. Lo so: la maggior parte delle informazioni contenute sulle etichette, quelle che servono al consumatore per FARE LA DIFFERENZA, sono scritte in piccolo e la persona di una certa età con problemi di vista, come anche il giovane che va sempre di fretta e non è interessato a certi argomenti, non ha la pazienza per leggere le varie scritte microscopiche sul retro dei prodotti che acquista.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire che queste informazioni non sono sacrificate per motivi di spazio sulla confezione ma semplicemente perché è necessario fornire una minore “comodità conoscitiva” al consumatore. E questo “oscuramento dei dati” dovrebbe rappresentare, invece, il contro-motivo per effettuare una lettura minuziosa delle etichette: anche a costo di andare in giro tra gli scaffali del nostro supermercato preferito, armati di lente d’ingrandimento.

Prodotto da…

Una volta vinta la “sfida ottica” lanciata dall’etichetta, andiamo alla ricerca del PRODUTTORE. Generalmente per sapere chi ha prodotto il cibo che intendiamo acquistare (mi limito all’esempio alimentare perché gli alimenti sono, come è facile intuire, i prodotti che maggiormente condizionano le nostre abitudini quotidiane in qualità di consumatori, ma come vedremo più avanti la scelta può e deve essere estesa a TUTTI gli altri prodotti, consumabili e non) basta andare alla ricerca sull’etichetta di diciture del tipo: “Prodotto da…”; “Prodotto e confezionato da…”. In altri casi troveremo solo il brand del produttore (ovvero il marchio) seguito dall’indirizzo civico dello stabilimento in cui avviene la produzione. Non dobbiamo confondere il Produttore con il Confezionatore e il Distributore: nella maggior parte dei casi le tre fasi della catena commerciale (produzione-confezionamento-distribuzione) sono affidate a tre figure distinte. A noi interessa “colpire” il Produttore. I “danni” sul Confezionatore e sul Distributore saranno una intuibile conseguenza.

Una volta individuata l’origine geografica del nostro prodotto, scegliamo se realizzare o meno la nostra piccola, silenziosa, apparentemente insignificante, SECESSIONE COMMERCIALE. Noi consumatori meridionali dovremmo scegliere in quel preciso istante se mettere o meno nel nostro carrello l’oggetto alimentare proveniente (cioè fabbricato, prodotto, realizzato, costruito, sfornato…) da una delle regioni appartenenti al meraviglioso, impeccabile, civilissimo, paradisiaco, trainante, incompreso, fiero territorio della cosiddetta Padania.

Il potere della scelta: un potere che abbiamo dimenticato perché un po’ alla volta siamo diventati come tante pecore belanti, senza dignità, senza cervello, senza storia, senza capacità di discernimento.

Non solo politica

Scegliere prodotti meridionali al posto di prodotti provenienti dalla Padania, non significa solo dare indirettamente una sorta di “schiaffo morale” a chi va dicendo in giro dalla mattina alla sera, in televisione o nei raduni campestri, di essere stanco di fare la parte del motore economico del paese, ma è soprattutto un modo, il più semplice e secondo me il più intelligente, per favorire lo sviluppo dell’economia di una zona d’Italia da sempre fanalino di coda della penisola. Dal momento che i padani sono stanchi di sopperire alle nostre mancanze in campo sociale, economico e ultimamente anche nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, cerchiamo noi meridionali di realizzare nei fatti e non solo a parole LA VERA SECESSIONE. Dimostriamo concretamente la nostra insofferenza in qualità di consumatori di prodotti provenienti dall’attivissima Padania.

Invece di acquistare, ad esempio, la pasta di qualche famoso e fin troppo pubblicizzato marchio del nord, noi meridionali dovremmo sforzarci di andare alla ricerca e comprare solo ed esclusivamente (vita natural durante) prodotti provenienti da pastifici del Sud… E gli esempi, lo capite benissimo da soli, potrebbero essere innumerevoli e non limitati al “prodotto pasta” o ad altri alimenti ma estendibili anche a tutti gli altri beni di consumo prodotti al Sud.

Qualcuno potrebbe giustamente obiettare dicendo: “E se si tratta di prodotti provenienti dal Sud ma fabbricati in stabilimenti di proprietà di investitori o di industriali del Nord?” In quel caso, amici miei, bisognerebbe dare la precedenza all’emergenza OCCUPAZIONE – visti i tempi! – e favorire altri lavoratori meridionali che altrimenti sarebbero costretti a emigrare o a rimanere disoccupati. Senza dimenticare contemporaneamente che favorire merce meridionale, prodotta da imprenditori meridionali, in territorio meridionale, significa anche invertire un certo andamento occupazionale di tipo “assistenzialistico” e agevolare la nascita e lo sviluppo di altre sedi lavorative nel Sud, da parte di industriali del Sud.

C’è poi anche una buona motivazione ecologico-produttiva: acquistare prodotti provenienti dalla Padania significa aver bisogno di trasporti lunghi (soprattutto su gomma), significa causare inquinamento dovuto ai mezzi di trasporto, significa un inutile spreco di energia in generale e un consumo di carburante in particolare… Di conseguenza aumento del prezzo sul prodotto finale. Un aumento pagato dal meridionale e incassato dall’insoddisfatto e razzista industriale padano che vota Lega Nord ma che non disdegna di mandare i propri prodotti nel tanto odiato Sud.

Perché dovremmo continuare ad agevolare questo sistema?

Io compro meridionale

Dagli spaghetti alla carta igienica, dalla lavatrice al materasso, dal libro alla bicicletta, dalle scarpe ai fazzoletti di carta per soffiarci il naso… Siamo da sempre convinti che ‘produzione’ sia sinonimo di ‘Nord Italia’, ma non è così. Questa errata convinzione nasce dalla disinformazione (e non solo in questo campo) del meridionale medio: pensiamo che esistano solo i prodotti che vediamo pubblicizzati sulle reti televisive e che intorno a questi ‘grandi marchi nordici’ esista il Vuoto. Ma, ripeto, così non è!

E la cosa che fa più rabbia è che sappiamo in cuor nostro che non è così: tuttavia, come tante pecore pigre, continuiamo a comperare i prodotti che ci sbattano sotto il naso tutti i giorni durante i cosiddetti “consigli per gli acquisti”. I veri consigli per gli acquisti dovrebbero, secondo me, somigliare alla encomiabile campagna pubblicitaria fatta dal movimento per il Commercio Equo e Solidale. Solo che bisognerebbe ribattezzare questa nuova azione pubblicitaria pro-Sud con il nome di Commercio Equo e Meridionale. Qualcuno c’ha provato molto seriamente a fare una cosa del genere e compiendo una ricerca meticolosa – come nel caso del gruppo “Briganti” – e invito tutti a leggere attentamente il seguente elenco in cui sono indicati moltissimi prodotti provenienti da realtà economiche meridionali.

Si tratta di un elenco, sicuramente incompleto – anche se in continuo aggiornamento proprio grazie al lavoro del gruppo “Briganti” – e che ognuno di noi potrà completare grazie alla personale esperienza in qualità di consumatore, di PRODOTTI MERIDIONALI facilmente reperibili nei nostri negozi sotto casa o nei supermercati del Sud. L’elenco, come dicevo, è sicuramente incompleto perché la realtà produttiva del Sud è più vasta di quanto si pensi, ma ci dà un’idea di come la pubblicità inganni quotidianamente l’ignaro consumatore meridionale. Capisco che in una società globalizzata, omologata e culturalmente diluita come la nostra, chiedere un tale sforzo discernente, una precisa scelta discriminante, è da pazzi! Ma è solo una questione di abitudine: così come “meccanicamente” chiudiamo a chiave la porta di casa quando usciamo anche se poi non ce lo ricordiamo, allo stesso modo dobbiamo sforzarci di disimparare vecchi schemi imposti dalla Pubblicità per acquisire NUOVE ABITUDINI che con il tempo diventano Cultura.

Da decenni politici ed elettori che inneggiano al federalismo fiscale, “campano” (nel senso di ‘vivere’) sull’ignoranza dei meridionali che, ulteriormente anestetizzati dalle tv commerciali di Berlusconi, hanno dimenticato ciò che sono e soprattutto ciò che hanno sotto casa!

Il mio non è uno “spottone” anti-settentrionalista: commetterei lo stesso errore di quei padani che apertamente critico in questo post. Molti meridionali hanno assicurato un futuro a se stessi e ai propri figli proprio grazie al lavoro offerto dalle grandi industrie del Nord. Ma credo anche che, considerando soprattutto l’attuale clima politico italiano, sia giunto il momento per noi meridionali di cambiare mentalità e di fare delle ben precise scelte economiche, commerciali e culturali.

Perché, per fare una bella “rivoluzione”, non è mai troppo tardi!

(articolo pubblicato anche sul sito Due Sicilie Oggi)

SITI CORRELATI:

“Briganti”

“Io compro Sud”

Uccidiamo Babbo Natale!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2010 by Michele Nigro

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Puntualmente, come ogni anno, la nevrosi natalizia miete più vittime del virus influenzale: vittime psicologiche. Il meccanismo “Capodanno-SanValentino-Pasqua-Pasquetta-Compleanno-VacanzeEstive-Ferragosto-RitornoaScuola-Onomastico-TuttiiSanti-2Novembre-Immacolata-Vigilia” giunge al suo ciclico completamento annuale grazie alla festa del Natale che di festoso non ha più nulla. La nevrosi commerciale ha fagocitato il significato degli eventi e i parametri della vera felicità sono stati cancellati dalla Pubblicità.

“Ipermercati”

Cattedrali colorate e sferraglianti di carrelli che sorgono nei deserti della solitudine umana: gli ipermercati.

Presenza costante nei pomeriggi mesti di famigliole con stipendi fissi e solitari esploratori delle abitudini umane. Interminabili file di bottiglie uguali, come i metameri di un lungo mostro strisciante, accerchiano la mente di orde moderne travestite da cittadini civili del terzo millennio. Come personaggi di una ancestrale scena di caccia senza sangue e senza foreste antiche.

I gironi dell’insoddisfazione offrono di tutto: pacchi famiglia di inutilità e offerte speciali sull’impossibile.

E come gli ingranaggi di un orologio, giriamo sincronizzati alla ricerca del nulla.

Arrotondamenti speciali ci convincono della convenienza e noi intenti a riempire i nostri marsupi di ferro al suono di una musica sottopelle che copre l’urlo della verità.

Ipermercati: oasi di luci psicotrope e di scenografie hollywoodiane pensate da architetti che fanno la spesa nei mercati rionali.

Una sensuale voce femminile annuncia l’apertura del nuovo reparto dedicato all’esoterismo e per attirare la gente, una signorina presa in prestito da Salsomaggiore distribuisce gratuitamente e cordialmente bustine di incenso satanico per messe vudù.

<<… Supermercati coi reparti sacri

che vendono gli incensi di Dior…>> [1]

“C’è di tutto!” – afferma istericamente una di quelle donne sessualmente inappagate e insoddisfatte del proprio matrimonio, che per sfogarsi passano la cera sul pavimento di casa alle cinque del mattino.

E un pensionato: “… è una vita che la cerco!…”- senza riferirsi a un amore di gioventù, mostra a un “collega” una chiave per bulloni numero 31 nel reparto “fai da te”.

In queste città di traffico e di immondizie spirituali, ognuno cerca la propria dimensione di apparente perfezione. E le ore passano, passano, passano…E siamo inebriati dalla possibilità di avere tutto anche se è di niente che abbiamo bisogno. Un proverbio buddista afferma: “una stanza non è mai veramente vuota se la tua mente è piena”. Negli ipermercati accade il contrario: “se la tua mente è vuota, gli ipermercati la riempiono”. La riempiono, sì… Ma di cose sbagliate!

Intanto nel “reparto pane e affini” un Beethoven in sottofondo attira squadroni di carrelli alla ricerca di carboidrati dalle forme strane che presto diventerà duro e immangiabile. Immemori di ciò che abbiamo già a casa, compriamo l’inimmaginabile. Mentre sensuali diavolesse in divisa ci sorridono dalle loro postazioni in difesa dei gironi danteschi a cui sono state assegnate. E noi giriamo, giriamo, giriamo: fino a quando non scontiamo le nostre colpe su questa terra di consumatori. Vittime legalizzate della Terza Rivoluzione Industriale.

Bambini ipnotizzati corrono eccitati alla ricerca dei genitori per convincerli a comprare l’ultimo gioco quadridimensionale della playstation: l’illusione nell’illusione. E i genitori sempre più stanchi li accontentano sperando di sedare per le prossime ore l’energia incontenibile dei loro rampolli.

Qualcuno mangia una pizzetta e beve una coca nell’area di sosta prima di accendere la freccia e immettersi nuovamente sull’autostrada che porta verso altri reparti inesplorati della “galassia consumo”. Un nuovo sport si affaccia sulle nostre vite di quartiere: lo “shop trekking”. Chilometri percorsi a piedi come in una processione laica e confusa che porta in giro la fede nel bisogno.

Se vi dovesse capitare di sbirciare nei depositi degli ipermercati, notereste pattuglie di commessi indaffarati che scaricano lotti inscatolati di prodotti appena rigurgitati dalla madre-industria. Come gli operai che lavoravano nelle caldaie del Titanic, questi commessi alimentano la macchina delle nostre voglie inutili.

La nuova piazza italiana è l’ipermercato.

La gente si incontra felice, discutendo sulle esigenze gastronomiche delle loro famiglie e qualcuno tenta un approccio nel reparto biancheria intima con una bionda mozzafiato. Una coppia di anziani cerca pezzi teneri nel reparto carni per fare un bollito e una madre confusa mi chiede che differenza c’è tra un cd da 700 Mb e uno da 80 minuti.

Se potessi vedermi dall’alto, mi immaginerei come il personaggio del film “Matrix” alla ricerca di un perché che giustifichi tutto questo. Siamo veramente noi che ora giriamo tra le muraglie cinesi di questo ipermercato o siamo burattini collocati nella scenografia di un programma di cui non siamo consapevoli? O meglio: io volevo venire realmente in questo ipermercato oppure mi è stato ordinato da un operatore invisibile? Anche mentre faccio la spesa si ripropone irriverente il tema del “Re del mondo”… E mentre fantastico su queste domande da esoterismo casereccio, mi accorgo che un padre di famiglia sta ponendo nel proprio carrello un “sacchetto di terra”. È la fine! Una volta la terra era di tutti e per averla bastava aprire la porta di casa. Spesso nel corso della storia si è dovuto combattere per ottenere un pezzo di terra e ora con una carta di credito te ne porti un sacchetto a casa.

Il colpo di grazia lo ricevo nel reparto libri: come un’oasi in un deserto, mi appaiono gli scaffali pieni di libri… Ma mi accorgo subito che è un bluff. Anche i libri sono prigionieri tra i surgelati e i detersivi, tra colluttori alla stracciatella e preservativi fosforescenti. Cerco di aprirne qualcuno, ma il contrasto con la voce che annuncia i polli allo spiedo fa cadere le letterine dalle pagine e così i libri diventano pezzi di carta bianca chiusi nelle bottiglie di un pomeriggio naufragato.

Fuori piove! Si sente ancor di più l’esigenza di restare tutti uniti in questo posto caldo e confortevole. Uniti nell’inconsapevolezza di un’alienazione strisciante. Una cosa è certa: nessuno di noi morirà di fame stasera!

E intanto le casse risucchiano fiumi di carrelli ripieni. Signorine stanche e automatiche chiedono la stessa cosa milioni di volte: “… busta?…” Ormai per loro ogni volto è uguale a quello di prima e a quelli di ieri. Siamo esseri amorfi destinati a pagare queste ore di “felicità” e forse nemmeno un rapinatore che urli – “fermi, questa è una rapina!” – riuscirebbe a smuovere l’inesorabilità di questo momento.

Sul perimetro del mio ipermercato ci sono anche negozi di gioielli e un’agenzia di viaggi… C’è veramente tutto! Vorrei entrare nell’agenzia di viaggi per comprare un biglietto e fuggire lontano da questo inferno glassato. Ma mi accorgo che anche la mia fuga farebbe parte di un’enorme operazione commerciale. E allora? Allora dobbiamo ridimensionare il concetto di “bisogno” ed essere come monaci buddisti in questo Tibet occidentale invaso dalle truppe rosse dell’impero commerciale. Sviluppare un autocontrollo per non cadere nel vortice di gesti che non ci appartengono. Allenarsi alla respirazione yoga tra gli scaffali dei vari reparti e divenire “illuminati” mentre centinaia di carrelli ci sfrecciano accanto alla ricerca del superfluo. Rivedere la propria vita al rallentatore.

Il vero potere è non comprare nulla nell’impero del tutto.

La vera forza è questa.

——————————

[1] Tratto da “Magic Shop” di Franco Battiato – album “L’era del cinghiale bianco”; EMI 1979

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