Archivio per telespettatore

Contro i (recenti) film sulla Lucania

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versione pdf: Contro i (recenti) film sulla Lucania

un paese quasi perfetto

Ormai sembra essere diventata una moda che rende bene al botteghino: rappresentare la Lucania (Basilicata per politici e navigatori satellitari) dal punto di vista cinematografico è l’idea del momento. Almeno un tipo di idea, perché la “terra di mezzo” lucana – come location e fonte d’ispirazione – non è per niente estranea alle attenzioni della settima arte.

Certo, qualche dubbio nasce quando si passa da Pasolini e Rosi a Rocco Papaleo e Massimo Gaudioso, ma non essendo un critico cinematografico (e soprattutto uno storico della critica cinematografica) mi limiterò a un lieve spetteguless goliardico da spettatore in poltrona.

Capisco che “Matera 2019” incombe (e di infrastrutture serie – nonostante l’ok dal Cipe per far arrivare la ferrovia a Matera – manco l’ombra!) e bisogna ‘pompare’ con la pubblicità offerta da film-spot; capisco che regione, province, comunità montane puntino sulla facile promozione turistica “per mezzo pellicola” per attirare, nella migliore delle ipotesi, visitatori appassionati di antropologia, etnologia e paesologia; capisco che dopo l’uscita di filmetti come “Basilicata coast to coast”, “Un paese quasi perfetto” (infilandoci in mezzo anche “Benvenuti al Sud”, pur trattandosi di una location non lucana, da cui sono state scopiazzate alcune idee!) ci abbiano preso gusto nel rappresentare la Lucania in un certo modo, ma in tutta sincerità, a me personalmente, certi luoghi comuni e certe generalizzazioni da cultura di massa di bassa lega, proprio non vanno giù! Neanche sorseggiando un ottimo Aglianico del Vulture… Parlo di “cultura di massa di bassa lega” perché determinati contenuti, se sono di qualità, possono essere veicolati anche sfruttando i grandi numeri (la casalinga di Voghera sembra stupida, ma se uno le cose gliele presenta come si deve…): dipende sempre da chi gestisce la comunicazione di massa, se una “capra” (sgarbianamente parlando) incapace di distinguere Potenza da Matera (o peggio, Potenza da Napoli) o una mente un po’ più consistente che non ha paura di comunicare concetti importanti alla massa televisiva della prima serata generalista.

Se l’intento era quello di mescolare la denuncia sociale alla commedia, allora mi dispiace annunciarvi che il risultato è deludente: è meglio fare una scelta di campo (o commedia, o denuncia sociale) perché così facendo si rischia di disperdere il potere espressivo di una storia, in tanti rivoli insignificanti.

Perché sono così pesante? Perché se ironizzi su una frana che blocca da anni una strada importante che dovrebbe mettere in comunicazione un paese con il mondo esterno (invece di mettere al muro e “fucilare” i politici che non si danno una mossa per ripristinare la viabilità), si finirà col pensare che in fin dei conti siamo pur sempre al Sud dove tutti i guai si superano con l’ironia, la pazienza e il mandolino, che è andata sempre così, da quando mondo è mondo, che le lungaggini burocratiche e il lassismo amministrativo è inutile combatterli perché fanno parte del folklore locale, che è meglio passarci sopra mangiando tarallucci e bevendo vino, anzi è meglio passarci sopra con la vecchia teleferica della miniera, che nell’epilogo del film (“Un paese quasi perfetto”) si trasforma in un’idea imprenditoriale, perché tanto è meglio mettersi l’anima in pace e rimboccarsi le maniche: di sviluppo industriale, di progresso, di occupazione proveniente dall’alto, manco a parlarne. Embè, siamo al Sud: l’avevate dimenticato?

Per non parlare delle numerose zone industriali create nel deserto, funzionanti per qualche anno (giusto il tempo di qualche ciclo elettorale) o addirittura mai entrate in funzione, che potrebbero dare lavoro a tantissimi lucani e che invece stanno a marcire sotto il sole dopo aver preso il posto di alvei fluviali e aver spianato vallate stupende per fare spazio a un “progresso industriale” inattivo. Veramente abbiamo ridotto la nostra critica sociale e politica alla critica verso le “pale eoliche”? Veramente crediamo che uno dei problemi maggiori della Lucania siano le pale eoliche e non le “palle” propinateci da politici e imbonitori che hanno tentato di trasformare la Basilicata in una discarica nucleare non molti anni fa? Per non parlare dei danni ambientali causati da un certo “avventurismo petrolifero” che ha favorito i soliti pochi.

Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, l’idea di far divertire la gente appendendola a un cavo d’acciaio non è nemmeno lucana ma è stata intelligentemente importata dalla Francia: non ce l’ho con il Volo (figuriamoci, mi piace e l’ho fatto già due volte!) ma le “idee lucane”, quelle ereditate dalla storia e dalla tradizione (e non importate da fuori), sono altre e ovviamente tenute nascoste, sottovalutate e trascurate perché sono meno turistiche, meno impattanti dal punto di vista pubblicitario, meno divertenti, più impegnative culturalmente. E soprattutto è più difficile farci dei filmetti sopra! Voi ce lo vedreste uno di questi registi da “pro loco” a girare un lungometraggio su una storia ambientata nel medioevo lucano in stile Ermanno Olmi? E chi lo andrebbe a vedere? Ah, non sapevate che anche la Lucania ha avuto il medioevo? È chiaro che è molto più semplice (e redditizio) girare un filmetto basandolo su luoghi comuni, piatti locali, scemenze varie e finte denunce sociali tanto per darsi uno spessore etico…!

Passino l’elegia del viaggio a piedi nella “Basilicata…” di Papaleo e il potere introspettivo della strada (sono d’accordo con lui: la Lucania, i paesaggi naturalistici in genere, possono essere gustati solo grazie all’andatura lenta del camminatore. Duccio Demetrio, autore del saggio Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, sarebbe orgoglioso di Papaleo!); passino le inquadrature mozzafiato che rendono solo in parte la bellezza (a volte arida ma affascinante) di certi luoghi lucani; passi l’elogio di una riscoperta provincia a discapito di una città sempre più difficile da vivere (invertendo il processo che portò negli anni ’50 e ’60 all’abbandono delle campagne per inseguire il sogno industriale nel Nord Italia o in altri paesi – oggi l’abbandono è ancora in atto, avviene in direzione “estero” su un livello professionale più alto, e molti comuni per rimpolpare la popolazione sono ricorsi ai tanto vituperati migranti -, anche se per invertire il processo in maniera convincente occorrono idee e denari, e la sola passione per il borgo, ahimè, non è sufficiente!). Passi il messaggio della valorizzazione delle risorse di zona in vista di un rafforzamento delle economie locali (sottotitolo non dichiarato: non fate i soliti meridionali imbroglioni, spioni, scoraggiati e pigri, e datevi da fare!). Passi l’idea sana che le cose che all’esterno (o, in maniera eccessivamente autocritica, da noi stessi) sono considerate “segnali di arretratezza”, in realtà, se viste con occhi diversi e lungimiranti, diventano tesori della tradizione e potenzialità non da convertire o sostituire ma da proteggere ed esaltare. Non avere vergogna della propria “povertà” e semplicità, ma farle diventare fonti di ricchezza. Come già accade, anche senza suggerimenti cinematografici.

benvenuti_al_sud

Passino queste ed altre cose interessanti che ho intenzione di salvare anche se non le citerò, ma non riesco a comprendere la facilità con cui vengono applicati certi stereotipi. Non riesco a capire perché i cassintegrati lucani dovrebbero essere dei semi-alcolizzati: vedi il personaggio di Silvio Orlando che nel film “Un paese quasi perfetto” ogni sera se ne torna alticcio e barcollante verso casa (conosco tanti amici in Lucania che, pur non lavorando più, sono ottimi ebanisti, suonano nella banda, fanno jogging e non toccano la bottiglia!) o che non ha voglia di cercare lavoro fuori dal paese quando invece conosciamo bene la storia dell’emigrazione italiana interna e quella dei lucani nel mondo. Non riesco a capire perché, sempre nel suddetto film, l’unico capace di utilizzare internet nel paese (come se compiesse una magia in un villaggio africano!) sia un tipo “racchio”, quasi un “subumano” di lombrosiana memoria (non me ne voglia l’attore se lo hanno fatto apparire così!), quando invece nella zona della Lucania da me frequentata – nonostante si parli tanto di digital divide – tutta la gioventù, bella, fresca e sveglia, è connessa in maniera disinvolta e anzi, a detta di alcuni, sarebbe connessa anche in maniera eccessiva, forse perché bisognosa di cercare in rete opportunità e confronti.

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“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

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versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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Oscar 2017 “miglior blog straniero”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2017 by Michele Nigro

ni-ni-nigricante

Cultura non richiesta

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 marzo 2014 by Michele Nigro

Gentili messaggi sottocutanei

da elettrodomestici parlanti

informano la massa umana

su trame indesiderate.

Portatori sani di metadati

ricompongono sorridenti e ignoranti

l’impercettibile puzzle del sistema.

Anche il frammento è potente.

La molecola linguistica

agisce sull’azione di un uomo

nato schiavo.

Spegnere tutto sarà inutile.

kia

“Masterpiece”: la scrittura ai tempi del talent show

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 dicembre 2013 by Michele Nigro

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Il connubio tra libri e televisione, tra scrittura e mass media, non è una novità: già altri esperimenti sono stati compiuti in passato con risultati più o meno entusiasmanti. Tradurre la cultura e l’arte in spettacolo non è sempre facile, ma l’aggiornamento apportato dalla trasmissione Rai intitolata “Masterpiece” al mondo dei format consiste nell’aver adattato, comprimendoli, i normali e lenti processi scritturali a quelli televisivi del talent show, decisamente più veloci. In altre epoche l’autore di un libro poteva rimanere anonimo o invisibile alle masse fino alla morte sia per la mancanza di mezzi comunicativi invasivi capaci di “stanare” personaggi e persone, portandoli alla ribalta, sia per rispettare quella “sacralità” un po’ costruita che avvolgeva lo scrittore, il poeta, l’artista. Qualcuno ha resistito al fascino della notorietà immediata, preservando il proprio corpo (l’immagine), e non solo la propria opinione, dalla diluizione mass-mediatica; per gli altri è valsa la regola dei famigerati fifteen minutes of fame pronosticati da Warhol. Oggi è possibile “incontrare” un autore affermato ovunque: in tv, alla radio, sui social network…

L’autore consapevole dei meccanismi comunicativi e commerciali che determinano il successo di un prodotto editoriale sa benissimo che l’isolamento è controproducente e che invece la notorietà riaccende curiosità, rianima flussi di dati stagnanti e stimola la ricerca del testo ignorato. E allora perché non estendere questa spettacolarizzazione inizialmente riservata ai “famosi” (come quelli della famigerata Isola del reality), si sarà chiesto qualche cervellone della televisione, fino a comprendere la fase embrionale del processo scritturale, coinvolgendo chi noto non è, ovvero gli aspiranti scrittori?

Il merito di “Masterpiece” è sicuramente quello di far conoscere anche a un pubblico non interessato alla scrittura, quali sono le tappe fondamentali che dividono il potenziale scrittore dal cosiddetto successo: la scelta del romanzo, il suo “debutto in società” e la selezione davanti alle telecamere, il confronto a volte spietato con gli esperti, la “prova immersiva” nella realtà da cui trarre ispirazione, la dimostrazione pubblica delle proprie capacità scritturali istantanee, e infine l’autopromozione in ascensore (elevator pitch)… Per non parlare dei piccoli ma fondamentali segreti sulla scrittura che il telespettatore interessato può apprendere dai tre giurati del talent e dal “coach” Massimo Coppola. “Masterpiece” può essere considerato, in alcuni passaggi, come una sorta di corso di scrittura creativa in versione televisiva.massimocoppola

Ogni aspirante scrittore che vive con i piedi per terra sa che dopo il momento sacro della creazione ve ne sono molti altri, più prosaici, caratterizzati da praticità, dal “mestiere”, da regole artigianali che hanno l’obiettivo di rendere il prodotto fruibile e quindi competitivo sul mercato editoriale. Durante la trasmissione si parla spesso e a ragione di “musicalità” del testo, una tra le principali caratteristiche di un romanzo, di una poesia… La produzione di un libro, hanno pensato giustamente gli ideatori di “Masterpiece”, non è in fin dei conti tanto differente da quella di una lavatrice! Un prodotto deve superare collaudi e prove estreme. Quindi perché non mostrare le varie fasi produttive e i successivi “test sulla qualità” con la scusa di un talent show?

L’idea è ottima. Eppure c’è qualcosa che non quadra.

Il primo dubbio riguarda paradossalmente l’inevitabile banalizzazione della scrittura che il programma vorrebbe invece valorizzare: a non convincermi è proprio l’utilizzo del mezzo ‘talent show’, per far conoscere da vicino il processo scritturale a un pubblico generalista, nonostante l’orario di nicchia. Se da una parte l’intento originario, decisamente encomiabile, era quello di avvicinare il grande pubblico ai segreti della scrittura, alla nascita di un libro e di conseguenza alla lettura, dall’altra si paga un prezzo squalificando proprio la scrittura che, come chi scrive sa, possiede tempi senza regole e fasi indescrivibili, cammini interiori non quantificabili dal punto di vista temporale, evoluzioni riguardanti la sensibilità di un autore che la televisione non saprà e non potrà mai raccontare o riassumere ad uso e consumo del proprio pubblico. Tempi e processi su cui tanto è stato detto e scritto in altre sedi, e che questo “X Factor” per scrittori vorrebbe sintetizzare in poco più di un’ora e mezza di programma.

La scrittura è un’altra cosa. Altro che la mezz’oretta per fare il “temino in classe”: non credo che un tema scelto da altri, dedicato a una realtà scelta da altri, sia un metodo valido per valutare la scrittura di un autore che fino a prova contraria “sente” da solo il tema a cui ispirarsi; a volte eventi vissuti sulla propria pelle riemergono sotto forma di narrazione dopo anni: in “Masterpiece” si pretende di comprimere questo lavorio impercettibile in pochi minuti televisivi. Quella imposta ai concorrenti di questo “talent letterario” è tutt’al più una prova di sintesi giornalistica scambiata per scrittura creativa durante la quale, per dovere di cronaca e non per ispirazione, l’autore deve creare storie basandosi su una realtà non scelta o comunque non vissuta in maniera naturale.

Altro che il minuto nell’ascensore della Mole Antonelliana (forse è la metafora di un’ipotetica ascesa nel mondo dell’editoria che dovrebbe motivare i concorrenti?) per convincere un perfetto estraneo famoso: come se lo scrittore fosse un rappresentante della Folletto che deve convincere la casalinga mentre gli chiude la porta in faccia, o una comparsa cinematografica determinata a farsi notare dal regista affermato per ottenere una parte importante nel film. Un autore non deve convincere ma essere se stesso: la pressione esercitata sul prossimo al fine di promuovere il proprio manoscritto deve essere naturale, quasi casuale; un lasciarsi scoprire non isterico, senza snaturarsi. Il comportamento richiesto ai concorrenti di “Masterpiece” appartiene, invece, a una moda che vorrebbe collocare l’autore di libri sullo stesso livello del teleimbonitore.

Altro che audizioni come se si trattasse del Festival di Castrocaro per parole scritte e non cantate: scrittori in sala d’attesa come dal dentista e smistati come bestiame da inviare alla catena produttiva di hamburger editoriali.

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“Wonderland”: il fantastico in tv

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio 2012 by Michele Nigro

Tempo fa, in un post intitolato “Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti, scrissi una frase percorsa da una vena di pessimismo: <<Francamente non so se torneranno epoche simili dal punto di vista televisivo: la situazione attuale, facendo zapping tra gli innumerevoli canali del nuovo e tanto esaltato digitale terrestre, non mi permette di sperare in nulla di positivo. Le regole ferree di un mercato televisivo sempre più schiavo dello share (e rappresentativo, purtroppo, dello stato culturale e mentale medio nazionale) non offrono spiragli attraverso cui introdurre certi sperimentalismi…>> Facevo questi cattivi pensieri nel maggio del 2010, in tempi non sospetti, un anno prima circa della messa in onda di “Wonderland”, il magazine settimanale di Rai 4 dedicato al genere fantastico ideato da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer. Nato come rubrica di supporto alla programmazione cinematografica di Rai 4, in realtà “Wonderland” è un prodotto autonomo e capace di vivere di vita propria, suddiviso generalmente in tre parti principali: la rubrica Mainstreaming, viaggi multimediali tra i nuovi universi del fantastico (a cura di Andrea Fornasiero) in cui vengono segnalate le novità più importanti riguardanti il genere fantastico dal punto di vista cinematografico, fumettistico, televisivo e in alcuni casi, indirettamente, anche dal punto di vista letterario; un’intervista centrale ad attori, registi, scienziati, editori, scrittori, giornalisti, saggisti, astronauti, sociologi…; e a chiudere – last but not least – la rubrica Dizionario del fantastico per un approfondimento delle tematiche principali del genere, adoperando innumerevoli esempi filmici e stuzzicando in tal modo le conoscenze cinematografiche del telespettatore.

Si tratta di un programma che non teme le contaminazioni e le evoluzioni dettate dai tempi; come riportato nella pagina web di Rai 4: <<Wonderland esplora e racconta le mille declinazioni – classiche e contemporanee – di questo multiforme immaginario di genere, in linea con l’attenzione del canale ai linguaggi della postmodernità e alla loro sempre più marcata dimensione multimediale.>>

Elogio della brevità – ogni puntata dura tra i 15 e i 25 minuti – “Wonderland” ha il merito di aver riportato l’attenzione televisiva sul fantastico, spaziando dal genere fantascientifico a quello fantasy e comprendendo i rispettivi sottogeneri. Potremmo definire questo programma di Rai 4 come una sorta di “spot denso” che non ha la pretesa di esaurire in pochi minuti argomenti che a causa della loro complessità avrebbero bisogno di molto più tempo, ma che svolge senza ombra di dubbio una funzione stimolante sugli utenti di un palinsesto, dal mio punto di vista, ancora fin troppo deprimente.

Epochè

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 6 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Una sospensione del giudizio (in omaggio all’epochè della “Fenomenologia” di Edmund Husserl) da applicare, in questo caso, non agli eventi naturali, bensì a quegli eventi umani esaltati dalla propaganda di una dittatura tecnocratica. Epochè significa “contemplazione disinteressata” realizzata tramite un distacco totale dal mondo, un atteggiamento svincolato da partecipazione. Sospendere il giudizio sui clamori televisivi e immanenti (che a tratti – così c’hanno fatto credere – potrebbero addirittura sembrare indispensabili) per contemplare le essenze dei fenomeni e delle cose (Zu den Sachen selbst! Andiamo alle cose!” – il motto dei fenomenologi). Seguire (studiare) i reality show non con la passione del fan teledipendente, ma con la scientificità dell’intellettuale curioso, disincantato e che prova compassione.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 15-16)

Velinismo: tra “arte” e meretricio politico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 giugno 2011 by Michele Nigro

Il dibattito sul velinismo è cominciato quasi contemporaneamente all’azione di sdoganamento del corpo della donna da parte di una certa televisione commerciale. Ma cosa significa ‘velinismo’? E siamo proprio sicuri che lo sdoganamento a cui accennavo sia così recente?

Raccolgo dal web alcune definizioni, più o meno giuste, di ‘velinismo’ (il mio dizionario non è sufficientemente aggiornato): 1) “Il velinismo (sin: cultura della velina o dittatura della velina; maschile: dittatura del calcio e del tronista) è una tendenza italiana a riempire programmi televisivi di vallette più o meno semi nude, che si è sviluppata alla fine degli anni 80′ nei programmi televisivi…”; 2) “L’aspirazione massima di una ragazza è fare la velina, per arrivare a questo bisogna esserci, apparire, sbalordire. I sistemi più sono trasgressivi, più funzionano; allora queste ragazze vogliono far parlare di loro e se non hanno qualcosa, se la prendono senza troppi indugi…”; 3) “Il velinismo è la versione femminile di un sistema dove tutto si compra. Un sistema che richiede di accettare sempre l’obbedienza, sia per le donne sia per gli uomini…”; 4) “Sembra che oggi in Italia, nel massimo momento di regressione ad un patriarcato conservatore e becero, l’unico spazio di potere e successo per le donne sia rimasto quello identificato dall’orrendo neologismo del velinismo…” E così via. La discussione innescata dal velinismo (anche se il termine ‘velina’ è successivo alla comparsa delle prime showgirl della tv commerciale vestite in maniera succinta), come si nota leggendo le poche definizioni sopra riportate, è molto variegata: sarebbe un errore relegare il fenomeno in un angolo esclusivamente moralistico. Il velinismo è molto di più: è semiologia, è politica, è cultura, è ‘filosofia’ di vita, è comunicazione.

La ‘questione’ dell’uso volontario (ma di fatto indotto da un sistema prevalente di valori più o meno discutibili) del proprio corpo da parte della donna ha sicuramente ottenuto una maggiore attenzione grazie alla nascita della cosiddetta televisione commerciale: una televisione che esiste e sopravvive utilizzando i proventi derivanti dalla pubblicità e quindi impegnata costantemente a coinvolgere emotivamente, culturalmente e commercialmente i propri telespettatori. Il teleascoltatore della tv commerciale da protagonista passivo si trasforma in un deus ex machina coccolato, interattivo e artefice (così gli fanno credere) della propria felicità. Tutto è possibile nei nuovi e colorati studi televisivi della tv commerciale: la ricchezza sembra a portata di mano; il pensionato calvo e con la dentiera si atteggia a latin lover; la casalinga che soffre di artrite reumatoide azzarda qualche passo di danza con il ballerino muscoloso messo a disposizione; la giovinezza da riscoprire è un must; le forme esplodono; la vitalità è distribuita a chili; le donne sembrano più facili… Tutto è raggiungibile nella tv commerciale e i grigi disfattisti non sono benvenuti. Uno dei sogni atavici del maschio italiano diventa realtà: una donna seminuda, sessualmente disponibile, poco eloquente o addirittura muta, si aggira tra gli studios della tv commerciale in cerca di un anonimo uomo medio da sedurre a distanza, attraverso l’audace telecamera che osa sui suoi seni abbondanti. L’acquisto dei prodotti pubblicizzati rappresenta l’unico modo per essere indirettamente partecipi di questo nuovo rito collettivo mediato dallo schermo televisivo; per ‘possedere’ (in una maniera sessualmente indiretta) la bellezza, la felicità, la disinibizione, la spensieratezza economica, l’abbondanza, l’arte amatoria, addirittura l’immortalità. Il teleascoltatore non è più seduto sul divano di casa in attesa del segnale di chiusura notturna dell’emittente ma è presente negli studi televisivi, dialoga e scherza con il conduttore, riesce persino a toccare la ballerina formosa e a portare via un po’ di soldi con un gioco a premi; è complice nella realizzazione dei trucchi dello spettacolo…

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Maria Pina Ciancio

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