Archivio per televisione

Battipaglia a “Giochi Senza Frontiere”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2012 by Michele Nigro

Un mio articolo-intervista riguardante l’esperienza ludica della città di Battipaglia, nel 1973 e nel 1978, vissuta a “Giochi Senza Frontiere”, trasmissione televisiva internazionale che ha segnato un’epoca, è stato pubblicato sul numero doppio 16-17 (pag. 14) del quindicinale “il Battipagliese”.

Scarica il pdf: il_battipagliese_16

(Il presente articolo, a firma del sottoscritto, e pubblicato su “Il Battipagliese”, testata giornalistica donata al Comune di Battipaglia da FARINV srl, non è stato, fino a oggi, regolarmente retribuito come da accordo preliminare tra l’Autore e la Condirezione della suddetta testata. Il sottoscritto sa che la richiesta di retribuzione è stata regolarmente protocollata dalla Condirezione presso il Comune – Condirezione che non è assolutamente responsabile della mancata retribuzione degli articoli dei collaboratori – e attribuisce, ovviamente, la mancata retribuzione ai fatti di cronaca giudiziaria che hanno interessato l’ex Sindaco di Battipaglia Giovanni Santomauro e che hanno determinato lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche, con conseguente interruzione di tutte le attività, comprese quelle giornalistiche, legate all’Amministrazione interessata: va da sé che anche i pagamenti degli articoli sono passati tragicamente in secondo piano! Il sottoscritto è consapevole del fatto che la mancata retribuzione di alcuni articoli giornalistici, se confrontata con lo “tsunami” di capi d’accusa formulati contro l’Amministrazione Santomauro, e che hanno determinato il successivo insediamento di ben tre commissari prefettizi, è sicuramente poca cosa. Invita tuttavia gli ex lettori de “Il Battipagliese” e i cittadini di Battipaglia a considerare questo singolo e insignificante fatto come l’ennesima occasione – se mai ce ne fosse bisogno – per inquadrare un periodo, i suoi personaggi, la provenienza politica degli stessi, i meccanismi poco chiari che hanno caratterizzato quella Amministrazione e a trarre le conclusioni che l’intelligenza suggerirà loro. Anche in vista di future scelte elettorali che riguarderanno il Comune di Battipaglia. Michele Nigro)

n.16-17-2012

Annunci

Napoli Comicon: Fumetto & Letteratura

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2012 by Michele Nigro

Non sono mai stato un otaku e non penso di diventarlo a quarantuno anni suonati, anche se la vita spesso ci riserva delle simpatiche sorprese: la passione non conosce età. Le mie incursioni nel mondo dei fumetti e dei cosiddetti cartoni animati, due forme d’arte che ho sempre amato anche se in maniera pacata, sono state ordinarie: il classico svezzamento in tenera età con “Topolino” e “Paperino”, il periodo d’oro degli anime giapponesi trasmessi dalle televisioni private durante gli anni ’80 e ’90, alcuni vhs gradualmente sostituiti dal dvd, qualche manga, un paio di fumetti dei supereroi più in voga, due o tre graphic novel… Niente di paragonabile al collezionismo fedele, meticoloso e costante nel tempo di un autentico otaku.

In questi giorni a Napoli (alla Mostra d’Oltremare dal 28 aprile al 1 maggio) si svolge il Napoli Comicon, il salone internazionale del fumetto giunto alla sua XIV edizione e dedicato quest’anno ai rapporti tra “Fumetto & Letteratura”. Anch’io ho avuto il piacere di immergermi, durante un affollatissimo primo giorno d’apertura, nell’atmosfera fibrillante di una fiera fumettistica. La mia prima fiera!

Quello dei fumetti è un universo infinito e l’umanità che lo popola è a dir poco variegata e interessante: i fantasiosi cosplayer portatori di colore e di entusiasmo, i gestori di fumetterie e i professionisti delle scuole del fumetto, gli editori/espositori con i loro ‘prodotti’, i ‘fumettari’ in cerca di numeri da collezione e di autografi, i disegnatori pronti a regalare uno spicchio della loro arte, i giocatori di ruolo… Impossibile sintetizzare un mondo così sfaccettato e articolato come quello degli appassionati di fumetti e ‘articoli affini’. Un’umanità intelligente, pacifica, intenta a coltivare una sana passione. Si parla spesso di crisi economica ma dopo aver vissuto una giornata al Napoli Comicon posso dire senza ombra di dubbio che, a parziale compensazione del momento difficile, perlomeno non esiste una crisi della creatività, dell’arte, della voglia di partecipare e di fare: anche la fantasia e in particolar modo il mercato che gira attorno alla nona arte (il fumetto) possono dare indirettamente una mano all’economia.

Partecipare a una fiera fumettistica significa anche avere l’occasione di dare vita a nuove collaborazioni in vista di progetti artistici condivisi o di incontrare amici di vecchia data, come è capitato a me: passeggiando tra i vari stand, infatti, ho rivisto dopo più di dieci anni un amico del periodo universitario – Luca Presicce, direttore artistico delle Wombat edizioni e da sempre appassionato di fumetti – presente al Napoli Comicon in qualità di editore/espositore.

Unica nota dolente, dal punto di vista organizzativo, è stata la pessima gestione del ticketing online: gli organizzatori del Napoli Comicon, evidentemente, non hanno ancora capito che la frase “acquistare il biglietto via internet” dovrebbe equivalere alla possibilità di entrare rapidamente, controllando all’ingresso il codice a barra posto sul biglietto stampato a casa, senza dover fare la fila per procurarsi uno stupido braccialetto di carta da indossare durante la visita, vanificando così il vantaggio del ticketing online sul quale grava, tra l’altro, la prevendita! Attendere per più di un’ora sotto il sole, pur avendo fatto il biglietto online, non è un modo simpatico di iniziare un’esperienza bella come quella del Napoli Comicon.

“Wonderland”: il fantastico in tv

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 febbraio 2012 by Michele Nigro

Tempo fa, in un post intitolato “Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti, scrissi una frase percorsa da una vena di pessimismo: <<Francamente non so se torneranno epoche simili dal punto di vista televisivo: la situazione attuale, facendo zapping tra gli innumerevoli canali del nuovo e tanto esaltato digitale terrestre, non mi permette di sperare in nulla di positivo. Le regole ferree di un mercato televisivo sempre più schiavo dello share (e rappresentativo, purtroppo, dello stato culturale e mentale medio nazionale) non offrono spiragli attraverso cui introdurre certi sperimentalismi…>> Facevo questi cattivi pensieri nel maggio del 2010, in tempi non sospetti, un anno prima circa della messa in onda di “Wonderland”, il magazine settimanale di Rai 4 dedicato al genere fantastico ideato da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer. Nato come rubrica di supporto alla programmazione cinematografica di Rai 4, in realtà “Wonderland” è un prodotto autonomo e capace di vivere di vita propria, suddiviso generalmente in tre parti principali: la rubrica Mainstreaming, viaggi multimediali tra i nuovi universi del fantastico (a cura di Andrea Fornasiero) in cui vengono segnalate le novità più importanti riguardanti il genere fantastico dal punto di vista cinematografico, fumettistico, televisivo e in alcuni casi, indirettamente, anche dal punto di vista letterario; un’intervista centrale ad attori, registi, scienziati, editori, scrittori, giornalisti, saggisti, astronauti, sociologi…; e a chiudere – last but not least – la rubrica Dizionario del fantastico per un approfondimento delle tematiche principali del genere, adoperando innumerevoli esempi filmici e stuzzicando in tal modo le conoscenze cinematografiche del telespettatore.

Si tratta di un programma che non teme le contaminazioni e le evoluzioni dettate dai tempi; come riportato nella pagina web di Rai 4: <<Wonderland esplora e racconta le mille declinazioni – classiche e contemporanee – di questo multiforme immaginario di genere, in linea con l’attenzione del canale ai linguaggi della postmodernità e alla loro sempre più marcata dimensione multimediale.>>

Elogio della brevità – ogni puntata dura tra i 15 e i 25 minuti – “Wonderland” ha il merito di aver riportato l’attenzione televisiva sul fantastico, spaziando dal genere fantascientifico a quello fantasy e comprendendo i rispettivi sottogeneri. Potremmo definire questo programma di Rai 4 come una sorta di “spot denso” che non ha la pretesa di esaurire in pochi minuti argomenti che a causa della loro complessità avrebbero bisogno di molto più tempo, ma che svolge senza ombra di dubbio una funzione stimolante sugli utenti di un palinsesto, dal mio punto di vista, ancora fin troppo deprimente.

Graffi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 15 novembre 2011 by Michele Nigro

<<Leggere è faticoso: esistono pagine scomode capaci di riaccendere in noi antichi fuochi che credevamo spenti e tutto questo accade perché leggere equivale a vivere. Non possiamo passare indenni attraverso la lettura così come nessun essere umano può oltrepassare le intricate foreste dell’esistenza senza procurarsi almeno un graffio sul viso. Ecco perché i libri fanno paura; ecco perché la lettura è evitata da chi vuole, invece, diluire la propria problematicità nello splendore effimero delle luci metropolitane o nel focolare catodico della televisione.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 34)

Il poeta è un cinico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2011 by Michele Nigro

<<L’insoddisfazione delle proprie vite, il dolore, la solitudine, sono dei fattori predisponenti necessari per una scrittura che vada a fondo nell’animo umano o si può scrivere in modo frivolo anche solo per soddisfare esigenze estetiche… per pura descrizione?

Alle volte uno stato d’animo angosciato, a causa delle cose della vita che uno non può rea­lizzare, a causa anche di una “attesa tradita”, ti dà la possibilità di ottenere un’alternativa altro­ve, di coglierla altrove e di riscattare il vissuto altrove…

Ci sono altre scuole di pensiero che vedono la poesia come una finzione e non come sofferen­za; come un rebus da risolvere; la poesia come capacità nel saper realizzare delle cose. La sofferenza è una finzione, in quanto il poeta non fa nient’altro che utilizzare delle forme. IL POETA È UN CINICO. Non è detto che il poeta debba essere per forza un sofferente, un’anima in pena, ma è un “grande cinico” che sfrutta le situazioni. Un funerale? Ci fa una poesia. Chernobyl, le Twin Towers…? Ogni occasione è buona per fare una poesia. Il poeta è uno che sfrutta per un proprio tornaconto; lucido, freddo, anche nelle situazioni negative lui scrive una poesia. Quindi non ci vedrei una grande sofferenza in questo atteggiamento.

Io personalmente ho scritto poesie “rubando” immagini alla gente; ho sentito parlare di sogni, di esperienze che ho ascoltato e rubato e su cui ho costruito poesie…>>

(tratto da Intervista a Vito Cerullo – “Nugae” n.4/2005)

Epochè

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , on 6 ottobre 2011 by Michele Nigro

<<Una sospensione del giudizio (in omaggio all’epochè della “Fenomenologia” di Edmund Husserl) da applicare, in questo caso, non agli eventi naturali, bensì a quegli eventi umani esaltati dalla propaganda di una dittatura tecnocratica. Epochè significa “contemplazione disinteressata” realizzata tramite un distacco totale dal mondo, un atteggiamento svincolato da partecipazione. Sospendere il giudizio sui clamori televisivi e immanenti (che a tratti – così c’hanno fatto credere – potrebbero addirittura sembrare indispensabili) per contemplare le essenze dei fenomeni e delle cose (Zu den Sachen selbst! Andiamo alle cose!” – il motto dei fenomenologi). Seguire (studiare) i reality show non con la passione del fan teledipendente, ma con la scientificità dell’intellettuale curioso, disincantato e che prova compassione.>>

(da “La bistecca di Matrix”, pag. 15-16)

11 settembre inflazionato?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 agosto 2011 by Michele Nigro

“… E i funerali di stato a che servono? 
I militari in missione chi servono?…”

(CapaRezza – dal brano “Cose che non capisco”)

Facciamo un piccolo gioco sull’immaginario collettivo?

Chiudete gli occhi, rilassatevi. Trasformate lo schermo nero che avete creato dietro le vostre palpebre chiuse in una sorta di tela su cui proiettare le immagini depositate nella vostra mente. Alzi la mano chi ricorda perfettamente almeno un’immagine riguardante l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. Bene, siete in tanti. Complimenti! Potete abbassare le mani… Ora alzi la mano chi, invece, conserva nella propria memoria un’immagine della guerra libano-israeliana del 2006. Uno… Due… Nessun’altro? Come prevedevo. Perfetto: abbassate pure le vostre mani e aprite gli occhi.

In realtà non avevo bisogno di fare questo “esperimento”: sapevo già quale parte della storia il Quinto Potere aveva deciso di sfruttare. O di inflazionare.

Tra qualche giorno cadrà il decimo anniversario (questo post è stato scritto nel 2011, ndb) dell’attentato alle Torri Gemelle di New York e ancora una volta la televisione, i giornali, il web ci bombarderanno senza sosta con le terribili immagini degli aerei dirottati e fatti schiantare sul World Trade Center della “Grande Mela” e sul Pentagono a Washington. Ancora una volta ci stupiremo, c’arrabbieremo, ci commuoveremo, avvertiremo un brivido sinistro e assumeremo senza battere ciglio la nostra brava dose di anestetico sotto forma di immagini. Qualche rete televisiva manderà in onda il solito documentario dedicato a quella maledetta mattina di settembre e in prima serata alcuni film per ricordare giustamente l’eroismo di poliziotti e pompieri morti durante il crollo delle torri. Gli americani in questo, poi, sono bravissimi: una volta il nostro Massimo Troisi disse, ironizzando, che in realtà gli americani avevano fatto la seconda guerra mondiale non per sconfiggere Hitler, Mussolini e i giapponesi, bensì per avere la possibilità in un secondo momento di girare dei film di guerra a Hollywood. È sorprendente la quantità di riprese (e di angolazioni) effettuate al momento dello schianto sia del primo che del secondo aereo sulle Torri Gemelle: gli obiettivi dell’attacco che hanno suscitato la maggiore indignazione da parte dell’opinione pubblica. Altrettanto sorprendente, tuttavia, è la totale assenza di immagini chiare riguardanti l’oggetto (dicono un aereo) che ha impattato sul Pentagono: il punto nevralgico della sicurezza americana e quindi il luogo che dovrebbe essere maggiormente monitorato tramite uno o più sistemi di telecamere a circuito chiuso. Ma questo, ci tengo a precisare, non è un post pro complottisti.

Anche io, usando il post che state leggendo, ho deciso di contribuire a perpetrare questo stato di trance mediatico sull’11 settembre pubblicando la foto di un aereo – il secondo – in procinto di impattare sull’altra torre ancora intatta. Tutti, consapevolmente o inconsapevolmente, riceviamo e ritrasmettiamo segni (immagini, sequenze video, simboli, oggetti…) in un ambiente semiosferico non casuale ma influenzato da una serie di poteri interconnessi (potere politico, economico, religioso…). Noi utenti dei mass media siamo le unità cellulari del potere che si nutre a sua volta della nostra voglia di essere protagonisti e informati. Vedere è sapere: tutto il resto (il pensiero, ad esempio) non conta.

La cosiddetta ‘grande informazione’ decide di alimentare il nostro immaginario collettivo con simboli provenienti dall’attentato dell’11 settembre perché preferisce lo stupore alla verità; lo stupore e la paura che ne consegue rappresentano le chiavi d’accesso al consenso popolare usate dalle “vittime potenti”, in questo caso dagli U.S.A.: l’infranta inattaccabilità della superpotenza americana stupisce di più, quindi fa più notizia, della ‘solita’ scaramuccia israelo-libanese o israelo-palestinese risolta a suon di razzi katiuscia e conseguenti ritorsioni da parte dell’esercito di Gerusalemme. Il terrore è una forma di linguaggio che paradossalmente non serve tanto agli attentatori, quanto ai capi dei paesi colpiti dal terrorismo affinché possano ancor di più agire indisturbati a livello internazionale. Ma non dico nulla di nuovo…

L’informazione, spinta da evidenti e pressanti esigenze di sopravvivenza in un mondo affetto da una crisi economica che non risparmia le superpotenze, ha bisogno di vendere i propri “prodotti stupefacenti” a un pubblico sempre più vasto e così facendo alimenta proprio quel tipo di comunicazione emotiva tanto amata dal potere, a discapito della Verità. Gli attentatori e i giornalisti, quindi, svolgono una medesima “funzione terroristica” anche se da posizioni diverse. I terroristi, per definizione, scelgono il terrore per trasmettere un messaggio politico, economico, religioso, “culturale”. L’informazione diffonde ripetutamente il messaggio terrificante del terrorista non per informare i cittadini (tutti quanti abbiamo capito, ormai, che dieci anni fa sono crollate le due Torri Gemelle a New York! Non necessitiamo di ulteriori dati visivi al riguardo: eppure le televisioni di tutto il mondo continuano a trasmettere ossessivamente le immagini degli aerei mentre penetrano nelle Torri Gemelle) bensì per mantenere costante nel tempo una necessaria tensione emotiva tra la gente, che per l’ennesima volta assiste ipnotizzata al fatto terribile accaduto, e i potenti di turno che sono ben lieti di difendere l’Uomo Occidentale (sano, bello, informato, giusto, pulito, nutrito, istruito, superiore in ogni campo, ineccepibile dinanzi al dio dei cristiani…) dalle minacce esterne. Qualunque esse siano: aliene, naturali, estremiste. Un occidentale che con il proprio silenzio-assenso, la connivenza di chi non vuole rinunciare a certi privilegi, apertamente cede i propri diritti ai governanti in nome di una garanzia che non esiste: le tanto decantate ‘agenzie’ statunitensi (oggetto anch’esse di film e telefilm inneggianti all’efficientismo a stelle e strisce) esistevano anche prima dell’11 settembre 2001… Eppure.

La politica è “politica d’immagini”: le ripetute sequenze dell’11 settembre servono non a ricordare le vittime ma a mantenere vivo lo sdegno pubblico che è alla base di un interventismo geopolitico e militare utile solo ai potenti e agli industriali che nella guerra da sempre, da quando esiste un’industria bellica, subodorano affari succulenti. Quando ci fu il terremoto a L’Aquila un paio di esseri insulsi dichiararono al telefono di ridere dalla notte precedente, pregustando i guadagni relativi alla ricostruzione. Allo scoppiare di una guerra sono molti gli industriali che ridono: da quelli che producono i dentifrici per le truppe a quelli che costruiscono carri armati ed elicotteri militari. Eppure delle loro ‘risate’ nessuno parla mai! Perché?

I funerali di stato, trasmessi puntualmente in televisione, dei presunti “eroi” caduti nelle cosiddette “missioni di pace”, hanno la stessa funzione delle immagini sull’11 settembre che di tanto in tanto ci propinano come un ossessivo intercalare durante la regolare programmazione: mantenere uno stato d’allerta tra la popolazione per giustificare la guerra. Nessuno si è preoccupato, finora, di analizzare onestamente le cause politiche ed economiche che stanno alla base del terrorismo. Capire il meccanismo di un’insoddisfazione capace di reclutare decine e decine di kamikaze, significherebbe delegittimare le ragioni apparenti costruite dai “buoni” e che animano questo terzo, silenzioso, non dichiarato conflitto mondiale.

Continua a leggere

Velinismo: tra “arte” e meretricio politico

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 giugno 2011 by Michele Nigro

Il dibattito sul velinismo è cominciato quasi contemporaneamente all’azione di sdoganamento del corpo della donna da parte di una certa televisione commerciale. Ma cosa significa ‘velinismo’? E siamo proprio sicuri che lo sdoganamento a cui accennavo sia così recente?

Raccolgo dal web alcune definizioni, più o meno giuste, di ‘velinismo’ (il mio dizionario non è sufficientemente aggiornato): 1) “Il velinismo (sin: cultura della velina o dittatura della velina; maschile: dittatura del calcio e del tronista) è una tendenza italiana a riempire programmi televisivi di vallette più o meno semi nude, che si è sviluppata alla fine degli anni 80′ nei programmi televisivi…”; 2) “L’aspirazione massima di una ragazza è fare la velina, per arrivare a questo bisogna esserci, apparire, sbalordire. I sistemi più sono trasgressivi, più funzionano; allora queste ragazze vogliono far parlare di loro e se non hanno qualcosa, se la prendono senza troppi indugi…”; 3) “Il velinismo è la versione femminile di un sistema dove tutto si compra. Un sistema che richiede di accettare sempre l’obbedienza, sia per le donne sia per gli uomini…”; 4) “Sembra che oggi in Italia, nel massimo momento di regressione ad un patriarcato conservatore e becero, l’unico spazio di potere e successo per le donne sia rimasto quello identificato dall’orrendo neologismo del velinismo…” E così via. La discussione innescata dal velinismo (anche se il termine ‘velina’ è successivo alla comparsa delle prime showgirl della tv commerciale vestite in maniera succinta), come si nota leggendo le poche definizioni sopra riportate, è molto variegata: sarebbe un errore relegare il fenomeno in un angolo esclusivamente moralistico. Il velinismo è molto di più: è semiologia, è politica, è cultura, è ‘filosofia’ di vita, è comunicazione.

La ‘questione’ dell’uso volontario (ma di fatto indotto da un sistema prevalente di valori più o meno discutibili) del proprio corpo da parte della donna ha sicuramente ottenuto una maggiore attenzione grazie alla nascita della cosiddetta televisione commerciale: una televisione che esiste e sopravvive utilizzando i proventi derivanti dalla pubblicità e quindi impegnata costantemente a coinvolgere emotivamente, culturalmente e commercialmente i propri telespettatori. Il teleascoltatore della tv commerciale da protagonista passivo si trasforma in un deus ex machina coccolato, interattivo e artefice (così gli fanno credere) della propria felicità. Tutto è possibile nei nuovi e colorati studi televisivi della tv commerciale: la ricchezza sembra a portata di mano; il pensionato calvo e con la dentiera si atteggia a latin lover; la casalinga che soffre di artrite reumatoide azzarda qualche passo di danza con il ballerino muscoloso messo a disposizione; la giovinezza da riscoprire è un must; le forme esplodono; la vitalità è distribuita a chili; le donne sembrano più facili… Tutto è raggiungibile nella tv commerciale e i grigi disfattisti non sono benvenuti. Uno dei sogni atavici del maschio italiano diventa realtà: una donna seminuda, sessualmente disponibile, poco eloquente o addirittura muta, si aggira tra gli studios della tv commerciale in cerca di un anonimo uomo medio da sedurre a distanza, attraverso l’audace telecamera che osa sui suoi seni abbondanti. L’acquisto dei prodotti pubblicizzati rappresenta l’unico modo per essere indirettamente partecipi di questo nuovo rito collettivo mediato dallo schermo televisivo; per ‘possedere’ (in una maniera sessualmente indiretta) la bellezza, la felicità, la disinibizione, la spensieratezza economica, l’abbondanza, l’arte amatoria, addirittura l’immortalità. Il teleascoltatore non è più seduto sul divano di casa in attesa del segnale di chiusura notturna dell’emittente ma è presente negli studi televisivi, dialoga e scherza con il conduttore, riesce persino a toccare la ballerina formosa e a portare via un po’ di soldi con un gioco a premi; è complice nella realizzazione dei trucchi dello spettacolo…

Continua a leggere

La televisione è morta!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 16 giugno 2011 by Michele Nigro

Parafrasando una famosa battuta di Woody Allen, mi verrebbe da dire: “Dio è morto, Marx è morto e anche la televisione non si sente troppo bene”. Quando mi riferisco alla televisione, però, non intendo dire i ‘contenuti televisivi’ (per discutere sulla qualità dei programmi trasmessi ci vorrebbe un post dedicato) bensì alla televisione oggetto, alla televisione elettrodomestico.

La tecnologia informatica è prodiga di novità che spesso, un po’ per pigrizia, un altro po’ per diffidenza, passano inosservate e non vengono sfruttate a pieno. L’elettrodomestico televisione è morto perché oggi possiamo sostituirlo perfettamente con il nostro personal computer: non mi riferisco ai video su YouTube copiati dal palinsesto e suddivisi in tante parti (poco pratico e noioso), ma alla possibilità di vedere in diretta sul pc la maggior parte dei programmi televisivi trasmessi dalle principali emittenti esistenti in Italia: la Rai prima fra tutte. La tv in streaming, sembra paradossale dirlo ma è così, rende obsoleta persino la recente e tanto decantata ‘rivoluzione’ avviata dal digitale terrestre. La televisione sta morendo perché è di fatto un oggetto inutile! Oggi c’è la possibilità, utilizzando il nostro computer, di navigare in rete e contemporaneamente di fare zapping e registrare i vari programmi.

Se non amate lo streaming (perché la vostra velocità di connessione a internet lascia a desiderare o per una serie di motivi tecnici che riguardano il vostro caso) esiste la possibilità di vedere il digitale terrestre direttamente sul pc anche in un altro modo. Come? Con una normale antenna che tramite un dispositivo usb (ogni pc possiede una o più porte usb) permette di trasformare il vostro notebook o il desktop che avete in casa, in una vera e propria televisione capace di captare i canali in chiaro del digitale terrestre (vedi foto).

Lo scopo di questo post non è certamente quello di fare pubblicità a questa o a quella marca di ricevitori per tv digitale terrestre (sarebbe anche inutile dal momento che il mercato è più veloce della nostra capacità di adattamento e tra qualche settimana potrei essere costretto a smentire parte di questo post perché esisteranno nuove soluzioni che renderanno i miei ‘consigli’ superati!), ma di evidenziare una rivoluzione tecnica che prima o poi renderà obsoleto il possesso dell’elettrodomestico televisivo come lo conosciamo noi ora e di conseguenza renderà improponibile il pagamento del cosiddetto ‘canone televisivo’. In particolar modo la normativa che regolamenta il nostro canone Rai dovrà subire delle radicali modifiche: sarà difficile, infatti, far rientrare nella categoria degli “… apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni…” anche i computer portatili (o i desktop) provvisti di ricevitori per tv digitale terrestre (o, peggio ancora, quelli che utilizzano lo streaming), dal momento che una semplice antenna usb (facilmente smontabile) rappresenta un optional del pc e non la sua caratteristica principale.

La Rai attualmente attinge ‘acqua’ da due pozzi: da quello del canone e da quello della pubblicità. Ma come ci ricorda un famoso personaggio storico vissuto circa duemila anni fa: “… non si possono servire due padroni!” La Rai dovrà scegliere, prima o poi, se servire le lobby economiche e partitocratiche (che vorrebbero influenzare i contenuti) o il ‘popolo pagante’ che vuole un’informazione libera e variegata (dal momento che si va sbandierando il fatto che la Rai è un ‘servizio pubblico’).

La rivoluzione che auspico in questo post non è ancora realizzabile e quindi sono costretto a rettificare il titolo affermando che la televisione non è ancora morta ma è sicuramente in coma: saremo noi in futuro a decidere se staccare la spina. Siamo ancora troppo pigri e siamo ancora troppo affezionati ai nostri divani e ai nostri schermi LCD per attuare uno stravolgimento simile, ma la tecnologia in futuro saprà stupirci e ci aiuterà a scegliere. I presupposti ci sono.

E quando ciò avverrà, quando potremo finalmente disdire il canone senza preoccuparci di ‘ritorsioni’ o altre lungaggini burocratiche atte a demoralizzare l’utente, perché l’elettrodomestico televisivo avrà finalmente fatto la stessa fine dei dischi in vinile, sarà divertente osservare la reazione di personaggi come il viceministro Roberto Castelli nel momento in cui non potranno più affermare con arroganza: “… non voglio pagare il canone per ascoltare Travaglio!” Libera informazione in libero mercato.

I recenti casi di Raiperunanotte e Tutti in piedi dimostrano in maniera lapalissiana che si può fare televisione superando la televisione: ma ci troviamo ancora in un ambito ‘sperimentale’ e l’Italia arriva come al solito con un certo ritardo agli appuntamenti evoluzionistici.

E anche i contenuti televisivi possono essere influenzati tramite la creazione di web tv capaci di realizzare una sorta di ‘giornalismo partecipativo televisivo’: basti notare quante trasmissioni televisive utilizzano video tratti da YouTube (o altro materiale messo in rete) precedentemente ‘caricati’ da utenti privati non appartenenti alle ‘maestranze’ televisive. Ma questo è un altro discorso…

Palinsesto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 maggio 2011 by Michele Nigro

La sera accendiamo il nostro televisore credendo di avere a che fare con un semplice elettrodomestico: un tostapane, uno scaldabagno, un forno a microonde, un rasoio elettrico… Le scelte filmiche contenute nei palinsesti non sono mai casuali. L’occhio disattento e pigro non processa le analogie esistenti tra gli eventi storici quotidiani e i messaggi socio-politici trasportati dagli ‘innocui’ film trasmessi in prima serata: la fascia oraria del lavoratore stanco, della casalinga che vuole rilassarsi, dello studente che desidera svagare la mente. In seconda serata, invece, per gli insonni pensatori falliti e paranoici una programmazione più impegnata contenente tematiche contorte. L’ora tarda non predispone alla rivoluzione attiva! Alle prime luci dell’alba svaniranno tutti i propositi eversivi coltivati con l’ausilio delle tenebre.

Muore Osama bin Laden? Va in onda subito il film “World Trade Center” sull’11 settembre 2001. Scoppia lo ‘scandalo’ delle intercettazioni telefoniche? Va in onda il film “Nemico pubblico” con Will Smith. Succede un attentato terroristico? Puntuale la messa in onda del film “Attacco al potere” con Denzel Washington. Si avanzano dubbi sulla presa di posizione nei confronti del nazismo da parte di Papa Pio XII? Niente paura: ecco pronta una fiction per riabilitare Pio XII… Gli esempi sono innumerevoli e i ‘punti di contatto’ tra realtà e palinsesto non ancora del tutto ‘decifrati’: bisognerebbe avere la pazienza e la meticolosità del ‘filologo televisivo’ per riuscire a fare un costante confronto tra i fatti del giorno e la non casuale programmazione televisiva.

Qualcuno potrebbe dire che si tratti della normale strategia attuata da una qualsiasi rete televisiva per alzare lo share: deviare la scelta televisiva del telespettatore medio costruendo un palinsesto coerente con i fatti reali. Invece io penso – paranoicamente – che si tratta di un’operazione esattamente inversa: influenzare l’interpretazione dei fatti reali tramite messaggi allegorici e simbolismi veicolati dal mezzo filmico. E non mi riferisco ai ‘messaggi subliminali’ adottati dagli strateghi della pubblicità per influenzare le scelte commerciali dei consumatori. Il telespettatore non pensante della prima serata (quello determinante dal punto di vista statistico) riceve così la sua dose quotidiana di anestetico, la sua dose di esegesi collettiva, la sua dose di immagini apparentemente innocue ma che nell’intimo svolgono una straordinaria opera di convincimento.

Ma convincere di cosa? Vari (e mutevoli, a seconda di chi sta al potere) possono essere i ‘target’: convincerci che esistono dei pericoli o che non esistono; che siamo dalla parte della ragione sempre e comunque; che la verità appartiene solo e sempre a una precisa tipologia umana… Convincerci a ricordare o a dimenticare un periodo storico; a trasformare gli eroi in assassini o viceversa; a rivedere in maniera superficiale la storia quando è scomoda o in maniera approfondita per esaltare figure storiche ‘necessarie’ per influenzare il consenso popolare (vedi, ad esempio, i ripetitivi e per certi versi ossessivi contributi televisivi dedicati in questi giorni al personaggio Giovanni Paolo II in qualità di ‘eroe che sconfigge il comunismo’: al contrario sappiamo che il comunismo era destinato a ‘evolvere’ per questioni sociali e soprattutto economiche e che ciò sarebbe accaduto prima o poi anche senza l’intervento storico di Karol Wojtyla). Indurci ad avere paura quando dovremmo essere sereni o a essere sereni quando invece dovremmo avere paura. Spingerci alla diffidenza o alla tolleranza. Al garantismo o al giustizialismo…

La televisione può fare questo e altro.

LibroVisioni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 gennaio 2011 by Michele Nigro

“LibroVisioni – Quando la lettura passa attraverso lo schermo” scritto da Roberto Arduini, Cecilia Barella e Saverio Simonelli (Effatà Editrice – 2009) è quello che si può definire senza alcun dubbio ‘un libro utile’. E non lo dico solo perché sono stato sorprendentemente menzionato a pag. 102, nel paragrafo dedicato al cosiddetto “Magazine Trailer” (termine ‘inventato’ all’uopo dal sottoscritto durante l’esperienza ormai trascorsa della rivista letteraria “Nugae” per definire un ‘booktrailer‘ rielaborato per soddisfare le esigenze ‘pubblicitarie’ dei periodici. Vedi a tal proposito i due ‘zinetrailer’ prodotti all’epoca per “Nugae”: qui e qui).

E’ un libro utile e interessante perché tenta di effettuare (forse per la prima volta in Italia) un’analisi sistematica delle varie ‘forme di ibridazione’ riguardanti il mondo apparentemente conservatore del libro:  il libro e la televisione, i libri e ‘la Rete delle reti’ (il web 2.0), il crescente fenomeno del booktrailer considerato il più ‘moderno’ punto d’incontro tra Parola e Immagine (da non confondere con i veri e propri films tratti da libri!), il rapporto tra booktrailer e il famosissimo (a volte famigerato) Youtube, l’importanza dei blogs, delle web tv e “I nuovi luoghi del libro”

“LibroVisioni” è un libro che mette pace: la ‘scatola maledetta’, la Televisione, da sempre erroneamente additata quale ‘madre di tutte le distrazioni’ (“Spegni quella televisione e pensa a studiare!” – frase genitoriale standard), diventa alleata della lettura e strumento efficace per trasmettere un messaggio culturale ben preciso: i libri non sono oggetti isolati e noiosi ma ‘creature senzienti’ capaci di interagire con la Tecnologia e con tutte le moderne piattaforme di social networking, oggi tanto diffuse. Come recita la frase finale in quarta di copertina: “La tv e internet non hanno ucciso il libro, lo schermo può essere un ottimo veicolo per la lettura.”

Si esce dalla lettura di questo libro con le idee molto più organizzate intorno all’argomento “fare rete” e alla filosofia delle reti (dove per ‘rete’ non s’intende solo ed esclusivamente Internet, ma l’insieme di tutti gli strumenti comunicativi, digitali e non, capaci di far entrare in contatto certi mondi all’inizio tenuti separati): particolarmente interessante per me è stata la scoperta del concetto dei ‘sei gradi di separazione’ e dell’interconnettività tra le persone (teoria delle reti sociali) rappresentata ‘visivamente’ dai cosiddetti grafi.

“LibroVisioni” non è un libro da riporre nello scaffale una volta letto: è un ‘manualetto’ leggiadro ma ricco di spunti, da tenere a portata di mano, che dovrebbe essere consultato quotidianamente da tutti quelli che si occupano di cultura, libri, comunicazione…

Andare in libreria con le proprie gambe, acquistare un libro, sedersi su una comoda poltrona nella propria abitazione e leggere in silenzio: questi sono gesti ‘arcaici’ intramontabili. “LibroVisioni” ci induce, invece, a riflettere in maniera creativa e ‘moderna’ sulle fasi precedenti: tra l’uscita del libro dalle tipografie e il momento in cui lo paghiamo alla cassa di un megastore o di una piccola libreria semi-sconosciuta, c’è un ‘limbo spazio-temporale’ fatto di messaggi culturali, di “passaparola”, di ciò che oggi si usa definire social networking. Capire i meccanismi di questo ‘limbo’ apparentemente immateriale significa capire l’uomo del terzo millennio, la sua connettività, il suo comportamento in ambito culturale, il suo grado di evoluzione, il suo modo di comunicare, il suo ‘apprendimento pubblicitario’, le nuove forme di ‘pressione’ e di promozione… Significa capire intimamente il perché delle nostre scelte.

(recensione pubblicata anche qui)

POST CORRELATO: “Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti

La casa del Grande Fratello

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 novembre 2010 by Michele Nigro

<<… Un contatto per poter confessare in modo filiale e sinistro le proprie indicibili colpe in nome della beltà, le vezzeggiate vanità ostentate, le scaltre competizioni offerte sull’altare del successo, la facilità del vivere, l’ignoranza come valore, la ricchezza che deriva dal corpo, i libri spavaldamente snobbati, la macchinosa furbizia insita nei giochi dell’immagine, la goliardica sicurezza nei confronti del mondo brutto, i calendari… Come in un’orrida sindrome di Stoccolma che precede l’oblio della morte.

E sì, perché questo era ciò che esigeva l’altro lato dello specchio: la distruzione della personalità mediatica, prima ancora del corpo. Un pentimento registrato su cassetta e imposto con il terrore derivante da un insopportabile silenzio, interrotto solo da agghiaccianti grida di dolore. L’esame di coscienza derivante dalla consapevolezza della fine esigeva tempi interiori non influenzabili dal regista occulto.

Un contatto con il proprio ego, riflettente, a senso unico e senza risposte confortanti, prima di rivolgere la propria violenta disperazione verso la fonte dell’orgoglio fisico o verso i compagni di quel viaggio allucinante.

Essere stati nominati. Ma da se stessi.>>

tratto dal racconto La casa del Grande Fratello

dead set

Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

Iris News

Rivista di poesia, arte e fotografia

adrianazanese

Just another WordPress.com site

POLISCRITTURE

laboratorio di cultura critica a cura di Ennio Abate

Mille Splendidi Libri e non solo

"Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi"

Poetarum Silva

- Nie wieder Zensur in der Kunst -

Leggo e cammino

Amo leggere, amo camminare e amo fare le due cose insieme (non è così difficile come sembra)

Maria Pina Ciancio

Quaderno di poesia on-line

LucaniArt Magazine

Riflessioni. Incontri. Contaminazioni.

Fantascritture - blog di fantascienza, fantasy, horror e weird di gian filippo pizzo

fantascienza e fantastico nei libri e nei film (ma anche altro)

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Iannozzi Giuseppe - scrittore e giornalista

Iannozzi Giuseppe -scrittore, giornalista, critico letterario - blog ufficiale

Emanuele-Marcuccio's Blog

Ogni poesia nasce dalla meraviglia...

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Appunti e progetti, tra mura e spazi liberi

i sensi della poesia

e in pasto diedi parole e carne

La Camera Scura - il blog di Vincenzo Barone Lumaga

Parole, storie, pensieri, incubi e deliri

La Mia Babele

Disorientarsi..per Ritrovarsi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: