Archivio per Terra di Mezzo

Le cose belle di sempre

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 settembre 2018 by Michele Nigro

(La dispensa)

E prima di partire

faccio scorta

di immagini e di vento

di stelle sorgenti

di colori e ronzii

nel silenzio dell’angolo,

riempire occhi e mente

con strade deserte

foglie morenti

frutti appesi al tempo

e la voce di lei

che mi raggiunge nell’assenza.

 

Nuvole nere incombono

sulle cose che cambiano

spinte dai primi sospiri

autunnali, non ancora

decisi nel dire addio

a quest’estate maledetta.

 

Fanno bene all’anima

il suono lontano di una campana

i monti definiti dall’ultima luce

il saluto di un amico che studia la psiche

le comuni radici a cui bisogna ritornare

il vecchio e il suo cane

in cerca degli anni perduti

sotterrati chissà dove

come ossa di storie sbiadite

le zolle marroni di terra arata

che presto accoglieranno

sementi di futuro.

 

Osservando una ghianda

nel palmo della mano

rivedo il giovane

che non divenne rinomata

tavola di quercia tarlata

dagli obblighi

ma agile desco

per frugali banchetti

su cui bere vino

e fare versi.

 

Prima di partire

metto da parte

in avide dispense

le cose belle di sempre

per gli inverni

che non tarderanno.

Annunci

Tornando dal bosco…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2018 by Michele Nigro

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Ernst Jünger, nel suo “Trattato del ribelle”, intimava ai non piegati di “passare al bosco”, per coltivare in clandestinità le proprie idee… Un “consiglio” simile lo diede anche il buon Henry David Thoreau in “Walden ovvero Vita nei boschi”.

Tornando da una meravigliosa “passeggiata” in un bosco della mia terra, percorrendo una strada lastricata di pietre, che s’inerpica immersa in una galleria verde, conducendo il camminatore verso la cima di un monte definito sacro dagli “indigeni”, dove una grande croce di ferro illumina le notti della valle sottostante, confermando la presenza di un Cristo che veglia sugli uomini deboli e peccatori, mi sono chiesto a dispetto di Jünger e Thoreau: “cosa portiamo indietro con noi, invece, ritornando dal bosco?”

Panni impolverati, sudati, a volte infangati o con tracce d’erba; uno zaino da rimettere a posto, in attesa della prossima avventura; scarponi da lucidare; un po’ di muscoli indolenziti dalla salita e qualche piccola vescica sotto i piedi da bucare; le consuete riflessioni, che accompagnano il cammino, sulle esperienze esistenziali finite e sulla vita che, imperterrita, mi attende… Tutto nell’ordinario. Dopo una doccia rigenerante che lava via il sudore, è il turno delle foto naturalistiche scattate durante la salita (e la discesa) da “scaricare” sul computer: restano impresse nella mia mente — non lavate via insieme alla polvere — le immagini (più importanti di qualsiasi foto) della bellezza ammirata, pregata, celebrata, quella che fa arrestare il passo ogni dieci metri perché vuoi vedere e gustare quella parte di bosco da un’angolazione un tantino diversa dalla precedente. E sì perché la natura non si ripete, non è mai la stessa: ad ogni passo la combinazione tra rocce, terra, alberi, radici, arbusti, foglie cadute, rami secchi, tronchi marci, funghi, ciclamini, ragnatele, felci, dirupi che costeggiano il cammino, luce che trapela dall’alto attraverso il fitto fogliame, è destinata a mutare. Non esiste un risultato di questa combinazione uguale a un altro; e allora non puoi proprio perderti quel “quadro”, quell’istantanea irripetibile, quel fotogramma di un film documentario in cui sei attore, stavolta, e non spettatore passivo. Vuoi imprimerla in te la combinazione. E ti fermi cento, diecimila volte… Come a voler ridire, ancora incredulo, a te stesso più che alla natura: “ma è cosa mai che sei così bella?” E sai anche che ciò che immortali con la tua macchina fotografica sarà sempre poca cosa rispetto alla bellezza vista direttamente, attraverso la retina dell’occhio, grazie anche alla rielaborazione del nostro amato cervello.

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Passo di sera

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 novembre 2017 by Michele Nigro

Nuvole pance nero catrame

che sfiorate, gonfie di vendetta

le piccole vette del mondo,

freddo vento d’autunno

che risuoni tra forzuti rami

cigolanti come ossa di vecchi

e gialle foglie di cembalo,

accompagnate il passo

all’imbrunire del sereno

viandante di mezzo

verso la decadente

dimora dei ricordi ritmati

su strade percorse

a memoria eppure nuove

all’andare che ritorna!

 

Non è un suono novello

quello tra le fronde

sferzate da tocchi

di vento stagionato,

latore di parole usate

già dette altrove,

pettegolezzi e olezzi

di camino tra foglie arrese

a pensieri di passaggio.

Contro i (recenti) film sulla Lucania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 ottobre 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Contro i (recenti) film sulla Lucania

un paese quasi perfetto

Ormai sembra essere diventata una moda che rende bene al botteghino: rappresentare la Lucania (Basilicata per politici e navigatori satellitari) dal punto di vista cinematografico è l’idea del momento. Almeno un tipo di idea, perché la “terra di mezzo” lucana – come location e fonte d’ispirazione – non è per niente estranea alle attenzioni della settima arte.

Certo, qualche dubbio nasce quando si passa da Pasolini e Rosi a Rocco Papaleo e Massimo Gaudioso, ma non essendo un critico cinematografico (e soprattutto uno storico della critica cinematografica) mi limiterò a un lieve spetteguless goliardico da spettatore in poltrona.

Capisco che “Matera 2019” incombe (e di infrastrutture serie – nonostante l’ok dal Cipe per far arrivare la ferrovia a Matera – manco l’ombra!) e bisogna ‘pompare’ con la pubblicità offerta da film-spot; capisco che regione, province, comunità montane puntino sulla facile promozione turistica “per mezzo pellicola” per attirare, nella migliore delle ipotesi, visitatori appassionati di antropologia, etnologia e paesologia; capisco che dopo l’uscita di filmetti come “Basilicata coast to coast”, “Un paese quasi perfetto” (infilandoci in mezzo anche “Benvenuti al Sud”, pur trattandosi di una location non lucana, da cui sono state scopiazzate alcune idee!) ci abbiano preso gusto nel rappresentare la Lucania in un certo modo, ma in tutta sincerità, a me personalmente, certi luoghi comuni e certe generalizzazioni da cultura di massa di bassa lega, proprio non vanno giù! Neanche sorseggiando un ottimo Aglianico del Vulture… Parlo di “cultura di massa di bassa lega” perché determinati contenuti, se sono di qualità, possono essere veicolati anche sfruttando i grandi numeri (la casalinga di Voghera sembra stupida, ma se uno le cose gliele presenta come si deve…): dipende sempre da chi gestisce la comunicazione di massa, se una “capra” (sgarbianamente parlando) incapace di distinguere Potenza da Matera (o peggio, Potenza da Napoli) o una mente un po’ più consistente che non ha paura di comunicare concetti importanti alla massa televisiva della prima serata generalista.

Se l’intento era quello di mescolare la denuncia sociale alla commedia, allora mi dispiace annunciarvi che il risultato è deludente: è meglio fare una scelta di campo (o commedia, o denuncia sociale) perché così facendo si rischia di disperdere il potere espressivo di una storia, in tanti rivoli insignificanti.

Perché sono così pesante? Perché se ironizzi su una frana che blocca da anni una strada importante che dovrebbe mettere in comunicazione un paese con il mondo esterno (invece di mettere al muro e “fucilare” i politici che non si danno una mossa per ripristinare la viabilità), si finirà col pensare che in fin dei conti siamo pur sempre al Sud dove tutti i guai si superano con l’ironia, la pazienza e il mandolino, che è andata sempre così, da quando mondo è mondo, che le lungaggini burocratiche e il lassismo amministrativo è inutile combatterli perché fanno parte del folklore locale, che è meglio passarci sopra mangiando tarallucci e bevendo vino, anzi è meglio passarci sopra con la vecchia teleferica della miniera, che nell’epilogo del film (“Un paese quasi perfetto”) si trasforma in un’idea imprenditoriale, perché tanto è meglio mettersi l’anima in pace e rimboccarsi le maniche: di sviluppo industriale, di progresso, di occupazione proveniente dall’alto, manco a parlarne. Embè, siamo al Sud: l’avevate dimenticato?

Per non parlare delle numerose zone industriali create nel deserto, funzionanti per qualche anno (giusto il tempo di qualche ciclo elettorale) o addirittura mai entrate in funzione, che potrebbero dare lavoro a tantissimi lucani e che invece stanno a marcire sotto il sole dopo aver preso il posto di alvei fluviali e aver spianato vallate stupende per fare spazio a un “progresso industriale” inattivo. Veramente abbiamo ridotto la nostra critica sociale e politica alla critica verso le “pale eoliche”? Veramente crediamo che uno dei problemi maggiori della Lucania siano le pale eoliche e non le “palle” propinateci da politici e imbonitori che hanno tentato di trasformare la Basilicata in una discarica nucleare non molti anni fa? Per non parlare dei danni ambientali causati da un certo “avventurismo petrolifero” che ha favorito i soliti pochi.

Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, l’idea di far divertire la gente appendendola a un cavo d’acciaio non è nemmeno lucana ma è stata intelligentemente importata dalla Francia: non ce l’ho con il Volo (figuriamoci, mi piace e l’ho fatto già due volte!) ma le “idee lucane”, quelle ereditate dalla storia e dalla tradizione (e non importate da fuori), sono altre e ovviamente tenute nascoste, sottovalutate e trascurate perché sono meno turistiche, meno impattanti dal punto di vista pubblicitario, meno divertenti, più impegnative culturalmente. E soprattutto è più difficile farci dei filmetti sopra! Voi ce lo vedreste uno di questi registi da “pro loco” a girare un lungometraggio su una storia ambientata nel medioevo lucano in stile Ermanno Olmi? E chi lo andrebbe a vedere? Ah, non sapevate che anche la Lucania ha avuto il medioevo? È chiaro che è molto più semplice (e redditizio) girare un filmetto basandolo su luoghi comuni, piatti locali, scemenze varie e finte denunce sociali tanto per darsi uno spessore etico…!

Passino l’elegia del viaggio a piedi nella “Basilicata…” di Papaleo e il potere introspettivo della strada (sono d’accordo con lui: la Lucania, i paesaggi naturalistici in genere, possono essere gustati solo grazie all’andatura lenta del camminatore. Duccio Demetrio, autore del saggio Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, sarebbe orgoglioso di Papaleo!); passino le inquadrature mozzafiato che rendono solo in parte la bellezza (a volte arida ma affascinante) di certi luoghi lucani; passi l’elogio di una riscoperta provincia a discapito di una città sempre più difficile da vivere (invertendo il processo che portò negli anni ’50 e ’60 all’abbandono delle campagne per inseguire il sogno industriale nel Nord Italia o in altri paesi – oggi l’abbandono è ancora in atto, avviene in direzione “estero” su un livello professionale più alto, e molti comuni per rimpolpare la popolazione sono ricorsi ai tanto vituperati migranti -, anche se per invertire il processo in maniera convincente occorrono idee e denari, e la sola passione per il borgo, ahimè, non è sufficiente!). Passi il messaggio della valorizzazione delle risorse di zona in vista di un rafforzamento delle economie locali (sottotitolo non dichiarato: non fate i soliti meridionali imbroglioni, spioni, scoraggiati e pigri, e datevi da fare!). Passi l’idea sana che le cose che all’esterno (o, in maniera eccessivamente autocritica, da noi stessi) sono considerate “segnali di arretratezza”, in realtà, se viste con occhi diversi e lungimiranti, diventano tesori della tradizione e potenzialità non da convertire o sostituire ma da proteggere ed esaltare. Non avere vergogna della propria “povertà” e semplicità, ma farle diventare fonti di ricchezza. Come già accade, anche senza suggerimenti cinematografici.

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Passino queste ed altre cose interessanti che ho intenzione di salvare anche se non le citerò, ma non riesco a comprendere la facilità con cui vengono applicati certi stereotipi. Non riesco a capire perché i cassintegrati lucani dovrebbero essere dei semi-alcolizzati: vedi il personaggio di Silvio Orlando che nel film “Un paese quasi perfetto” ogni sera se ne torna alticcio e barcollante verso casa (conosco tanti amici in Lucania che, pur non lavorando più, sono ottimi ebanisti, suonano nella banda, fanno jogging e non toccano la bottiglia!) o che non ha voglia di cercare lavoro fuori dal paese quando invece conosciamo bene la storia dell’emigrazione italiana interna e quella dei lucani nel mondo. Non riesco a capire perché, sempre nel suddetto film, l’unico capace di utilizzare internet nel paese (come se compiesse una magia in un villaggio africano!) sia un tipo “racchio”, quasi un “subumano” di lombrosiana memoria (non me ne voglia l’attore se lo hanno fatto apparire così!), quando invece nella zona della Lucania da me frequentata – nonostante si parli tanto di digital divide – tutta la gioventù, bella, fresca e sveglia, è connessa in maniera disinvolta e anzi, a detta di alcuni, sarebbe connessa anche in maniera eccessiva, forse perché bisognosa di cercare in rete opportunità e confronti.

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HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 agosto 2015 by Michele Nigro

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PROGRAMMA PRINCIPALE “HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD”

Castello di Trani

SABATO 12 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Presentazione della “Hobbiton XXII – I Regni del Sud” con il presidente della Società Tolkieniana Italiana Domenico Dimichino, l’organizzatrice e giornalista Ida Vinella, il presidente del Cda di Nova Apulia scarl Tommaso Morciano, l’artista Emanuele Manfredi, autorità istituzionali
11:00 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
12:00 salone Federico II – Conferenza “Mythos Larp, gli Antichi miti da vivere nel gioco”, presentazione con Gilbert Gallo e Giovanni Tortora della nuova trasposizione del Gioco di Ruolo da Tavolo, tradotto nel mondo in 7 lingue, in un gioco di Ruolo dal Vivo tutto made in Puglia
11:00 – 13:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
PAUSA
16:00 salone Federico II – Cosplay Challenge, gara aperta a tutti I cosplayer con premiazione finale
18:00 salone Federico II – “Immaginare il fantasy”, conferenza con Loredana La Puma (autrice della Saga dell’Averon), Daniele Milano (autore di “Il leone e la terra ribelle”), Federica Roppo e Giovanni Tricase (vincitori del concorso letterario Zak Elliot). Modera Vincenzo Membola, redattore TraniViva
18:30 esterno castello – Sfilata in cosplay “Il Signore degli Anelli vs. Trono di Spade”
20:00 salone Federico II – “Melodie dalla Terra di Mezzo” intermezzo musicale per voce e chitarra a cura del gruppo TerraDiMezzo. Presenta Michele Chiego.
21:15 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco”, reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
23:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

DOMENICA 13 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Conferenza “Larp come gioco di Identità Ideali”, con presentazione della ricerca accademica in ambito Psicologico presentata dalla prof.ssa Luciana Picucci e dal Dott. Giovanni Tortora
10.45 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
11:30 salone Federico II – “Il magico mondo di Tolkien: mitologie e ispirazioni a confronto”, dibattito con Manlio Triggiani (giornalista), Gianfranco De Turris (giornalista), Luigi Pruneti (scrittore), Donato Altomare (scrittore). Modera Michele De Feudis.
11:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
11:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
PAUSA
15:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
15:00 salone Federico II – “Andata e Ritorno: dalla mitologia classica al mito di Tolkien”, conferenza a cura di Vittorio Grimaldi
16:00 salone Federico II – “Fenomenologia del Cosplay”, presentazione a cura di Ida Vinella
17:00 18:30 salone Federico II – “Mellon Pursuit” quiz con premiazione a cura delle associazioni MelaEnne e Club del Libro
19:00 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco” (replica), reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
20:00 salone Federico II – Presentazione del calendario 2016 della Società Tolkieniana Italiana, con Emanuele Manfredi che presenterà il suo testo “Draghi e anelli magici”. Modera Alessandro Stanchi, Consigliere della Società Tolkieniana Italiana.
21:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

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Prefazione a “La Svolta” di Carmine Senatore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 dicembre 2014 by Michele Nigro

Ho avuto il piacere di scrivere la prefazione all’ultima fatica dell’amico Carmine Senatore, disponibile qui.

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Prefazione

Il mondo – anche se forse sarebbe più corretto parlare di mondi – che scaturisce dalla narrazione di Carmine Senatore è il risultato di un compromesso mai forzato tra il flusso di coscienza joyciano e l’atmosfera fantastica del paese meraviglioso di Alice: nel momento in cui il lettore entra in contatto con i personaggi partoriti amorevolmente dalla penna dell’autore, ha la costante sensazione di non trovarsi dinanzi a persone, seppur descritti come tali, con tanto di nomi, e resi vivi e verosimili da luoghi, movimenti e dialoghi, bensì a figure archetipiche, a ideali e simboli appartenenti a uno spazio onirico sospeso tra i fatti reali da raccontare, perché questo è il mestiere del narratore, e l’inconscio che è il vero autore. Le frasi brevi che innegabilmente caratterizzano il narrato di Carmine Senatore, sono come frame che hanno il delicato compito di mediare tra la poesia e la realtà, tra la mania descrittiva di altri autori (descrizioni che non mancano nei racconti di Senatore ma che svolgono un’azione fulminea, come quella delle molecole di acqua nel “torrente” a cui l’autore stesso fa riferimento all’inizio del suo testo parlando dello stream of consciousness non solo joyciano) e le immagini “iperuraniche” provenienti da un luogo inaccessibile e privato, forse fanciullesco e tradizionale, o solo sognato. Anche quando non si tratta di personaggi palesemente fantasiosi, si ha l’impressione di avere a che fare con dei “ponti” umani tra quella che noi definiamo realtà e la zona primordiale dello scrittore.

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«Difendere la Terra di Mezzo». Il libro di Wu Ming 4 su Tolkien

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 12 settembre 2013 by Michele Nigro

«Difendere la Terra di Mezzo». Il libro di Wu Ming 4 su #Tolkien uscirà in autunno

Leggo su Giap (il blog di Wu Ming) e con piacere diffondo la notizia…

Si intitolerà Difendere la Terra di Mezzo e uscirà per i tipi della casa editrice bolognese Odoya, in autunno. E’ un libro che fa tesoro del lavoro e del dibattito prodotto su Giap nel corso degli ultimi tre anni. Wu Ming 4 ha raccolto i suoi scritti su Tolkien pubblicati sul blog, li ha rielaborati, allungati, rivisti, e ne ha aggiunti altri completamente nuovi. Ne è uscito un saggio diviso in due parti: la prima riguarda il fenomeno letterario; la seconda tratta invece la poetica di Tolkien, entrando nel merito dei testi, con particolare attenzione per gli Hobbit (ma non solo).

Possiamo già anticipare che non si tratta di un libro per specialisti, bensì di un testo divulgativo, che si propone di fare un buon servizio al lavoro dei più ferrati studiosi anglosassoni e italiani, cercando comunque il confronto diretto con le pagine tolkieniane.

In anteprima ecco l’Indice del volume:

PREMESSA: dove il sole non tramonta mai

PRIMA PARTE: Spettri di Tolkien

– Cap. I. Nascita e destino di un fenomeno letterario (1937-1973).

– Cap. II. L’eredità impossibile: Tolkien dopo Tolkien.

– Cap. III. Il grande gioco, il mito, il linguaggio: una teoria non letteraria della letteratura.

INTERMEZZO: Made in Italy

– Cap. IV. Tradizioni, traduzioni e tradimenti: i simbolisti all’opera.

SECONDA PARTE: Le pagine e il paesaggio

– Cap. V. Hobbit e habitat: il giardiniere costante.

– Cap. VI. Hobbit ed ethos: il perfetto gentilhobbit.

– Cap. VII. Un dialogo nel Riddermark: mitopoiesi, etica, rinnovamento.

POST SCRIPTUM: lacrime e sorrisi

FONTE DELLA NOTIZIA: «Difendere la Terra di Mezzo». Il libro di Wu Ming 4 su Tolkien uscirà  in autunno.

La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2012 by Michele Nigro

La Signora degli Anelli

e

la Compagnia degli Anoressici

E così anche nella Contea giunse la tanto attesa stagione estiva.

Gli alberi ricolmi di frutta matura, i fiori colorati e l’erba alta pullulanti di insetti svolazzanti e felici, i branchi di cavalli atletici e liberi di correre nelle radure intorno a Snelliville, i campi di mais e le grandi pannocchie pronte per essere raccolte, bollite, imburrate e mangiate… Tutta la natura, tutto ciò che esisteva nella Contea durante quel rigoglioso periodo dell’anno, era un omaggio alla bellezza, alla salute. Al sesso.

Il mondo intero, avvolto dal nuovo tepore che allontanava, dopo le prove primaverili, il lungo freddo invernale, sembrava avere in mente una sola cosa: piacersi e piacere in vista di un immenso e stagionale accoppiamento globale.

Froda, davanti allo specchio di casa Bacon, osservava avvilita il suo enorme fondo schiena e i suoi fianchi rotondi e mollicci, degni di un rimorchiatore dei Porti del Nord. Froda era una delle ragazze meno avvenenti del villaggio e la vacanza presso le colonie estive dei Mari Interni della Terra di Mezzo si avvicinava inesorabilmente. Anche quell’anno avrebbe sfigurato sulle spiagge della bellezza standardizzata, anche quell’anno i ragazzi e le ragazze della feroce Compagnia degli Anoressici (anoressici se confrontati con le sue forme!) l’avrebbero presa in giro dal primo fino all’ultimo giorno di vacanza. E lei, mentre toccava con le mani il grasso che adornava le sue cosce sproporzionate, sapeva benissimo che non avrebbe potuto farci proprio niente. Doveva andare così: era il suo destino intrappolato in un corpo sbagliato.

“Il mio tessssoro!” ripeteva spesso il buon Gollum – l’unico che apprezzava Froda per come era – ogni volta che avvicinandosi silenziosamente da dietro le prendeva in mano le grosse tette agitandole nell’aria. Gollum era un altro disadattato di Snelliville: guida turistica nella Terra di Mezzo durante il giorno e di notte impiegato in un sexy shop della Contea, nutriva una particolare e per certi versi patologica predilezione per il sesso con donne di “robusta costituzione”. Froda era la sua diva.

“Non vedi come ti sei ridotto stando con me!?” gli chiedeva spesso Froda, stupendosi per l’immutata passione sessuale che Gollum nutriva nei suoi confronti. Lei non amava Gollum: provava per lui un affetto amichevole e lo usava per soddisfare le proprie fantasie erotiche, per troppi anni seppellite sotto un rispettabile strato di tessuto adiposo. Se avesse avuto un altro corpo avrebbe potuto conquistare uno dei ragazzi della Compagnia degli Anoressici, uno di quelli che puntualmente durante il periodo estivo la insultava per il suo aspetto fisico: l’amore, si sa, sceglie sempre strade difficili e le semplici gioie a nostra disposizione passano il più delle volte inosservate, proprio perché facili da raggiungere o addirittura già raggiunte e quindi inflazionate.

“C’è solo un modo per cambiare le cose!” disse risoluta Froda rivolgendosi all’ingenuo Gollum.

“Ma tu mi piaci per come sei, Froda!” rispose il povero Gollum lasciando i seni della ragazzona in balia della forza di gravità.

“Devo farlo per me!” mentì Froda, pregustando il momento in cui, finalmente snella e tonica come una statua greca, avrebbe sottomesso sessualmente il Principe GranCasso, leader incontrastato della Compagnia degli Anoressici ed erede legittimo del Gran Mandrillato della Terra di Mezzo.

“Ma tu sei il mio tessssoro!” insisteva Gollum.

“Piantala di ripetere sempre la stessa cosa e cercami piuttosto il sito web della Signora degli Anelli…!” ordinò Froda.

“Sei impazzzzzzita?” chiese allarmato Gollum mentre guardava esterrefatto la sua dolce farfallina obesa.

“Lo so che è una maga pericolosa e che in pochi sono tornati dai Boschi della Fibra Vegetale per raccontarlo… Ma devo tentare!” rispose quasi in lacrime Froda, rivestendosi. “Lei è l’unica custode e padrona dell’Anello Bruciagrassi… Un anello magico capace di far scomparire decine e decine di chili, nel giro di poche ore, a chiunque lo porti!”

“Non te lo presterà mai!” disse Gollum sconfortato.

“Lo so… Ma devo provarci!”

“Ma tu mi piaci per…!”

“E basta! Che rottura… Sono io che non piaccio a me stessa! Va bene?”

“Il castello della Signora degli Anelli si trova nella regione dei Boschi della Fibra Vegetale, in cima al Monte Fiato, così denominato per il fiato corto che provoca in chiunque tenti di scalarlo…” l’informò Gollum.

“La cosa non mi spaventa!” rispose Froda.

“E poi vedila in questo modo: già il fatto di scalare il Monte Fiato ti farà bruciare qualche etto di grasso!” disse Gollum pensando di essere spiritoso.

“Fottiti! Masturbatore, cicciofilo, maniaco sessuale, fallito che non sei altro!” sentenziò Froda mentre cominciava a preparare la bisaccia per il viaggio impegnativo verso il Monte Fiato.

La Signora degli Anelli, abitante millenaria del Castello di Weight Watchers sul Monte Fiato, era così denominata per via dei Venti Anelli Magici – uno per ogni dito delle mani e dei piedi – che indossava perennemente: uno di questi, il famigerato Anello Bruciagrassi, le procurava da secoli un aspetto invidiabile. Il suo corpo non conosceva la cellulite, la sua pelle era liscia e morbida, le sue forme sode e incrollabili erano la rara e duratura rappresentazione di una perfezione sovrumana.

Seduta sul suo trono di avorio e con il corpo rivestito di seta finissima, osservava il mondo esterno attraverso la Pettegola Pietra Veggente: “Ecco un’altra cicciona che scala inutilmente il Monte Fiato! Ahahahah!” rise sarcasticamente la Signora degli Anelli seguendo le fatiche di Froda e Gollum mentre si apprestavano a raggiungere, sudati e sfiniti, il castello della maga.

“Sono stanca, però, di trasformare in cinghiali, alberi e pietre tutti quelli che vengono a importunarmi fin quassù!” ammise, stupendo persino se stessa, la Signora degli Anelli.

“Questa volta preparerò ai miei nuovi autoinvitati una sorpresa diversa dalle altre…” aggiunse con tono meditabondo la bella donna che non era certamente priva di una perfida intelligenza e di una saggezza derivante dall’enorme esperienza accumulata nei secoli. Avvertiva che poteva trattarsi di un vero caso clinico e quindi avrebbe tenuto a bada per qualche minuto la tentazione di usare la magia.

“Quanto manca al Castello?” chiese Froda a Gollum che essendo più mingherlino riusciva a muoversi con una maggiore agilità rispetto all’ingombrante fidanzata. “Poco tesssssssoro! Poco!”

“Sono ore che dici che manca poco! Si può sapere quanto tempo ci vuole ancora?” aggiunse Froda in modo alterato dando fondo alle sue ultime energie. E mentre stava per scagliare una pietra in testa a Gollum ecco che intravide, seminascosta da una roccia, la torre ovest del Castello della Signora degli Anelli. “Ci siamo!” urlò soddisfatta, facendo cadere la pietra che aveva in mano.

“Che ti avevo detto?” si difese Gollum.

“Dai, bussiamo!” disse Froda tutta eccitata e dimenticando la triste fama che accompagnava la Signora degli Anelli.

“Aspetta Froda, leggi qui!” la fermò allarmato il povero Gollum che aveva evitato, solo pochi minuti prima, di essere colpito dalla pietra di Froda.

Scolpito su una lapide, vicino all’enorme portone di legno dell’oscura dimora, un avvertimento inequivocabile della padrona di casa:

 “Fermate dunque i vostri speranzosi passi

viandanti ignari e fate obese.

Se qui sperate di ottenere il Bruciagrassi

niente sembreranno le molte offese

quando vi tramuterò in piante e sassi.”

“Il messaggio mi pare chiaro. Andiamocene!” disse allarmato Gollum che voltandosi già studiava con lo sguardo la via del ritorno.

“Dove vai codardo, buono a nulla, omuncolo rinsecchito che non sei altro!” s’impose Froda. “E secondo te, dopo tutta questa faticata io mi faccio fermare da una stupida scritta?”

“No, è che non mi vedo bene sotto forma di travertino!”

“Io busso! Tu fai quello che vuoi, ma sappi che se mi lasci da sola in questa storia non avrai più niente da me…” minacciò Froda.

“Niente, niente?” chiese preoccupato Gollum “Nemmeno i nostri giochetti sotto le coperte?”

“Niente è niente!” concluse Froda.

“Quand’è così, resto… E poi se finisce male e veniamo trasformati in qualcosa, comunque dovremo lo stesso dire addio ai nostri passatempi erotici giù a Snelliville!” riassunse saggiamente Gollum.

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Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2012 by Michele Nigro

Il momento della partenza

Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien

 

La Via prosegue senza fine

Lungi dall’uscio dal quale parte.

Ora la Via è fuggita avanti,

Devo inseguirla ad ogni costo

Rincorrendola con piedi alati

Sin all’incrocio con una più larga

Dove si uniscono piste e sentieri.

E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

(da La Compagnia dell’Anello, Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien)

 

Introduzione

Due partenze distanti un secolo

Mettere a confronto due grandi della letteratura mondiale come Alessandro Manzoni (nato nel 1785) e J.R.R. Tolkien (nato nel 1892) è sempre un’operazione rischiosa e delicata.

Già in passato altri studiosi hanno tentato di sottolineare determinate analogie esistenti tra i due illustri scrittori: il concetto di Provvidenza, gli elementi cattolico-cristiani presenti nelle loro opere, la predilezione per gli umili, il valore del sacrificio come antidoto al Potere, la dura lotta e la disperazione che precedono la vittoria finale… È impossibile effettuare una comparazione generale tra Manzoni e Tolkien: le ‘naturali’ distanze storiche, geografiche, linguistiche, filologiche, esistenti tra di loro renderebbero inappropriato e fuorviante il tentativo di avvicinarli a tutti i costi.

Esistono tuttavia degli interessanti punti di contatto tra il professore di Oxford e colui che andò a sciacquare i panni in Arno. Si tratta di analogie dinamiche che subiscono, come è giusto che sia nell’ambito di una letteratura viva, variazioni e abrogazioni nel corso del tempo e in base ai nuovi metodi d’indagine adottati. Non tutti concordano, infatti, sulle ‘affinità cattoliche’ esistenti tra Manzoni e Tolkien o, per essere più precisi, secondo alcune ‘scuole di pensiero’ esisterebbero due modi differenti di integrare il messaggio religioso all’interno della struttura narrativa.

Affermano i Wu Ming durante il convegno modenese intitolato Tolkien e la Filosofia:

<<Con l’espressione “narratore cattolico” di solito si intende uno scrittore organico alla propria fede e religione, cioè intento a mettere in narrazione virtù e principi del cristianesimo e del cattolicesimo, come fecero ad esempio Dante Alighieri, o Alessandro Manzoni. Se il senso della domanda è questo, allora la mia risposta è no, Tolkien non lo fu. Non fece teologia attraverso la narrazione, non compose un’allegoria cristiana, men che meno mascherò la morale cattolica sotto le sembianze del romanzo epico d’avventura. Certamente utilizzò valori e simbologie cristiane (ma non soltanto quelle), ovvero si lasciò ispirare dalla visione del mondo che lui stesso condivideva, senza però produrre un’architettura narrativa coerentemente e univocamente cristiana.>> E ancora: <<(Tolkien) non può essere associato all’Alighieri e nemmeno al Manzoni, che invece erano animati da ben altro spirito, cioè erano scrittori engagés, e costruirono architetture narrative coerentemente cristiane, prendendo posizione sulle cose del mondo secondo un’ottica religiosa.>> [1]

Diametralmente opposta è la visione di padre Antonio Spadaro, critico letterario, che difende <<… l’ispirazione de Il signore degli anelli e dei Promessi Sposi dei cattolici Tolkien e Manzoni (per non citare Dante)…>> [2]

È facile intuire, prendendo in esame le due posizioni sopra citate, la natura assolutamente dinamica ed eterogenea del dibattito in corso. Non si tratta più, oramai, di una diatriba d’altri tempi tra ‘hippy’ e ‘neofascisti’, ma tra i concetti di scrittore laico e scrittore neocon.

Scopo della presente argomentazione non è quello di approfondire tali differenze filosofiche, religiose, socio-politiche, bensì di realizzare alcuni ‘semplici’ accostamenti, per qualcuno irriverenti, tra personaggi che, pur appartenendo all’identico mondo fantastico e pur essendo il frutto di una sub-creazione, sono ancora ingiustamente separati da una ‘cortina puristica’ che impedisce, ad esempio, a uno ‘stregone’ e a un ‘frate francescano’ di essere messi sullo stesso piano narratologico.

La seguente analisi si sofferma sui ‘personaggi in quanto tali’ e sulla loro funzione nell’ambito dell’economia della narrazione. Quello che si vuole compiere in questa sede è una sorta di ‘cut up intertestuale’ basato sulla comparazione delle analogie che compaiono in un preciso frangente narrativo. Si tratta di un puzzle volutamente forzato tra stralci riguardanti una precisa azione dei personaggi: il momento della partenza.

Le fonti che hanno reso possibile questo cut up comparativosono il capitolo VIII de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e principalmente i capitoli III – Libro Primo (In tre si è in compagnia) e X – Libro Secondo (La Compagnia si scioglie) della Parte Prima (La Compagnia dell’Anello) della trilogia intitolata Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien.

È tutta una questione di quest!

Quest in inglese significa ‘ricerca’.

Una storia narrata, sia essa ambientata in un periodo storico reale (Manzoni) o in un mondo e in un tempo completamente inventati (Tolkien), non deve essere obbligatoriamente avventurosa e movimentata. Come c’insegna Xavier de Maistre, autore de Voyage autour de ma chambre (Viaggio attorno alla mia camera – 1794), possiamo compiere viaggi fantastici ed esplorare le oscure profondità dell’animo umano, senza abbandonare la nostra dimora e con il solo ausilio della mente: <<… Potrei cominciare l’elogio del mio viaggio col dire che non mi è costato una lira[…] Quanto ai poltroni, saranno al sicuro dai ladri; non incontreranno né precipizi, né pantani.>> [3]

L’avventura autentica (dal latino advenīre, ‘avvenire’), invece, richiede un ‘movimento’, un rischio fisico e spirituale: non importa se ciò che ‘avviene’ sia il frutto previsto o non calcolato di una nostra decisione o se sia semplicemente capitato a noi di dover vivere, al di là della nostra volontà, una serie più o meno spiacevole e rocambolesca di eventi. In entrambi i casi bisogna ‘muoversi’. E il movimento, a sua volta, necessita di un ‘motivo’: un motivo basilare, naturale (e non necessariamente ideologico o filosofico) potrebbe essere la propria e l’altrui salvezza. Evitare la morte, la prigionia, la tortura, l’imposizione di una condizione di vita che non ci appartiene… Impedire il trionfo del Male non significa solo bloccare lo sviluppo di un’idea negativa del mondo, ma consiste in una vera e propria sopravvivenza fisica: la lama affilata di una spada in procinto di colpirci non è un concetto filosofico da valutare con calma ma un pericolo reale da evitare prontamente; il rapimento non è un’esperienza che prevede dei tempi preliminari durante i quali poter riflettere. Eppure nell’istante esatto in cui compiamo queste azioni (o reazioni) disperate e vitali, non abbiamo la necessaria lucidità per riconoscere che la ‘ricerca’ è già cominciata. Dalla risposta istintiva si passa lentamente a un bisogno pianificato di conoscenza (“Perché mi è capitato tutto questo? Cosa posso fare per evitare il peggio? Dove dirigerò i miei passi?”); la paura iniziale si trasforma in forza morale; le domande confuse diventano decisioni chiare. L’ineluttabile lascia intravedere un possibile ‘obiettivo collaterale’ da raggiungere e che potrebbe fornire la soluzione definitiva al problema. Ma non c’è nessuna sicurezza a portata di mano: si intraprende la ricerca, ci mettiamo in viaggio, con la speranza di aver imboccato la strada giusta; perché la ricerca fa parte della natura umana, indipendentemente dalla causa filosofica, spirituale o ‘pratica’ da cui è suscitata. La ricerca prende vita a causa di un’esigenza reale, urgente, ma la vera opportunità offerta dalla quest va oltre la risoluzione del problema: i personaggi coinvolti hanno finalmente un’ottima occasione per ‘conoscere se stessi’.

Cos’è dunque la quest?

La quest è sostanzialmente la ragione che c’è alla base di un viaggio iniziatico, l’impalcatura fondamentale di una storia avventurosa, il ‘perché’ che motiva e coinvolge i personaggi; nella quest è contenuto l’obiettivo da raggiungere. Anche se è legata a motivi impellenti e attuali (la diffusione di una pericolosa minaccia sovrumana e magica; il crudele capriccio di un nobile prepotente disposto a tutto…) in realtà la quest affonda le proprie radici in un terreno umano archetipico, profondo, nel territorio dell’inconscio: il raggiungimento della verità è garantito dalla conoscenza del male e del dolore, e dal superamento del dolore stesso. La quest è la narrazione di questa avventura primordiale interiore e quindi, in quanto tale, rappresenta uno dei generi letterari più antichi nella storia dell’umanità. Tanto antico quanto antica è la coscienza umana.

Il viaggio che avviene esteriormente, in maniera fisica e geografica, in realtà è un viaggio nel cosiddetto ‘inner space’: raggiungere l’obiettivo individuato nella quest diventa quasi un particolare; è un obiettivo a uso e consumo della trama: serve a dare un finale logico e coerente a tutta la storia.

Ciò che conta veramente è l’ampliamento conoscitivo acquisito durante il cammino stesso e la possibilità dei vari personaggi coinvolti di conoscere meglio se stessi durante la prova. Durante il primo capitolo della trilogia filmica de Il Signore degli Anelli realizzata dal regista neozelandese Peter Jackson il personaggio di Samvise Gamgee dice: … se farò ora questo passo, non sarò mai stato così lontano dalla Contea…[4]

Il viaggio, anche quello meno avventuroso e più tranquillo, scardina le abitudini del viaggiatore, rompe gli schemi della tradizione, ponendo dinanzi a chi lo intraprende nuovi orizzonti, nuove domande, nuove angolazioni introspettive, nuovi ostacoli fino a quel momento non considerati.

Questi i pensieri di Lucia Mondella mentre su una barca, di notte, parte dall’attracco di Pescarenico per fuggire verso Monza, valutando la posizione scomoda di chi, come nel suo caso, è costretto a intraprendere un viaggio non voluto:

<<… Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli [riferendosi ai ‘monti’] neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno!>> [5]

La nuova sfida che appare all’orizzonte incrina la visione stanziale dell’umile che chiede solo di essere lasciato in pace, di non essere coinvolto nei grandi movimenti della Storia, di poter vivere la propria esistenza tranquillamente, seguendo tragitti sicuri e confermati dalla micro-storia a cui sente di appartenere.

Sia Manzoni che Tolkien, invece, affidano proprio agli umili e ai ‘dimenticati’ i compiti più onerosi, le prove più dure: quasi come a voler ‘testare’ la loro integrità morale, come se l’Autore volesse far emergere, con un po’ di ‘sadismo narrativo’, le qualità nascoste dei suoi personaggi che altrimenti rimarrebbero sconosciute, pur trattandosi di personaggi inventati. E soprattutto per affermare definitivamente che in ognuno di noi, se sottoposto alla giusta ‘pressione’ da parte degli eventi, c’è un ‘io potenziale’, quasi sempre sottovalutato, atrofizzato, addirittura sprecato, capace di riservare delle utili sorprese.

Afferma Lawrence Sudbury in un interessante articolo intitolato Per una semiotica del Santo Graal:

<<… dal punto di vista narrativo in senso stretto, lo schema generale della quest, pur con qualche variante episodica, è normalmente piuttosto codificato e ripetitivo. La quest prende il via da un ‘iniziatore’ che necessita di qualcosa o di qualcuno estremamente importante per lui. Questo obiettivo presuppone un grandissimo impegno per essere raggiunto. L’iniziatore chiede o impone a qualcuno di intraprendere la ricerca o decide di partire da solo. Segue un viaggio lungo e irto di pericoli in cui il ‘ricercatore’ può essere solo o con alcuni compagni. I pericoli che il ricercatore deve affrontare possono presentarsi durante il viaggio per raggiungere l’oggetto (rischi esterni che possono portare a una temporanea sospensione della ricerca) o una volta esso sia raggiunto (rischi interni, direttamente legati all’oggetto stesso). Nella maggioranza dei casi il ricercatore, raggiunto l’oggetto, deve comunque affrontare una prova d’iniziazione per dimostrarsi degno dell’acquisizione dell’obiettivo. La quest, infine, normalmente si completa con il ritorno del ricercatore (che non necessariamente ha raggiunto il suo scopo) al punto di partenza: si dà dunque alla quest una forma narrativa non circolare ma orbitale o, meglio ancora, spiraliforme, nel senso che, se pur il ritorno avviene nel luogo narratologico di origine, è il protagonista (eroe, ricercatore) a non essere più il medesimo, in virtù delle prove di vario grado, correlate alla ricerca stessa, sostenute.>>[6]

 Fra’ Cristoforo e Gandalf ‘iniziatori’?

Possiamo considerare fra’ Cristoforo e Gandalf come gli ‘iniziatori morali’ delle quest contenute rispettivamente ne I Promessi Sposi e ne Il Signore degli Anelli?

Fra’ Cristoforo, dopo aver scoperto il piano progettato da don Rodrigo per rapire Lucia Mondella, organizza la fuga dei due promessi sposi; Gandalf combina la fuga di Frodo Baggins da Hobbiville allo scopo di allontanare l’Anello di Sauron dalla Contea.

Fra’ Cristoforo e Gandalf sono due personaggi interessanti con molti punti in comune: entrambi estremamente carismatici, benvoluti e rispettati dai protagonisti delle storie, basano la propria saggezza su un’esperienza viva e antica.

I tempi di reazione dei due ‘vegliardi’, tuttavia, sono molto diversi: fra’ Cristoforo realizza la fuga di Renzo e Lucia nel giro di poche ore; Gandalf impiega ben diciassette anni per indagare sulla reale minaccia che incombe sul possessore dell’Anello. E anche la stessa ‘fuga’ di Frodo da Hobbiville è estremamente ritardata, lenta, meditata, organizzata in maniera scrupolosa tanto da rendere inappropriato il carattere fuggitivo della partenza. Una partenza che, nonostante tutto, non lesina intense sfumature poetiche che avremo modo di analizzare più avanti.

I tempi pensati da Tolkien per il suo mondo inventato, lo sanno i suoi lettori ed estimatori, sono dilatati per una ragione ben precisa: vi sono verità e storie senza tempo, ‘spalmate’ in maniera impercettibile sulla struttura visibile del presente e anche i più saggi impiegano molto tempo e immense energie per evidenziare ciò che è stato naturalmente dimenticato; il Male persiste nel mondo beffando la caducità dei suoi abitanti. Solo chi è capace di superare la sfida del tempo con umiltà riesce prima o poi a collegare in modo sapiente i pezzi di una storia ormai frammentata. La ‘subquest’ di Gandalf è molto interessante e andrebbe analizzata in maniera specifica, ma non è questa la sede adatta per compiere tale operazione.

I ‘cercatori’ Renzo Tramaglino, Lucia Mondella e Frodo Baggins

Cosa cercano Renzo e Lucia? Cosa cerca Frodo Baggins? Cosa vogliono dalla vita? Domande basilari, naturali a cui in parte abbiamo già dato una risposta precedentemente: la semplicità che caratterizza le loro esistenze li fa essere umili ma non umiliati. Sono personaggi perfettamente integrati nel loro milieu sociale e non pretendono di più, sia perché non è stata data loro la possibilità di conoscere quel ‘di più’, sia perché da parte loro non c’è un reale desiderio di conoscerlo. Ciò che accade al di fuori del paesino o della contea non li riguarda: non si tratta di vigliaccheria come palesemente dimostrato, invece, dal personaggio manzoniano di don Abbondio che proprio grazie a questa sua caratteristica ci permette di fare un doveroso paragone tra la vera umiltà (che è forza) e la codardia. Si tratta piuttosto di un commuovente e ormai raro rispetto verso le istituzioni, verso le realtà ‘alte’ e insondabili, verso ciò che è meglio non conoscere perché non ci si ritiene all’altezza di capire o perché si ha a che fare con poteri (umani o sovrannaturali) superiori alle proprie capacità. Dicono gli Elfi di Tolkien quando incontrano gli hobbit dopo la loro partenza da Hobbiville: E’ una cosa veramente straordinaria!… Tre hobbit di notte in un bosco![7]

La sorpresa manifestata in questa frase non è irriverente ma è la prova di un modus vivendi abitudinario e privo di rischi, quello degli hobbit, conosciuto da tutti, persino dagli Elfi.

Cosa vogliono dalla vita, allora, Lucia Mondella e Renzo Tramaglino? Desiderano cose normali: serenità, tranquillità, libertà, pace, sobrietà, una vita matrimoniale da condividere con la persona amata…

In che modo desidera vivere Frodo? Trascorrendo giorni lieti nella Contea, osservando la fiamma di un camino, ascoltando storie antiche e mai vissute, godendo della compagnia degli amici, occupandosi delle innumerevoli ‘faccende da hobbit’…

La semplicità di questi personaggi creati dalla fantasia di Manzoni e Tolkien rende necessaria l’intermediazione (e non solo per fini narrativi) di figure importanti e trasversali come fra’ Cristoforo e Gandalf: il primo, strumento della Provvidenza, è il ‘padre spirituale’, il ponte tra Dio e la ‘povera gente’, è colui che non compie magie ma ‘combatte’ il nemico ricordandolo nelle sue preghiere; Gandalf è un vecchio saggio, uno ‘stregone’ (nell’accezione più esoterica e sapiente del termine) che conosce la Natura (umana, sovrumana e soprannaturale), interpreta i segni, consulta antichi testi, conosce lingue dimenticate, combatte il nemico utilizzando una conoscenza che non traspare mai se non nei momenti drammatici della ricerca. Fra’ Cristoforo si affida al crocifisso, Gandalf usa un bastone magico e quando serve anche una spada ben affilata; ma anche Gandalf come fra’ Cristoforo è dotato di piĕtas, pur non utilizzando lo strumento della preghiera. Quando Frodo confessa a Gandalf di desiderare la morte di Gollum, lo stregone utilizza una risposta che potremmo per certi versi definire ‘cristiana’:

<<… Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze…>> [8]

Anche il don Rodrigo di Manzoni meriterebbe la morte a causa del suo comportamento prepotente e arrogante, ma fra’ Cristoforo ricorda a tutti, sia ai personaggi del romanzo, sia ai lettori, che anche ‘il cattivo’ don Rodrigo fa parte di un progetto e svolge negativamente una funzione che nessun altro potrebbe svolgere.

Don Rodrigo e Sauron sono i due lati dello stesso Male e soprattutto rappresentano i fattori che scatenano la quest: senza il loro fondamentale apporto non ci sarebbe l’inizio della ricerca, non esisterebbe quel processo autoconoscitivo di cui i personaggi si avvalgono, nel momento in cui soffrono e combattono.

 Il momento della partenza

Ogni quest che si rispetti ha una partenza.

Non importa quanto sarà lungo il viaggio, da quante tappe sarà costituito, quali deviazioni subirà e quante saranno le sottotrame a cui darà vita. Nel momento della partenza è contenuta tutta la carica emotiva, ideale, poetica, tutta la tensione morale che permetterà ai vari personaggi, serenamente o disperatamente, di compiere il primo passo verso l’obiettivo preposto. Non importa se la partenza sia rocambolesca o meditata: nell’inizio sono racchiusi tutto il potenziale umano dei personaggi e tutti i fattori che determineranno l’esito della ricerca. <<È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via>> [9] dice Bilbo Baggins, nel film di Peter Jackson, forte della sua lunga esperienza in qualità di viaggiatore ed esploratore della Terra di Mezzo.

Il viaggio è una rappresentazione metaforica della vita e il simbolo della partenza riproduce il momento della nascita: il ricercatore rinasce ogni volta che decide di intraprendere un cammino verso la conoscenza; una conoscenza non fine a sé stessa (conoscere il modo per evitare le prepotenze di don Rodrigo o il modo per distruggere un anello magico nella lava incandescente di un vulcano) ma che contiene nella sua struttura interna il significato globale dell’esistenza.

Tolkien ha sempre affermato di non aver inserito allegorie nella sua opera, ma è impossibile non utilizzare il simbolismo presente nella sua trilogia fantastica (e nelle sue altre opere cosiddette ‘minori’) per descrivere determinati processi umani interiori.

Questo pensiero è meglio descritto in un articolo intitolato Avventura o Allegoria? pubblicato sul sito Fabbricanti di Universi:

<<… Tolkien, comunque, non era interessato all’allegoria. Più volte disse che non gli piaceva inserire elementi allegorici ai suoi romanzi e che Il Signore degli Anelli era, nel bene e nel male, un romanzo di avventura, al di là di tutto ciò che nacque in seguito, creato allo scopo di divertire l’autore e il lettore. “Non c’è simbolismo o allegoria cosciente nella mia storia…” scrisse una volta Tolkien. […] per quanto lo stesso autore disse “Che non ci sia allegoria non significa, naturalmente, che non ci sia la possibilità di leggervene una.” Ma gli unici simbolismi ‘coscienti’ di Tolkien sono riferiti alla religione cattolica…>> [10]

Ne I Promessi Sposi il momento della partenza si realizza per Agnese, Renzo e Lucia alla fine dell’VIII capitolo, mentre per gli hobbit de Il Signore degli Anelli (anche loro in tre) la tanto meditata partenza avviene finalmente nel III capitolo intitolato In tre si è in compagnia (titolo originale: Three is Company).

La partenza non è un evento freddo e meccanico che dà origine a una serie di azioni confluenti nella storia principale, ma un momento ricco di poeticità: è un momento unico, dunque speciale. La minuziosa descrizione paesaggistica compiuta con tono malinconico da parte dei personaggi in partenza è la prova di una coscienza che comincia a compiere i primi passi di quel processo conoscitivo che sta alla base del viaggio/quest.

Le particolarità geografiche, le sfumature colorimetriche degli oggetti naturali e dei manufatti, le percezioni sensoriali, il contatto tra le cose, gli ambienti domestici familiari sono meticolosamente registrati dai cinque sensi acuiti dalla straordinarietà del momento. I dati catturati dal ricercatore entrano già a far parte di quella nuova conoscenza che alla fine del viaggio diventerà bagaglio inscindibile e prezioso dell’eroe.

Le cose date per scontate, gli aspetti quotidiani dell’esistenza diventano improvvisamente eccezionali e meravigliosi.

La descrizione della partenza elaborata da Manzoni possiede inizialmente un carattere poetico e soave, al punto tale che, almeno per un attimo, il lettore dimentica o mette da parte la drammaticità che persiste alla base della visione; il tragitto in barca dei tre personaggi manzoniani verso l’altra sponda dell’Adda è così magistralmente descritto:

<<… Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido…>> [11]

L’assenza di vento, la superficie liscia e azzurra del lago, il fiotto morto e lento sono tutti elementi descrittivi dotati di una ‘morbidezza’ che contrasta con lo stato d’animo triste e al tempo stesso tumultuoso dei personaggi.

E ritornando con lo sguardo sui luoghi conosciuti e sugli oggetti usuali:

<<… I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne. […] Lucia […] scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera…>> [12]

Decisamente più rilassata, oserei dire ‘goliardica’, è l’atmosfera che si respira durante la partenza degli hobbit di Tolkien. Non mancano ovviamente le descrizioni malinconiche e tristi, ma durante i dialoghi si manifesta quella capacità, tipica del popolo hobbit, di confortarsi da soli o l’un l’altro. Ciò dipende principalmente dal fatto che gli eventi drammatici e dolorosi che caratterizzano il viaggio descritto ne Il Signore degli Anelli devono ancora accadere: la minaccia insita nell’Anello è in quel momento solo una congettura; è frutto di una lunga e accurata ricerca da parte di Gandalf che tuttavia non ha ancora ricevuto un reale riscontro.

La partenza di Renzo e Lucia, invece, è preceduta dalla celebrazione incompiuta del loro matrimonio a casa di don Abbondio e dalla notizia di un tentativo di rapimento da parte di don Rodrigo ai danni della promessa sposa. E non c’è niente di ‘goliardico’ in una situazione del genere.

Ecco come Tolkien affronta il momento della partenza di Frodo Baggins da Hobbiville:

<<… Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa…>> [13]

Anche questa partenza si svolge di notte e al chiaro di luna. Frodo osserva forse per l’ultima volta, grazie ai residui raggi di un sole in procinto di tramontare, la casa in cui ha vissuto per molti anni: quando il giorno dopo il sole risorgerà, lui e i suoi amici non saranno più lì. Non saranno più a Hobbiville.

Una partenza non rocambolesca non è meno triste di una partenza esagitata e drammatica: la maggiore quantità di tempo a disposizione produce nella mente di chi si attarda una serie di riflessioni malinconiche.

<<… Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. “Sarà una bella notte”, disse ad alta voce. “È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà”…>> [14]

E più avanti:

<<… “Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte”, disse, “perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci”…>> [15]

In queste parole, nonostante i numerosi aspetti imponderabili della missione appena cominciata, albergano l’ottimismo, la determinazione e la speranza.

Lucia Mondella non dice <<Sarà una bella notte>> o <<È un buon principio>>, ma posa la fronte sul braccio e piange segretamente.

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“La Signora degli Anelli” e La Dieta Delkazz

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 agosto 2012 by Michele Nigro

Il mio racconto “La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici” è stato pubblicato, insieme ad altri otto contributi di altrettanti Autori coinvolti, nell’antologia edita da Velvet Hands Edition e intitolata “La Dieta Delkazz”, sottotitolo “Nove ricette semiserie per (non) dimagrire”. Già a partire dal titolo e dal sottotitolo s’intuisce facilmente che si tratta di un progetto editoriale accompagnato da una non trascurabile dose di goliardia e di necessaria ironia. Mi sono molto divertito a scrivere questa storia (ringrazio Vuerre, un’autrice presente nell’ebook, per avermi invitato a partecipare) e mi auguro che i Lettori si divertiranno nello stesso modo quando leggeranno i nove racconti scelti ed editati dall’editore Velvet Hands (velvethands@email.it). Obiettivo di questa raccolta di racconti è quello di combattere l’ossessione per la perfezione esteriore, ritornando alla voglia di scoprire il vero Io che sonnecchia in ognuno di noi, tramortito da falsi valori e influenzato da un immaginario collettivo compromesso.

“La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici” è un breve racconto, appartenente al sottogenere comic fantasy (fantasy umoristico), ambientato in un’improbabile Terra di Mezzo di tolkieniana memoria, che narra la storia di una ragazza poco avvenente e sovrappeso di nome Froda alle prese con i propri inestetismi e con un viaggio, in compagnia di Gollum, alla ricerca di un leggendario e miracoloso anello Bruciagrassi. Uno scritto semplice, irriverente, sarcastico e divertente in grado di trasportare in maniera apparentemente disimpegnata il lettore verso una “morale” finale liberatoria: la forma esteriore è fortemente legata al benessere interiore e all’equilibrio che ognuno di noi deve saper conquistare giorno dopo giorno con ironia e voglia di vivere. Il modello imposto dal marketing, così, viene inesorabilmente spiazzato dalla profonda conoscenza delle proprie potenzialità.

Scrive Randa Romero, psicologa e psicoterapeuta, nell’Introduzione: <<…Dalla ossessione per il proprio aspetto esteriore, sempre riferito ad un modello standard esterno, i protagonisti hanno la fortuna ed il coraggio, la saggezza e la conferma esterna, di arrivare a vivere se stessi dall’interno, dal centro di sé e recuperano, perciò, il senso della loro vita. Con storie corte, piccole frasi, brevi pennellate, questo libro riesce a generare una forte impressione. L’umanità, finalmente liberata dalla sua gabbia narcisistica, comunica al lettore il senso della presenza e del calore, ormai estinti nelle immagini che si affacciano ogni giorno da cartelloni e riviste…>>

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Coltivando un’idea

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 settembre 2010 by Michele Nigro

[…] Osservando la campagna lucana all’imbrunire, mentre due gatti miagolano feroci prima di un combattimento, mentre un cane abbaia lontano e la campana del paese suona, scandendo le monotone ore di questo luogo sperduto e ignorato dalla grande storia, mi è venuta in mente un’idea grossolana e primordiale… Utilizzare gli elementi, naturali e umani, già presenti sul territorio della regione Basilicata, per sviluppare una ricerca. Quando dico “elementi” intendo dire odori, colori, suoni, personaggi, sfumature, fatti locali, eventi storici dimenticati, sprazzi fotografici, sussurri, suggestioni, silenzi, case di pietra, legna bagnata, erba, falchi, polli, colombi, tramonti, montagne, stagioni, movimenti di paese, magie, leggende, il significato del tempo, gli strumenti musicali antichi, i tanti esodi di cui si sono perse le tracce, panorami, analogie, trame “fantasy” che s’intrecciano con la realtà… Tutto! Anche solo la luce di un lampione che illumina una siepe potrebbe innescare un flusso narrativo o saggistico… Se ho le idee abbastanza chiare su come procedere nella direzione di una lettura preliminare delle molteplici carte a mia disposizione e della successiva scrittura derivante dal riscontro di tutte quelle analogie che la lettura mi porrà dinanzi, non ho un’altrettanta sicurezza sul versante della condivisione tra questo mondo scritturale e quello potenziale di tipo socio-affettivo: sapersi giostrare tra la carta e “la vita” sarà arduo… Ma non si dice sempre che quando teniamo veramente a una cosa, il tempo alla fine si trova? Forse la soluzione è nella praticità mista alla disciplina: riuscire a essere metodici.

Un altro aspetto che emerge da queste mie poche righe scritte a mano è quello della penna che, scivolando quasi silenziosamente sulla paziente carta, è in grado di far parlare l’anima in modo più efficace dell’elettrica tastiera di un personal computer. E questo già lo sapevo! Chissà se alcune future pagine di questa ricerca ancora in fase embrionale non dovranno per forza di cose essere realizzate proprio utilizzando la vecchia, cara, insostituibile carta imbrattata dall’inchiostro…

Quella della ricerca tolkieniana in terra lucana la vedo ancora come un’idea quasi irrealizzabile: un’impresa per me enorme e che forse mai concretizzerò se non nell’universo della mia fantasia, dove tutto è possibile. Eppure mi è molto caro, ogni volta che ritorno in Lucania e a dire il vero anche quando sono altrove, il pensiero di questo progetto che ancora oscilla nella mia mente tra il narrativo e il saggistico, facendo prevalere quest’ultimo aspetto a causa della natura storico-scientifica della ricerca che mi prefiggo di attuare quanto prima. […]

Il ritorno a casa e il “jet lag” psico-culturale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 agosto 2010 by Michele Nigro

“Non ritornare mai,

andare sempre in giro,

produrrebbe un’ebbrezza da derviscio.”

(da “Filosofia del viaggio” di Michel Onfray)

Non si ritorna mai completamente da un luogo.

Ritorniamo con il corpo perché abbiamo un biglietto con una data per il rientro e non vogliamo perdere i soldi spesi, e una vita che ci richiama all’ordine (per “vita” s’intende una serie effimera di convenzioni linguistiche, culturali, sociali, storiche, economiche che crediamo – autoconvincendoci! – di non poter sradicare).

Mentre cospargiamo la scrivania di foto, taccuini, cartine, libri, cd musicali acquistati in loco, scontrini, biglietti, residui di ciò che per un po’ è stata la nostra moneta; mentre laviamo i panni sporchi e riponiamo la valigia nell’armadio che odora di naftalina, ci accorgiamo di aver lasciato indietro una parte non secondaria di noi, la mente: di aver disseminato onde cerebrali nel luogo visitato al punto tale che subiamo uno svuotamento psichico durante la fase del ritorno. Non rientriamo mentalmente, ma solo fisicamente. Un bel guaio! Forse…

I sintomi del “jet lag” psico-culturale variano da viaggiatore a viaggiatore: l’isolamento è uno dei principali. Il comune senso d’appartenenza (quello stesso senso che fa inviare al turista decine di inutili cartoline in patria, dimostrando così di non essere mai partito!) ancora non deve entrare in scena per rovinare tutto: isolarsi per difendersi e per conservare intatti e senza “inquinanti culturali” gli insegnamenti dei cinque sensi stimolati durante il viaggio.

Eppure Istanbul non è una città, per certi aspetti, tanto diversa dalle altre capitali europee: tram, grattacieli, supermercati, metropolitana, autostrade trafficate, banche, polizia, problemi condominiali, gente che va avanti e indietro indaffarata… L’isolamento, dunque, non serve a farci riprendere fiato come se avessimo vissuto un’esperienza traumaticamente differente se confrontata con il nostro stile pratico di vita “occidentale”: l’auto-esilio è l’unico mezzo che abbiamo, ritornando a casa, per preservare l’ideale coltivato e messo alla prova durante il viaggio stesso. Ci si isola nella propria dimora per continuare il percorso interiormente e per rintracciare quella ricerca primigenia (causa del nostro viaggio) per un attimo distratta o addirittura “coperta” dalle incombenze pratiche legate al taxi da prendere, all’hotel da individuare, al piatto da ordinare, al bagaglio da non perdere… Sfruttando la “succursale” della nostra anima lasciata a Istanbul come una sorta di sentinella, creiamo un ponte tra il corpo spossato in fase di recupero energetico e l’ideale (impreparato e infantile) che c’aveva spinto sull’aereo. “Nella fatica del ritorno – scrive Onfray – si preparano le sintesi a venire”. Sintesi che cristallizzano l’esperienza e indirizzano la ricerca verso obiettivi più nitidi e meno epici: l’iniziale entusiasmo basato sulle ipotesi e sulle mille piacevoli paure dell’ignoto, lascia il posto a una nuova energia più consapevole e pacata, ma arricchita di nuovi elementi culturali e sensoriali. Il viaggio, in un certo qual modo, continua.

Istanbul non è una città normale ma una “terra di mezzo” dove dialogano realtà apparentemente lontane e inconciliabili; un faro filosofico e spirituale per l’occidentale insoddisfatto…

Si ritorna sempre, quasi per caso, durante un fine settimana, a Parigi o a Londra per riprendere “discorsi occidentali” che impregnano già il nostro modo di essere europei. A Istanbul, invece, si decide di ritornare a posta per motivi vitali, perché dobbiamo recuperare noi stessi, perché siamo costretti ad andarci a riprendere l’Io smarrito sotto le Mura terrestri o a Ortakoy: una parte di noi, infatti, è rimasta lì a circolare tra le strade in cerca di alterità e di vero confronto con sé stessi e con il mondo.

Un viaggio a Istanbul non si risolve mai: ce ne accorgiamo dal fastidio che proviamo nel dover condividere gli aneddoti banali con chi è rimasto a casa; aneddoti riassuntivi che generalmente soddisfano il turista ma non il viaggiatore. L’ascesi intellettuale, seppur libresca, ci salva dal fastidio del ritorno e la riorganizzazione del materiale raccolto ci fornisce una traccia culturale da seguire per tenerci occupati… E per non impazzire!

(foto: M. Nigro)

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