Archivio per terrore

Piombo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 aprile 2017 by Michele Nigro

Ricordi? La tivvù passava

Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot

esplosioni nucleari aliene

in un Giappone già sconfitto.

Alle scuole medie

disegnavo rifugi

antiatomici colorati e minuziosi

con tutto quel piombo

che dava speranza

al futuro dell’umanità e ai miei

acerbi spermatozoi.

 

Poi i potenti rinsavirono

fu un vortice di firme, strette di mano

crolli, trattati di pace

ipocriti disarmi senza equilibrio.

Crisi d’identità

da oriente a occidente,

cani affamati senza museruola e padroni

abbaiavano nelle notti di provincia.

 

Dove saranno

in quale scatola degli anni ottanta

i miei progetti, odor di matita e gomma

per esorcizzare la paura del caldo nulla

e della morte da poco conosciuta?

Rimani nella luce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2015 by Michele Nigro

Remain in light

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Con occhi sbarrati, saturi di buio

e quella paura di illogiche cecità, agguati nel sonno

restavi sveglio come un’insonne sentinella

cercando punti luminosi, coordinate per vedenti

astronomia da camera

nell’oscuro silenzio di notti orfane.

Rimani nella luce

piccola anima insicura!

In soccorso a riposi spezzati

l’oftalmologia di Morfeo,

ninna nanna scientifica

cantata al tramonto

d’infantili ossessioni.

Munnezza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 aprile 2015 by Michele Nigro

images

Sogno ricorrente

ad occhi aperti

sento un pianto neonato risalire

dai rifiuti del mondo

sperma gettato alle ortiche

i mai nati

in nome del piacere

la paura impietosa di madri inadeguate

figli sputati fuori in bagni clandestini

come errori compressi nel ventre

e lasciati in strade prive di ruota degli esposti

con il cordone della sfortuna ancora intatto

avvolto intorno al futuro.

Concepito per gioco, sgravato dall’amore,

gettato, abbandonato

tu, biodegradabile piccolo umano

figlio tradito da un consumismo esistenziale

confuso insieme a frattaglie di macelleria

tra bucce di banane e bottiglie di plastica

agiti le tue braccia verso il cielo

in cerca di seni in ritardo

e di una seconda opportunità.

Il mio passare di lì per caso

ti ricicla, ti avvolge in un panno straniero

ti salva dal nulla e dai gabbiani

dal non esserci mai stato delle ruspe

senza nome e caldi abbracci.

Mi squarcia di pianto il petto

quella crudeltà creatrice

utero snaturato dal terrore

nella discarica dei sentimenti

un respiro indifferenziato

fa la differenza

sotto un sole distratto.

Generation

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 luglio 2014 by Michele Nigro

Ru486

Non morirete di pacifica noia

figli e nipoti del futuro!

Nuove leve per un ciclico terrore

concepite all’ora di cena tra dolori

oscurati sulle tv dell’impero sensibile

nasceranno puntuali e cieche

scivolando fuori da placente rabbiose

di allignate ingiustizie occidentali.

L’Apocalisse secondo “IF”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 2 maggio 2012 by Michele Nigro

(dal sito di “IF”)

IF non poteva lasciar passare il 2012 senza dedicare un numero monogra­fico al tema dell’Apocalisse: annunciata con grande battage mediatico, sulla scorta delle previsioni del calendario Maya, la profezia funesta si è gradualmente affievolita a mano a mano che la data fatidica si è andata avvicinando. Tanto che adesso non se ne parla quasi più. I preparativi sono sospesi; le trombe del giudizio tacciono e i profeti di sventura rimu­ginano in silenzio su questo ennesimo rinvio sine die della fine del mondo. Il tutto secondo una prassi ormai abituale di precarietà e incer­tezza del futuro. Apocalisse auspicata, temuta, immaginata? Indubbia­mente entrata nell’immaginario sociale da quando, in quel lontano ap­prossimarsi dell’anno Mille, il mondo fu travolto da un terrore irrazio­nale. La paura ci ha sempre accompagnato lungo il nostro cammino, e anche adesso, a oltre mille anni di distanza da quell’evento, ne siamo af­fascinati. Eppure è evidente che le catastrofi, che con sempre maggiore frequenza colpiscono la Terra, sono per lo più dovute all’uomo e dalla sua incapacità di rispettare la Natura. In questo numero 10 l’immaginario apocalittico è stato coniugato in tutte le dimensioni, for­nendo un panorama  quasi completo delle paure umane.

IF intanto pre­para ai suoi lettori una sorpresa per il prossimo numero. Un numero spe­ciale dedicato al “Mainstream”, il termine col quale viene indicata dagli addetti ai lavori la grande Letteratura. Accoglierà una nutrita serie di in­terventi qualificati sulle contaminazioni tra la narrativa di genere – fan­tastico, poliziesco e fantascienza – e la letteratura italiana ufficiale. Due mondi che di solito non dialogano fra loro, che hanno solo rari e casuali punti di contatto. Diversi e sfaccettati gli interventi di questa occasione che non ha precedenti: dalle letture di testi di scrittori paludati alle analisi puntuali del fantastico di docenti universitari. Non solo Calvino, Bontempelli, Buzzati, Landolfi, Morselli, ma anche Alvaro, Bacchelli, Bassani, Palazzeschi, Fenoglio, Levi, Malaparte, Ortese, Soldati, Volponi e altri. Insomma, una straordinaria occasione di confronto e di riflessione critica che consentirà di rispondere alla domanda che ci sta più a cuore: il futuro della letteratura ufficiale sta nella narrativa di genere?

IF è distribuita principalmente in abbonamento postale. Ogni copia di 128 pagine illustrate al prezzo di 8,00 euro. Abbonamento 30,00 euro per quattro numeri. Per informazioni, abbonamenti e richieste rivolgersi a: rivistaif@yahoo.it

11 settembre inflazionato?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 agosto 2011 by Michele Nigro

“… E i funerali di stato a che servono? 
I militari in missione chi servono?…”

(CapaRezza – dal brano “Cose che non capisco”)

Facciamo un piccolo gioco sull’immaginario collettivo?

Chiudete gli occhi, rilassatevi. Trasformate lo schermo nero che avete creato dietro le vostre palpebre chiuse in una sorta di tela su cui proiettare le immagini depositate nella vostra mente. Alzi la mano chi ricorda perfettamente almeno un’immagine riguardante l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. Bene, siete in tanti. Complimenti! Potete abbassare le mani… Ora alzi la mano chi, invece, conserva nella propria memoria un’immagine della guerra libano-israeliana del 2006. Uno… Due… Nessun’altro? Come prevedevo. Perfetto: abbassate pure le vostre mani e aprite gli occhi.

In realtà non avevo bisogno di fare questo “esperimento”: sapevo già quale parte della storia il Quinto Potere aveva deciso di sfruttare. O di inflazionare.

Tra qualche giorno cadrà il decimo anniversario (questo post è stato scritto nel 2011, ndb) dell’attentato alle Torri Gemelle di New York e ancora una volta la televisione, i giornali, il web ci bombarderanno senza sosta con le terribili immagini degli aerei dirottati e fatti schiantare sul World Trade Center della “Grande Mela” e sul Pentagono a Washington. Ancora una volta ci stupiremo, c’arrabbieremo, ci commuoveremo, avvertiremo un brivido sinistro e assumeremo senza battere ciglio la nostra brava dose di anestetico sotto forma di immagini. Qualche rete televisiva manderà in onda il solito documentario dedicato a quella maledetta mattina di settembre e in prima serata alcuni film per ricordare giustamente l’eroismo di poliziotti e pompieri morti durante il crollo delle torri. Gli americani in questo, poi, sono bravissimi: una volta il nostro Massimo Troisi disse, ironizzando, che in realtà gli americani avevano fatto la seconda guerra mondiale non per sconfiggere Hitler, Mussolini e i giapponesi, bensì per avere la possibilità in un secondo momento di girare dei film di guerra a Hollywood. È sorprendente la quantità di riprese (e di angolazioni) effettuate al momento dello schianto sia del primo che del secondo aereo sulle Torri Gemelle: gli obiettivi dell’attacco che hanno suscitato la maggiore indignazione da parte dell’opinione pubblica. Altrettanto sorprendente, tuttavia, è la totale assenza di immagini chiare riguardanti l’oggetto (dicono un aereo) che ha impattato sul Pentagono: il punto nevralgico della sicurezza americana e quindi il luogo che dovrebbe essere maggiormente monitorato tramite uno o più sistemi di telecamere a circuito chiuso. Ma questo, ci tengo a precisare, non è un post pro complottisti.

Anche io, usando il post che state leggendo, ho deciso di contribuire a perpetrare questo stato di trance mediatico sull’11 settembre pubblicando la foto di un aereo – il secondo – in procinto di impattare sull’altra torre ancora intatta. Tutti, consapevolmente o inconsapevolmente, riceviamo e ritrasmettiamo segni (immagini, sequenze video, simboli, oggetti…) in un ambiente semiosferico non casuale ma influenzato da una serie di poteri interconnessi (potere politico, economico, religioso…). Noi utenti dei mass media siamo le unità cellulari del potere che si nutre a sua volta della nostra voglia di essere protagonisti e informati. Vedere è sapere: tutto il resto (il pensiero, ad esempio) non conta.

La cosiddetta ‘grande informazione’ decide di alimentare il nostro immaginario collettivo con simboli provenienti dall’attentato dell’11 settembre perché preferisce lo stupore alla verità; lo stupore e la paura che ne consegue rappresentano le chiavi d’accesso al consenso popolare usate dalle “vittime potenti”, in questo caso dagli U.S.A.: l’infranta inattaccabilità della superpotenza americana stupisce di più, quindi fa più notizia, della ‘solita’ scaramuccia israelo-libanese o israelo-palestinese risolta a suon di razzi katiuscia e conseguenti ritorsioni da parte dell’esercito di Gerusalemme. Il terrore è una forma di linguaggio che paradossalmente non serve tanto agli attentatori, quanto ai capi dei paesi colpiti dal terrorismo affinché possano ancor di più agire indisturbati a livello internazionale. Ma non dico nulla di nuovo…

L’informazione, spinta da evidenti e pressanti esigenze di sopravvivenza in un mondo affetto da una crisi economica che non risparmia le superpotenze, ha bisogno di vendere i propri “prodotti stupefacenti” a un pubblico sempre più vasto e così facendo alimenta proprio quel tipo di comunicazione emotiva tanto amata dal potere, a discapito della Verità. Gli attentatori e i giornalisti, quindi, svolgono una medesima “funzione terroristica” anche se da posizioni diverse. I terroristi, per definizione, scelgono il terrore per trasmettere un messaggio politico, economico, religioso, “culturale”. L’informazione diffonde ripetutamente il messaggio terrificante del terrorista non per informare i cittadini (tutti quanti abbiamo capito, ormai, che dieci anni fa sono crollate le due Torri Gemelle a New York! Non necessitiamo di ulteriori dati visivi al riguardo: eppure le televisioni di tutto il mondo continuano a trasmettere ossessivamente le immagini degli aerei mentre penetrano nelle Torri Gemelle) bensì per mantenere costante nel tempo una necessaria tensione emotiva tra la gente, che per l’ennesima volta assiste ipnotizzata al fatto terribile accaduto, e i potenti di turno che sono ben lieti di difendere l’Uomo Occidentale (sano, bello, informato, giusto, pulito, nutrito, istruito, superiore in ogni campo, ineccepibile dinanzi al dio dei cristiani…) dalle minacce esterne. Qualunque esse siano: aliene, naturali, estremiste. Un occidentale che con il proprio silenzio-assenso, la connivenza di chi non vuole rinunciare a certi privilegi, apertamente cede i propri diritti ai governanti in nome di una garanzia che non esiste: le tanto decantate ‘agenzie’ statunitensi (oggetto anch’esse di film e telefilm inneggianti all’efficientismo a stelle e strisce) esistevano anche prima dell’11 settembre 2001… Eppure.

La politica è “politica d’immagini”: le ripetute sequenze dell’11 settembre servono non a ricordare le vittime ma a mantenere vivo lo sdegno pubblico che è alla base di un interventismo geopolitico e militare utile solo ai potenti e agli industriali che nella guerra da sempre, da quando esiste un’industria bellica, subodorano affari succulenti. Quando ci fu il terremoto a L’Aquila un paio di esseri insulsi dichiararono al telefono di ridere dalla notte precedente, pregustando i guadagni relativi alla ricostruzione. Allo scoppiare di una guerra sono molti gli industriali che ridono: da quelli che producono i dentifrici per le truppe a quelli che costruiscono carri armati ed elicotteri militari. Eppure delle loro ‘risate’ nessuno parla mai! Perché?

I funerali di stato, trasmessi puntualmente in televisione, dei presunti “eroi” caduti nelle cosiddette “missioni di pace”, hanno la stessa funzione delle immagini sull’11 settembre che di tanto in tanto ci propinano come un ossessivo intercalare durante la regolare programmazione: mantenere uno stato d’allerta tra la popolazione per giustificare la guerra. Nessuno si è preoccupato, finora, di analizzare onestamente le cause politiche ed economiche che stanno alla base del terrorismo. Capire il meccanismo di un’insoddisfazione capace di reclutare decine e decine di kamikaze, significherebbe delegittimare le ragioni apparenti costruite dai “buoni” e che animano questo terzo, silenzioso, non dichiarato conflitto mondiale.

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Prendere due elettori con una favola

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 maggio 2011 by Michele Nigro

Antonio Albanese – “Ministro della Paura”

L’Italia, lo sappiamo, è una nazione anestetizzata.

Non lasciamoci ingannare dai recenti risultati ‘antigovernativi’ delle amministrative (in alcuni casi ancora da confermare): l’opinione dell’elettore, è vero, può cambiare se non vengono soddisfatti alcuni suoi desideri o se determinati fatti incrinano l’idea che aveva costruito intorno a un leader inizialmente capace di trasmettere ‘purezza’, positività e invincibilità. Ma da qui a dire che gli italiani sono sul punto di risvegliarsi completamente dal sonno politico, informativo e culturale, ce ne vuole. I sintomi di questo risveglio incompleto sono molteplici e il lavoro da fare su noi stessi è complicato: te ne accorgi quando dai un’occhiata alle statistiche sugli italiani (quasi un milione) che non cercano più alcun tipo di lavoro (l’immobilismo indotto quale forma di controllo socio-politico: se non cerchi vuol dire che non hai bisogno, se non hai bisogno vuole dire che stai bene e che il tuo governo in fin dei conti lavora bene e fa mangiare tutti). Attenzione: ho detto ‘cercano’ e non ‘trovano’. Non ci vuole un esperto lessicologo per capire che per trovare bisogna prima cercare. E gli italiani non cercano più tante cose, ormai da decenni. Non cercano più di capire il significato reale di un discorso politico, non analizzano più (o non hanno mai saputo analizzare) i gesti, le parole, i ‘segni’, le intime connessioni psicologiche esistenti in un video, in un manifesto, in un programma politico, in una faccia.

Qualcuno, in vista dei prossimi ballottaggi a Napoli e Milano, ha esultato su qualche social network affermando che gli italiani in fin dei conti non sono poi tanto ‘pecoroni’ e che l’avanzata di De Magistris e Pisapia rappresenta il chiaro sintomo di un’Italia che vuole cambiare e che cerca il risveglio. Mi auguro che sia così, ma la guerra mediatica non è ancora terminata. La FAVOLA incombe: il narratore-premier è già pronto con il libro aperto sulle ginocchia per raccontare a tutti i bambini sprovveduti di Milano e Napoli la solita storia del lupo che veglia sulla porta di casa dei tre porcellini. Usare il ‘lupo’, usare il ‘mostro’: quando il fascino in doppio petto non ha più presa sull’elettore, allora si passa alla ‘fase terroristica’: mediaticamente terroristica. E rispuntano parole sempreverdi e terrorizzanti come “islamizzazione”, “zingaropoli”, “comunista”, “orde” (come le orde asiatiche evocate dal Ministro della Propaganda Joseph Goebbels durante il periodo nazista in Germania), “pm politicizzati”, “campi rom”, “no expo”, “magistrato d’assalto”, “sinistra estrema”, “Stalingrado d’Italia”, “illiberale”, “più tasse per tutti”, “estensione dell’eco pass”, “centro islamico”, “moschea”, “voto agli immigrati”, “diritti agli zingari”… Il tutto saggiamente corroborato da immagini giuste fatte passare al momento giusto: per esaltare il potere terrorizzante della parola.

E’ ancora presto, dicevo, per parlare di risveglio: gli italiani dovranno prima dimostrare di saper essere immuni agli effetti deleteri della macchina terrorizzante del Ministro della Paura.

La casa del Grande Fratello

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 novembre 2010 by Michele Nigro

<<… Un contatto per poter confessare in modo filiale e sinistro le proprie indicibili colpe in nome della beltà, le vezzeggiate vanità ostentate, le scaltre competizioni offerte sull’altare del successo, la facilità del vivere, l’ignoranza come valore, la ricchezza che deriva dal corpo, i libri spavaldamente snobbati, la macchinosa furbizia insita nei giochi dell’immagine, la goliardica sicurezza nei confronti del mondo brutto, i calendari… Come in un’orrida sindrome di Stoccolma che precede l’oblio della morte.

E sì, perché questo era ciò che esigeva l’altro lato dello specchio: la distruzione della personalità mediatica, prima ancora del corpo. Un pentimento registrato su cassetta e imposto con il terrore derivante da un insopportabile silenzio, interrotto solo da agghiaccianti grida di dolore. L’esame di coscienza derivante dalla consapevolezza della fine esigeva tempi interiori non influenzabili dal regista occulto.

Un contatto con il proprio ego, riflettente, a senso unico e senza risposte confortanti, prima di rivolgere la propria violenta disperazione verso la fonte dell’orgoglio fisico o verso i compagni di quel viaggio allucinante.

Essere stati nominati. Ma da se stessi.>>

tratto dal racconto La casa del Grande Fratello

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