Archivio per terrorismo

Alcune considerazioni su “1978 – 2018: comunicato n.7”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 agosto 2018 by Michele Nigro

Ricevo e con piacere condivido alcune considerazioni elaborate a caldo dall’amico scrittore Carmine Senatore (che dal 1978 in poi, dopo che mi trasferii con la famiglia da Pompei a Battipaglia, fu mio maestro presso le scuole elementari statali “E. De Amicis”) e seguite alla lettura del mio racconto semi-autobiografico “1978 – 2018: comunicato n.7” . Stavolta non è l’insegnante che legge e valuta il “tema” del proprio alunno, ma è l’uomo che a distanza di quarant’anni, attraverso il mio scritto, – proprio come è accaduto a me scrivendolo – rivaluta seppur brevemente un’epoca storica, le sue vicende, i personaggi, il proprio vissuto personale anche dal punto di vista politico. Grazie Carmine per questa tua nota! Michele.

Una disamina attenta e lucida dei fatti del 1978. La cattura di Aldo Moro, conclusasi con la sua morte, l’uccisione degli uomini della sua scorta (tra i quali anche un Ricci), le Brigate Rosse e i loro comunicati, si inseriscono nelle vicende personali di un uomo “sconosciuto”, la sua tragica fine dopo la malattia, dopo le speranze e il sogno di diventare poliziotto e allontanarsi dal suo paese, da una vita difficile e forse senza futuro. Il cancro e infine la morte. Clamore per la morte dello statista e silenzio per quella di un uomo qualsiasi, che lasciava la moglie e tre bambini piccoli. Stessa situazione personale… ma quanta diversità nell’opinione pubblica.

Analisi e giustificazioni delle Brigate Rosse per il rapimento e l’assassinio di Moro, la nascita del compromesso storico, la fermezza nella trattativa per liberarlo. Quanti democristiani, quante forze oscure, interne e internazionali, furono contrari alla sua liberazione. Pagine ancora buie, fitte di mistero e che lasciano un’ombra profonda sui fatti di allora.

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Storia nazionale e personale su “Frequenze Poetiche”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 agosto 2018 by Michele Nigro

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Ne preannunciavo l’uscita qui; ho finalmente tra le mani la mia copia del n.9 di “Frequenze Poetiche” contenente uno scritto a me particolarmente caro – “1978 – 2018: comunicato n.7” – in cui la cronaca nazionale s’intreccia, volutamente e a distanza di quarant’anni, con quella personale: un’ibridazione tra il rapimento e la morte di Aldo Moro e la malattia e la morte di mio padre (Nigro Ermanno), fatti avvenuti entrambi nel 1978. Una sovrapposizione forzata tra eventi separati da una differenza abissale per importanza storica; una contaminazione tra storia pubblica e storia privata, tra comunicati “rivoluzionari” diventati documenti storici e i ricordi individuali della micro-storia, seguendo una logica narrativa oscillante tra fenomeni ideologici appartenenti al passato e questioni sociali ed economiche presenti, ancora irrisolte, che si ripropongono circolarmente…

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Pink

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 agosto 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Pink

“Tutti i dittatori sono sentimentali.”

Il’ja Grigor’evič Ėrenburg

  

La cosa che temeva di più, col passare del tempo, era di perdere la forza benefattrice derivante dall’amore vissuto, ricevuto e donato; una forza che aveva portato nel mondo con orgoglio e sicurezza d’animo, così come si porta in giro un regalo dall’effetto rigenerante per condividerlo con tutti. Il più bel regalo che la vita gli avesse fatto. Temeva di sprofondare nuovamente nella corrosiva ma appagante cattiveria appresa dai suoi simili e da se stesso, come autodidatta, durante gli anni senza lei. Precedenti alla sua cura.

“Solo ora mi accorgo della differenza, mi ricordo di com’era la mia vita prima dell’unicità di quell’amore. Ho toccato la grazia e ora so che senza amore la vita non vale la pena di essere vissuta” aveva affermato mesi prima, in tempi non sospetti, quando la sua chioma era lunga e folta, come la barba. Ma prima di riconquistare, chissà, un giorno, quello stato di grazia, avrebbe catturato e torturato qualche anima innocente. Forse alcuni milioni di anime senza colpa. Per riequilibrare il karma. “In fondo sono contento di essere libero e solitario. Assaporo il dolore agrodolce di una storia sospesa, come si sospendono le date di un tour perché l’artista è indisposto. Come il dolce malessere dopo un addio!

Jazz, aria condizionata, gelato nel congelatore, siringhe da fare nei glutei dei vicini di casa, quelli un po’ vegliardi e malaticci, per mantenere in piedi una reputazione da bravo ragazzo attempato. Fisioterapia a domicilio invece del mare, la sequenza delle medicine da prendere, stampata e appesa al frigo che fa troppo ghiaccio, qualche piccola sagra nei dintorni, magari una capatina nel buen retiro di sempre. Questa la prospettiva di un serial killer in fieri?

Chi sarebbe stata la prima vittima? Ce ne sarebbe stata solo una all’inizio? O avrebbe organizzato la marcia su Morte in compagnia di una folla immensa? Conosceva già la risposta: quella mattina aveva rasato con estrema cura le sue inutili sopracciglia. Accorciato i capelli, rasato la barba. Era pronto ad annullarsi nella battaglia finale. Unica soluzione al dolore.

“Il lusso della scelta, paradossalmente, deriva proprio da quel benessere alla cui realizzazione hanno contribuito anche i vaccini e l’alimentazione carnea!” controbatteva in tv uno degli ultimi opinionisti sani di mente. Forse avrebbe cominciato proprio da un vegano o da un no vax del cazzo: uno di quelli che vota partiti di sinistra farlocchi, che legge l’Unità perché è trendy ed esce in strada con i risvoltini per andare a prendere la ragazza. Ingrati e capricciosi figli di puttana!

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“La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

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versione pdf: “La Guerra dei Mondi” ai tempi delle fake news

C’è una domanda che da tempo non mi lascia in pace ed esige una risposta: “Sarebbe possibile oggi, nel XXI secolo, registrare gli stessi effetti psico-sociologici che il radiodramma di Orson Welles, liberamente adattato dal racconto War of the Worlds di H. G. Wells, ebbe nel lontano 1938?”. Ho già analizzato anni fa, in un altro post, questa vicenda cult della storia radiofonica e il libro ad essa collegata, ma emergono, ogni giorno di più, nuovi aspetti da prendere in considerazione alla luce delle nostre progredite abitudini informative e del crescente problema delle cosiddette fake news.

Sarei tentato di fornire una risposta prematura alla mia domanda iniziale e dire subito: “no, non è possibile!”. Scrissi nel suddetto post: “… Nel 1938 non era stata ancora raggiunta la “saturazione da immagini” che caratterizza, invece, le nostre vite moderne: dvd, immagini scaricate da internet, pubblicità onnipresente, fotografie sui e dai cellulari, telecamere persino negli intestini quando abbiamo problemi di salute, radio e televisioni che trasmettono incessantemente e con fede maniacale il tutto ed il contrario di tutto!”. Come a voler dire che il terreno mentale era vergine a quell’epoca e la credibilità artificiale del radiodramma di Welles attecchì senza incontrare grosse difficoltà, anche a causa di fattori predisponenti socio-economici che interessavano la popolazione americana di quegli anni. Non amo parlare di ingenuità epocale (oggi non siamo più furbi o più intelligenti di ottant’anni fa) ma di una maggiore saturazione esperienziale parallela alla multimedialità (più che alla multidisciplinarietà) e all’illusione del multitasking caratterizzanti la nostra epoca. Come canta Caparezza: “… Accetti ogni dettame / Senza verificare / Ti credi perspicace / Ma sei soltanto un altro dei babbei…”.

Se nel ’38 una certa “verginità informativa” permise lo scatenarsi di un più che naturale attacco di panico su vasta scala, oggi assistiamo a una sostanziale “de-revolution” dovuta, come direbbe un informatico, a un buffer overflow (per un anestetizzante eccesso di dati) che causa disimpegno, errori interpretativi, assuefazione alla cronaca, lontananza dal dolore reale, fino a giungere a casi di vero e proprio immobilismo empatico e menefreghismo sociale.

Però una cosa non è cambiata dal 1938 ad oggi. Se c’è una costante nel tempo e che caratterizza l’essere umano è la sua perdurante incapacità (o sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) a verificare i fatti: se nel ’38 gli americani radioascoltatori non andarono in New Jersey per verificare di persona l’effettivo sbarco dei marziani (e a ragione, dal momento che l’invasione raccontata alla radio non era descritta come pacifica), noi terrestri del 2017 non siamo certamente campioni di diffidenza e di approfondimento conoscitivo. Anzi, come dicevo, rispetto al passato siamo raggiunti da una quantità esorbitante di dati (in tutte le salse e con ogni mezzo, non solo la radio!) umanamente impossibile da verificare. Come scrissi nel post del 2010: “La facilità d’informazione, che rappresenta il leitmotiv delle nostre esistenze, è innegabile: notizie fresche che ci raggiungono sui cellulari […]; quotidiani distribuiti gratuitamente nei metrò. Gli stessi “marziani”, credo, non potrebbero più fare tanto affidamento sull’effetto sorpresa perché i telescopi […] vomitano nel web, ventiquattro ore su ventiquattro, immagini provenienti dallo spazio… Forse nessuno ci “cascherebbe” più nell’involontaria burla di Welles, se la si volesse riproporre in un audiovisivamente congestionato terzo millennio.” Una presunta “scaltrezza” acquisita che funzionerebbe meglio se accanto ai dati disponibili affiancassimo anche una coscienza discriminante (oggi di fatto piuttosto assonnata!) capace di discernere il vero dal falso e di orientare la ricerca verso forme concrete di conoscenza.

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Evo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 agosto 2016 by Michele Nigro

zhivago

Faccio medioevo in me

aspettando nuovi soli,

per salvarmi da

presenti tempi oscuri.

Wall

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 novembre 2015 by Michele Nigro

Copia di Foto2053

Muro di capricci politici e divisioni studiate

di famiglie separate nella notte, cemento di stato

padre a est, madre a ovest, speranza senza bussola

una mano tra il filo spinato saluta lontano

non lascia tracce sulla sabbia rastrellata,

muro di fredde guerre

da riscaldare al sole mortale dell’atomo.

Muro contro muro

abbattuti da fallimenti ideologici

e da colori ragazzi

mescolati dai fari assassini

di sentinelle devote,

da traballanti economie

e lunghe file per l’aria.

Un tricolore francese

 su vecchie mura nemiche

e un leitmotiv marsigliese

segnano nuovi giorni

di dolore e sangue,

e nuovi mattoni

per moderne paure

a oriente del progresso.

Pensieri ribelli dipinti

e lasciati fiorire sul Muro del potere,

da luogo bizzarro della storia

a meta turistica.

Un filo d’umana follia

unisce le diverse forme

dell’assurdo

tra un selfie e un currywurst.

(immagine: Muro di Berlino – East Side Gallery,

novembre 2015 – foto by M. Nigro)

Iconoclastia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2015 by Michele Nigro

Dirck_van_Delen_-_Beeldenstorm_in_een_kerk

Finalmente muore nel ridicolo la stirpe coloniale

distratta, persa dietro le patetiche sagome

di statisti beatificati

e comici popolari

seppelliti sotto la compiacente lapide

di nostrane furbizie.

Senza pregare alcun dio

cerco unguenti nocivi e profumati

capaci di rendere più morbida

la mia barba irreligiosa e infedele,

a suon di martellante fanatismo

marionette sbriciolano vestigia assolate

di antiche civiltà.

Non mi sorprendono

questi rigurgiti iconoclastici,

infatti cambio canale, annoiato

ritorno alla mia noia.

Nessun meccanismo dura in eterno,

storie che si ripetono nei secoli

e sullo sfondo apatico

di un tramonto occidentale coperto dal cemento

verranno a chiederci del nostro lusso.

video correlato: “Tramonto Occidentale”, Franco Battiato

Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 settembre 2014 by Michele Nigro

ISIS MILITANT

BOMBA O NON BOMBA, NOI ARRIVEREMO A ROMA!

I temibili guerriglieri dell’Isis provenienti dalla Turchia, dopo aver sconfitto le ultime sacche di resistenza infedele esistenti nei Balcani, giungono indisturbati sulle sponde dell’Adriatico. Decidono, senza esitare e in preda a un’esaltante euforia pseudoreligiosa, di realizzare finalmente le minacce, pronunciate nei mesi precedenti, contro Roma e contro l’occidente cristiano. Così, dopo aver formato una flottiglia di imbarcazioni “prese in prestito” con la forza, attraversano a tutta velocità il mare che li separa dal centro del male, approdando sulla tanto agognata penisola italica, piena di crocifissi da bruciare, di cristiani da sgozzare e di donne da sequestrare.

Appena sbarcati sul suolo italiano, però, li accoglie un forte temporale: un fiume di fango formatosi in maniera repentina travolge e uccide il primo migliaio di jihadisti, abituati ai mari di sabbia dei loro deserti e non ai fiumi di fango di un paese che va in tilt non appena piove. Per nulla sconfortati – perché “Allah è grande!” e vede oltre le disgrazie – proseguono fedeli e giungono nella cosiddetta “terra dei fuochi” dove altre centinaia di soldati votati al martirio trovano la morte, uccisi da tumori fulminanti, raggiungendo le 72 mogli vergini nel paradiso promesso dall’amato profeta Maometto. Mentre si allontanano a gambe levate dalla zona cancerogena, un’autobomba destinata a un noto magistrato anticamorra per errore viene fatta esplodere in anticipo dal dito impulsivo del camorrista latitante Vicienz ‘o Sultan, e uccide sul colpo altre decine di soldati islamici. L’armata dell’Isis, un po’ ridotta di numero ma ancora possente, prosegue imperterrita verso Roma: tuttavia un terremoto del IV grado della scala Mercalli e una conseguente frana decimano ulteriormente le fila del nero esercito. Il capo delle truppe islamiche decide allora di andare per mare, evitando il percorso di terra rivelatosi alquanto sfortunato, ma il capitano della nave dirottata dall’Isis decide di fare un “inchino” davanti all’isola di Ponza. La nave becca uno scoglio e a causa di uno squarcio nello scafo affonda inesorabilmente in pochi minuti: altri santi martiri, morti affogati a causa di quella manovra scellerata, si aggiungono all’elenco.

Giunte finalmente nei pressi di Roma, le poche centinaia di guerriglieri sopravvissuti al naufragio trovano il grande raccordo anulare intasato da un tappo metallico di auto ferme con il motore spento a causa di uno sciopero congiunto dei casellanti e dei benzinai. Decidono così di proseguire a piedi fino a un certo punto e di usare poi un mezzo poco consono allo spirito della missione e all’immagine di un’armata rappresentante un potente califfato: la metropolitana. Ma una “bomba d’acqua” sulla capitale mette fuori uso le centraline elettriche delle linee di Roma Metro. Così, dopo una lunghissima camminata, giunti nei pressi dello Stadio Olimpico, e in coincidenza con il 90° minuto di una partita di calcio terminata con la cocente sconfitta della squadra giallorossa, s’imbattono in un gruppo incazzatissimo di tifosi romanisti, capeggiati dal famigerato curvista Cesare detto “Centosberle” di Centocelle, i quali, vedendoli vestiti di nero, li scambiano per una delegazione di arbitri: pistolettate e coltellate a gogò… Altri morti tra i soldati di Allah. I pochi superstiti, allontanatisi miracolosamente dalla zona dell’Olimpico, incontrano però un nutrito plotone di poliziotti in tenuta antisommossa (e già da diversi giorni di umore pessimo a causa della “spending review” attuata dal governo sulle forze dell’ordine) provenienti da una violenta manifestazione, appena conclusasi, organizzata dai sindacati per protestare contro il Jobs Act di Renzi. Scambiandoli per Black Bloc – sempre per il fatto di essere vestiti di nero – i poliziotti “consumano” i manganelli sulla schiena dei jihadisti e ne spediscono un consistente numero ai vari CTO della capitale. Ridotti a una decina, i poveri soldati dell’Isis arrivano miracolosamente in Vaticano, non più per conquistarlo ormai ma solo per chiedere asilo politico e per rifocillarsi presso la mensa della Caritas in compagnia di Papa Francesco. Ad accoglierli un untuoso cardinale sospettato in passato di essere coinvolto in alcuni casi di pedofilia e di abusi sessuali su seminaristi il quale, rivolgendosi al più giovane dei jihadisti esclama: “Siete così abbronzati e carini ma soprattutto siete tanto stanchi e affamati dopo tutto questo cammino: venite con me, vi ospiterò nella mia canonica!” Amen.

CONQUISTARE ROMA… MA VI CONVIENE?

Generation

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 luglio 2014 by Michele Nigro

Ru486

Non morirete di pacifica noia

figli e nipoti del futuro!

Nuove leve per un ciclico terrore

concepite all’ora di cena tra dolori

oscurati sulle tv dell’impero sensibile

nasceranno puntuali e cieche

scivolando fuori da placente rabbiose

di allignate ingiustizie occidentali.

God bless…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 giugno 2014 by Michele Nigro

God-Bless-America

America!

Fondi il metallo dei vecchi cannoni gloriosi

per forgiare le armi di moderne crociate,

guerre sante su pellicola hollywoodiana

esigenze democratiche sparse nel mondo

l’avidità energetica inventa pretesti umanitari.

God bless… bombe intelligenti e cristiane.

Ronda planetaria del benessere, in nome di chi?

God bless… America!

L’altra storia di Raffaele Rago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 luglio 2013 by Michele Nigro

tmpiXvh9e001Raffaele Rago è stato un appassionato revisionista storico filo-borbonico fino a un attimo prima di essere prematuramente additato dalla grande mietitrice che passa e falcia senza considerare i nostri progetti, i nostri interessi culturali, i sentimenti vissuti e l’esperienza accumulata durante l’esistenza. A testimonianza di questa costante ricerca storica e umana, che solo la morte poteva interrompere e non certamente la mancanza di fervore o di argomenti, vi è l’ultima pubblicazione di Raffaele intitolata “Dal regno dei fiori al regno della miseria” e realizzata con l’amico Francesco Innella (edita da ilmiolibro.it e curata da Pasquale Giuliani). Anche dal letto d’ospedale, raccontano parenti e amici, Raffaele Rago ha fornito fino all’ultimo indicazioni su come migliorare un’opera che in cuor suo forse rappresentava una sorta di testamento o di invito a proseguire un discorso inesauribile su un periodo storico sovrastato da ombre e omissioni.

Le reali condizioni di vita nel tanto vituperato Regno delle Due Sicilie; le motivazioni più affaristiche che patriottiche alla base della cosiddetta “unità d’Italia” (unità che oggi, paradossalmente, viene messa in discussione da una formazione politica pseudo-federalista nata nella stessa area geografica in cui durante il Risorgimento prese vita l’idea impellente di unificare la penisola italica!); la figura sopravvalutata ed eroicizzata di Garibaldi; le bugie inventate sul fenomeno del “brigantaggio” catalogato frettolosamente come evento delinquenziale e terroristico, e mai interpretato dagli storici di stato come un legittimo (e partigiano) tentativo di ripristinare una condizione politica antecedente all’unificazione (non a caso nella suddetta pubblicazione di Rago e Innella viene evidenziata la figura del “brigante-politico” Giuseppe Tardio, nato a Piaggine); i campi di concentramento ideati dai Piemontesi in cui furono internati migliaia di meridionali; l’emigrazione post-unitaria quale sintomo della debolezza economica di una nazione acerba: questi e tanti altri argomenti rappresentavano (dati alla mano!) le “munizioni” culturali utilizzate da Raffaele Rago nel corso delle sue pacifiche battaglie revisionistiche.

Raffaele aveva insegnato nelle scuole: senza mai mettersi in cattedra, anzi scendendo da questa proprio per dialogare più comodamente e in maniera diretta con i propri studenti, cercava (uno su mille!) di insegnare quella che egli amava definire “l’altra storia”, andando al di là dei programmi ufficiali e dei testi consigliati dal ministero e scritti dai vincitori. Scrive Rago nella pubblicazione sopra citata: <<… Di certo i Piemontesi mai e poi mai diranno di aver arrecato danni e causato la nostra miseria, basta leggere un qualsiasi libro di storia in uso nelle nostre scuole… […] Quando parlavo nelle mie classi del brigantaggio, i ragazzi mi guardavano con stupore (e non solo loro!): mai avevano sentito favellare sui Borbone e sui briganti…>>

Raffaele Rago era un ricercatore meticoloso ma al momento giusto sapeva essere anche un “revisionista di pancia”, un infuocato difensore, perché è difficile rimanere freddi e scientifici quando a essere infangata non è la storia di un posto qualsiasi del mondo, bensì la storia e la dignità della terra su cui hanno vissuto e sperato i tuoi genitori e i tuoi avi, e che è fonte d’ispirazione poetica oltre che storiografica. Scrive Rago in un articolo pubblicato sulla rivista elettronica Eleaml e intitolato “La calunnia è come un venticello”: <<… Quando gli studiosi di regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile…>>

526827_10200210705303162_1349112562_nLa ricerca storica di Raffaele Rago non era dettata solo da motivazioni nostalgiche ma soprattutto da solide ragioni economiche e politiche. La dignità di un popolo conquistato e annesso (annessione che, imitata dall’Anschluss nazista del 1938 ai danni dell’Austria, ebbe a compimento dell’opera una becera farsa referendaria pilotata al fine di evitare la probabile deriva consultiva!) non viene minata dal fatto di imporre una nuova bandiera o un nuovo inno, ma dalla pessima qualità economica nazionale che si determina all’indomani della conquista e che inesorabilmente ricade sull’esistenza della parte debole di una popolazione. Scrive ancora Rago nel succitato articolo: <<… Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità. Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855); si incrementò la marina a vapore che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione: quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mongiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia che, tranne il tracciato, non è più visibile. Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti. Chi perpetrò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo? Chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti? Chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio? Chi eliminò gli alti forni di Mongiana? Chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese? Chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse Borboniche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi? Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionali approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti)…>>

Domande che nel corso degli anni hanno trovato risposte serene e non più condizionate da anacronistiche posizioni politiche o da “questioni di principio” affievolite dal tempo: forse l’appiattimento ideologico a cui stiamo assistendo e il menefreghismo culturale imperante, per assurdo che possa sembrare, stanno rendendo possibile un’operazione di ricerca della verità storica fino a qualche decennio fa impensabile. Nonostante la solita commozione istituzionale del presidente della repubblica di turno in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario dell’unità d’Italia, nonostante la passione revisionistica dei neoborbonici, la verità nuda e cruda riesce ad emergere proprio perché a nessuno o a pochissimi importa qualcosa del Risorgimento! Quando il fisiologico decadimento emotivo dei fatti storici incombe, quando la maggioranza è distratta: quello è il momento giusto per agire, per scavare, per sapere con serenità.

Chissà se Raffaele ha avuto modo di apprezzare la decostruzione degli eroi e dei patrioti risorgimentali operata dal regista Mario Martone nel film “Noi credevamo”, raro esempio di interesse storico-risorgimentale da parte di un cinema italiano stanco e in crisi d’identità; chissà se ha valutato positivamente il giudizio equidistante del regista nei confronti delle barbarie borboniche e piemontesi; se ha condiviso il disincanto dei personaggi causato da un’idea unitaria che si è rivelata fallimentare fin dai primi vagiti; se ha colto il collegamento realizzato da Martone tra quei fatti storici e il nostro presente… Non lo sapremo mai. Anche se, avendolo conosciuto, potremmo immaginare una sua reazione.

Ricercare e rinforzare la verità a volte è più faticoso che seguire romanticamente le favole idealistiche propinate da un sistema che ci governa fin nell’intimo. Raffaele Rago l’aveva capito e coltivava questa sua necessaria “fissazione” non per se stesso, per andare inutilmente controcorrente o perché s’illudesse di essere seguito e ascoltato dalle odierne masse ipnotizzate dai reality show, ma semplicemente per amore dell’oggettività, per onorare la memoria di uomini e donne vissuti 150 anni fa, che non aveva mai conosciuto e che nonostante tutto sentiva vicinissimi: fratelli nella storia più che per consanguineità; un modo per ricordare che le decisioni scellerate del passato lasciano tracce inesorabili anche nel nostro presente. Ed è per questo che leggeva e studiava, scriveva e testimoniava partecipando a incontri e seminari dedicati all’“altra storia”: un’altra storia che fa male conoscere e ricordare, ma che ha una funzione catartica, che fa rinsavire e rende politicamente e mentalmente autonomi.

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