Archivio per Tolkien

HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 agosto 2015 by Michele Nigro

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PROGRAMMA PRINCIPALE “HOBBITON XXII – I REGNI DEL SUD”

Castello di Trani

SABATO 12 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Presentazione della “Hobbiton XXII – I Regni del Sud” con il presidente della Società Tolkieniana Italiana Domenico Dimichino, l’organizzatrice e giornalista Ida Vinella, il presidente del Cda di Nova Apulia scarl Tommaso Morciano, l’artista Emanuele Manfredi, autorità istituzionali
11:00 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
12:00 salone Federico II – Conferenza “Mythos Larp, gli Antichi miti da vivere nel gioco”, presentazione con Gilbert Gallo e Giovanni Tortora della nuova trasposizione del Gioco di Ruolo da Tavolo, tradotto nel mondo in 7 lingue, in un gioco di Ruolo dal Vivo tutto made in Puglia
11:00 – 13:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
PAUSA
16:00 salone Federico II – Cosplay Challenge, gara aperta a tutti I cosplayer con premiazione finale
18:00 salone Federico II – “Immaginare il fantasy”, conferenza con Loredana La Puma (autrice della Saga dell’Averon), Daniele Milano (autore di “Il leone e la terra ribelle”), Federica Roppo e Giovanni Tricase (vincitori del concorso letterario Zak Elliot). Modera Vincenzo Membola, redattore TraniViva
18:30 esterno castello – Sfilata in cosplay “Il Signore degli Anelli vs. Trono di Spade”
20:00 salone Federico II – “Melodie dalla Terra di Mezzo” intermezzo musicale per voce e chitarra a cura del gruppo TerraDiMezzo. Presenta Michele Chiego.
21:15 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco”, reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
23:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

DOMENICA 13 SETTEMBRE

9:30 Apertura al pubblico
10:00 salone Federico II – Conferenza “Larp come gioco di Identità Ideali”, con presentazione della ricerca accademica in ambito Psicologico presentata dalla prof.ssa Luciana Picucci e dal Dott. Giovanni Tortora
10.45 salone Federico II – Lezione di lingua elfica a cura di Gianluca Comastri
11:30 salone Federico II – “Il magico mondo di Tolkien: mitologie e ispirazioni a confronto”, dibattito con Manlio Triggiani (giornalista), Gianfranco De Turris (giornalista), Luigi Pruneti (scrittore), Donato Altomare (scrittore). Modera Michele De Feudis.
11:00 cortile d’ingresso – Trucchi a tema fantasy per bambini a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
11:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
PAUSA
15:00 torre maestra – “Fuggite, sciocchi!”, escape room a tema (ingresso su prenotazione)
15:00 salone Federico II – “Andata e Ritorno: dalla mitologia classica al mito di Tolkien”, conferenza a cura di Vittorio Grimaldi
16:00 salone Federico II – “Fenomenologia del Cosplay”, presentazione a cura di Ida Vinella
17:00 18:30 salone Federico II – “Mellon Pursuit” quiz con premiazione a cura delle associazioni MelaEnne e Club del Libro
19:00 salone Federico II – “I Saloni del Fuoco” (replica), reading con canti e danze a cura della compagnia teatrale “Fatti di Sogni”
20:00 salone Federico II – Presentazione del calendario 2016 della Società Tolkieniana Italiana, con Emanuele Manfredi che presenterà il suo testo “Draghi e anelli magici”. Modera Alessandro Stanchi, Consigliere della Società Tolkieniana Italiana.
21:00 Chiusura
Tutta la giornata – Salone Manfredi e Saletta dei Pavoni – Visita libera all’esposizione artistica “Draghi e anelli magici” di Emanuele Manfredi e all’esposizione degli abiti fatti a mano da Veronica Stima e dei diorami della Terra di Mezzo

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“Il momento della partenza…” su Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 giugno 2015 by Michele Nigro

Il saggio su Tolkien e Manzoni “Il momento della partenza. Analogie e differenze tra gli illustri esempi di Manzoni e Tolkien” è stato pubblicato su Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Per leggerlo, cliccare qui.

E nel post che trovate qui invece ho tentato, tempo fa, di spiegarmi il perché (o i perché) di questo scritto.

tolkien manzoni NLE

Nasce l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 1 ottobre 2014 by Michele Nigro

Notizia prelevata da GIAP:

Nasce l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani.

«Difendere la Terra di Mezzo». Il libro di Wu Ming 4 su Tolkien

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 12 settembre 2013 by Michele Nigro

«Difendere la Terra di Mezzo». Il libro di Wu Ming 4 su #Tolkien uscirà in autunno

Leggo su Giap (il blog di Wu Ming) e con piacere diffondo la notizia…

Si intitolerà Difendere la Terra di Mezzo e uscirà per i tipi della casa editrice bolognese Odoya, in autunno. E’ un libro che fa tesoro del lavoro e del dibattito prodotto su Giap nel corso degli ultimi tre anni. Wu Ming 4 ha raccolto i suoi scritti su Tolkien pubblicati sul blog, li ha rielaborati, allungati, rivisti, e ne ha aggiunti altri completamente nuovi. Ne è uscito un saggio diviso in due parti: la prima riguarda il fenomeno letterario; la seconda tratta invece la poetica di Tolkien, entrando nel merito dei testi, con particolare attenzione per gli Hobbit (ma non solo).

Possiamo già anticipare che non si tratta di un libro per specialisti, bensì di un testo divulgativo, che si propone di fare un buon servizio al lavoro dei più ferrati studiosi anglosassoni e italiani, cercando comunque il confronto diretto con le pagine tolkieniane.

In anteprima ecco l’Indice del volume:

PREMESSA: dove il sole non tramonta mai

PRIMA PARTE: Spettri di Tolkien

– Cap. I. Nascita e destino di un fenomeno letterario (1937-1973).

– Cap. II. L’eredità impossibile: Tolkien dopo Tolkien.

– Cap. III. Il grande gioco, il mito, il linguaggio: una teoria non letteraria della letteratura.

INTERMEZZO: Made in Italy

– Cap. IV. Tradizioni, traduzioni e tradimenti: i simbolisti all’opera.

SECONDA PARTE: Le pagine e il paesaggio

– Cap. V. Hobbit e habitat: il giardiniere costante.

– Cap. VI. Hobbit ed ethos: il perfetto gentilhobbit.

– Cap. VII. Un dialogo nel Riddermark: mitopoiesi, etica, rinnovamento.

POST SCRIPTUM: lacrime e sorrisi

FONTE DELLA NOTIZIA: «Difendere la Terra di Mezzo». Il libro di Wu Ming 4 su Tolkien uscirà  in autunno.

Harry Potter e il Dono dell’inconsistenza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2013 by Michele Nigro

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Lo ammetto: non ho letto neanche un libro della Rowling sulla faccenda del maghetto, quindi vi comprenderò se mi etichetterete come “il solito snob”, “quello che giudica senza aver letto” o utilizzerete nei miei confronti insulti simili. Me li meriterò! Ammetto, però, di aver visto in compenso tutti i film tratti dai romanzi fantasy della fortunata scrittrice britannica. Non nascondo, infatti, che possano costituire una valida forma d’intrattenimento serale, quando fuori piove e non hai di meglio da fare o da vedere e il bambino che è in te reclama la sua dose di svago disimpegnato. Ieri sera, dopo aver visto finalmente la seconda parte dell’ultimo capitolo della saga – Harry Potter e i Doni della Morte -, sono stato costretto a confermare la sensazione che mi attanaglia fin da quando ho visto la primissima trasposizione cinematografica della saga: Harry Potter e la pietra filosofale. Una sensazione che potrebbe essere tradotta in una semplice domanda: dov’è la consistenza narrativa della saga di Harry Potter? Direi che non c’è mai stata, e non per una svista della Rowling, bensì per una sua scelta ponderata (quasi scientifica), ripresa in seguito dalla regia delle altrettanto fortunate riduzioni cinematografiche. Qualcuno di voi potrebbe smontare le mie considerazioni dicendo: “Non lo hai letto, quindi stai zitto!” oppure “Mostro che non sei altro, che cosa ti aspettavi da una serie di libri destinati ai ragazzini?” È vero, in più c’è l’aggravante che chi come me ha ricevuto un “imprinting tolkieniano”, difficilmente si adatta a forme più elementari di fantasy. “Elementari” non in senso dispregiativo. La cosmogonia ideata dalla mente e dalla penna del professore di Oxford resta, almeno finora, insuperata e tutte le scritture fantasy venute dopo “Il Signore degli Anelli” sono rami appartenenti, direttamente o indirettamente, in maniera cosciente o inconsapevolmente, al grande e massiccio tronco tolkieniano. E questo la Rowling lo sa! Basti il solo esempio delle analogie riscontrabili tra il personaggio di Albus Silente e quello del mitico Gandalf (i doppiatori italiani non si sono sforzati nemmeno di dare ai due maghi due voci differenti!).

Che sia un’inconsistenza attribuibile ai soli film? Ovvero causata dai tagli nella sceneggiatura ad opera della Warner Bros. e per motivi di lunghezza della pellicola? Non avendo letto i libri (e soprattutto non avendo letto la sceneggiatura originaria) spererei in questa ipotesi, ma una voce dentro di me dice che così non è. Il problema principale della saga di Harry Potter, al di là della responsabilità degli sceneggiatori della casa cinematografica, è che non possiede una trama; o meglio c’è un abbozzo di trama ed è il seguente: “Harry Potter odia Lord Voldemort, e il sentimento è reciproco.” Punto. Tutto il materiale (narrativo e fantastico) che ruota intorno a questa noiosa fissazione è solo abbellimento utile a riempire i sette libri pubblicati nei dieci anni tra il 1997 e il 2007. Non c’è una quest, un viaggio iniziatico; non c’è una fase preliminare che predisponga il lettore-spettatore a una storia importante, non c’è una morale di base necessaria a spingere i personaggi verso scelte difficili da prendere: tutto è abbastanza automatico, meccanico, morbido anche dinanzi a temi come la morte (dovuto al fatto, presumo, che il pubblico da non traumatizzare sia costituito da bambini-ragazzini, gli stessi che navigando in internet conoscono, più di un adulto, i particolari macabri della guerra civile in Siria); tutto è come se fosse predigerito, slegato, già appreso, ripulito, inconsistente come la cultura media delle generazioni a cui il prodotto è rivolto. Le varie scene sembrano avere la stessa tonalità emotiva, lo stesso tipo di tensione, anche quando non succede niente. Gli stessi protagonisti – tanto carini! – sono asettici, quasi freddi, molto Brits, dotati di self control al limite dell’umano, sono in gamba (a volte troppo!) ma al tempo stesso sprovvisti di spessore, e quando nel contesto viene calato dall’alto qualche momento di naturale imbranataggine, sembra fatto apposta per interrompere il piattume perfettino; la loro caratterizzazione, pur essendo spinta dall’autrice e dagli sceneggiatori, rimane sostanzialmente timida e impersonale anche nei momenti clou, e i nostri piccoli eroi si muovono in bolle precostituite che raramente offrono occasioni umanizzanti. I cattivi risultano essere innocui anche quando raggiungono l’acme della loro cattiveria e i buoni non suscitano commozione nemmeno durante quei frangenti in cui l’emotività dovrebbe farla da padrona. Non si percepiscono né rischio, né insicurezza. La morte sembrerebbe essere uguale alla vita.

Solo verso la fine la Rowling – abbandonando finalmente il famigerato motto british “Niente sesso, siamo inglesi!” e accorgendosi che i suoi personaggi, pur essendo inventati, sono in preda a una sacrosanta tempesta ormonale di stampo adolescenziale e reclamano un po’ di vita – introduce timidamente, tenendo sotto controllo con la coda dell’occhio i movimenti di un fantomatico Moige britannico, l’elemento “bacio”. Senza per questo pretendere fin dal primo libro-film la descrizione minuziosa, ad esempio, di scene di sesso sfrenato tra quella serpe di Severus Piton, ovvero la versione stregonesca di Renato Zero, e la gelida vicepreside Minerva McGranitt che sotto le coperte si riscopre donna, prima ancora che maga: si tratta pur sempre di professionisti seri e calati nel loro importante ruolo di integerrimi educatori delle giovani leve di maghetti. Anche se, volendo essere sincero, nell’elemento “bacchetta”, usato per par condicio (o per “invidia penis” direbbero i maliziosi) anche dalle maghette, ho sempre voluto leggere un riferimento subliminale a una sorta di “virile potenzialità” non per forza collegabile, come vi sarà sembrato, a ben precisi “oggetti anatomici” di natura maschile. O forse sì… Già in alcuni cartoni animati della Disney, in passato, vennero introdotti elementi sessuali subliminali in fotogrammi indirizzati a un pubblico infantile. Il binomio genere fantasy-sesso non è una novità per l’ovattato e fatato mondo dell’animazione, non vedo perché non possa riguardare anche i film di Harry Potter. Anche se in questo caso più che di subliminale bisognerebbe parlare di involontarie (?) strizzatine d’occhio.

Scherzi (e goliardiche supposizioni) a parte. La Rowling – questo è ciò che si evince, ripeto, dalla sola visione dei film – è stata brava a far passare come “storia” una serie di elementi collegati tra di loro in maniera schizofrenica, forse per coprire la mancanza di profondità narrativa: il fattore vincente della saga è dato dall’uso di simboli ed elementi non uniti da un collante, ma che risultano intriganti e divertenti agli occhi dei fanciulli e delle fanciulle a cui il prodotto filmico è destinato. È vero che il processo di traduzione-trasposizione-tradimento è quasi sempre di tipo conflittuale, ma a volte, da spettatore rompiscatole della saga filmica di Harry Potter, mi sono chiesto perché un’azione positiva che poteva essere compiuta prima per evitare il peggio, non è stata compiuta: è come se i personaggi vivessero a scatti, senza una logica fluida; è come se le loro decisioni (e le idee della Rowling) fossero rinchiuse in camere a tenuta stagna e solo all’apparenza facenti parte di un tutt’uno omogeneo. Gli innumerevoli “vuoti” narrativi esistenti tra una scena e l’altra, e compensati da simboli stupefacenti calati dal nulla; i “salti” scenici come se i giovani lettori-spettatori sapessero già tutto e dessero per scontate cose che ai miei occhi di “vecchio” tolkieniano ritardato avrebbero dato sostanza all’avventura; gli spostamenti fisici dei personaggi che a volte sembrano collocati nella storia come espedienti per interrompere la noia di una trama apparentemente complessa ma in realtà inesistente; i silenzi e le pause che nella mente del regista dovrebbero donare mistero e magia all’esile trama; tutti questi aspetti confermano invece l’inconsistenza della struttura, rendendo banale e frammentato il messaggio, ammesso che ci sia, contenuto nei libri. È come se la Rowling (o il regista) avesse avuto paura di raccontare veramente, rischiando fino in fondo, e avesse voluto concentrarsi solo sulla voglia di stupire e di aggiungere immagini suggestive ad altre immagini, camuffandole da elementi importanti. Un’inconsistenza che piace, a quanto sembra, e che ha determinato la fortuna economica della Rowling prima e in seguito anche della macchina cinematografica che non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione grassa come questa.

I film di Harry Potter sono piacevoli e belli da vedere, gli effetti speciali sorprendenti, i paesaggi mozzafiato, la verosimiglianza degli elementi fantastici è da manuale. Non mancano le occasioni di riflessione su argomenti solidi: l’importanza della famiglia, l’amore, il dolore causato dalla perdita di un proprio caro e la condizione dei bambini adottati, l’amicizia, la solitudine di chi è costretto a ricevere un’eredità scomoda, la fedeltà, il rispetto per gli adulti e per l’istruzione, la responsabilità, il valore degli anziani, la curiosità e l’importanza di saperi antichi e dimenticati (come la criptozoologia e l’alchimia) che la saga ha il merito di riproporre ai giovani lettori, il coraggio nell’affrontare con determinazione chi ci odia…

Ma è il modo in cui questi fattori interagiscono tra di loro che mi ha lasciato perplesso, almeno stando alla visione dei film tratti dai romanzi. È come se, incredibile a dirsi, a questi film mancasse un certo tocco “magico”!

Questo, però, è solo il giudizio di un “vecchio” babbano.

 

La Signora degli Anelli e la Compagnia degli Anoressici

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2012 by Michele Nigro

La Signora degli Anelli

e

la Compagnia degli Anoressici

E così anche nella Contea giunse la tanto attesa stagione estiva.

Gli alberi ricolmi di frutta matura, i fiori colorati e l’erba alta pullulanti di insetti svolazzanti e felici, i branchi di cavalli atletici e liberi di correre nelle radure intorno a Snelliville, i campi di mais e le grandi pannocchie pronte per essere raccolte, bollite, imburrate e mangiate… Tutta la natura, tutto ciò che esisteva nella Contea durante quel rigoglioso periodo dell’anno, era un omaggio alla bellezza, alla salute. Al sesso.

Il mondo intero, avvolto dal nuovo tepore che allontanava, dopo le prove primaverili, il lungo freddo invernale, sembrava avere in mente una sola cosa: piacersi e piacere in vista di un immenso e stagionale accoppiamento globale.

Froda, davanti allo specchio di casa Bacon, osservava avvilita il suo enorme fondo schiena e i suoi fianchi rotondi e mollicci, degni di un rimorchiatore dei Porti del Nord. Froda era una delle ragazze meno avvenenti del villaggio e la vacanza presso le colonie estive dei Mari Interni della Terra di Mezzo si avvicinava inesorabilmente. Anche quell’anno avrebbe sfigurato sulle spiagge della bellezza standardizzata, anche quell’anno i ragazzi e le ragazze della feroce Compagnia degli Anoressici (anoressici se confrontati con le sue forme!) l’avrebbero presa in giro dal primo fino all’ultimo giorno di vacanza. E lei, mentre toccava con le mani il grasso che adornava le sue cosce sproporzionate, sapeva benissimo che non avrebbe potuto farci proprio niente. Doveva andare così: era il suo destino intrappolato in un corpo sbagliato.

“Il mio tessssoro!” ripeteva spesso il buon Gollum – l’unico che apprezzava Froda per come era – ogni volta che avvicinandosi silenziosamente da dietro le prendeva in mano le grosse tette agitandole nell’aria. Gollum era un altro disadattato di Snelliville: guida turistica nella Terra di Mezzo durante il giorno e di notte impiegato in un sexy shop della Contea, nutriva una particolare e per certi versi patologica predilezione per il sesso con donne di “robusta costituzione”. Froda era la sua diva.

“Non vedi come ti sei ridotto stando con me!?” gli chiedeva spesso Froda, stupendosi per l’immutata passione sessuale che Gollum nutriva nei suoi confronti. Lei non amava Gollum: provava per lui un affetto amichevole e lo usava per soddisfare le proprie fantasie erotiche, per troppi anni seppellite sotto un rispettabile strato di tessuto adiposo. Se avesse avuto un altro corpo avrebbe potuto conquistare uno dei ragazzi della Compagnia degli Anoressici, uno di quelli che puntualmente durante il periodo estivo la insultava per il suo aspetto fisico: l’amore, si sa, sceglie sempre strade difficili e le semplici gioie a nostra disposizione passano il più delle volte inosservate, proprio perché facili da raggiungere o addirittura già raggiunte e quindi inflazionate.

“C’è solo un modo per cambiare le cose!” disse risoluta Froda rivolgendosi all’ingenuo Gollum.

“Ma tu mi piaci per come sei, Froda!” rispose il povero Gollum lasciando i seni della ragazzona in balia della forza di gravità.

“Devo farlo per me!” mentì Froda, pregustando il momento in cui, finalmente snella e tonica come una statua greca, avrebbe sottomesso sessualmente il Principe GranCasso, leader incontrastato della Compagnia degli Anoressici ed erede legittimo del Gran Mandrillato della Terra di Mezzo.

“Ma tu sei il mio tessssoro!” insisteva Gollum.

“Piantala di ripetere sempre la stessa cosa e cercami piuttosto il sito web della Signora degli Anelli…!” ordinò Froda.

“Sei impazzzzzzita?” chiese allarmato Gollum mentre guardava esterrefatto la sua dolce farfallina obesa.

“Lo so che è una maga pericolosa e che in pochi sono tornati dai Boschi della Fibra Vegetale per raccontarlo… Ma devo tentare!” rispose quasi in lacrime Froda, rivestendosi. “Lei è l’unica custode e padrona dell’Anello Bruciagrassi… Un anello magico capace di far scomparire decine e decine di chili, nel giro di poche ore, a chiunque lo porti!”

“Non te lo presterà mai!” disse Gollum sconfortato.

“Lo so… Ma devo provarci!”

“Ma tu mi piaci per…!”

“E basta! Che rottura… Sono io che non piaccio a me stessa! Va bene?”

“Il castello della Signora degli Anelli si trova nella regione dei Boschi della Fibra Vegetale, in cima al Monte Fiato, così denominato per il fiato corto che provoca in chiunque tenti di scalarlo…” l’informò Gollum.

“La cosa non mi spaventa!” rispose Froda.

“E poi vedila in questo modo: già il fatto di scalare il Monte Fiato ti farà bruciare qualche etto di grasso!” disse Gollum pensando di essere spiritoso.

“Fottiti! Masturbatore, cicciofilo, maniaco sessuale, fallito che non sei altro!” sentenziò Froda mentre cominciava a preparare la bisaccia per il viaggio impegnativo verso il Monte Fiato.

La Signora degli Anelli, abitante millenaria del Castello di Weight Watchers sul Monte Fiato, era così denominata per via dei Venti Anelli Magici – uno per ogni dito delle mani e dei piedi – che indossava perennemente: uno di questi, il famigerato Anello Bruciagrassi, le procurava da secoli un aspetto invidiabile. Il suo corpo non conosceva la cellulite, la sua pelle era liscia e morbida, le sue forme sode e incrollabili erano la rara e duratura rappresentazione di una perfezione sovrumana.

Seduta sul suo trono di avorio e con il corpo rivestito di seta finissima, osservava il mondo esterno attraverso la Pettegola Pietra Veggente: “Ecco un’altra cicciona che scala inutilmente il Monte Fiato! Ahahahah!” rise sarcasticamente la Signora degli Anelli seguendo le fatiche di Froda e Gollum mentre si apprestavano a raggiungere, sudati e sfiniti, il castello della maga.

“Sono stanca, però, di trasformare in cinghiali, alberi e pietre tutti quelli che vengono a importunarmi fin quassù!” ammise, stupendo persino se stessa, la Signora degli Anelli.

“Questa volta preparerò ai miei nuovi autoinvitati una sorpresa diversa dalle altre…” aggiunse con tono meditabondo la bella donna che non era certamente priva di una perfida intelligenza e di una saggezza derivante dall’enorme esperienza accumulata nei secoli. Avvertiva che poteva trattarsi di un vero caso clinico e quindi avrebbe tenuto a bada per qualche minuto la tentazione di usare la magia.

“Quanto manca al Castello?” chiese Froda a Gollum che essendo più mingherlino riusciva a muoversi con una maggiore agilità rispetto all’ingombrante fidanzata. “Poco tesssssssoro! Poco!”

“Sono ore che dici che manca poco! Si può sapere quanto tempo ci vuole ancora?” aggiunse Froda in modo alterato dando fondo alle sue ultime energie. E mentre stava per scagliare una pietra in testa a Gollum ecco che intravide, seminascosta da una roccia, la torre ovest del Castello della Signora degli Anelli. “Ci siamo!” urlò soddisfatta, facendo cadere la pietra che aveva in mano.

“Che ti avevo detto?” si difese Gollum.

“Dai, bussiamo!” disse Froda tutta eccitata e dimenticando la triste fama che accompagnava la Signora degli Anelli.

“Aspetta Froda, leggi qui!” la fermò allarmato il povero Gollum che aveva evitato, solo pochi minuti prima, di essere colpito dalla pietra di Froda.

Scolpito su una lapide, vicino all’enorme portone di legno dell’oscura dimora, un avvertimento inequivocabile della padrona di casa:

 “Fermate dunque i vostri speranzosi passi

viandanti ignari e fate obese.

Se qui sperate di ottenere il Bruciagrassi

niente sembreranno le molte offese

quando vi tramuterò in piante e sassi.”

“Il messaggio mi pare chiaro. Andiamocene!” disse allarmato Gollum che voltandosi già studiava con lo sguardo la via del ritorno.

“Dove vai codardo, buono a nulla, omuncolo rinsecchito che non sei altro!” s’impose Froda. “E secondo te, dopo tutta questa faticata io mi faccio fermare da una stupida scritta?”

“No, è che non mi vedo bene sotto forma di travertino!”

“Io busso! Tu fai quello che vuoi, ma sappi che se mi lasci da sola in questa storia non avrai più niente da me…” minacciò Froda.

“Niente, niente?” chiese preoccupato Gollum “Nemmeno i nostri giochetti sotto le coperte?”

“Niente è niente!” concluse Froda.

“Quand’è così, resto… E poi se finisce male e veniamo trasformati in qualcosa, comunque dovremo lo stesso dire addio ai nostri passatempi erotici giù a Snelliville!” riassunse saggiamente Gollum.

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“Il momento della partenza” diventa eBook

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2012 by Michele Nigro

Il mio saggio intitolato “Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien” è da oggi disponibile gratuitamente (qui) in versione e-book (pdf), grazie alla pregevole iniziativa degli amici de “LaRecherche.it” (Rivista Letteraria Libera), nella collana collegata E-book: i Libri liberi de LaRecherche.it.

Roberto Maggiani, curatore (insieme a Giuliano Brenna) de LaRecherche.it, ha le idee molto chiare, e non è il solo in questo periodo florido per l’editoria digitale, sull’argomento e-book: “Pubblicare un eBook permette di ridurre l’impatto ambientale dovuto all’abbattimento di alberi, oltre che una migliore, più mirata e capillare, distribuzione che dona al libro una viva visibilità destinata a perdurare nel tempo.”

Non conoscerò mai del tutto le motivazioni inconsce che mi hanno spinto verso la formulazione di analogie “scandalose” per un certo mondo accademico. Un mondo che in alcuni casi tende a separare in maniera drastica epoche e personaggi a causa di una non dichiarata paura nei confronti di accostamenti considerati audaci ma a mio avviso possibili e necessari. La letteratura per sua natura annulla il tempo e lo spazio, avvicina mondi inconciliabili, dà vita a dialoghi impossibili: tutto questo è realizzabile grazie al fatto che le idee primordiali, gli archetipi da cui derivano i personaggi e i racconti di ogni epoca, sono incorruttibili e la loro validità è costante. Cambia la forma, ma i contenuti tematici si riverberano nel tempo, passando addirittura da un genere letterario all’altro. Non conoscerò mai, dicevo, le motivazioni intime che mi hanno spinto a scrivere questo saggio; posso avanzare solo ipotesi: forse il bisogno di alcuni cambiamenti esistenziali che in maniera inconsapevole identifico nella partenza; l’aver finalmente realizzato che molte delle cose che consideriamo eterne in realtà sono passeggere; che noi stessi siamo di passaggio e che i cosiddetti ‘punti fermi’ della nostra vita sono solo effimere illusioni; il bisogno di compiere viaggi destabilizzanti per meglio apprezzare la tradizione, di riscoprire la ricerca per salvarsi dalla monotonia degli schematismi… La vita è movimento; l’evoluzione è crisi; il dolore a volte è preliminare alla gioia. I luoghi e gli oggetti che amiamo non c’appartengono: il viaggio ripristina la gerarchia dei valori.

La stesura di questo lavoro saggistico (da me ribattezzato ‘cut up intertestuale’), nato da un’idea maturata nel corso del 2010 e forse stimolato dalle varie ‘partenze’ in qualità di viaggiatore che hanno caratterizzato l’estate di quell’anno, ha avuto la possibilità di realizzarsi anche grazie alla provvida lettura di un libro di Marco Santambrogio intitolato “Manuale di scrittura (non creativa)”, Laterza editori. Filosofo del linguaggio all’Università di Parma, Santambrogio presenta in maniera scientifica e meticolosa gli ‘strumenti’ grazie ai quali poter analizzare un testo, costruire un’argomentazione inattaccabile e realizzare la stesura del proprio saggio. A volte un’idea, anche se entusiasmante e valida, ha bisogno di essere disciplinata (soprattutto in ambito saggistico) da una serie di regole da cui non si può prescindere. Con questo non voglio e non posso dire di aver raggiunto l’obiettivo e di aver scritto un saggio inattaccabile, anzi: le numerose e preziose critiche provenienti dal mondo accademico e nella fattispecie dai filologi che hanno onorato il mio scritto leggendolo, mi hanno dato la possibilità di rilevare lacune che necessitano di approfondimenti narratologici e di revisioni pure e semplici dal punto di vista testuale, e m’inducono a pensare a un lavoro in realtà appena iniziato. Ho già cominciato a raccogliere da mesi le critiche costruttive e i consigli di lettura: il risultato di questo processo di autoediting potrebbe coincidere con la nascita di una ‘seconda edizione’ del saggio o addirittura con la distruzione quasi totale della versione proposta in pdf dal sito de LaRecherche.it.

Al di là di questi discorsi ‘escatologici’ riguardanti il mio saggio, posso senz’altro affermare che tutto sommato è stato ‘divertente’ far interagire Manzoni e Tolkien intorno a un argomento che, secondo il mio umile punto di vista, accomuna queste due grandi firme della letteratura mondiale. Affascinanti e a volte anche faticosi ma necessari sono stati i cosiddetti ‘giorni della revisione’: giorni avventurosi, portatori sani di saggezza, giorni che torneranno a farmi visita se deciderò di affrontare una seconda edizione di questo saggio, giorni indispensabili in vista di una probabile crescita letteraria.

L’importante è… partire.

“Il momento della partenza…” su Arenaria n.5

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2011 by Michele Nigro

L’avevo preannunciato in un mio post non recente, precisamente nel mese di Dicembre del 2010. Ora posso finalmente dare fiato alle trombe: è uscito il 5° volume di “Arenaria” (collana rigorosamente aperiodica “di ragguagli di letteratura moderna e contemporanea” curata dal poeta, scrittore e saggista siciliano Lucio Zinna ed edita dalla ILA PALMA di Palermo) contenente il mio saggio intitolato “Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien”. Si tratta di uno scritto a cui ho tenuto e tengo molto, e oggi posso affermare senza ombra di dubbio che la ‘gestazione dell’idea’ e la stesura del saggio sono state fasi tutto sommato “divertenti”, se confrontate con quella “travagliata” di revisione tuttora in atto. E’ vero: ho appena detto che il mio saggio è stato pubblicato, ma questo non significa che la sua ‘messa a punto’ sia terminata, non significa che è un saggio ‘arrivato’… Al contrario: a giudicare dalla serie piuttosto nutrita di risposte competenti da parte di lettori privati e di critiche costruttive ricevute in questi mesi, unite ad alcune analisi “feroci” provenienti dal ‘mondo filologico’ che smontano e mettono giustamente in crisi le zone deboli del mio scritto, pare proprio che l’opera di riscrittura che mi si prospetta davanti sarà difficile, articolata ma al tempo stesso affascinante. Critiche che m’inducono a compiere alcune inevitabili letture d’approfondimento e che precedono la fase vera e propria di “ristrutturazione” del saggio, in vista di una nuova pubblicazione. Scrive Vito Cerullo nell’articolo “Anatomia di un saggio”, pubblicato sul n.7/2005 della rivista letteraria “Nugae”: <<Un saggio non finisce mai, in considerazione della possibilità di modifiche affidate a una seconda edizione; nella primizia del ripensare alla dolce esitante imperfezione ritoccata ogni volta, con la levità del pensiero sugli affanni spastici dello scrivere, e quasi scordata come un sogno dimenticato, fidando poi nella rigiurata fedeltà della memoria. Aver dato vita a questa creatura di forme, significherà averla condannata alla fallibilità, nell’impossibilità (di lei) di potersi negare rifluendo in una dimensione astorica, atemporale, inscindibile da altre materie. Il punto oscuro della vicenda è da ricercare forse nell’ardua comprensione di quando e in che modo tutto comincia.>>

Non ho mai scavato seriamente in cerca delle ragioni inconsce che mi hanno indotto a scrivere questo saggio: forse la voglia di “partire” in senso lato (interiormente e non solo geograficamente); la necessità di sentirsi instabili e fuggitivi ma vivi; il bisogno spudorato di dissacrare, accostando mondi e scritture per alcuni incompenetrabili; il movimento doloroso che di fatto, però, riesce a gabbare la morte e l’ingiustizia. Forse il bisogno di delegare a un dettaglio – la partenza – la responsabilità di suscitare una sensazione d’insicurezza che ci risveglia e ci salva dal torpore di uno schema esistenziale. O forse è stato solo un presuntuoso gioco di analogie forzate tra storie famose e per tale motivo ritenute da alcuni ‘ingessate’.

Ritornerò su questo saggio imperfetto e incompleto. Me lo devo.

In questo numero di “Arenaria” sono in ottima compagnia, come si evince dall’indice del 5° volume.

                                

Waiting for “Arenaria”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , on 2 dicembre 2010 by Michele Nigro

Il mio saggio intitolato “Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien” sarà pubblicato nella prestigiosa collana “Arenaria” (‘collana di ragguagli di letteratura moderna e contemporanea’) curata da Lucio Zinna, edita da ILA PALMA (Palermo).

La stesura di questo lavoro saggistico (da me ribattezzato ‘cut up intertestuale’), nato da un’idea maturata nel corso del 2010 e forse stimolato dalle varie ‘partenze’ che hanno caratterizzato la mia estate, ha avuto la possibilità di realizzarsi anche grazie alla provvida lettura di un libro di Marco Santambrogio intitolato “Manuale di scrittura (non creativa)”, Laterza editori. Filosofo del linguaggio all’Università di Parma, Santambrogio presenta in maniera scientifica e meticolosa gli ‘strumenti’ grazie ai quali poter analizzare un testo, costruire un’argomentazione inattaccabile e realizzare la stesura del proprio saggio. A volte un’idea, anche se entusiasmante e valida, ha bisogno di essere disciplinata (soprattutto in ambito saggistico) da una serie di regole da cui non si può prescindere.

È stato “divertente” far interagire Manzoni e Tolkien intorno a un argomento che, secondo il mio umile punto di vista, accomuna queste due grandi firme della letteratura mondiale. Affascinanti e a volte anche ‘faticosi’ ma necessari sono stati i cosiddetti ‘giorni della revisione’: giorni avventurosi, portatori sani di saggezza, giorni indispensabili in vista di una probabile crescita letteraria.

Per informazioni riguardanti “Arenaria”:

luciozinna@alice.it

Terra di Mezzo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 11 Mag 2010 by Michele Nigro

Terra di Mezzo

Esercizi di libertà

L’esilio di fuochi lucani

di silenzi e sogni gelati

mi offre la chiave

per una ricerca muta.

Nessuno è libero

come chi convive

con la solitudine

nei ricercati mattini freddi.

Fumo di pipa e scintille dal camino

vapori di caffé e panni umidi

passeri e colombi ignari

nei giardini dimenticati

mentre progetto pensieri lunghi,

epici sbarchi presso lidi tolkieniani.

Un caldo bicchiere

in compagnia di Me

e l’Antologia di Spoon River

nutrono i contatti estinti.

Arde la legna antica

nel buio pomeriggio

della contea sperduta

dove l’anima assetata

di libri e verità

attende gli immancabili

giorni del tumulto.

Non chiamatela pazzia

sociopatia, egoismo o misantropia.

Sono semplici e necessari

esercizi di libertà.

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(Lucania, agosto 2009 – foto di Michele Nigro)

La muta alleanza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2010 by Michele Nigro

Prequel n.1

“La muta alleanza”

Agli albori della FutureProg.

Roma – Città del Vaticano.

Su uno dei lati dell’obelisco pagano ricollocato, grazie a un interessante trasformismo secolare, al centro della cristianità mondiale, era stata incisa la seguente frase: “Ecco la Croce del Signore. Fuggite, o parti avverse. Vince il Leone di Giuda. Cristo regna. Cristo impera. E Cristo, contro ogni male, il popolo suo difenda”. L’ultima parte della frase, scelta secoli addietro da Papa Sisto V, possedeva una sinistra e quasi impercettibile somiglianza con un altro stralcio altrettanto celebre ma appartenente al ben più frivolo mondo della letteratura e dell’umana fantasia: “Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella terra di Mordor, dove l’ombra cupa scende.”

Il pensiero dell’anziano cardinale non riandava certamente alla cosmogonia di Tolkien mentre osservava, per l’ennesima volta in maniera estasiata, l’imperturbabile obelisco di Piazza San Pietro dalla finestra del suo appartamento privato su Via della Conciliazione. Si trattava, tutt’al più, di un necessario ripasso interiore prima di affrontare quella fase cruciale e irreversibile della storia.

– Eminenza, mi scusi se la disturbo, il Signor Von Rauff è arrivato – annunciò con voce flebile la fedele perpetua affacciandosi sull’uscio dello studio tappezzato di libri e antichi ornamenti liturgici. Il cardinale, risvegliandosi dalla sua trance mistica, spostò quasi a forza gli occhi dal verticale testimone di pietra e lentamente li diresse verso quella esile figura terrena in devota attesa di istruzioni: – Lo faccia accomodare!

La sagoma mingherlina di Von Rauff, come il tronco di un giovane pioppo tormentato dal vento freddo e impetuoso del nord, oscillò freneticamente tra la porta dello studio e l’anello cardinalizio davanti al quale s’inginocchiò con la chiara e rispettosa intenzione di baciarlo: – Eminenza, grazie per avermi ricevuto! – proseguì con le frasi di rito.

– Siamo noi che dobbiamo ringraziare Lei e i suoi collaboratori per l’eccellente lavoro scientifico finora svolto, anche se si tratta di un lavoro prettamente teorico e, se me lo consente, ancora un tantino acerbo nella sua applicabilità – lo interruppe sorridendo il cardinale invitandolo a rialzarsi. – La stiamo osservando e seguendo con vivo interesse da molto, molto tempo… Lo sa? – aggiunse subito per incoraggiare il giovane ricercatore appena giunto da Berlino con un volo per Roma e ancora palesemente impacciato a causa del recente coinvolgimento del Vaticano nel progetto. Un progetto che durante quegli anni preliminari aveva ricevuto soltanto il silenzioso beneplacito di alcuni arteriosclerotici nostalgici nazionalsocialisti e nella migliore delle ipotesi qualche sostanzioso assegno staccato dal carnet di facoltosi industriali sfuggiti alla farsa giustizialista di Norimberga e capaci di riciclarsi nella ricostruzione di una Germania sconfitta, sì, ma ancora forte e orgogliosa. Molti, all’epoca dei processi di Norimberga, credettero ingenuamente di aver debellato il nazismo tramite quelle ridicole condanne capitali che ebbero solo la duplice funzione di far credere ai tedeschi di aver voltato pagina nel grande libro della storia e al mondo intero che gli americani, da quel momento in poi, avrebbero svolto, anche in Europa, un’attività di “polizia planetaria”.

– Ebbi modo di conoscere suo padre, Herbert Von Rauff, quando era di stanza qui a Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale – il cardinale ricominciò dal passato, mentre passeggiava lentamente insieme al suo nuovo discepolo berlinese nel soleggiato corridoio che dallo studio portava alla cappella personale dell’alto prelato – e all’indomani della capitolazione dell’esercito tedesco lo aiutai a, diciamo così, trovare una nuova patria in cui poter vivere tranquillamente il resto della propria vita.

Il giovane Von Rauff ascoltava, mostrando un’aria apparentemente stupita, una storia che in realtà conosceva alla perfezione perché il tenente colonnello Von Rauff, suo padre, l’aveva raccontata e raccontata decine di volte ai suoi figli durante gli anni del dorato e tranquillo autoesilio uruguaiano, in America latina. – Fu grazie al mio personale interessamento e ad alcuni documenti falsi – continuava imperterrito il cardinale – se riuscì, una volta dismessi i panni di una divisa ormai divenuta scomoda, a riparare in un luogo sicuro. Riconobbi subito in suo padre una vivida fiamma di genialità non sanguinaria, una logica scientificamente applicabile: seppe distinguersi dai macellai del suo “gruppo”. Una genialità, tuttavia, non individuata in tempo e purtroppo non sfruttata quando serviva.

– Anche a causa dell’immaturità scientifica e tecnologica di quei tempi, aggiungerei, – il giovane Von Rauff ruppe finalmente il proprio silenzio con un entusiasmo che piacque al vegliardo – che non offrì alcuna possibilità di sviluppo alle idee lungimiranti di mio padre. Poi la guerra finì come finì… E quindi.

– Ma ho riconosciuto in Lei, leggendo i suoi studi sulla Trasmigrazione genica intergenerazionale, quella stessa fiamma. Solo che questa volta non rifaremo lo stesso errore sottovalutandola, con il rischio di farla definitivamente spegnere, mio giovane padawan.- il cardinale riprese con maggior fervore il suo paterno sopravvento – Come sta procedendo al riguardo?

– Come Sua Eminenza certamente saprà, sto cercando di creare a Berlino una società informatica assolutamente insospettabile e molto benvista dalla comunità scientifica e industriale del mio paese. Una società ancora in fase embrionale ma già potenzialmente impegnata in progetti avveniristici nel campo dei più sofisticati software biomedici – spiegò con un certo orgoglio teutonico il giovane Von Rauff mentre il cardinale gongolava interiormente e tradendo la sua gioia infantile sgranando nervosamente tra le mani un rosario fatto di pietre preziose: – Bene, bene… Molto bene! La sua neonata società riceverà in gran segreto dalle banche vaticane e dalle società scientifiche legate al nostro Stato, tutto l’appoggio logistico ed economico di cui necessita in questa delicata fase embrionale, non si preoccupi. – lo incalzò il cardinale.

– Ma il Santo Padre… Sa? – chiese ingenuamente il giovane, forse in un momento di filiale rilassamento.

– Non diciamo eresie! – il tono del cardinale divenne improvvisamente severo e il suo sguardo non aveva più alcuna traccia della precedente complicità – È ancora troppo presto per informare il Sommo Pontefice e non è neanche detto che debba essere proprio questo Papa a essere informato dei nostri piani. Anzi, a essere sinceri io non credo (Dio mi perdoni!) che l’attuale Vicario di Cristo possegga quella fermezza e quella lungimiranza necessarie per la promozione di un simile progetto. Questo è un Papa eccessivamente popolare e troppo impegnato a giocare con i giovani durante i raduni per occuparsi seriamente della questione ebraica. Dovremo attendere altri tempi. – pronunciò quell’ultima frase con uno sguardo lento e infinito, come di chi sa attendere secoli nascondendosi tra le pieghe silenziose e poco illuminate del tempo.

– Ora vada e mi tenga informato sugli sviluppi utilizzando i nostri canali sicuri, rodati dall’esperienza secolare e impenetrabili – congedò il giovane Von Rauff che rispose visibilmente commosso sussurrando: – Got mit uns!

– Sì, mio giovane e valoroso guardiano della purezza, può esserne certo: questa volta Dio sarà veramente con noi! – concluse il cardinale.

Il vecchio prelato, lentamente, guadagnò la porta della cappella mentre l’ora media incombeva sul ruolino di marcia delle preghiere quotidiane con cui sostenere spiritualmente il mondo. Come per miracolo riapparve la figura diafana della perpetua che avrebbe riaccompagnato il giovane berlinese verso il portone della casa del cardinale; non era ancora pronto per immergersi nuovamente nel piacevole caos della romanitas, ma la perpetua si rivelò cortesemente ferrea nel far rispettare gli orari delle visite.

Il giovane Von Rauff non si allontanò immediatamente dalla casa del porporato; ancora non aveva realizzato l’incontro e soprattutto non aveva metabolizzato a dovere il successo di quel proficuo colloquio. Rimase, infatti, per un paio di interminabili minuti dinanzi alla piccola targa marmorea che campeggiava in alto a destra sul citofono in ottone giallo della palazzina, mentre alle sue spalle una schiera corposa di spagnoli in visita guidata tra le vie di Roma armeggiava con ombrellini e cartine turistiche.

Non aveva più dubbi. La targa non mentiva e sotto il sigillo pontificio che l’adornava c’era scritto chiaramente: “S.E. Card. Joseph Ratzinger“.

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