Archivio per tramonto

Partenza, sera, notte

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 marzo 2017 by Michele Nigro

(partenza)

Treni dolenti attesi

su banchine sospese nell’anima

in compagnia di

speranzosi tramonti,

brune sfumature di soli

svaniti ormai dal viso

tra le passate onde,

e musiche solitarie

in cerca di forze nascoste.

Il momento del distacco

da conosciute

quietudini casalinghe,

in bocca sapore di sfida

fino alla città feroce maestra

tra le braccia di un altro

ignoto familiare caos.

Dolce e malinconico

era il calore serale,

illusorio residuo all’orizzonte

sul lucido ferro binario

della sera d’Aprile.

Passaggio di consegne

sul finire del giorno,

coraggiose promesse

in viaggio verso domani.

(sera)

I colori invernali della natura

scolpiti dall’ultimo sole all’imbrunire

mi salutano, muti.

L’eleganza dell’essenza

l’umile bellezza senza gloria,

il silenzio della semplicità.

Trionfa l’anima nera

sui rumori del mondo.

(notte)

Avrò ancora bisogno di

stelle fisse in gelidi cieli,

di aria notturna

prima della partenza d’inverno.

Avrò ancora bisogno di speranza

sul finire dell’anno,

sopravvivenza agli errori.

Rimani nella luce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2015 by Michele Nigro

Remain in light

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Con occhi sbarrati, saturi di buio

e quella paura di illogiche cecità, agguati nel sonno

restavi sveglio come un’insonne sentinella

cercando punti luminosi, coordinate per vedenti

astronomia da camera

nell’oscuro silenzio di notti orfane.

Rimani nella luce

piccola anima insicura!

In soccorso a riposi spezzati

l’oftalmologia di Morfeo,

ninna nanna scientifica

cantata al tramonto

d’infantili ossessioni.

Logiche autunnali

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2015 by Michele Nigro

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“Lungo il transito dell’apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza”

(“Nomadi”, Juri Camisasca)

 

Logiche autunnali

La gioia perversa del declino

Che cos’è l’autunno se non un’anti-primavera, una meta-stagione, un video reverse della natura, un’idea per canzoni e poesie, l’attesa gioiosamente malsana di un periodo sospeso senza energia e senza speranza, il movimento rallentato verso l’angolo spento di un ciclico andare?

Le ingenue illusioni primaverili e le forzate previsioni generate da un ottimismo solare lasciano il posto a un’assoluta e salvifica mancanza di pretese, non priva di fede: si attende il nulla con fiducia, il letargo dell’iniziativa con un’operosa umiltà, la contemplazione di un’apparente morte stagionale che invece è vita, sobria e sfornita di annunci vacanzieri.

Veni l’autunnu
scura cchiù prestu
l’albiri peddunu i fogghi
e accumincia ‘a scola [1]

Vi può essere felicità nell’immagine statica di muti rami spogli?

Mentre la primavera è un tempo durante il quale il corpo e la mente si preparano all’azione indispensabile e vincente, alla sensualità che previene i rimpianti per le occasioni perse, citate ne “Le passanti” di Fabrizio De André, l’autunno è la stagione del libero arbitrio, dell’atarassia e del disincanto: si può scegliere di seguire l’assopimento pre-letargico dettato dal momento o coltivare una non richiesta intraprendenza fuori tempo.

La sorpresa che possiamo offrire a noi stessi consiste nel traslare una vitalità scontata e pubblicizzata – silenziosamente ma con piglio inesorabile, mentre le foglie cominciano a cadere preannunciando la periodica fine di un necessario slancio riproduttivo – dall’epoca della linfa bollente a quella del freddo esistenziale che nasconde gallerie di ghiaccio percorse a sorpresa dall’aria calda di un’insospettabile passione. La scelta, compiuta in una fase durante la quale – a differenza dell’estate – nessuno pretende niente dagli altri, è più autentica, non sottoposta a pressioni dogmatiche travestite da favorevoli previsioni del tempo che inducono all’impresa.

Ho tentato di vivere ad oltranza

superando la capacità genetica a gioire

ricevuta in eredità dal caso

ma era ridicolo quello strafare inquieto

con cui tradivo la mia natura silente.

Scelsi uno sguardo corrucciato a coprire

la felice verità invisibile agli occhi dell’ovvio,

sviando il giudizio di masse superflue

con rari sorrisi come caramelle per stolti. [2]

L’uomo autunnale, lasciandosi forgiare dal silenzio che ama e cerca, pregusta la landa gelida del futuro imminente di cui sarà protagonista incontrastato il Generale di napoleonica memoria: egli, l’uomo dell’equinozio d’autunno, sorride dinanzi allo schermo grigio e uggioso dell’inverno intravisto all’orizzonte, lì dove altri rabbrividiscono, s’intristiscono, foto-deprimendo il loro ego, rifugiandosi in un nuovo e lontano miraggio primaverile, prigionieri di un ciclo meteorologico senza fine (nonostante, a dire di qualche cittadino non avvezzo alla campagna, non ci siano più le mezze…).

L’autunnalità non è mai stata solo una condizione meteorologica: perché, come recita il titolo di una canzoncina di Dear Jack, “La pioggia è uno stato d’animo”. È realmente autunno solo quando è autunno in te! Ci siamo convinti del fatto che siano le intemperie a influenzare la nostra interiorità emotiva – il che per alcuni, i meteoropatici ad esempio, e nella fattispecie i cosiddetti “depressi invernali” affetti da SAD (Seasonal Affective Disorder), è anche vero – mentre invece è esatto il contrario: vi può essere una “felicità perversa” (perversa per i discepoli della Dea Melanina) in un giorno senza sole, nel rumore della pioggia (“… Odi? La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitío che dura/e varia nell’aria/secondo le fronde/più rade, men rade…” [3]), in un bosco innevato, nei lampi notturni come flash provenienti dalla macchina fotografica di un dio pronto a immortalare l’umana caducità, nell’impari lotta metropolitana a suon di soffiatori e rastrelli contro le feuilles mortes [4] simili a pensieri rinsecchiti raccolti alla fine di un’estate, nel vento forte che prepotentemente s’incunea nelle narici al punto da farci pensare – in preda a un inebriante senso di rianimazione – di non aver mai respirato fino ad allora… Felicità per un peggioramento del meteo che non metta a rischio, sia chiaro, l’incolumità degli abitanti di un territorio, come accade troppo spesso a causa di una trasandatezza amministrativa che sfocia in un dissesto idrogeologico mortale!

Vuoi mettere una giornata uggiosa

nuvole nere in cielo

minacciose e severe come matrigne

con la solare prevedibilità dell’io estivo?

Vorresti paragonare i misterici scrigni

e le magiche elucubrazioni

di un pomeriggio desolato e grigio

con i vortici popolosi delle feste?

“Datemi un temporale

una biblioteca

un gatto nero

… e vi trasmuterò il mondo!”

Un’acquosa aria elettrica

m’invita ad esplorare

i cauti incubi del quotidiano.

Vi ho mai parlato dei danni

che i raggi solari dell’ingenuo

mi causano sulla pelle dell’anima?

Lo spirito casalingo del fuoco

illumina i sapienti libri eterni,

lontano dai percorsi consueti

di un borghese “dì di festa”.

E speriamo che piova ancora. [5]

L’uomo delle solitarie passeggiate su strade di foglie morte ricerca la vita in quei luoghi in cui la maggioranza dei suoi simili ha smesso di cercarla, perché così è stato insegnato loro dal pratico buonsenso di un immaginario collettivo limitato.

E mi piaceva camminare solo
per sentieri ombrosi di montagna,
nel mese in cui le foglie cambiano colore,
prima di addormentarmi all’ombra del destino… [6]

La soddisfazione derivante da un’apparente stabilità esistenziale e la voglia di intraprendere un nuovo cammino a volte sono incompatibili: per cominciare una ricerca (fosse anche solo una quest vissuta nella nostra mente!) occorre avere il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando le proprie comode certezze:

No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo. [7]

E l’inizio di un autunno è il momento propizio per entrare in crisi (dal latino crĭsis, dal greco κρίσις – krísis: “decisione”, “scelta”, “giudizio”, “separazione”…) perché:

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità… [8]

Un’esistenza rallentata ma rigogliosa pullula nei silenziosi sottoboschi tramortiti dai primi freddi mattini, compagni di soli pallidi e senza gloria che attendono di prevalere sulle nebbie come il sole di Austerlitz.

Non fa promesse l’autunno: esso semplicemente è, prendere o lasciare (ma lasciare per andare dove? Ai Caraibi, come quelli che inseguono l’estate per paura del freddo e del fisco?); immobile come la natura in pausa sul bordo nuvoloso dell’inverno; deciso preparatore atletico per tempi duri; severo come chi ha l’ingrato compito di annunciare ai presenti che la festa è finita.

L’autunno è un “tipo serio”, tempo assertivo nonostante il suo essere congiunzione, ma dotato di dolcezza e di comprensione infinite: ti lascia prendere le ultime cose da terra, ti attende sull’uscio, ti fa preparare le valigie con calma, senza la nevrosi dei viaggi estivi, mentre ti illustra con voce sussurrata il programma per i mesi successivi, ovvero mentre ti rivela che in realtà non c’è alcun programma, perché la vocazione dell’autunno è quella di essere zona sospesa dell’andare pubblico, angolo privilegiato per la riflessione che precede il cristallizzarsi degli intenti, attimo transitorio – e non ancora del tutto incantato – verso il gelo definitivo, nel corso del quale prendere le ultime decisioni sfuggite all’afoso caos agostano.

Sembra che ti metta fretta con la sua presenza: l’anno in fin dei conti è agli sgoccioli; ma l’autunno ti lascia libero dinanzi all’inesorabilità del nulla e della morte. Vuole che l’incontro tra te e l’infinito sia onesto e concreto, voluto anche se inevitabile; disintossica il ritmo della vita dalle frivolezze estive per far compiere all’uomo la sua scelta in maniera meditata ed equilibrata.

L’estate sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando grande: lo sai che non mi va [9]

In realtà è bello invecchiare (“…Viva la Gioventù,/che fortunatamente passa,/senza troppi problemi…” [10]); o meglio: è bello raggiungere un’età – diversa per ognuno – in cui saggezza e possibilità di azione, esperienza e progettualità, siano in perfetto equilibrio. Saper convertire il “diventare grandi” da condizione opprimente a ottima opportunità, questo è o dovrebbe essere l’obiettivo del crescere. La fine dell’estate non deve essere vissuta come una feroce deprivazione da parte del tempo, bensì come una parentesi durante la quale analizzare in piena libertà e serenità il cammino compiuto, per raccogliersi in vista di nuove possibilità. E l’autunno, che segue questa fine, è il periodo ideale – più della primavera – per ricominciare: come accade durante l’imbrunire (… clemente è l’imbrunire/balsamo serale per animi piagati… [11]), è il momento in cui, liberati dalla morsa dei raggi solari, ci si confida di più, mimetizzati dalla semioscurità.

Poche le cose che restano alla fine di un’estate
La quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori
Come il dolce malessere dopo un addio. [12]

Le carni espanse e sguaiate, cotte al sole dell’assurdo, rientrano nei ranghi di un’estetica composta; la mente spiaggiata su orizzonti impropri si ricompone pian piano, cercando pensieri semplici e familiari. L’umanità reduce dai flussi migratori del consumismo (in antitesi scaramantica a quelli recenti per disperazione, fame e guerre), spinta da paure ancestrali riproposte dalla saltuaria consapevolezza della sua precarietà su questo pianeta, comincia a trasformare e conservare i frutti raccolti dall’edulcorato entusiasmo estivo. L’uomo-conserva, adoperando barattoli e cotture prolungate, batte in ritirata accampandosi tra le mensole di una dispensa interiore, mentre l’uomo autunnale avanza con vitalità e passo coraggioso sotto le prime dolci piogge, come se si apprestasse a vivere l’occasione irripetibile e fanciullesca di una gelida estate.

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Imbrunire battipagliese

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 agosto 2015 by Michele Nigro

Imbrunire battipagliese

(foto by M. Nigro, “Tramonto ipercromatico dalla mia finestra”)

Tout est pardonné

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 agosto 2015 by Michele Nigro

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Tramonto alla fine del mondo, clemente è l’imbrunire

balsamo serale per animi piagati

tutto è perdonato, le idee archiviate in ordine

nei cassetti profumati di naftalina alcolica

e facili promesse con cui prendere sonno.

Si accendono, luminose lacrime di città lontane,

le tenui luci di speranze nutrite nel nuovo buio

che non esige risposte,

la feroce illuminazione solare

cede il posto a dolci illusioni

notturne come danze sensuali

intorno a fuochi d’agape

intese di pelle e sguardi intimi.

Istinti avvolti dall’oscurità

ballano su morbidi cuscini ancestrali

puntellati di stelle,

si addormenta tra sospiri carnali

l’affanno di un vissuto

che ancora scotta sulla pelle raminga.

Copia di Foto1179

Iconoclastia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2015 by Michele Nigro

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Finalmente muore nel ridicolo la stirpe coloniale

distratta, persa dietro le patetiche sagome

di statisti beatificati

e comici popolari

seppelliti sotto la compiacente lapide

di nostrane furbizie.

Senza pregare alcun dio

cerco unguenti nocivi e profumati

capaci di rendere più morbida

la mia barba irreligiosa e infedele,

a suon di martellante fanatismo

marionette sbriciolano vestigia assolate

di antiche civiltà.

Non mi sorprendono

questi rigurgiti iconoclastici,

infatti cambio canale, annoiato

ritorno alla mia noia.

Nessun meccanismo dura in eterno,

storie che si ripetono nei secoli

e sullo sfondo apatico

di un tramonto occidentale coperto dal cemento

verranno a chiederci del nostro lusso.

video correlato: “Tramonto Occidentale”, Franco Battiato

Train Station

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 ottobre 2014 by Michele Nigro

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Sulla banchina del tramonto

aspetto treni

                                                        leggendo gli scherzi di Ko Un,

il ritorno è più doloroso

del ricordo.

Meno pausa, meno male

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2014 by Michele Nigro

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Vorresti dire addio alle bizzarrie ormonali

del cuore adolescente

alle scelte dettate da un istinto già scritto

antica ripetizione di una chimica passione.

L’amore diventa un’idea sobria,

non sorprende impreparata la carne

diretta al tramonto, ferita e sapiente.

La fremente pausa che un tempo precedeva

il passo violento e fisico verso onde di lenzuola

si trasforma in ammirazione estatica del vuoto.

Platonico sentore per un vissuto ancora fresco

ai margini di una consapevole discesa.

Ripeti il nome di lui, sigillo di stabilità emotiva

per difenderti dalle incursioni

di una nuova giovinezza

che bussa insistente e ironica

alla porta della tua falsa indifferenza autunnale.

VIDEO CORRELATO: Guarda l’alba, Carmen Consoli

Madre&Moglie

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2014 by Michele Nigro

Mamme deformate dalla vita

rincasano senza sorrisi, lente come cammelli

attraversando il deserto della monotonia,

piegate dal peso di delusioni in offerta speciale

e buste gonfie di sogni infranti o mai sognati.

Travasate da una famiglia all’altra

proiettano telenovelas e speranze su figli ingrati

desiderati per tradizione o per caso

mentre preparano cene acrobatiche

a mariti indifferenti e stanchi,

perdendosi l’ennesimo tramonto.

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“L’ultimo tramonto” su Ellin Selae n.96

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 maggio 2010 by Michele Nigro

Come preannunciato in un vecchio articolo di questo blog, sta uscendo in questi giorni il n.96 del bimestrale letterario “Ellin Selae” contenente il mio racconto “L’ultimo tramonto”. Di seguito riporto con piacere (“prelevandolo” dalla rubrica “Il Vaso di Pandora”) il giudizio espresso dai Lettori della Redazione di “Ellin Selae” nella scheda critica relativa ai racconti pubblicati sul numero:

Perché SI

Le ragioni per cui abbiamo pubblicato i racconti di questo numero.

A cura della Redazione.

QUANDO IL TENTATIVO DI ESSERE SÉ STESSI SARÀ DAVVERO PERSEGUITO PER LEGGE.

“L’ultimo tramonto” un racconto di Michele Nigro.

Il racconto appartiene al genere che, partendo dalle premesse attuali, descrive una probabile società del futuro; un genere molto praticato tanto dalla lette­ratura, quanto dal teatro e dal cinema. La società del futuro che viene concepita in questo filone narrativo, essendo una amplificazione delle tendenze in atto, è quasi sempre inevitabilmente piatta, repressiva e massificata…

Come i nostri lettori abituali sanno, non amiamo troppo i cliché letterari e in ge­nere scartiamo le opere che ne fanno uso, tuttavia in questo caso ci sono davvero degli spunti originali e piacevoli alla lettura, come per esempio l’immagine degli ‘amici decorticati’, che è veramente una metafora dell’attualità, giacché anche senza la donazione vo­lontaria del tessuto cerebrale in cambio di borse firmate, immaginato da Michele Nigro nel racconto, molti giovani con­temporanei sono a tutti gli effetti “decor­ticati” dall’omologazione mediatica e dalle chimere delle mode consumistiche. Fortunatamente questo racconto non termina come ci si aspetterebbe (o me­glio; come la nostra immaginazione omologata, appunto, — in questo caso da Hollywood — prevede), ed è proprio questo rompere uno schema retorico che lo rende interessante, anche se lascia il lettore sospeso e, probabil­mente, insoddisfatto.

Dunque niente rivoluzione, niente salva­taggio in extremis, nessun concepimento di neo super-eroi che salveranno il mon­do… Nigro contraddice le leggi della favola, e nell’immaginare un perso­naggio che va controcorrente scrive un racconto che va controcorrente.

Non è questa una incoraggiante devia­zione alle regole precostituite?

E non è questa, ovvero la ricerca di una logica diversa, la vera morale del rac­conto?

Pertanto spiazzare il lettore è dopotutto un sistema per scuoterlo, e dato che il grosso problema del mondo in cui vi­viamo è proprio quello di risvegliare le coscienze dalla letargia dell’eterno pre­sente mediatico, Nigro forse ha scelto l’unico modo possibile per farlo: rinun­ciare allo zuccherino del lieto fine, del messaggio edificante, del lumicino della speranza che rischiara una tenebra osti­nata… E poi non è detto che il racconto finisca qui, anzi, probabilmente avrà un seguito comunque positivo… dove? Perbacco, ma nell’unico posto possibile: laddove la pagina finisce e inizia l’immaginazione dei lettori.”

Per conoscere e per acquistare “Ellin Selae”:   http://www.ellinselae.org

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