Archivio per Turchia

Antologia “Archetipi Poetici”: intervista all’Autore Vittorio Orlando

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 novembre 2018 by Michele Nigro

versione pdf: intervista a Vittorio Orlando

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Antologia “Archetipi Poetici”: intervista all’Autore Vittorio Orlando

 

a cura di Francesco Innella e Michele Nigro

 

Qual è o quale dovrebbe essere, secondo te, la funzione della poesia nella società attuale? Chi fa poesia oggi, come si muove nel contesto socio-culturale o come dovrebbe muoversi?

La funzione della poesia nell’attuale società è quella di risvegliare la coscienza del singolo uomo e di tutta l’umanità. Desideroso di cambiamento, il poeta ha la funzione di sollevare il velo. Di smascherare l’illusione. “Temo l’olocausto di moribonde e frali anime. Veggente di un futuro tragico”.

Come nasce la tua poesia? Potresti “illustrarci” la tua poetica e dirci quali sono le caratteristiche peculiari del tuo linguaggio poetico? Quali poeti ti hanno ispirato?

La mia poesia nasce dalle mie esperienze di vita. Il mio lungo viaggiare nel Mediterraneo. Soprattutto la conoscenza della Grecia, di città come Corinto, Mileto, Atene, del Peloponneso e di tutte le sue isole nel Mediterraneo e della Turchia. La passione per la storia, per l’arte e l’archeologia. Lo stile poetico è classico e moderno allo stesso tempo. Ricercato come è del ricercatore. Scava dentro la terra e dentro il cuore. Mi hanno appassionato le letture dell’Odissea e dell’Iliade di Omero, le opere di Dante e la letteratura classica.

Quale è stato il criterio con cui hai scelto le dieci poesie inserite nell’antologia “Archetipi Poetici”? Quale tra esse ti rappresenta di più?

Ho scelto le poesie che considero più vicine al mio sentire e che sono di monito. Vivo in una nazione che continua a illudere la popolazione con vane promesse e usa il potere nelle forme più diaboliche. I riferimenti nelle poesie sono rivolti a una certa politica di sinistra che si mostra in un modo e agisce in un altro. L’italiano sottomesso e deriso, beffeggiato. Libertà ostentata che nasconde invece il controllo e la totale manipolazione delle menti. L’immoralità dei politici, il potere di controllo e di decisione che le banche hanno, sono questi i temi delle mie poesie. La povertà che aumenta. Non esiste più la classe media. La cultura non ha più alcun valore. Ciò che conta sono i soldi e più ne hai, più hai il diritto di comandare e decidere. Un sistema di forte individualismo, indifferente ai bisogni dell’altro. “Beati i viandanti, che percorrono impervie strade, beati i solitari, beati i saggi che non hanno patria”. Una Patria ormai perduta: “Piango la perduta Patria!”

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Il gatto di Istanbul

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 aprile 2014 by Michele Nigro

La tua acerba innocenza non conosceva

l’inarrestabile crudeltà della strada

maestra di morte.

Avvenne così, nell’indifferenza trafficata

riscoprendo un’orrenda caducità,

macabro scherzo di uno Schrödinger turco.

La testa schiacciata dalla feroce ruota della selezione

dopo giochi spensierati di finte lotte

per allenarsi nella palestra dell’istinto.

Sui marciapiedi di un’esistenza effimera

si dibatteva, calda e fiera

una disperata voglia di vivere.

Immagine assurda, veloce

oscuro presagio all’inizio del cammino.

In un istante tenerezza e incubo coincisero,

insegnando la sottile differenza

tra l’essere e il non essere.

Ancora oggi nei miei pensieri

scelgo un’ignorante cecità

prevedo quella tragica scena non richiesta

e volgo lo sguardo verso occidente

per non soffrire e continuare il viaggio.

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Iniziazione libresca al sufismo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 aprile 2013 by Michele Nigro

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Certi percorsi culturali, spirituali, iniziatici, possono cominciare da un dialogo, da una e-mail, da un’esperienza casuale e quotidiana frequentando un social network, da un dolore che cerca risposte, dal “tormento di una ricerca e dal bisogno mai sopito di spiritualità e silenzio”, da un libro (e finiscono in quel libro senza andare oltre per mancanza di volontà), da una lettura consigliata che può aprirci la porta su un mondo meraviglioso e affascinante… o sul nulla.

“Dimmi, Maestro, da dove posso cominciare? Quali letture posso intraprendere per conoscere il sufismo? Come sei approdato alla conoscenza dei sufi? Qual è stata la tua prima esperienza con loro? Illuminami!”

“Illuminarti? Ehm, non mi mettere in imbarazzo eh! Forse ho esagerato ma ho fatto una selezione e alcuni libri proprio non potevo lasciarli fuori, scegli tu. Inizio raccontandoti che io l’incontro l’ebbi nel 1984, a Palermo. Di quell’evento resta un ricordo indelebile nel mio cuore e qualche foto e una clip, pubblicati nella mia pagina FB. Lo sheykh era Hasan Cikar, il Ney solista era Kudsi Erguner, che – ho saputo di recente – è stato ed è forse tutt’ora il ponte tra i gurdjieffiani della scuola di Parigi e la confraternita dei Mevlevi. È il derviscio che appare nel film di Peter Brook “Incontri con uomini straordinari”.
All’epoca testi in italiano, ma anche in inglese, circa i sufi e il sufismo erano introvabili; io andai a vedere il Sema proprio perché Battiato ne aveva fatto cenno in qualche suo brano. Passarono diversi anni, quando mi sono trasferito a Milano nel 1990 ho trovato la Feltrinelli che aveva una sezione esoterica di tutto rispetto; nel frattempo mi ero letto “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Ouspensky e (parte) dei “Racconti di Belzebù a suo nipote” di Gurdjieff, oltre ovviamente a “Incontri con uomini straordinari” sempre di Gurdjieff.
Cosa ho preso da Feltrinelli, che potrei consigliarti? È un bel problema perché ti conosco appena, mio caro discepolo; se il tuo interesse è specificamente indirizzato verso Rumi ti consiglio “Fihi ma Fihi” (C’è quel che c’è): sono resoconti delle conversazioni tra Mevlana e i suoi discepoli trascritti dal figlio, Sultan Walad, che è poi il vero fondatore della confraternita Mevleviyye; infatti ha organizzato in modo sistematico ciò che ha prodotto il padre dopo l’incontro con Shams-i-Tabrīzī. Il “Mathnawì” è impegnativo e bello, mi intimidisce: sei volumi. L’ha tradotto in italiano Gabriele Mandel e pubblicato Bompiani. Conoscessi il persiano lo leggerei in persiano perché è poesia e nella poesia suono, ritmo e significato si completano. Nel “Fihi ma Fihi” c’è il pensiero di Rumi posto in versi; nel Mathnawì, meno bellezza, più argomenti.
Un libro che trovo molto bello è l’antologia redatta da Eva de Vitray-Meyerovitch, che raccoglie molto materiale tratto dalle opere di Mevlana oltre che da altri sufi; lei era una sufi dunque ha operato con illuminata coscienza – ora sì che ci vuole il termine “illuminare”… Morta a Parigi, seppellita all’ombra del mausoleo di Mevlana a Konya in occasione del Shab-i Arus, anniversario del transito di Mevlana. Il titolo del libro è “I mistici dell’Islam”. Eva de Vitray Meyrovitch ha raccolto perle e le ha disposte in maniera meravigliosa, a mio avviso: apparentemente sembra un’antologia organica redatta da un professore, e lei lo era e di alto lignaggio, ma è uno di quei libri che puoi aprire e trovare la risposta pertinente… è più di un’antologia, te la consiglio perché ti offre una panoramica, ed Eva è morta nel 1999, dunque ha selezionato materiali ancora validi…
Dall’altra parte del fiume, per onestà intellettuale devo menzionare “Sufi” e “Pensiero e azione sufi” di Idries Shah, autore che è considerato malissimo tra i sufi “tradizionali” così come negli ambienti gurdjieffiani… ma siccome io non sono né di questa né di quella parrocchia me li sono letti e li trovo interessanti: sostanzialmente emerge la componente metafisica della tradizione sufi e viene messa in secondo piano la componente religiosa.
Un altro libro che ho letto una volta sola ma utilmente dunque potresti anche considerare è “Il Segreto dei segreti” di Abd al-Qadir al-Jilani, edito da l’Ottava, ma non so se è trovabile.
In ultimo ma non per ultimo “I racconti di Nasrudin” se li trovi, ma sul Web se ne trovano ampi stralci, furono pubblicati da Octagon Press di Idries Shah.
A margine e se davvero la cosa ti intriga, “L’immaginazione creatrice – le radici del sufismo” di Henry Corbin, divulgazione del pensiero di Ibn-Arabi, di cui puoi trovare stralci sul Web, anche in italiano.
Azz… ho finito! Finalmente… Buona lettura!”

“Grazie Maestro!”

“Non ringraziarmi ora: leggili prima e se ti saranno veramente utili per la tua crescita interiore, solo allora, mi ringrazierai…”

“Mamma… li turchi!”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 novembre 2011 by Michele Nigro

Angolazioni storiche ed elogio del viaggio.

L’esistenza che viviamo si basa su una serie, collaudata nei secoli, di ‘punti di vista’ ovvero di porzioni complementari di verità: la verità risultante, fotografata dall’alto, è pari alla somma vettoriale delle singole verità messe a disposizione dalle piccole e grandi comunità etniche che ci illudiamo di omologare in nome della cosiddetta new economy. Non c’è web capace di annullare le differenze mentali e culturali che rappresentano il sale dell’interazione umana.

Viaggiare significa ricercare e registrare queste differenze: non per creare divisioni xenofobe ma al contrario per accrescere la conoscenza personale (diversa da quella ufficiale approvata dai poteri istituzionali civili e religiosi della propria civiltà di origine) e di conseguenza il rispetto di quelle diversità che devono continuare a esistere tra i popoli. Conoscere i punti di vista storici è fondamentale per abbattere la presunzione derivante dalla convinzione errata di possedere una verità assoluta. E per compiere quest’opera di laicizzazione della cultura storica dominante a volte i libri da soli non bastano: occorre andare sul posto per vedere, toccare, sentire gli entusiasmi ‘faziosi’ e i timori della gente nata e cresciuta in un humus culturale diverso dal nostro, per sondare le convinzioni dell’altro provenienti dalla tradizione, per condividere le sue angolazioni storiche consolidate nel tempo. Senza giudicare.

Passare dal Museo Panorama 1453 di Istanbul alla Colonna di Orlando (raffigurante il paladino Rolando) nella piazza principale del centro storico di Dubrovnik (Croazia) nel giro di poche settimane significa valutare, in maniera trasversale e a dispetto dei secoli trascorsi, l’epopea riguardante l’espansione dei Turchi Ottomani verso Occidente (e in particolare nei Balcani) da due osservatori diametralmente opposti: i termini “conquista” e “invasione” convivono ai lati di una stessa verità storica oggettiva. Il tentativo di formare un grande impero musulmano da parte dei turchi ottomani e la cristianità cavalleresca come ultimo baluardo per difendersi da un nemico proveniente da Levante, s’incontrano per dare vita a una visione eterogenea ma completa della realtà storica. Contrapporre le imprese del sultano Maometto II alla Chanson de Roland significa in fin dei conti raccontare quasi la stessa storia, ma da angolazioni diverse: pur trattandosi di epoche e geografie differenti, di istigazioni religiose diverse ma complanari, di protagonisti non coincidenti (e a volte anche inventati per entusiasmare il popolo) che si muovono in scenari storici paralleli ma intercomunicanti.

Assistere all’ammirazione di giovani musulmani dinanzi all’immagine eroica di Maometto II mi ha fatto tornare in mente l’equivalente ammirazione provata da alcuni giovani cristiani posti davanti alla statua di San Giorgio in procinto di uccidere il drago. Non esiste un unico centro e tutto è relativo. Questa consapevolezza mi ha reso più libero e forte, ma anche più solo. Il senso d’appartenenza si nutre di simboli partigiani da venerare.

“Mamma… li turchi!”

Il museo storico PANORAMA 1453 di Istanbul

e alcune paure occidentali.

Durante l’ultimo giorno di permanenza a Istanbul, qualche ora prima di assistere alla Cerimonia Semà dei Dervisci nella vicina Yenikapı Mevlevihanesi, ho trascorso un bel momento presso il Museo storico “Panorama 1453”. Situato fuori le Mura terrestri di Teodosio II, all’altezza della porta Topkapi (facilmente raggiungibile prendendo il tram in direzione Zeytinburnu e scendendo alla fermata “Topkapi”; la struttura museale di forma circolare è individuabile senza difficoltà) appartiene a un modo di “fare museo” relativamente recente per cui il visitatore non subisce più il classico tragitto, a volte noioso, fatto di oggetti e didascalie da leggere pedissequamente (volendo c’è anche quello per integrare le proprie conoscenze) ma viene proiettato in un “evento visivo” (panoramico!) che diventa informazione storica integrata. In un’epoca come la nostra in cui le informazioni sono sempre più veicolate tramite le immagini, riducendo di fatto i tempi di apprendimento e di rielaborazione delle informazioni acquisite in maniera classica, il museo PANORAMA 1453 rappresenta un modo simpatico e moderno di gestire la Grande Storia: vi troverete, grazie a un gioco di immagini statiche artisticamente raffinate – in realtà l’immagine è unica e senza interruzioni, “spalmata” a 360° tutt’intorno al visitatore – e di suoni realistici sconvolgenti, nel bel mezzo (è proprio il caso di dire) dell’assedio da parte delle truppe di Maometto II detto il Conquistatore (Fatih) e della battaglia che ne scaturì per la Conquista di Costantinopoli.

Inutile descriverlo ulteriormente: bisogna visitarlo per capire…

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Voglio vederti danzare!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 dicembre 2010 by Michele Nigro

“… Voglio vederti danzare

come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali…”

Non ringrazierò mai abbastanza Ozke e Can per avermi dato la possibilità, tramite le proficue indicazioni contenute nel loro blog e grazie alle informazioni aggiuntive inviatemi in privato via mail, di assistere alla VERA cerimonia Sema dei Dervisci presso la Yenikapi Mevlevihanesi di Istanbul.

Credo fermamente che uno dei presupposti per vivere il vero Viaggio sia l’autenticità dei luoghi e degli eventi a cui si ha la fortuna di poter assistere. Uno dei pericoli paventati nel blog “Scoprire Istanbul” è proprio quello dell’adulterazione del viaggio che finisce inevitabilmente per diventare “prodotto”. La mancanza di criticità da parte del turista fa il resto!

Sarei tentato di tirare in ballo in questo discorso, facendo un parallelismo tra arte e mistica (concetti, per alcuni, facilmente – e non a torto – sovrapponibili), un fortunato e interessante saggio di Walter Benjamin intitolato “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”: la cerimonia Sema “scimmiottata” un po’ ovunque a Istanbul, rischia di causare – citando Benjamin – la “perdita dell’aura” della stessa cerimonia Sema. Cito dalla fonte sopra linkata: “L’aura, secondo Benjamin, era una sorta di sensazione, di carattere mistico o religioso in senso lato, suscitata nello spettatore dalla presenza materiale dell’esemplare originale di un’opera d’arte.”

Cercare di assistere alla cerimonia dei veri dervisci rotanti credo che sia anche una forma di rispetto verso se stessi in quanto viaggiatori-cercatori e non turisti-consumatori.

Non mi definirei un “esperto” di Sufismo o di Dervisci, né tanto meno posso dire di conoscere bene la figura storica e mistica di Mevlana (a tal proposito: è abbastanza diffusa a Istanbul una pubblicazione, anche in lingua italiana, intitolata “MEVLANA” – edizioni ‘Silk Road Pubblications’ – a cura del Dr. Naci Bakirci, che spiega in maniera interessante e completa il mondo di Mevlana e della confraternita mevlevi; i testi sull’argomento sono numerosi e variegati: questo libro, però, potrebbe essere un’idea da utilizzare come “antipasto” tematico…) ma cominciare una ricerca, soprattutto se spirituale, partendo da un “artefatto” non è proprio il massimo!

Da qui l’esigenza di proibire foto e video, durante la cerimonia Sema presso la Yenikapi Mevlevihanesi, a chi decide di “vivere” un momento mistico e non turistico. Combattere la “sindrome da ricordino” con un simbolismo ogni volta autentico e mai riprodotto che diventa filosofia di vita e insegnamento arcaico.

Quindi, cari amici e care amiche di “Scoprire Istanbul”, se decidete di andare alla Yenikapi Mevlevihanesi per assistere alla cerimonia Sema, cercate di tenere al guinzaglio telefonini con videocamera, macchine fotografiche e aggeggini vari perché tanto non riuscirete a comprendere il segreto della vostra esistenza nell’universo riguardando a casa i vostri gloriosi reportage fotografici più di quanto non possiate fare utilizzando semplicemente gli occhi, il cuore e la memoria.

Il movimento è vita e nel movimento dei dervisci rotanti c’è tutto il significato della nostra vita e prima ancora della vita dell’universo in cui viviamo e da cui spesso ci allontaniamo perché distratti dal non autentico che pervade le nostre esistenze artefatte.

Sarebbe arduo risalire al “primum movens” del mio viaggio a Istanbul: la decisione “tecnica” risale a circa un mese fa, ma i veri richiami insondabili sono vecchi di anni o forse giacevano addirittura nei meandri di una psicologia transgenerazionale non da tutti accettata a livello scientifico. Chissà! Antenati normanni che dall’Italia meridionale sono andati a finire a Bisanzio per motivi commerciali e che oggi mi condizionano indirettamente l’esistenza…

Una cosa però è certa: i Dervisci hanno costituito da sempre il vero traino mistico e musicale che mi ha portato, alla fine, verso Istanbul e verso la Yenikapi Mevlevihanesi.

Istanbul esisteva già, prima ancora di partire, nella mia porzione di immaginario collettivo; forse le contaminazioni scolastiche (la storia di Costantinopoli e dell’impero Bizantino che ha influenzato anche la città di Salerno, a me vicina) e l’esotismo musicale di Franco Battiato hanno completato l’opera benefica di contaminazione spirituale e culturale.

Forse la ricerca autentica comincia quando, ritornati a casa, si abbandona il sogno esotico ed esoterico, ormai cristallizzato in esperienza reale: una volta appurata l’esistenza dei Dervisci, soddisfatta finalmente la sete di conoscenza diretta, “abbattuto” il mito, la mente e il corpo possono concentrarsi, senza più “tensioni turistiche”, sull’insegnamento di Mevlana.

C’è un ponte che unisce ufficiosamente tutte le zone mistiche (non “vaticanizzate”) delle religioni del mondo andando da S. Francesco a Silvano del Monte Athos, da Mevlana a Giovanni della Croce… Quello stesso ponte che mi ha permesso di assistere steso sui tappeti della Yeni Cami, senza per questo dovermi giustificare con qualche autorità religiosa, a una delle cinque preghiere giornaliere del buon musulmano. Ciò che è sacro per te, lo è anche per me: indipendentemente dalla “religione di stato” a cui s’appartiene per una questione di ‘registrazione parrocchiale’ e anche se non capisco ciò che dice il muezzin…

E ora… voglio vedervi danzare!

(articolo pubblicato come commento il 6 agosto 2010

sul blog Scoprire Istanbul)

Il ritorno a casa e il “jet lag” psico-culturale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 agosto 2010 by Michele Nigro

“Non ritornare mai,

andare sempre in giro,

produrrebbe un’ebbrezza da derviscio.”

(da “Filosofia del viaggio” di Michel Onfray)

Non si ritorna mai completamente da un luogo.

Ritorniamo con il corpo perché abbiamo un biglietto con una data per il rientro e non vogliamo perdere i soldi spesi, e una vita che ci richiama all’ordine (per “vita” s’intende una serie effimera di convenzioni linguistiche, culturali, sociali, storiche, economiche che crediamo – autoconvincendoci! – di non poter sradicare).

Mentre cospargiamo la scrivania di foto, taccuini, cartine, libri, cd musicali acquistati in loco, scontrini, biglietti, residui di ciò che per un po’ è stata la nostra moneta; mentre laviamo i panni sporchi e riponiamo la valigia nell’armadio che odora di naftalina, ci accorgiamo di aver lasciato indietro una parte non secondaria di noi, la mente: di aver disseminato onde cerebrali nel luogo visitato al punto tale che subiamo uno svuotamento psichico durante la fase del ritorno. Non rientriamo mentalmente, ma solo fisicamente. Un bel guaio! Forse…

I sintomi del “jet lag” psico-culturale variano da viaggiatore a viaggiatore: l’isolamento è uno dei principali. Il comune senso d’appartenenza (quello stesso senso che fa inviare al turista decine di inutili cartoline in patria, dimostrando così di non essere mai partito!) ancora non deve entrare in scena per rovinare tutto: isolarsi per difendersi e per conservare intatti e senza “inquinanti culturali” gli insegnamenti dei cinque sensi stimolati durante il viaggio.

Eppure Istanbul non è una città, per certi aspetti, tanto diversa dalle altre capitali europee: tram, grattacieli, supermercati, metropolitana, autostrade trafficate, banche, polizia, problemi condominiali, gente che va avanti e indietro indaffarata… L’isolamento, dunque, non serve a farci riprendere fiato come se avessimo vissuto un’esperienza traumaticamente differente se confrontata con il nostro stile pratico di vita “occidentale”: l’auto-esilio è l’unico mezzo che abbiamo, ritornando a casa, per preservare l’ideale coltivato e messo alla prova durante il viaggio stesso. Ci si isola nella propria dimora per continuare il percorso interiormente e per rintracciare quella ricerca primigenia (causa del nostro viaggio) per un attimo distratta o addirittura “coperta” dalle incombenze pratiche legate al taxi da prendere, all’hotel da individuare, al piatto da ordinare, al bagaglio da non perdere… Sfruttando la “succursale” della nostra anima lasciata a Istanbul come una sorta di sentinella, creiamo un ponte tra il corpo spossato in fase di recupero energetico e l’ideale (impreparato e infantile) che c’aveva spinto sull’aereo. “Nella fatica del ritorno – scrive Onfray – si preparano le sintesi a venire”. Sintesi che cristallizzano l’esperienza e indirizzano la ricerca verso obiettivi più nitidi e meno epici: l’iniziale entusiasmo basato sulle ipotesi e sulle mille piacevoli paure dell’ignoto, lascia il posto a una nuova energia più consapevole e pacata, ma arricchita di nuovi elementi culturali e sensoriali. Il viaggio, in un certo qual modo, continua.

Istanbul non è una città normale ma una “terra di mezzo” dove dialogano realtà apparentemente lontane e inconciliabili; un faro filosofico e spirituale per l’occidentale insoddisfatto…

Si ritorna sempre, quasi per caso, durante un fine settimana, a Parigi o a Londra per riprendere “discorsi occidentali” che impregnano già il nostro modo di essere europei. A Istanbul, invece, si decide di ritornare a posta per motivi vitali, perché dobbiamo recuperare noi stessi, perché siamo costretti ad andarci a riprendere l’Io smarrito sotto le Mura terrestri o a Ortakoy: una parte di noi, infatti, è rimasta lì a circolare tra le strade in cerca di alterità e di vero confronto con sé stessi e con il mondo.

Un viaggio a Istanbul non si risolve mai: ce ne accorgiamo dal fastidio che proviamo nel dover condividere gli aneddoti banali con chi è rimasto a casa; aneddoti riassuntivi che generalmente soddisfano il turista ma non il viaggiatore. L’ascesi intellettuale, seppur libresca, ci salva dal fastidio del ritorno e la riorganizzazione del materiale raccolto ci fornisce una traccia culturale da seguire per tenerci occupati… E per non impazzire!

(foto: M. Nigro)

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