Archivio per U.S.A.

I Ragazzi di via Panisperna

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 aprile 2017 by Michele Nigro

versione pdf: I Ragazzi di via Panisperna

Film lunghissimo, mai noioso. Nell’incipit viene descritto lo “scherzo” in stile futurista da parte di un gruppo di studenti di Fisica ai danni del “vecchio” Guglielmo Marconi, visto ormai come la personificazione di una forma di “passatismo scientifico” che non lascia spazio alle nuove scienze, alle nuove idee appena sognate e non ancora dimostrate, ai suoi giovani e scalpitanti protagonisti. Siamo in piena era fascista, il sapere e le scoperte scientifiche devono assecondare i sogni di gloria dell’uomo solo al comando e del suo impero, non c’è spazio per le farneticazioni teoriche. Eppure, invece di essere puniti dal preside Corbino, gli irriverenti goliardi vengono incoraggiati a proseguire sulla nuova strada e coordinati nelle ricerche dal professore Enrico Fermi firmeranno importanti scoperte nel campo della fisica nucleare. Accanto a Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Edoardo Amaldi, si distingue per genialità e sensibilità (scambiata dalla maggior parte dei conoscenti per fragilità) la figura “misteriosa e unica” di Ettore Majorana. Due tipologie umane, due caratteri scientifici, due linee parallele che, contrariamente a quanto stabilito dall’assioma geometrico, s’incontrano spesso per poi separarsi, ma è un avvicinarsi asintotico: Majorana, pur contribuendo alle scoperte e spesso anticipandole senza tuttavia renderle pubbliche, non si integrerà mai del tutto all’entusiasmo scientifico del gruppo, ne resterà sempre ai margini.

Dal film, che segue giustamente la trama storica dei traguardi scientifici caratterizzanti un’epoca gloriosa della ricerca scientifica italiana (passando dalla radio di Marconi alla radioattività di Fermi!), emerge soprattutto la particolarità psicologica di Ettore Majorana, e non solo per il misterioso epilogo della sua storia personale quanto piuttosto perché rappresentò uno scomodo “mezzo di contrasto” scientifico e di pensiero non solo all’interno del gruppo di scienziati di via Panisperna ma anche nei confronti di un intero periodo storico delicato.

Nel film di Gianni Amelio bene è evidenziato il disagio esistenziale di Majorana che convive e spesso si scontra con il pragmatismo di Fermi e gli altri ricercatori: ma non si tratta di un disagio invalidante, anzi; l’essere un tipo silenzioso, la voglia di solitudine, le oscillazioni caratteriali, il suo schermirsi dai sentimenti, distraggono l’interlocutore dal suo essere invece un intelligente anticipatore. Un’anticipazione che non si manifesta solo attraverso una straordinaria velocità di calcolo matematico ma anche per mezzo di una visione del mondo che lo rende inevitabilmente un emarginato. Un'”emarginazione geniale” che, nonostante tutto, lo condurrà in Germania al fianco di Heisenberg… Il suo essere un critico anticipatore ebbe per alcuni il sapore dello sberleffo: i traguardi di Fermi e dei ragazzi di via Panisperna – la scoperta sbandierata degli elementi Ausonio ed Esperio, fin dalla scelta dei nomi, denunciava un’autoreferenzialità tipica del regime fascista e un entusiasmo scientista non supportato da una visione d’insieme lungimirante – furono in un certo qual modo tenuti a debita distanza dallo stesso Majorana, forse perché lo scienziato siciliano aveva già preconizzato il loro maldestro utilizzo per scopi bellici (come a breve distanza di tempo sarebbe avvenuto!).

Se fossero stati gli americani a realizzare il film, sicuramente avrebbero aggiunto qualche effetto speciale mirabolante per meglio sottolineare gli argomenti di fisica atomica: invece vi è una scena importante, nella sua estrema semplicità, che vale l’intera pellicola anche senza il supporto di effetti; quella in cui un Majorana sconvolto e paranoico spiega a uno studente impaurito, sorpreso a mettere ordine nell’aula del dipartimento di Fisica, che nel nucleo non vi sono protoni ed elettroni – come affermato dallo stesso Fermi – bensì protoni e delle non ancora definite “particelle fantasma” (ovvero i “protoni neutri”)… E poi, mostrando allo studente la punta di una matita, afferma che se la punta è il nucleo dell’atomo, bisogna immaginarsi l’intera aula occupata dagli elettroni orbitanti e non più relegati all’interno del nucleo. Le capacità visionarie di Majorana, corroborate dal calcolo matematico, sembrerebbero non voler contribuire al successo di Fermi ma sono volutamente tenute a freno: più volte nel film il personaggio di Ettore Majorana dà fuoco ai propri preziosi appunti contenenti formule matematiche in grado di dimostrare in anticipo teorie fisiche importanti a cui i suoi amici di via Panisperna giungeranno col solito distacco temporale; come a voler tacere pur sapendo, per paura di dare forma concreta alla propria consapevolezza matematica.

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“The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 gennaio 2017 by Michele Nigro

Comunicato stampa

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Il 4 gennaio diventerà ufficialmente il “Day Of The Doors” a Los Angeles e iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta a festeggiarlo con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri

Sono trascorsi 50 anni dall’esordio dei The Doors: era il 4 gennaio 1967 e l’omonino debut album usciva per Elektra Records. Per festeggiare il 50esimo anniversario, il “Day Of The Doors”, anche iQdB Edizioni di Stefano Donno è pronta con “The Doors in direzione del prossimo whiskey bar” di Giuseppe Calogiuri.

“Ci vuole coraggio. Sì, ci vuole molto coraggio nel chiedermi di scrivere una prefazione a un libro su di una band degli anni ’60. Perché, anche a voi che leggete, qual è il primo pensiero che vi viene in mente? Sicuramente uno di quegli insopportabili gruppi frikkettoni, hippie, pacifisti, lenti e insulsi sul modello di Mamas&Papas o Jefferson Airplane (ne sono certo). Per fortuna, anche in quegli anni terribili dal punto di vista musicale qualche luce affiorava nel buio. E, forse, una luce più di tutte, quella di The Doors! Ed è di questa luce che questo libro vi parla. Meglio, ve la racconta. E Giuseppe Calogiuri, conoscendo questa mia debolezza, ha saputo trovare lo strumento e il coraggio giusto. Ma, forse, è necessario andare per ordine… Il 4 gennaio 1967 The Doors pubblicano il loro primo album omonimo. Non siamo in un anno qualsiasi, quel 1967 segnerà la storia degli Stati Uniti, prima, e dell’intero mondo occidentale, poi. Già da qualche anno le forze armate di Washington combattono lontano da casa una guerra non ufficiale. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, il “progressista” John F. Kennedy ha cominciato a prendere i ragazzi del suo paese per scaraventarli dall’altra parte del mondo. The Golden One (citando The Human League), figlio di una famiglia arricchitasi spropositatamente grazie al commercio illegale di alcol, ha precipitato gli Stati Uniti nel fango del Vietnam. Il suo successore, Lyndon B. Johnson, ha continuato il lavoro. Anzi, lo ha portato alle estreme conseguenze. Il 7 agosto 1964, il Congresso americano – approvando la H.J. Res. 1145 (conosciuta come la “Risoluzione del Tonchino”) – ha consegnato al Presidente un assegno in bianco per portare le truppe ovunque ritenesse necessario. È l’inizio della presidenza imperiale. E’ anche l’inizio, in pratica, della coscrizione obbligatoria per i giovani americani. Quella carne fresca serve. È indispensabile per combattere nelle paludi e nelle giungle del sud-est asiatico. Nel 1968, saranno ben 500.000 i soldati impiegati in Vietnam (con infiltrazioni anche in Cambogia e Laos per inseguire i charlie). In questo clima, le Università sono le istituzioni che, più di altre, risentono della guerra. I ragazzi che “vincono” alla perfida lotteria della coscrizione hanno solo tre scelte: 1) accettare l’arruolamento; 2) scappare, magari in Canada (come Jack Nicholson); oppure 3) scegliere la strada dell’obiezione di coscienza. La terza è una scelta difficile, ti mette fuori dalla società e, per questo, ci vuole un coraggio enorme. Un campione sportivo all’apice della carriera rifiuterà più volte l’arruolamento e il 20 giugno del 1967 sarà giudicato colpevole di tradimento. Quell’uomo era Muhammad Ali! Una nuova strada doveva essere trovata. E qui la musica sarà fondamentale come mezzo di aggregazione per tutti coloro i quali volevano fare qualcosa. Il 1967 regalerà alla costa occidentale degli Stati Uniti la Summer of Love e al Vecchio Continente la spinta alla rivolta studentesca, che in Europa inizierà nel maggio dell’anno dopo. La scintilla partita dall’Università di Berkeley, in California, diventerà fiamma viva in altri atenei, per trasformarsi in incendio a Parigi. Il Monterey Pop Festival del giugno 1967 sarà il pretesto che permetterà agli studenti di unirsi, confrontarsi e cogliere tutti i segnali che artisti come Jimi Hendrix o The Who sputavano dal palco. Segnali che, in un modo o in un altro, volevano dire rabbia. Beh, The Doors sono figli e, insieme, strumento di quella rabbia e di quella società americana che è confusa e terrorizzata dai suoi stessi leader. Una società che ha visto cadere i propri miti politici con l’assassinio di Kennedy, o quelli sportivi, con l’arresto di Ali, e che vede, continuamente, partire i propri ragazzi verso luoghi lontani e impronunziabili per tornare, poi, in casse avvolte dalla bandiera a stelle e strisce. Una generazione di giovani e adolescenti che si rifugia sempre più nelle droghe. Magari nuove droghe come l’LSD, che aprono nuove porte. E queste porte sono quelle già narrate da William Blake e che Jim Morrison, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore faranno proprie e attraverseranno con l’arroganza, l’incoscienza e la rabbia dell’età. Arroganza, incoscienza e rabbia che non si possono non condividere e abbracciare. Abbracciare anche da parte di chi, come me, è cresciuto con e nel punk, prima, e nella new wave, dopo.

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“ALBURNI” un film di Enzo Acri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 maggio 2016 by Michele Nigro

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COMUNICATO STAMPA

CINEMA: CON “ALBURNI” ENZO ACRI RACCONTERA’ LE VITE DEI MIGRANTI DEL MERIDIONE

IL REGISTA NAPOLETANO TORNA ALLA MACCHINA DA PRESA CON UN FILM SUL DOPO GUERRA

Le emozioni e le paure dei migranti del Meridione d’Italia, parallelo casuale ma non troppo di quelle dei migranti d’oggigiorno dal Meridione africano, faranno da fil rouge alla nuova opera di Enzo Acri, il regista napoletano già apprezzato dal grande pubblico con “Un camorrista perbene” del 2010 e dagli addetti ai lavori con il docufilm “Nisida storie maledette di ragazzi a rischio” : un lavoro, quest’ultimo che gli è valso riconoscimenti sia dal San Francisco University College di Brooklyn che dal presidente del Burough di Brooklyn Marty Markowitz.

Il nuovo progetto cinematografico di Acri, attualmente in lavorazione, si chiama infatti “Alburni” ed è prodotto dalla Penelope Film con Angeloni Cinematografica ed il patrocinio del Parco del Cilento, dalla Comunità Montana Alburni, Comuni del territorio e Campania Film Commission.

“Si tratterà – ha spiegato il regista – di un film in costume ambientato nei primi anni del Dopo Guerra, indirizzato ad un pubblico di Italiani nel mondo che sono alla continua ricerca di storie, usi, costumi e prodotti tipici dei loro territori d’appartenenza e pezzi dei ricordi tramandati loro dai nonni nel tempo. L’obiettivo è portare in luce un pezzo di storia ed al tempo stesso valorizzare i paesaggi, i prodotti e le eccellenze campane in giro per il mondo”.

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PROGETTO ITALIA ARTE MUSEO MIIT – MIAMI per artisti

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 21 novembre 2014 by Michele Nigro

bando in PDF: PROGETTO ITALIA ARTE MUSEO MIIT – MIAMI per artisti

PROGETTO ITALIA ARTE MUSEO MIIT - MIAMI per artisti 1

Born on the Fourth of July

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 novembre 2014 by Michele Nigro

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Potrai dire un giorno

d’aver creduto, sbagliando

sacrificato gli anni migliori

veduto passare l’amore

senza poterlo cucire sulla pelle

tradito da una fede inutile.

Potrai dirlo,

d’aver capito troppo tardi

quali cose valgono e quali

solo propaganda del nulla

al potere, malsana bandiera di patria a luglio.

Un cieco ideale uccise la vita vera

la sua ridicola essenza casalinga, non eroica

sul fronte della ragion di stato,

reduce da te stesso

trascini quel che resta dell’orgoglio

lungo strade impotenti di sguardi pietosi

sofferta sopravvivenza all’errore.

Generazione ingannata, fottuta

illusa delusa abbandonata

ricominci a vedere con occhi nuovi

prima ancora di camminare

su gambe vecchie

code inermi di sirene in congedo.

Potrai dire un giorno, moderno Francesco

di aver amato comunque e con più forza

aggrappato al ricordo ubriaco

di un’esistenza che non ritorna.

a Ron Kovic

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Generation

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 luglio 2014 by Michele Nigro

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Non morirete di pacifica noia

figli e nipoti del futuro!

Nuove leve per un ciclico terrore

concepite all’ora di cena tra dolori

oscurati sulle tv dell’impero sensibile

nasceranno puntuali e cieche

scivolando fuori da placente rabbiose

di allignate ingiustizie occidentali.

Pleasantville: una vita a colori o in bianco e nero?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 marzo 2013 by Michele Nigro

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Che cos’è che dona colore alla vita? Quali e quanti colori abbiamo a disposizione? Siamo consapevoli del nostro colorito inespresso o crediamo di dover vivere solo in bianco e nero perché così c’è stato detto? C’è sempre un fattore scatenante che cambia le carte in tavola, creando nuove sfumature esistenziali. Ma sappiamo riconoscerle, accettarle, coltivarle? Non sempre: spesso abbiamo bisogno di un aiuto esterno, di un occhio straniero, di un germe “alieno” capace di alterare la consuetudine della quotidianità. E poi chi stabilisce le regole? Noi e il nostro gnosticismo o una forza che per comodità definiamo “superiore”?

Nel film “Pleasantville”, diretto da Gary Ross, viene riproposta in salsa nostalgico-maccartista la versione anni cinquanta del Mito della Caverna di Platone: similmente alle ombre interpretate come reali dai prigionieri della caverna, gli abitanti di Pleasantville credono fermamente nella loro realtà in bianco e nero. Solo i sentimenti e le forti emozioni vissute sulla propria pelle possono dare colore alla vita: l’apparente perfezione in cui molti credono di vivere è rappresentata da una triste e misera scala di grigi di cui ci si accontenta perché il colore non è conosciuto. E non possiamo desiderare ciò che non conosciamo: possiamo, nella migliore delle ipotesi, solo intuire l’esistenza di un’altra condizione, anche se la vera e propria conoscenza avviene grazie a dei precisi eventi. La liberazione dalle catene può verificarsi facendo fede sulle proprie forze culturali e spirituali o, come nel film, per mezzo di elementi scatenanti provenienti dall’esterno, da mondi non esplorati: quando questo accade gli oggetti e le persone si colorano magicamente, mostrando una realtà non contemplata. Il confronto e l’esperienza scardinano i nostri schemi, alterano la sequenza delle azioni, stimolano il potenziale inespresso, inducono a fare domande del tipo “Che cosa c’è fuori Pleasantville?”, e i colori creano una salvifica imperfezione cromatica non accettata da tutti e scambiata per una malattia passeggera: mentre alcuni attendono inconsciamente la trasformazione-liberazione e l’accolgono con gioia e curiosità, altri reagiscono violentemente alla diversità, al cambiamento, alla comparsa del colore: “meglio in bianco e nero che a colori”, parafrasando il noto motto anticomunista del periodo maccartista “Better Dead than Red”.

Pleasantville è la classica cittadina statunitense degli anni ’50, somigliante per certi versi alla città lineare di Paul Di Filippo e al mondo artificiale di The Truman Show, un perfetto modello di recitazione sociale, di semplicità, benessere, bellezza e cordialità, di esistenza equilibrata e sana: l’unico modo per vincere la “guerra fredda” prima che si riscaldi, per rispondere in maniera efficace alle minacce esterne anticapitaliste e ai disvalori veicolati dal comunismo, è quello di creare una società omogenea, conformista, priva di dubbi, sicura nella sua programmata ignoranza, fondata su principi incorruttibili, distratta e felice.

Pleasantville è il modello culturale vincente di un’America che, forse, non esiste più o esiste in altro modo: qualsiasi alterazione di questo equilibrio non è gradita. C’è chi intravede in questo schema piatto un’isola felice (nostalgia di un’epoca mai vissuta?), un rifugio inventato per non soffrire, presso cui smaltire le insoddisfazioni della realtà degli anni ’90: come accade al protagonista David Wagner (proiettato in Pleasantville nei panni di Bud Parker) interpretato dall’attore della porta accanto Tobey Maguire. La sorella, la “traviata” Jennifer Wagner (Mary Sue Parker), proveniente da un presente eterogeneo, ricco di opportunità e di libertà, quando si accorge di essere prigioniera della sitcom in bianco e nero intitolata “Pleasantville”, sbraita in direzione del fratello: “Noi dovremmo essere a casa! Dovremmo essere a colori!” Anche per chi proviene da una realtà vivace (per non dire nevrotica) come quella del ventesimo secolo in cui nulla sembra riuscire a stupire i giovani vaccinati e maliziosi, il cambiamento risulta traumatico. E non sempre l’involuzione è vissuta come un’occasione di purificazione e di ritorno a un’esistenza lineare e più ordinata. Anche se le sorprese e le scelte impreviste non mancano: il piacere della scoperta di spazi interiori inesplorati, il raccontare (o inventare) una storia come atto creativo, la lettura di un semplice libro in un mondo in cui la televisione e internet non hanno ancora preso il sopravvento, possono fare breccia nell’anima sbarazzina di una adolescente dei nostri giorni e nei giovani acerbi di un luogo che non esiste.

Il colore che irrompe in Pleasantville (e che qualcuno tenta di coprire sotto uno strato di trucco grigiastro) è anche il colore della mente, della cultura, dell’arte visiva che educa al bello, dei piaceri sessuali quali elementi fondamentali dell’esistenza, del sapere proveniente dalla lettura che fa scoprire mondi ed esistenze infinite e senza limiti geografici. È la scoperta del sapore di cose nuove: come nella scena, presa in prestito dal paradiso terrestre del libro della Genesi, in cui una ragazza offre a Bud Parker una mela appena raccolta, senza la perenne persecuzione del peccato. La conoscenza prima del dogma!

I libri, elementi eversivi e destabilizzanti, saranno bruciati dagli abitanti conservatori e inferociti che, ancora prigionieri della loro condizione in bianco e nero, riconoscono nella lettura e nell’arte in generale i sintomi di una pericolosa metamorfosi: e il pensiero corre verso il “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e la notte dei cristalli della Germania nazista, lì dove la “paura del colore” e il pregiudizio si trasformano in violenza. La piacevole cittadina americana dove non piove mai, non scoppiano incendi e dove i water non esistono, conosce così il razzismo, l’intolleranza, la segregazione (i “colorati” non possono sedere accanto ai normali, a quelli in bianco e nero), perdendo la propria verginità ideologica e sentimentale. Le rivoluzioni, anche quelle culturali, all’inizio esigono un prezzo da pagare. E solo gli audaci sono capaci di colorare le proprie esistenze.

Gli ingenui abitanti di Pleasantville – diretti ormai verso una colorata consapevolezza – ricevono in dono i colori e l’interruzione delle abitudini; anche i due ragazzi provenienti dagli anni ’90 escono trasformati da questa esperienza fantastica: riscoprono valori dimenticati e potenzialità da un angolo visuale assolutamente inatteso e surreale. Anche loro, come gli abitanti di Pleasantville, devono compiere un cammino interiore per la conquista del colore.

Dedicato a chi sta dimenticando di colorare la propria vita.

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Beat: beati o battuti? (1967 – 2007)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2013 by Michele Nigro

<<… Il 40° anniversario della Summer of love del 1967 – a San Fran­cisco – è, in realtà, solo un pretesto utilizzato da noi per parlare d’altro: i fermenti culturali beat erano già cominciati da un bel po’ di tempo. Dalla fine della seconda guerra mondiale (affondando le lunghe radici in Walt Whitman, William Blake, Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Aldous Hu­xley…) fino alla metà degli anni 60, furono realizzate le pre­messe da cui scaturirono gli eventi successivi, quelli – tanto per intenderci – che culminarono nel “mitico” e cinematografico 1968, e che ormai fa parte prepotentemente dell’imma­ginario collettivo (riassunto nel famigerato e riduttivo “sesso, droga e rock’n’roll”) solo grazie ai luoghi comuni diffusi nel mondo dall’industria filmica di Hollywood e ad alcune noti­zie di cronaca ormai passate alla Storia.

Sulla beat generation, alla quale appartenne un gruppo ristret­to ma combattivo di scrittori e poeti (rappresentarono la vera spina dorsale del movimento), è stato detto tutto e il contrario di tutto: ed è per questo che ancora oggi si è indecisi su quale sia il significato definitivo della parola “beat”: per alcuni deriva da beatitude (beatitudine) ovvero quello “stato di grazia” che scaturisce da un’intensa ricerca spirituale (spesso coadiuvata da droghe allucinogene, alcool e misticismo catto-buddista); per altri, primo fra tutti lo stesso Ke­rouac che coniò il termine nel 1947 (anche se aveva già scritto all’età di 11 anni il suo primo racconto intitolato “The Cop on the Beat”), beat è sinonimo di “battuto” dalla società (o battuto nel senso di ritmato come il jazz di “Frisco“), “sconfitto” dalle regole, “incompreso” dalla famiglia, “perdente” sugli inflessibili scenari economici e per questo “ribelle” nei confronti del Sistema: lo stato d’animo, insomma, di una “gioventù bruciata” americana che pur provenendo (o proprio per questo) da un “vittorioso” secondo con­flitto mondiale, sentì il bisogno di cercare freneticamente il vero significato della vita (la metafisica delle cose quotidiane da contrapporre alle esperienze intellettuali e positiviste degli scrittori europei) non nel successo, nell’esasperante efficientismo di un’America puritana e maccartista, nella carriera e nella stabilità di una vita regolare (scrive Ginsberg in America: “… Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?”), addirittura negli allignati valori estetici della letteratura ufficiale, ma nella libertà di un attimo fuggente, seppur estremo. A me piace pensare che beat sia la fusione di tutti questi significati: il disincanto del perdente non deve essere vissuto come una forma di debolezza e di chiusura in un mondo ipervitaminico e produttivistico, ma come punto di forza per una ricerca impopolare ma vera; per distaccarsi dagli schemi imposti; per raggiungere una nuova visione delle cose… Cosa è sopravvissuto di quel movimento? (continua)…>>

tratto da Beat, beati o battuti. 1967-2007 , editoriale n.14/2007, rivista “Nugae”

quarta n.14

(quarta di copertina del n.14 di “Nugae”)

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Alcune copie del numero speciale di “Nugae” (n.14 – Luglio/Settembre ’07), dedicato ai poeti della Beat Generation e al 40° anniversario della “Summer of Love” di San Francisco, furono spedite alla Libreria “City Lights” e in particolare verso le mani esperte di Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman…

… la risposta:

Dear Michele:

Lawrence Ferlinghetti asked me to send you a note on his behalf thanking you for sending him the copies of Nugae, which he is enjoying looking through. He is always happy to hear from Italy!(…) But again, Lawrence is most appreciative of your magazine.

Sincerely,

Garrett Caples

Assistant to Mr. Ferlinghetti

Editorial Assistant City Lights Books

Dredd – La legge sono io

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2012 by Michele Nigro

<<Un afroamericano è stato ucciso in pieno centro a New York dai poliziotti dopo un inseguimento a Times Square. L’uomo, che gli agenti volevano fermare per un controllo avendolo scovato con uno spinello, non ha rispettato l’alt e ha brandito un grosso coltello contro i poliziotti. Che prima hanno usato spray urticante. Poi hanno sparato. (vedi foto e video)>> Così il web descrive brevemente una triste vicenda su cui dover riflettere in maniera seria. La società tecnologicamente avanzata del mondo occidentale sta vivendo un’evoluzione preoccupante: mentre ci agitiamo per la mancanza di diritti civili in Iran, Siria, Libia, Cina, non ci accorgiamo dei segnali di decadenza provenienti da paesi, compresa l’Italia, che forse con troppa facilità definiamo “civili”.

L’ordine pubblico e la stessa giustizia sembrano aver subito una pericolosa diluizione; i freni inibitori di un “giustizialismo da strada” stanno andando incontro, ormai da anni, a un progressivo allentamento. I luoghi della quotidianità diventano set cinematografici in cui recitare l’approssimazione di un sistema confuso: il poliziotto da garante della legge e custode dell’incolumità del malvivente, diventa “spazzino” efficiente e rapido (vedi in Italia, ad esempio, i casi di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi). Nessuno può alterare l’atmosfera da shopping o la serenità dei turisti. L’insegna dei Nasdaq fa da sfondo alla follia di una società in piena crisi valoriale.

La realtà ancora una volta raggiunge e supera la fantasia e più precisamente la fantascienza: nel film “Dredd – La legge sono io” nella città di Megacity (megalopoli che, guarda caso, è la continuazione postapocalittica dell’antica città di New York) la giustizia viene amministrata dai cosiddetti Giudici, una sorta di poliziotti-giudici-giustizieri in grado di snellire in maniera draconiana i procedimenti giudiziari nei confronti dei criminali. Il momento dell’arresto coincide (senza bisogno di tribunali, lungaggini processuali, avvocati della difesa… ecc.) con quello del giudizio: la sentenza viene emessa sul posto e il malvivente condannato conosce il proprio destino giudiziario a distanza di pochi minuti dall’arresto. Qualcuno potrebbe affermare ironicamente che in Italia un simile sistema, visti i tempi biblici della giustizia italiana e l’inumano sovraffollamento delle nostre carceri, risolverebbe una serie di problemi di natura economico-politica. Ma è proprio durante questi periodi di forte pressione sociale e culturale che prendono il sopravvento sistemi discutibili e appoggiamo soluzioni facili.

L’episodio di New York, amplificato dalla presenza di numerosi passanti muniti di videofonini collegati con i social network, è il simbolo di una contraddizione esistente nella società americana e più in generale in quella occidentale: il benessere materiale convive con una evidente svalutazione del senso della vita. Quando la patina colorata della società dei consumi si sarà assottigliata sotto i colpi della crisi economica e della conseguente povertà, si ri-manifesterà la vera natura – quella originale – di un essere umano solo all’apparenza civilizzato e temporaneamente anestetizzato dai suoi stessi prodotti: la brutalità diventerà il linguaggio quotidiano degli abitanti delle metropoli; tornerà in voga la legge del taglione; la giustizia si adeguerà alle nevrosi dei tempi e allo stato psicologico medio della società. Gli scenari fantascientifici si stanno realizzando uno dopo l’altro. Inesorabilmente.

Il futuro postapocalittico – senza l’apocalisse – è già cominciato.

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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