Archivio per unità d’Italia

L’altra storia di Raffaele Rago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 luglio 2013 by Michele Nigro

tmpiXvh9e001Raffaele Rago è stato un appassionato revisionista storico filo-borbonico fino a un attimo prima di essere prematuramente additato dalla grande mietitrice che passa e falcia senza considerare i nostri progetti, i nostri interessi culturali, i sentimenti vissuti e l’esperienza accumulata durante l’esistenza. A testimonianza di questa costante ricerca storica e umana, che solo la morte poteva interrompere e non certamente la mancanza di fervore o di argomenti, vi è l’ultima pubblicazione di Raffaele intitolata “Dal regno dei fiori al regno della miseria” e realizzata con l’amico Francesco Innella (edita da ilmiolibro.it e curata da Pasquale Giuliani). Anche dal letto d’ospedale, raccontano parenti e amici, Raffaele Rago ha fornito fino all’ultimo indicazioni su come migliorare un’opera che in cuor suo forse rappresentava una sorta di testamento o di invito a proseguire un discorso inesauribile su un periodo storico sovrastato da ombre e omissioni.

Le reali condizioni di vita nel tanto vituperato Regno delle Due Sicilie; le motivazioni più affaristiche che patriottiche alla base della cosiddetta “unità d’Italia” (unità che oggi, paradossalmente, viene messa in discussione da una formazione politica pseudo-federalista nata nella stessa area geografica in cui durante il Risorgimento prese vita l’idea impellente di unificare la penisola italica!); la figura sopravvalutata ed eroicizzata di Garibaldi; le bugie inventate sul fenomeno del “brigantaggio” catalogato frettolosamente come evento delinquenziale e terroristico, e mai interpretato dagli storici di stato come un legittimo (e partigiano) tentativo di ripristinare una condizione politica antecedente all’unificazione (non a caso nella suddetta pubblicazione di Rago e Innella viene evidenziata la figura del “brigante-politico” Giuseppe Tardio, nato a Piaggine); i campi di concentramento ideati dai Piemontesi in cui furono internati migliaia di meridionali; l’emigrazione post-unitaria quale sintomo della debolezza economica di una nazione acerba: questi e tanti altri argomenti rappresentavano (dati alla mano!) le “munizioni” culturali utilizzate da Raffaele Rago nel corso delle sue pacifiche battaglie revisionistiche.

Raffaele aveva insegnato nelle scuole: senza mai mettersi in cattedra, anzi scendendo da questa proprio per dialogare più comodamente e in maniera diretta con i propri studenti, cercava (uno su mille!) di insegnare quella che egli amava definire “l’altra storia”, andando al di là dei programmi ufficiali e dei testi consigliati dal ministero e scritti dai vincitori. Scrive Rago nella pubblicazione sopra citata: <<… Di certo i Piemontesi mai e poi mai diranno di aver arrecato danni e causato la nostra miseria, basta leggere un qualsiasi libro di storia in uso nelle nostre scuole… […] Quando parlavo nelle mie classi del brigantaggio, i ragazzi mi guardavano con stupore (e non solo loro!): mai avevano sentito favellare sui Borbone e sui briganti…>>

Raffaele Rago era un ricercatore meticoloso ma al momento giusto sapeva essere anche un “revisionista di pancia”, un infuocato difensore, perché è difficile rimanere freddi e scientifici quando a essere infangata non è la storia di un posto qualsiasi del mondo, bensì la storia e la dignità della terra su cui hanno vissuto e sperato i tuoi genitori e i tuoi avi, e che è fonte d’ispirazione poetica oltre che storiografica. Scrive Rago in un articolo pubblicato sulla rivista elettronica Eleaml e intitolato “La calunnia è come un venticello”: <<… Quando gli studiosi di regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile…>>

526827_10200210705303162_1349112562_nLa ricerca storica di Raffaele Rago non era dettata solo da motivazioni nostalgiche ma soprattutto da solide ragioni economiche e politiche. La dignità di un popolo conquistato e annesso (annessione che, imitata dall’Anschluss nazista del 1938 ai danni dell’Austria, ebbe a compimento dell’opera una becera farsa referendaria pilotata al fine di evitare la probabile deriva consultiva!) non viene minata dal fatto di imporre una nuova bandiera o un nuovo inno, ma dalla pessima qualità economica nazionale che si determina all’indomani della conquista e che inesorabilmente ricade sull’esistenza della parte debole di una popolazione. Scrive ancora Rago nel succitato articolo: <<… Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità. Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855); si incrementò la marina a vapore che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione: quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mongiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia che, tranne il tracciato, non è più visibile. Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti. Chi perpetrò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo? Chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti? Chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio? Chi eliminò gli alti forni di Mongiana? Chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese? Chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse Borboniche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi? Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionali approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti)…>>

Domande che nel corso degli anni hanno trovato risposte serene e non più condizionate da anacronistiche posizioni politiche o da “questioni di principio” affievolite dal tempo: forse l’appiattimento ideologico a cui stiamo assistendo e il menefreghismo culturale imperante, per assurdo che possa sembrare, stanno rendendo possibile un’operazione di ricerca della verità storica fino a qualche decennio fa impensabile. Nonostante la solita commozione istituzionale del presidente della repubblica di turno in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario dell’unità d’Italia, nonostante la passione revisionistica dei neoborbonici, la verità nuda e cruda riesce ad emergere proprio perché a nessuno o a pochissimi importa qualcosa del Risorgimento! Quando il fisiologico decadimento emotivo dei fatti storici incombe, quando la maggioranza è distratta: quello è il momento giusto per agire, per scavare, per sapere con serenità.

Chissà se Raffaele ha avuto modo di apprezzare la decostruzione degli eroi e dei patrioti risorgimentali operata dal regista Mario Martone nel film “Noi credevamo”, raro esempio di interesse storico-risorgimentale da parte di un cinema italiano stanco e in crisi d’identità; chissà se ha valutato positivamente il giudizio equidistante del regista nei confronti delle barbarie borboniche e piemontesi; se ha condiviso il disincanto dei personaggi causato da un’idea unitaria che si è rivelata fallimentare fin dai primi vagiti; se ha colto il collegamento realizzato da Martone tra quei fatti storici e il nostro presente… Non lo sapremo mai. Anche se, avendolo conosciuto, potremmo immaginare una sua reazione.

Ricercare e rinforzare la verità a volte è più faticoso che seguire romanticamente le favole idealistiche propinate da un sistema che ci governa fin nell’intimo. Raffaele Rago l’aveva capito e coltivava questa sua necessaria “fissazione” non per se stesso, per andare inutilmente controcorrente o perché s’illudesse di essere seguito e ascoltato dalle odierne masse ipnotizzate dai reality show, ma semplicemente per amore dell’oggettività, per onorare la memoria di uomini e donne vissuti 150 anni fa, che non aveva mai conosciuto e che nonostante tutto sentiva vicinissimi: fratelli nella storia più che per consanguineità; un modo per ricordare che le decisioni scellerate del passato lasciano tracce inesorabili anche nel nostro presente. Ed è per questo che leggeva e studiava, scriveva e testimoniava partecipando a incontri e seminari dedicati all’“altra storia”: un’altra storia che fa male conoscere e ricordare, ma che ha una funzione catartica, che fa rinsavire e rende politicamente e mentalmente autonomi.

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Mimmo Cavallo e la questione meridionale

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2012 by Michele Nigro

Ricevo dal contatto Youtube Tullietto 76 e con piacere divulgo una notizia musicale interessante e “rivoluzionaria”…

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<<… Ti comunico che è in vendita in tutti i negozi di dischi il nuovo album di Mimmo Cavallo, dal titolo QUANDO SAREMO FRATELLI UNITI, disponibile anche online su diversi siti come Amazon e IBS. Premesso che il grande Rino Gaetano nel lontano 1980 definì Mimmo Cavallo il suo alterego, ti invio sei link contenenti tre nuovissimi brani del geniale cantautore pugliese “FORA SAVOIA”, “SIAMO BRIGANTI” ed “EZECHIA DA VERONA”, e i link del fan club, del sito e del profilo facebook. Tra le altre cose Mimmo Cavallo è in tour nei maggiori teatri italiani con due spettacoli favolosi: il primo dal titolo “COME DIVENTAMMO ITALIANI”, l’altro “FORA SAVOIA”. I due spettacoli stanno registrando il tutto esaurito ovunque. Dal momento che oramai la televisione pubblica è diventata un enorme contenitore puzzolente di merda, in cui invitano i soliti falliti e le solite mignotte di turno, internet credo rappresenti una validissina alternativa per far conoscere a quanta più gente possibile grandi artisti come Mimmo Cavallo, quindi se puoi divulga la notizia. Il nuovo lavoro discografico dell’artista salentino è un capolavoro assoluto, contiene ben 16 brani e, pensa un po’, è in vendita al prezzo stracciato di appena 10 euro. Le canzoni dell’album vanno dal rock al blues al folk, senza tralasciare elementi di musica etnica: è davvero una meraviglia, tant’è che da alcune fonti giornalistiche è stato definito il lavoro più fresco e ispirato dell’ultimo ventennio. C’è da aggiungere ancora che Mimmo Cavallo è stato ed è tutt’ora uno dei più grandi autori di canzoni scritte per altri cantanti, infatti ha composto per Mia Martini, Fiorella Mannoia, Loredana Berte’, Ornella Vanoni, Gianni Morandi, Mariella Nava, Syria e per Zucchero il gettonatissimo brano “Vedo Nero”. Inoltre c’è da ricordare che Mimmo Cavallo in un certo periodo degli anni ’80, precisamente dal 1980 al 1984, sbaragliò nelle classifiche degli album più venduti, artisti del calibro di Phil Collins, Vasco Rossi, Gianna Nannini e Pino Daniele, tenendo testa a Pink Floyd, Police ecc. Ti ripeto, sta solo a noi informare e far conoscere, ciao e grazie. Facciamo in modo che l’Italia non dimentichi i suoi figli migliori.>>

http://www.mimmocavallo.fan-club.it/

http://www.mimmocavallo.it/

http://www.facebook.com/mimmo.cavallo3

“La calunnia è come un venticello…” di Raffaele Rago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2012 by Michele Nigro

Ripropongo un breve stralcio dell’articolo – tratto dalla rivista Eleaml“La calunnia è come un venticello…” di Raffaele Rago scomparso a luglio e ricordato dagli amici il 24 novembre 2012 durante una serata commemorativa presso le scuole “A. Gatto” di Battipaglia. 

La calunnia è come un venticello…

di Raffaele Rago

Quando gli studiosi di regime si scagliano in modo selvaggio contro i Borbone, non posso che prendere la penna e cercare di difendere il mio Sud, le mie tradizioni e la mia Storia, quella che mi è stata insegnata, fin dalla tenera età, quando nonno Antonino, vicino al focone, mi parlava dei briganti, che si riunivano sul monte Polveracchio, dei Borbone, che amavano le nostre zone e che cercavano di rendere la vita nel loro regno il più vivibile possibile.

Ricordo tutto questo con un senso di nostalgia e di tristezza, prima perché non c’è più il caro nonno, secondo perché sono passati tanti anni, terzo perché non si dice sempre la verità su avvenimenti che, finalmente, ai giorni nostri validissimi studiosi dell’”altra storia” stanno portando alla luce.

Aveva ragione il mio avo, quando sosteneva che, per utilità personale, molti non dicono realmente le cose come stanno. Dopo la parentesi predatoria napoleonica, con i Borbone si iniziò a schiudere non solo un periodo di pace, ma anche di prosperità.

Si potenziò la rete stradale, infatti dalle 1505 miglia (1828) si passò alle 4587 (1855); si incrementò la marina a vapore che, dopo quella inglese, era la seconda nel Mediterraneo; si creò la prima ferrovia d’Europa; si diede la possibilità di sviluppare le fabbriche del Meridione (1): quella dei damaschi a Catanzaro; di S. Leucio; delle officine di Mogiana, che venivano collegate allo Ionio con una ferrovia, che tranne il tracciato, non è più visibile.

Non sono da dimenticare le fabbriche di armi di Serra S. Bruno, le filande di Bagnara e tanti altri opifici sparsi in tutto il Sud e tutti funzionanti.

Chi perpetrò lo scempio e la completa distruzione di tutto questo?

Chi costrinse a chiudere i vari stabilimenti?

Chi stroncò l’interessante esperimento produttivo di S. Leucio?

Chi eliminò gli alti forni di Mogiana?

Chi eliminò i binari della prima ferrovia industriale calabrese?

Chi rubò i 500 milioni di ducati (più di quattromila miliardi di oggi) dalle casse Borboniche per portarli (allegramente) verso il Piemonte per pagare i debiti di guerra dei Savoiardi?

Non si può nascondere che il Sud, il nostro Sud, fu trattato solamente come terra di conquista, cioè una colonia da sfruttare. I Savoia, con l’avallo di deputati meridionali approfittatori e corrotti, imposero tasse assurde; fusero, solamente per il loro utile, i due debiti pubblici, quello del Sud (500 milioni di lire su 9 milioni di abitanti) e quello del Regno sabaudo (1 miliardo di lire su quattro milioni di abitanti).

Tra tutti quelli citati, il fatto più grave (dovrebbero tenerlo presente gli storici di regime) fu che per appropriarsi di tutto i Savoiardi diedero licenza di uccidere a Garibaldi e Bixio i partigiani di allora, dopo averli immelmati col nome di briganti.

E’ da tenere presente che il fenomeno del brigantaggio era ignoto sotto i Borbone (2) .

Non soddisfatti di aver dissanguato il Sud, i Savoiardi, unitamente agli inglesi Gladstone e Palmerston, ai “gentiluomini liberali lecca lecca” impiantarono una campagna diffamatoria, altrimenti non avrebbero potuto giustificare l’aggressione, perché fu pura aggressione, checché ne dicono gli storici di regime.

Ora la verità storica sta venendo fuori, perché non si ha più l’obbligo di incensare i Savoia e finalmente si può gridare tutto lo sdegno contro chi continua a parlar male del Sud, dopo averlo assassinato, bruciato e saccheggiato dal 1860 in poi.

E si continuano a chiamare oppressori i Borbone, i quali, nel loro Regno, ospitarono, nel 1852, inviata da Napoleone III, una commissione per studiare da vicino le leggi che già vietavano la tortura giudiziaria, la censura sulla corrispondenza privata e la prigione per debiti (3).

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Addio, Raffaele Rago!

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 agosto 2012 by Michele Nigro

(il Prof. Raffaele Rago: secondo da destra)

Ho incontrato l’ultima volta Raffaele Rago per strada alcune settimane fa: cordiale come sempre, scherzoso, disponibile, umano e fraterno. Qualcuno potrebbe dire che le mie sono le classiche parole diplomatiche da utilizzare in pubblico quando viene a mancare una persona conosciuta o un amico. Ma Raffaele Rago era proprio così! Punto.

Lo conobbi anni fa grazie all’attività redazionale della versione cartacea di “Nugae” e dall’alto della sua esperienza giornalistica non lesinò consigli, proposte, critiche, incoraggiamenti… In seguito contribuì personalmente al miglioramento della rivista anche con alcuni suoi scritti (vedi “Nugae” n.8 pag. 7 e 21; n.9 pag. 15 e 37). Era uno studioso appassionato e un combattivo revisionista storico: posso dire senza ombra di dubbio che è stato grazie a lui se ho conosciuto il revisionismo risorgimentale e meridionalista. Raffaele era generoso: tra un caffè al chiosco di Piazza della Repubblica a Battipaglia e una passeggiata in centro, tra una conversazione dotta e un aneddoto divertente, non dimenticava mai di regalarmi una pubblicazione storica interessante, la copia di qualche periodico, degli appunti preziosi riguardanti la storia di Battipaglia o del Meridione, o semplicemente una risata allegra. Raffaele era un tipo giocoso. “Voi italiani…!” mi diceva spesso con piglio brigantesco, per sottolineare in maniera scherzosa ma convinta la sua disappartenenza ad un’Italia postunitaria frutto dell’avventura garibaldina – a suo dire scellerata! – e per riproporre le sue documentate nostalgie borboniche, punti fermi dei suoi numerosi articoli pubblicati su varie riviste e quindicinali. Raffaele era conosciutissimo e benvoluto: passeggiare con lui significava interrompere la conversazione ogni dieci secondi per un saluto a cui rispondere o per una calorosa stretta di mano a qualche amico di vecchia data. Indimenticabili le sue telefonate: quando ci lasciavamo in strada con qualche dubbio dopo una discussione su argomenti storici e culturali, era solito andare a casa, controllare immediatamente una data, l’etimologia di un termine, un fatto storico, e telefonarmi per continuare la conversazione e per confermare la sua meticolosità di studioso. Aveva insegnato, senza mai smettere di farlo!

Raffaele era un poeta; come ci ricorda Angelo Magliano nella sua recensione alla raccolta “Parole in fila” – vol.2 – di Rago (pubblicata sul n.9 di “Nugae” a pag. 37): <<L’autore ha saputo cogliere ed isolare, nella vasta trama delle esperienze comuni, le sensazioni e le impressioni più fuggevoli e quelle che più facilmente sfuggono ai più. Le ha fissate in parole con una sensibilità acuta e fresca. La poesia di Rago, fatta di piccole cose, esalta la visione del particolare rifiutando sia le vaste e complesse architetture sia la ricerca di un tono alto e di un linguaggio indeterminato e stilizzato. La forza della sua poesia sta tutta nell’intensità con cui è vissuto l’attimo contemplativo e non nel processo intellettuale per cui si ordinano e si compongono le intuizioni originarie. A costruire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.>>

Battipaglia, e oserei dire l’intero Meridione, ha perduto una grande anima. Ci mancheranno il tuo amore per Campagna, la tua passione per il Sud e i suoi “briganti”, la tua ricerca storica, la tua sensibilità poetica e il tuo sapere. La tua simpatia.

Addio Raffaele! E grazie…

<<Dopo l’unità d’Italia e precisamente dal 1876 al 1901, si calcola che in tutto il “regno” ci furono 5.792.546 emigrati, nella sola Calabria 310.363 così suddivisi: Cosenza 166.815; Catanzaro 108.721; Reggio Calabria 34.827 (da Emilio Franzina, “La grande emigrazione” Ed. Marsilio – Venezia 1976). Milioni di “cafoni” parteciparono, in modo attivo, allo sviluppo delle Americhe, dell’Argentina, del Brasile, del Venezuela e dei paesi del Nord Europa (Belgio, Germania, Francia, Svizzera) ed ovviamente dell’Italia Padana. Primeggiano gli U.S.A. Il 90-95% degli italo-americani sono di origine meridionale. Non bisogna dimenticare che dei 5 milioni e più di emigrati, 3 milioni e più erano meridionali. E’ da tener presente che gli emigrati non dimenticarono mai la loro terra, infatti, dopo essersi “sistemati”, inviarono soldi (tanti!) per rendere sempre più belli i loro paesi…>> tratto da “Emigrazione” di Raffaele Rago (Nugae n.8 – n.9 / 2006)

C’è del marcio in Padania

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2012 by Michele Nigro

<<IL SARTO  “La Rivoluzione era già strumentalizzata nel momento stesso del suo acme… Non so come spiegarglielo… (una breve pausa per cercare le parole adatte) Le motivazioni erano giuste e la popolazione aveva veramente bisogno di un cambiamento radicale della politica e delle condizioni di vita. Dai campi di tabacco fino ai quartieri in stile coloniale di Partagas, si sentiva la pesantezza di un ruolo impostoci dal passato e dai continui compromessi stipulati, senza il nostro parere, tra la classe politica latifondista partagassiana e i signori americani. Ma qualcosa non andava… Sentivo che la Rivoluzione non avrebbe estirpato la Febbre di Potere dalle viscere dell’essere umano e che anche (con tono sarcastico) il mio – come lo definisce lei ingenuamente – “amico”, Rodriguez De La Rua, era già corrotto fin dai tempi della costituzione dell’Esercito dei torcedores. Quando parlo di corruzione non mi riferisco alla corruzione monetaria e materiale, non mi fraintenda… La corruzione è qualcosa che va oltre le ideologie e le rivoluzioni. Va oltre i conti in Svizzera e i “paradisi fiscali”… E’ parte integrante della cosiddetta “natura umana”… La corruzione è il naturale esaurimento del fuoco ideologico; è la visione di un mondo più giusto ma paurosamente simile a quello che ci si è affannati a ribaltare; è l’illusione di un cambiamento che avviene con mezzi troppo simili a quelli contro cui si combatte… Ebbi paura di portare a termine la revoluciòn pur essendone l’ideatore e, come diceva lei prima, l’istigatore. Sentivo, con largo anticipo, che i cambiamenti sarebbero stati solo superficiali e non avrebbero scalfito nemmeno un po’ i sistemi profondi dell’eterna istintività umana… Amavo la mia gente e vedevo con i miei occhi gli effetti della sommossa. Tutta la popolazione si sentiva non più schiacciata, ma parte attiva del proprio destino economico e sociale. Tutti stretti intorno ad un unico grande fuoco. La gente ha bisogno di un ideale in cui credere e non importa se a fornirglielo sia Gesù Cristo o il Generale Antonio Louis Garzia Farinas… Fu proprio questo passaggio a spaventarmi: se la gente aveva tanto bisogno di un cambiamento, perché aspettare un torcedor per avviare quel necessario processo di ribellione? Perché la gente, una volta raggiunto lo scopo della sommossa, si affida nuovamente al “sonno dell’anima”? Perché l’essere umano sente questo impellente bisogno di stravolgimento a cui non segue, però, una continua e doverosa presa di coscienza? La vera Rivoluzione comincia (battendosi in petto) da “dentro” e non credo che a Partagas sia mai approdata una tale rivoluzione. Non volli infrangere quel sogno scatenato con le mie stesse mani e così approfittai del mortale equivoco che colpì il mio sosia ed uscii di scena. Naturalmente al mio “amico” Rodriguez non sembrò vera una tale occasione per poter vivere da solo la gloria della Rivoluzione e il futuro magnifico che avrebbe avvolto Partagas da lì a poco. E poi avere un amico martire da ricordare in ogni occasione ufficiale, fa sempre comodo. Quante fiaccolate in mio onore, quante veglie per il Generale, quante statue disseminate in tutta Partagas con la mia faccia, quante canzoni che parlano di me… E le poesie, i quadri, i romanzi, le magliette, le bandane, i cappelli, le scritte sui muri, gli striscioni, le bandiere, gli scioperi col mio nome ovunque… Pura strumentalizzazione, amico mio! Pura strumentalizzazione…”

IL CLIENTE “… Lei, mi scusi,… pensa di soffrire della Sindrome del Messia Laico?”

IL SARTO  “E… E che sarebbe questa sindrome?”

IL CLIENTE “Colpisce tutti i rivoluzionari genuini che pur amando in modo viscerale la propria gente e la causa della revoluciòn – come dice lei – non fanno, ahimè, i conti con una componente atavica appartenente al genere umano fin dall’alba dell’ homo sapiens…!”

IL SARTO  “E quale sarebbe questa componente?”

IL CLIENTE  “L’egoismo… Mon gènèral! L’egoismo…”>>

(tratto da “Il sarto di Piazza Farina” – versione teatrale)

“Il momento della partenza” su Osservatorio Letterario

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2011 by Michele Nigro

Il mio articolo saggistico intitolato “Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien” è stato pubblicato sul periodico bimestrale di cultura “Osservatorio Letterario – Ferrara e l’Altrove” fondato a Ferrara nel 1997 e diretto dalla Prof.ssa Melinda B. Tamàs-Tarr (Anno XV – nn.79-80; Marzo-Aprile/Maggio-Giugno 2011).

“Osservatorio Letterario” è una rassegna cartacea di poesia, narrativa, saggistica, critica letteraria – cinematografica – pittorica e di altre Muse. Il doppio numero di Osservatorio (corposo e interessante!) che accoglie il mio scritto è un numero definito ‘giubilare’: nel 2011, infatti, la Redazione festeggia i primi 15 anni di vita editoriale e i 150 anni dell’Unità d’Italia; e lo fa dedicando all’evento storico nazionale un’ampia porzione del periodico… Scrive la Prof.ssa Melinda B. Tamàs-Tarr nell’editoriale: “… L‘Italia essendo la mia patria d‘adozione da 27 anni, avendo anche la cittadinanza italiana dal marzo 1986, motivata anche dai rapporti storici, politici, culturali e letterari italo-ungheresi,… sento il dovere di ricordare questo storico evento del giovane Stato dell‘Italia unita. (Rispetto alle nazioni millenarie, come l‘Ungheria, l‘Italia è una giovanissima nazione unita, è un giovane stato con i suoi 150 anni.)”


Italianità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , on 28 febbraio 2011 by Michele Nigro

Mentre leghisti e patrioti unitari si scannano in vista dei ‘festeggiamenti’ del 150° anniversario dell’unità d’Italia – se sia più importante ‘lavorare per il paese’ o colorare di rosso il 17 marzo sul calendario e andarsene a spasso con gli amici – io m’interrogo sul significato del termine italianità. Afferma il vocabolario aperto sulla mia scrivania: “italianità: s.f. Indole, natura, carattere, d’italiano.” Una spiegazione che non mi ‘disseta’…

Lo scenario socio-politico che dovrebbe ‘nutrire’ questa definizione è deprimente: la situazione economica dell’Italia è stagnante, la classe dirigente è inqualificabile, lo stato culturale dell’italiano medio è a dir poco allarmante (e quando utilizzo la parola ‘culturale’ non la intendo riferita solo al numero di libri letti in un anno o le poesie imparate a memoria durante il periodo scolastico, ma a un approccio interdisciplinare e ‘mentalmente aperto’ con i problemi che l’italiano nella maggior parte dei casi non ha)… È vero, abbiamo i ‘monumenti’ e le gloriose testimonianze provenienti dal passato: ma anche queste risorse spesso vengono ignorate dall’anestetizzato popolo videocratico del “Grande Fratello”. O nella peggiore delle ipotesi crollano (nel senso strutturale del termine) dopo un acquazzone e grazie all’incuria di un governicchio che taglia i fondi per la cultura… Cosa ci rimane per festeggiare? Un tricolore sbiadito e incautamente lavato in lavatrice a novanta gradi dopo l’ultimo mondiale di calcio.

Mi aggrappo nuovamente al dizionario, ma ripeto un errore madornale. Indole: sull’italica indole sarebbe meglio soprassedere; troppe pubblicità comiche, troppi film, troppi luoghi comuni che a lungo andare sono diventati ‘dati di fatto’, troppi comportamenti disdicevoli riabilitati e fatti passare come ‘qualità’… Fino a diventare ‘istituzione’, politica…

Ecco perché, secondo me, l’italianità dovrebbe nutrirsi di segni non istituzionali, di storie con la “s” minuscola, di scenari familiari, di paesaggi epici ancora intatti, di ‘bolle di quotidianità’ a volte sottovalutate… L’italianità diventa così un concetto intimo, non condivisibile, impossibile da istituzionalizzare e assolutamente soggettivo: un ‘processo di personalizzazione’ che è tipico degli italiani e che deriva dalla loro capacità, affinata nei secoli e dalla disunità, di ‘salvare il salvabile’ durante i periodi storici caotici. O forse anche questa qualità è un luogo comune.

È sorprendente la varietà di luoghi e di momenti in cui gli abitanti di questa meravigliosa penisola scoprono la propria italianità: c’è chi la scopre in un museo del Risorgimento, chi a Maranello, altri mangiando un panino sotto una statua di Garibaldi… C’è chi la scopre solo a tavola perché tutto il resto è deludente e quindi è meglio bere un bicchiere di vino in compagnia e dimenticare Roma; c’è chi è italiano solo durante i mondiali di calcio e poi basta, o chi si sente veramente italiano perché è iscritto a qualche Società di Storia Patria e su come andarono veramente i ‘fatti’ nel 1861, ne sa più degli altri…

Io scoprii la mia italianità, pensate un po’, su un treno lentissimo tra Brindisi e Taranto, il 29 agosto del 1994. Ero reduce da un viaggio in Medio Oriente, ed ero da poche ore sbarcato nel porto di Brindisi:

<<… Sono in Italia: mi trovo esattamente sul treno Brindisi-Taranto […] Da Taranto proseguirò per Potenza. Dal finestrino vedo gli uliveti e i vigneti della Puglia; la lentezza del convoglio mi permette di osservare i gesti arcaici e familiari di una contadina mentre nella sua terra con la zappa smuove piccole dighe di terra, dirigendo così la preziosa acqua nei labirintici corsi d’irrigazione… I rami contorti degli ulivi secolari mi riconducono tortuosamente verso i valori della mia terra: il valore del buon vino, dell’olio genuino, del pane ineguagliabile, del cielo osservato dai miei antenati, dell’acqua e dell’aria… Radici, valori, ideali antichi che mai moriranno: questi sono i motivi che spingono un italiano a ritornare a casa. […]

Ore 19:22. Sto partendo da Taranto per Potenza. Ma prima dovrò cambiare a Metaponto (se non voglio ritrovarmi a Sibari). Arriverò alle 22 a Potenza.[…]

È sera quando finalmente giungo a Metaponto e mentre riprendo voracemente a scrivere sul mio diario le ultime pagine riguardanti questo viaggio sono già pronto sul treno diretto a Potenza. Le piccole stazioni di periferia mi sono sempre piaciute per la tranquillità in cui sono avvolte. Sono un punto romantico dei viaggi… Rappresentano, per me, luoghi di meditazione e di transizione. I grilli nelle sere d’estate, le fontanelle delle stazioni con cui stemperare le calde attese estive, il capostazione che da solo svolge mille funzioni, il caratteristico suono di un passaggio a livello… Simboli di un’Italia forse ‘arretrata’, lenta, che resiste all’efficiente caos del progresso […]. Quante volte ho giocato in queste stazioni e quante volte sono partito o arrivato…

Dopo tanti anni, finalmente, il tratto ferroviario Battipaglia-Baragiano è stato riattivato dopo il disastroso terremoto dell’80 e così potrò (forse già domani) ripercorrere non solo un pezzo di strada ferrata, che in Italia in pochi conoscono e percorrono, a parte gli abitanti ‘locali’, ma qualcosa di più: un pezzo della mia storia, del mio passato. È strano come proprio ora, ritornando da Israele, riscopro tutti questi aspetti del mio essere italiano. Italiano del cosiddetto Meridione. È vero che si riscopre il valore del proprio paese quando si ritorna da ‘fuori’… Da poche ore, da quando sono sbarcato a Brindisi, sto riscoprendo lentamente il valore delle ‘cose italiane’. Cose di tutti i giorni, cose che altri italiani distratti non prendono più in considerazione… E se cerchi di metterle in evidenza, queste ‘cose’, ti prendono pure per pazzo o per uno stupido nostalgico che non ha senso pratico… Purtroppo chi è del posto non apprezza le cose che ha sotto il naso e solo ‘uscendo’ dalle dimensioni familiari possiamo fare i confronti e rivalorizzare il ‘solito’…

Mille pensieri albergano in me durante questo ritorno… Pensieri che forse domani mi sembreranno assurdi e che sarà meglio fissare su carta prima di ritornare alla routine, approfittando dell’andamento lento di questo treno…

… Metaponto-Bernalda-Pisticci-Ferrandina-Salandra-Grassano-Tricarico-Calciano-Campomaggiore-Albano di Lucania-Trivigno-Brindisi di montagna-Potenza.>>

(tratto da “Viaggio in Israele”)

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