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Indagine sulla Via Interiore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 luglio 2013 by Michele Nigro

In vista della seconda edizione, di prossima pubblicazione, del libro di poesie “La Via Interiore” di Francesco Innella, la cui prima edizione è stata recentemente presentata a Salerno presso la libreria Einaudi, ho avuto il piacere e l’onore di curare una postfazione-intervista all’Autore per meglio evidenziare i suoi percorsi conoscitivi, le sue ricerche, le letture fatte negli anni, e per fornire al Lettore – guardando al di là dei versi – una mappa indispensabile per comprendere il significato più intimo, diciamo pure esoterico, dei componimenti presenti nel volume. Ogni domanda è preceduta, tra parentesi, dal titolo della poesia che ha ispirato il quesito, ma l’autonomia delle domande e delle relative risposte rende piacevole e interessante la lettura di questa intervista indipendentemente da una lettura preliminare delle poesie.

LOcchio-dellUNO

“Indagine sulla Via Interiore”

postfazione/intervista a cura di Michele Nigro

M.N. – (L’anima) Si evince un bisogno di separazione tra anima e corpo. Noi occidentali abbiamo dimenticato come ascoltare l’anima e isolarla dal corpo?

F.I. – Tu cogli un problema importante per me, l’ascolto dell’anima, e che bisogna riuscire a separare dal corpo, cercando ognuno di noi la strada più consona verso questa realtà sottile. Massimo Scaligero (1906 – 1980), un grande seguace dell’antroposofia italiana, nel suo testo “L’uomo interiore” così scrive: <<Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere individui, a superare la psiche, a creare, suscitare con decisione l’elemento immediato dell’azione cosciente, abbandonare le illusorie, anche se dialetticamente smaglianti vie allo Spirituale, pervenire come cercatori alla reale conoscenza di sé per ritrovare il principio della Forza che si cerca fuori di sé…>>

(Il sonno) L’antico druidismo insegna che alla base dell’origine dell’universo ci sarebbe il Suono, la vibrazione primordiale (causa prima). Un’antica conoscenza, non confermata dalla scienza ufficiale, ripresa dalle pratiche dello sciamanesimo druidico in cui viene utilizzata la musica. Dopo la morte torneremo al punto di partenza di quel suono?

Ti rispondo con le parole di un esoterista spagnolo, Francisco Ridondo Segura, dal suo testo intitolato “La luce Adamantina”: <<Il suono sorge dal silenzio. Il silenzio è eterno e permanente. Il suono sorge dall’etere che è un aspetto dell’Akasha. L’Akasha o quinto elemento è un altro nome che si dà per riferirci al memorandum o cornice nascente del suono, dal quale sorge il suono. Il suono creato mediante l’Akasha conduce alla riutilizzazione dei quattro elementi nella cornice del quinto che è l’Akasha. I suoni generano energia per mezzo della ristrutturazione dell’ambiente esistente.>> Se questo che ho riportato sopra è la genesi del suono, d’altra parte non posso dire nulla su queste pratiche sciamaniche druidiche che non conosco e che tu riporti. Ma tu sai, una volta partecipasti anche tu, ad una recita di mantras buddisti e ti posso dire che i mantras influenzano anche l’ambiente che ti circonda, si tratta di pura energia che si condensa in una struttura di suono.

(Rinascita) Credi nei risvegli e nelle rinascite in vitam?

Credo sia nei risvegli che nelle rinascite in vita. Ma il problema è come rinascere e come risvegliarci. Mi sono posto la domanda “esistono discipline che promuovono il risveglio?”. E facendo un’indagine mi sono accorto che tutti i grandi iniziati hanno insegnato che il vero risveglio è consistito nel vincere la nostra natura prettamente meccanica e ripetitiva. Dobbiamo essere in grado di controllare perfettamente il corpo, attraverso una maggiore consapevolezza. Gurdjieff insegnava un esercizio molto difficile ai suoi allievi, qualsiasi cosa facessero nella loro giornata dovevano avere coscienza del loro braccio destro. La semplice consapevolezza, niente di trascendentale.

(Gnosi) Sei stato influenzato dalla lettura del Vangelo di Tommaso? Come conciliare la nostra esistenza nevrotica e a volte insensata con la ricerca della Suprema Dimora e con quello che tu chiami “salire faticoso”?

Lo gnosticismo si diffonde tra il II e il III secolo d.C., e i testi di questo fenomeno di sincretismo religioso si presentano come “segreti”, in quanto provenienti da un insegnamento esoterico di Gesù o degli apostoli riservato ai soli iniziati. Tra questi scritti ricordo il Vangelo degli Egiziani, il Vangelo di Mattia, il Vangelo di Maria Maddalena, l’Apocrifo di Giovanni, la Sophia di Gesù, il Vangelo di Tommaso (copto), il Vangelo di Pietro. La maggior parte dei vangeli citati nasce nel contesto di correnti teologiche giudicate successivamente eretiche dalla Chiesa cristiana, come quelle di stampo ermetico. Non sono stato influenzato dalla dottrina gnostica, ma dalla ricerca del divino effettuata dagli gnostici, che si presenta prima come una discesa in noi stessi e poi in un’ascesa molto faticosa, che dovrebbe portare alla fusione con l’Uno.

(Daimon) Abbiamo l’obbligo o la necessità di cercare di migliorare la nostra esistenza oppure possiamo abbandonarci alla “scelta che ci toccò con la nascita”?

Abbiamo l’obbligo di migliorare la nostra esistenza, oppure possiamo come la maggioranza delle persone abbandonarci alla scelta che ci toccò in vita. Ma il punto è un altro se, come dice Scaligero e tutta la scuola Ermetica, dentro di noi c’è un Uomo Storico, un Uomo Interiore che dobbiamo far venire alla luce, perché è la nostra essenza, è la nostra vera identità, allora c’è l’obbligo per chi intende incamminarsi su questo difficile cammino di trovare la strada interiore che conduce a lui, e che è disseminata negli insegnamenti di tutti i grandi iniziati. Si tratta di una ricerca non facile…

Voglio però chiarire una cosa importante ed aiutare il lettore a capire meglio chi è l’Uomo Interiore. Cito a proposito il testo “L’arte di divenire simili agli Dei” di Elis Eliah: <<L’uomo esteriore fisico racchiude un uomo interiore, il quale sfugge alle analisi dei metodi impiegati per studiare l’uomo esteriore o visibile che è il suo involucro. Se gli uomini volgari avessero la conoscenza di quest’essere invisibile, inafferrabile, che esiste perché esistono le sue opere, arti, invenzioni, scienze, sarebbe risolto il più grande problema dei secoli…>>

(Il ritorno) L’erotismo è una distrazione dalla ricerca verticale o è partecipe del nostro avvicinamento al divino?

Le religioni più associate al misticismo sessuale sono l’induismo e il buddismo (entrambi di origini indiane), nelle loro forme tantriche. Nella cultura dell’Asia orientale, dove si sviluppò lo zen, il misticismo erotico era poco sviluppato. I motivi principali di questa mancata espansione sono da ricercare nell’influenza dell’etica confuciana, che domina tutta la cultura est-asiatica, per cui la relazione fondamentale è quella tra marito e moglie, come in occidente e in India. Mircea Eliade pubblicò nel 1956 un breve saggio dal titolo “Misticismo erotico indiano”. Uno dei momenti più rappresentativi della sua opera è il riflesso di un’esperienza che lo toccò da vicino: la descrizione dell’unione sessuale come rituale mediante il quale l’uomo trascende a entità divina, come previsto dalla tradizione hindu. Le sue osservazioni acquistano un interesse ancora maggiore per chi conosce la vicenda umana di Eliade, la sua intemperanza sessuale (raccontata nei minimi dettagli nei “Diari”) e il ruolo centrale del sesso suggerito nella sua visione storica delle religioni. Nella tradizione tantrica la “beatitudine suprema” non deve mai raggiungersi attraverso l’emissione seminale. Solo questa forma di “controllo” dei propri sensi è capace di permettere l’ingresso nella dimensione assoluta dell’erotismo.

(Karma) Neanche il rimescolamento genetico, durante il “crossing over” cromosomico, ci “salva” dal peso del karma? Come possiamo alleggerire questo peso?

Il peso del Karma è l’interruzione di un percorso che siamo chiamati a realizzare. Il peso del Karma si può alleggerire se conosciamo in profondità il nostro Io Interiore, non c’è altra strada. Non è esatta la visione buddista di un passaggio di “azioni” da un corpo ad un altro con la cancellazione dell’individuo. Noi siamo sempre gli stessi e la nostra natura angelica che continua per l’eternità e non possiamo sottrarci ad una legge inesorabile che vuole la realizzazione del nostro Uomo Interiore. Il peso del Karma è morire, addormentarsi ed essere richiamato di nuovo in vita da un richiamo venereo per continuare la nostra strada verso il divenire noi stessi, ossia la realizzazione della nostra natura angelica.

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L’uomo multitasking

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 marzo 2013 by Michele Nigro

herbert-marcuse

Essere multitasking oggi è diventato obbligatorio e sotto certi aspetti direi che rappresenta una necessità auspicabile. Lo stile di vita che c’è stato imposto dal progresso e che pensiamo di aver scelto, caratterizzato da molteplici opportunità e da vari livelli di libertà partecipativa, ci costringe ad esserlo, ma da questa moderna costrizione dettata dai tempi possiamo trarre una lezione filosofica positiva, ricavarne un metodo esistenziale in grado di educare il pensiero, trasformando il ritmo isterico del fare in elasticità culturale.

Prendo in prestito dall’enciclopedia online più famosa al mondo il significato del termine multitasking (traducibile in italiano nel più impegnativo “multiprocessualità”): <<In informatica, un sistema operativo con supporto per il multitasking permette di eseguire più programmi contemporaneamente: se ad esempio viene chiesto al sistema di eseguire contemporaneamente due processi A e B, la CPU eseguirà per qualche istante il processo A, poi per qualche istante il processo B, poi tornerà ad eseguire il processo A e così via. Il passaggio dal processo A al processo B e viceversa viene definito “cambio di contesto” (context switch)…>> Evito di entrare in un campo che non mi appartiene, quello informatico, ma decido di sfruttare questa definizione per parlare di “cose umane”. E precisamente rimango affascinato dalle ultime due parole della definizione citata: context switch. Utilizzare la stessa mente per più “processi” è un modo trasversale per conquistare la vera libertà, per essere ovunque, per evitare la dittatura in se stessi prima di preoccuparsi di quella esterna. Herbert Marcuse temeva un’umanità come quella descritta nel suo saggio intitolato “L’uomo a una dimensione”, ma la nostra attuale condizione multiprocessuale può da sola prevenire la monodimensionalità paventata dal filosofo tedesco? Dipende dalla quantità e soprattutto dalla qualità delle “operazioni”: il semplice fare molte cose o il pensare a molte cose potrebbe non essere sufficiente. Pensare alle faccende da sbrigare, portare l’auto dal meccanico, prendere i figli a scuola, portarli in piscina, dipingere, scrivere poesie, fare la spesa, mettere in ordine l’armadio e cucinare, non significa essere multitasking ma semplicemente “avere molto da fare”. La multiprocessualità è una condizione mentale e spirituale che coinvolge i saperi, il tempo, il sentire trascendentale, le culture lontane e dimenticate, i personaggi conosciuti o solo sognati, i contesti vissuti e non condivisi, e che porteremo con noi nella tomba, i cambi d’epoca all’interno del nostro breve esistere; è un qualcosa che ci permette di riprendere discorsi lasciati in sospeso nel passato per allacciarli a quelli cominciati da poco, di coltivare la solitudine e il senso di appartenenza; che unisce la spiritualità alla meccanica quantistica senza causare scandalo. Senza rinunciare a nulla.

Parola d’ordine di questo salvifico e frequente “cambio di contesto” è il verbo integrare ovvero rendere intero, completo il nostro essere già eterogeneo, senza attuare (quando è possibile) sostituzioni, traslazioni o tagli, bensì avendo il coraggio di aggiungere nuovo materiale da processare insieme a quello vecchio, facendo convivere esperienze e punti di vista considerati inconciliabili dalla maggioranza delle persone “di buon senso” che abbiamo al nostro fianco e che, come afferma lo scrittore Stanisław Jerzy Lec, sono le uniche che impazziscono. L’integrazione allontana i fantasmi legati al cambiamento e spegne le fiamme dei roghi.

L’aumento dei dati da gestire, però, richiederà un calcolo più complesso e causerà un ritardo nelle risposte, ma alla fine il risultato sarà soddisfacente. Come succede per le ombre cinesi, non è il groviglio di mani che conta ma la meravigliosa proiezione sulla parete.

L’essere indaffarati o impegnati in un movimento senza senso non ci salverà, perché come ricorda Franco Battiato nel brano intitolato La polvere del branco: <<Ci crediamo liberi, ma siamo schiavi, milioni di milioni di ombre sperdute, rumorosi andiamo per le strade alzando solo polvere…>> La vera ricchezza, la vera libertà che contrasta l’alienazione deriva dalla nostra capacità di far convivere il presente con il passato, le diverse sensibilità, intersecando gli interessi di ieri con quelli di oggi, i valori ereditati con quelli acquisiti, le ricerche antiche con le attuali, le nuove idee con quelle apparentemente inflazionate e bisognose solo di aria fresca. Utilizzando frequenze diverse a seconda del contesto. La sfida consiste nel vivere su più livelli senza alzare polvere!

Marc Augé a Napoli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 ottobre 2012 by Michele Nigro

Cosa sarà dell’uomo? A questa domanda, che è anche il titolo del primo incontro della due giorni “I comandamenti per il XXI secolo” nell’ambito della manifestazione “Futuro Remoto” presso la Città della Scienza di Napoli, ha cercato di dare una risposta l’antropologo francese Marc Augé nel corso di una intensa lectio magistralis introdotta e condotta da Marino Niola. Toccando temi attualissimi e scomodi (dalla disoccupazione alla mancanza di prospettiva per il futuro, dalla crescente diseguaglianza tra le classi sociali all’isolamento dell’uomo moderno) Augé, “l’antropologo del presente”, ha compiuto una panoramica su una situazione sociale ed economica che di fatto è già cronaca. Il capitalismo ha rubato il futuro a molti di noi – ha affermato Augé – e la diluizione tra le categorie umane è il sintomo di un’instabilità economica che ha preso il sopravvento: il ricco può diventare povero con una maggiore facilità rispetto al passato. Sembrerebbe non esserci un avvenire ma la storia non è mai stata pacifica, le prove a cui è sottoposta l’umanità non sono mai le stesse: la storia non è finita (come, al contrario, afferma Fukuyama) e quindi il cambiamento di cui abbiamo bisogno può e deve giungere da strade inattese (anche se non necessariamente da uno scontro delle civiltà come sostiene Huntington). L’interazione tra l’uomo individuale, l’uomo culturale e l’uomo generico potrebbe rappresentare una soluzione: la prevalenza dell’individualismo è dannosa tanto quanto l’oppressione dell’individuo da parte di dittature che oggi sembrerebbero difficili da individuare. In altre epoche concepivamo la vita in maniera religiosa, assecondando un destino già scritto da forze superiori: oggi che abbiamo a disposizione strumenti per raggiungere una piena consapevolezza del nostro esistere, viviamo isolati proprio a causa dell’utilizzo scellerato di quegli strumenti. Il lavoratore è isolato e quindi debole nella lotta. Non ci sono coordinate valide intorno a noi da poter utilizzare per dirigere i nostri passi e assistiamo alla nascita di nuove forme di paura. Come direbbe Claude Lévi Strauss, siamo una “società calda” dal punto di vista tecnologico e al tempo stesso una “società fredda” dal punto di vista sociale. Abbiamo strumenti validi ma siamo rimasti senz’anima. E ce ne accorgiamo grazie al fatto che oggi nessuno chiede più ai bambini, come si faceva un tempo, “cosa farai da grande?” perché la precarietà minaccia il futuro soprattutto dei giovani. Viviamo un rapporto passivo nei confronti della storia: la voglia di conquistarsi un posto nella storia ha ceduto il passo al fatalismo. Non possiamo dire di essere ritornati a una condizione primitiva perché i primitivi facevano parte inconsapevolmente della storia mentre noi, pur sapendo, siamo impotenti e subiamo la storia. Nonostante le ribellioni locali, le indignazioni e le altre reazioni alla crisi, viviamo in una condizione d’impotenza perché non c’è una reale e profonda azione di cambiamento. Chi ha un lavoro resta spesso in silenzio perché teme di perderlo a causa della lotta, quindi di fatto la lotta di classe è stata persa a causa di questa passività.

Lo scenario potrebbe apparire irreversibile e scoraggiante ma Augé intravede nella conoscenza una delle soluzioni: oggi le università creano professionalità senza formare l’uomo, senza fornire gli strumenti della vera conoscenza. Oggi l’individuo non è padrone della propria esistenza perché non conosce.

Marc Augé mentre autografa il suo libro

“Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità”

L’oasi

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 maggio 2012 by Michele Nigro

Fu durante il tramonto del terzo sole, mentre già sorgeva il successivo astro, più piccolo e meno caldo, che lui le chiese, in preda a un’agitazione adolescenziale, di sposarlo.

Quando si è gli unici sopravvissuti di una popolosa colonia umana su un pianeta disabitato e lontano milioni di chilometri dalla Terra, certe ansie da prestazione sentimentale dovrebbero essere spazzate via come granelli di polvere ferrosa durante una tempesta di vento elettromagnetico. Che senso aveva quel suo bisogno di regolarizzare un rapporto, l’unico possibile, già ampiamente sperimentato? Che senso aveva celebrare un matrimonio – e soprattutto ‘chi’ o ‘cosa’ lo avrebbe celebrato? – in quella landa creata e in seguito dimenticata dallo stesso Dio? Che significato aveva la parola ‘matrimonio’ in quel posto?

Eppure lui in quel momento si sentiva come l’unico concorrente umano di una gara cosmica a cui avrebbero partecipato migliaia di specie aliene e lei doveva apparire ai suoi occhi come il premio di un’ironica estrazione voluta dal caso e da una morte ignota che aveva decimato il resto della comunità.

Lei rise di gusto. Le donne sono brave a smontare le aspettative degli uomini su qualsiasi mondo. Lui l’assecondò facendo finta di aver scherzato e rise con lei. Non poteva fare altro e in fin dei conti la sua era stata un’idea stupida.

Perché loro erano sopravvissuti? Avevano cercato insieme una spiegazione scientifica, ma senza trovare una risposta soddisfacente e sperimentabile: forse il concetto di evoluzione, applicato per secoli nei ristretti confini terrestri, doveva essere finalmente ampliato e confrontato con l’esperienza colonizzatrice nei nuovi mondi. Loro due erano destinati a rappresentare l’anello successivo e geneticamente resistente di una sorta di “darwinismo extraterrestre” non del tutto compreso. Ancora una volta il cosiddetto ‘caso’, lo stesso che molto probabilmente aveva innescato la vita sulla Terra milioni di anni prima, stava determinando, in quell’angolo sperduto di universo, l’ironica sopravvivenza di quei giovani umani, fecondi e sessualmente attivi: un uomo e una donna.

– Che fai stasera? – chiese lui sorridendo sarcasticamente.

– Mi prendi in giro? – rispose stupita lei, facendo finta di non conoscere quel gioco.

– Sì! – si arrese subito lui, sapendo di non brillare per originalità.

– Se non fa niente in tivù – riprese lei per non scoraggiarlo – credo che berrò il mio succo di ananas sintetizzato e andrò a letto.

– La tivù? Scherzi? Abbiamo rivisto il database filmico in dotazione alla colonia per ben centotrentaquattro volte; ho controllato sul computer l’altro giorno…

– Perché fai questi controlli così frustranti? Lo sappiamo tutti e due che non esiste un Blockbuster alieno nella zona, e che dovremo sorbirci gli stessi identici film per chissà quanto tempo ancora!

La giovane donna aveva ragione e lui si sforzò di non pensare, al di là del dormire, all’unica alternativa possibile alla proiezione di un film. Cercò con tutte le sue forze di non incrociare lo sguardo di lei, di non pensare al suo corpo. Lo stesso, che conosceva bene.

– Lo so a cosa stai pensando! – disse all’improvviso la ragazza, prendendo il suo viso tra le mani – Vuoi fare sesso?

– Ma no… Ecco… Io! – rispose lui in maniera impacciata divincolandosi dalla presa. Come se fosse un fanciullo inesperto. Come se non l’avessero già fatto innumerevoli volte. Come se lei fosse una nuova ragazza conosciuta poche ore prima in qualche club immaginario.

– Dovrai prendermi, però! – disse lei scattando in piedi e correndo velocemente fuori dal rifugio.

– Ci risiamo! – sussurrò lui rassegnato. Ogni volta era così: neanche la donna brillava per originalità. L’avrebbe voluta tradire. Già, ma con chi? Con le rocce? Con le spinose femmine di Xannipedi? Con un ologramma?

Lei era già montata sul suo scooter magnetico e aveva acceso i circuiti. Il casco in testa e una risatina maliziosa all’indirizzo dell’unico maschio della specie umana presente sul pianeta. Non esisteva il rischio di un equivoco. La meta della fuga ‘eccitante’ era sempre la stessa, decisa ovviamente da lei: l’oasi di Gebrissan, nella vicina valle di Odrina. Lì dove, molto tempo prima della loro nascita, erano atterrati i primi coloni provenienti dalla Terra. L’avrebbero fatto lì, come sempre: quasi come un inconsapevole rito di continuità tra il passato storico e un futuro che tardava a manifestarsi. Puro sesso da offrire in offerta a quel mondo che li ospitava senza ucciderli, sull’altare dell’amore universale.

– Farlo comodamente nel letto del rifugio come i nostri antenati, no… eh? – chiese l’uomo invano mentre il sibilo dello scooter di lei in partenza copriva la sua domanda da perdente. Compiere tutti quegli sforzi e quei chilometri per una donna che già aveva conquistato. Perché?

Forse anche lei avvertiva il bisogno di sentirsi parte di una competizione, di illudersi di essere il premio in palio di una gara inesistente. Di essere la sorprendente novità di quel luogo, la preda da desiderare e catturare. Lui l’assecondava, ma ogni volta sempre più lentamente: sapeva che non avrebbe trovato traffico nella distesa infinita che separava la colonia dall’oasi e soprattutto sapeva dove sarebbe andata la nuova Eva di quel pianeta bizzarro. Montò con calma sul suo scooter, attivò il motore e senza fretta predispose la consueta rotta per l’oasi nel navigatore del pilota automatico.

Questa volta non avrebbe spruzzato il solito spray sotto la lingua; non avrebbe preso alcun tipo di precauzione.

– Al diavolo la morte! Al diavolo il futuro! – gridò nella sua testa.

Era stanco di essere solo; era stanco di rincorrere sempre la stessa persona, nello stesso modo, nella stessa direzione. Avrebbe voluto seguire le tenere tracce di una nuova vita. Avrebbe voluto vedere un nuovo film insieme alla sua compagna.

Lui premette sull’acceleratore dello scooter e lasciò indietro i pensieri sul futuro anomalo e incerto di quel frammento di umanità dispersa. E sul perché la donna avesse dimenticato il suo spray sul tavolo. Di nuovo il ‘caso’ o una necessità non dichiarata?

Il pianeta fino a quel momento li aveva risparmiati: doveva esserci un senso in quella sopravvivenza, un progetto che andava oltre la noia, oltre la solitudine, oltre il numero due.

L’avrebbero fatto di nuovo lì; l’avrebbero fatto nell’oasi in ricordo dei Padri. E forse un giorno non sarebbero stati più soli.

Il blocco del lettore

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 25 gennaio 2011 by Michele Nigro

<<… E chi può dire, invece, se non sia stato proprio l’ex lettore rassegnato a lanciare volontariamente nel cestino delle carte o a lasciar cadere la sigaretta fumata solo per metà vicino a una delle tante pile di libri accatastate nella stanza con la speranza nutrita, tra il dormiveglia e il sonno vero, di un liberatorio incendio? L’uomo non mosse neanche un muscolo mentre le prime fiamme, svegliandolo, cominciarono ad alzarsi lentamente ma con voracità tra alcuni poemi latini in edizione tascabile e i romanzi del migliore noir americano: l’incendio forse era cominciato proprio tra quei due generi letterari. Chissà… Le alte lingue di fuoco lambivano prepotentemente il soffitto della stanza e non trovando sfogo verso l’alto ritornavano vorticosamente accelerate verso il basso e il centro della camera da letto, incontrando altro materiale libresco non ancora combusto e letto. Mentre la temperatura all’interno della stanza aumentava in maniera vertiginosa, l’uomo sentì che una profonda e salvifica gioia s’impadroniva finalmente della sua mente stanca e spenta da troppo tempo. Le pagine ripiene di parole e frasi pensate da Altri, pagine che in fondo l’avevano annoiato durante quegli ultimi sterili anni da pseudolettore, cominciarono, grazie all’effetto purificatore del fuoco, ad assumere un aspetto omogeneo. Quelle stesse pagine ora riaffioravano nella mente dell’uomo bianche e libere, lavate dall’inchiostro e pronte ad essere riscritte da avide penne infuocate. La tomba di carta ardeva vivacemente, accogliendo in un ultimo abbraccio rovente il suo solitario costruttore.>>

(tratto da L’uomo che non sapeva leggere)

Formiche

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 dicembre 2010 by Michele Nigro

Nuke Free World, Hiroshima, Atomic Bomb

Bighellono tra i quartieri risorti

di Roma

Berlino

Londra

Hiroshima

Dove trova la forza

l’uomo della ricostruzione?

Per capirlo

faccio esperimenti da giardino

– pollice verde della storia –

lancio sassi

su formicai ignoranti.

Le bestioline indaffarate

 stupendomi

rimettono su casa.

Come un dio stanco

osservo dall’alto

le volenterose ideologie

le speranze nel futuro

gli slanci mistici

i gemiti tra le cosce

i giorni rossi dell’agenda

l’istinto materno

il devoto affidarsi

l’apprezzato sacrificio

il sudore del lungimirante.

Rilancio un sasso

perché non afferro

non comprendo il senso di questa fede,

ricostruisco istinti e affanni in laboratorio

prendo appunti

cerco di imitare

mi muovo

combatto.

Vite sotterranee

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 ottobre 2010 by Michele Nigro

Philip K. Dick

[…] “La penultima verità” (The Penultimate Truth) contiene uno dei temi prediletti da Dick: la guerra eterna. In questo romanzo una società “lemure” non abita più la superficie terrestre, dopo che una guerra nucleare totale l’ha resa invivibile. L’umanità, ormai abituata a vivere in città-bunker sotterranee scavate verso il cuore della terra, evita diligente­mente la crosta terrestre, credendola ancora contaminata. In superficie, solo uno sparuto manipolo di dominatori-latifondisti, con l’ausilio di un esercito di guardiani-robot, conosce la realtà… I notiziari che vengono propinati alla popolazione sotterranea, sono letti da un androide che tutti credono umano e che riceve ordini da un sofisticato computer che elabora costantemente notizie allarmanti con il solo scopo di mantenere la gente nella più totale immobilità e disinformazione… Solo un uomo decide di tornare in superficie sfidando tutte le regole del buonsenso di cui sono schiavi i suoi concittadini. Mentre risale pensa al pericolo delle radiazioni che lo potrebbero uccidere e all’esercito dei robot che polverizzano qualsiasi forma di vita estranea allo scenario desolante post atomico. Ma il dubbio è grande e la sete di verità incontenibile…

Scritto nel 1964, “La penultima verità” rappresenta un valido “riassunto” di tutte le tematiche dickiane: gli scenari depri­menti di un pianeta Terra trasformato dalla guerra, i personaggi che perdono pezzi di umanità non conoscendo più il limite tra se stessi e i loro “simulacri” artificiali, la realtà che diventa la parodia della Verità, le coscienze assopite da Poteri nascosti, la capacità di pochi speciali “incoscienti” che materializzando le necessarie figure degli “antieroi” grassi e brutti (altro che il cinematografico Harrison Ford di “Blade Runner”!) danno vita alla vera ricerca dolorosa di chi rinnega la comoda realtà per ritrovare il vero senso della vita in uno squallido scenario decadente. […]

[…] E se vivessimo anche noi in una nostra attuale condizione “sotterranea” fatta di bugie e di esigenze inventate? Chi di noi ha il coraggio quotidiano di ritornare “in superficie” per andare oltre la notizia e al di là delle apparenze di una società in cui tutto sembra “necessario”? Il Philip Dick paranoico, visionario, depresso e allucina­to ci indica, nei suoi romanzi e ancor di più tramite i suoi personaggi, gli elementi per una ricerca attualissima: in questa epoca di “guerre preventive” e di “armi di distruzio­ne di massa” mai trovate, ci verrebbe spontaneo imitare il personaggio de “La penultima verità” e risalire anche noi verso la superficie del nostro mondo fatto di “inevitabilità” e “falsi doveri”. […]

(tratto da “Ritratti d’Autore” a cura di Michele Nigro:

Philip K. Dick – “La penultima verità”

articolo pubblicato sul mensile “Strange Days”)


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