I mille volti di “Fog el Nakhal”

“Fog el Nakhal” è una canzone tradizionale molto famosa tra le popolazioni di lingua araba e non solo. Volendo fare un paragone azzardato con la nostra canzone popolare potremmo dire che Fog el Nakhal rappresenta, anche se tematicamente diversa, il corrispettivo arabo di ‘O sole mio: una canzone in lingua napoletana che, nonostante la stupidità dei leghisti, è riuscita e riesce ancora oggi a essere il ‘biglietto da visita’, soprattutto all’estero, di un’intera nazione: l’Italia.

Ma la storia di Fog el Nakhal è molto più antica e nel corso dei secoli questo brano di origini persiane ha subito, proprio come è successo alla canzone ‘O sole mio, una serie innumerevole di reinterpretazioni. Per non parlare delle ‘mutazioni linguistiche’ che hanno interessato lo stesso titolo, a seconda dell’epoca e della regione geografica in cui la canzone è stata adottata: Fog el Nakhal > Fog il Nahal > Foug el Nakhal > Fogh in Nakhal…

E’ impressionante la quantità di versioni di Fog el Nakhal esistenti non solo nel mondo arabo ma anche al di fuori di esso: cercherò in questo post di offrire una panoramica  (sicuramente incompleta) dei diversi approcci interpretativi.

Struggente, accorata e decisamente melodrammatica l’interpretazione di Nazem Al-Ghazali, una sorta di “Claudio Villa iracheno” molto apprezzato dagli ascoltatori delle generazioni passate.

Indiscutibilmente tradizionalista, più sobria e meno edulcorata l’interpretazione affidata al famoso cantante siriaco Sabah Fakhri.

Seducente e tecnologica la versione ‘veloce’ della bella cantante libanese Dania che nel suo videoclip riprende in chiave moderna (con tanto di cellulari, taxi presi al volo…) le sofferenze amorose descritte nell’antico testo della canzone. Come a voler dire: “cambiano le epoche ma il patimento è sempre lo stesso!”

Impossibile per me non citare la Fogh in Nakhal dell’italianissimo Franco Battiato, contenuta nell’album “Caffè de la paix”

… ed eseguita dal vivo nel 1992 a Baghdad (Iraq), quando ancora esisteva il regime di Saddam Hussein, durante un evento musicale – il “Concerto di Baghdad” – che oserei definire storico e non solo dal punto di vista artistico.

Mistica, eterea ma al tempo stesso potente la versione cantata da Giuni Russo.

Divertente e trasversale la versione Diwan di Franco Battiato e Sakina Al Azami

E infine una versione “casalinga” di Fog el Nakhal eseguita dalla famiglia Marjyia a Nazareth (Israele) nell’Agosto del 1994, durante un mio viaggio in medio oriente. Il file audio che segue testimonia non solo l’estrema popolarità del brano Fog el Nakhal ma soprattutto la profonda predisposizione alla musica delle popolazioni mediorientali: il ‘fare musica’ tutti insieme (gli strumenti che sentite nella traccia vengono suonati dai vari membri del nucleo familiare, dalle percussioni all’oud, dalle voci alla chitarra classica) è una caratteristica ‘tribale’ che resiste al progresso e al tempo; è una forza invisibile che crea coesione tra i vari componenti della famiglia. Una forza che noi occidentali (sempre più nevrotici, divisi, occupati ed egoisti) dovremmo recuperare.

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