Il poliziotto che amava i libri

<<… E fu con questo stato d’animo che una mattina del ‘mitico’ 1968, lui e altri suoi colleghi della Celere furono scaricati in massa nella zona universitaria di Valle Giulia a Roma. Sembrava una normale manifestazione studentesca contro quei ‘baroni ammuffiti’ che rappresentavano una società da combattere e riformare. Ma non fu così… Cominciarono a volare sedie e scrivanie dai piani alti della facoltà di Architettura. Qualcuno tentò anche di defenestrare chi resisteva all’impeto riformatore del Movimento Studentesco. La Polizia intervenne ma gli scontri furono violenti: teste rotte, mezzi della Questura incendiati, poliziotti feriti e studenti inferociti… Ernesto se la cavò con una sassata di piccolo calibro sull’elmetto, ma molti poliziotti rimasero a terra feriti. Gli stessi dirigenti della Celere non si aspettavano una tale reazione violenta…>>

(tratto da Il poliziotto che amava i libri)

AUDIO CORRELATO: “Qui” di Antonello Venditti

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2 Risposte to “Il poliziotto che amava i libri”

  1. Ho letto il racconto per intero..
    È come se avessi letto due storie nello stessa storia e la cosa bella è che sei stato capace di fare tutto ciò in un breve racconto.
    La figura di Ernesto è quella di un uomo tenace, forte, ma delicato e sensibile.
    Un uomo che viaggia sulla MetroSpeed di Roma-3 insieme alle sue rughe che, come ragnatele tessono i fili del suo passato, facendoli convergere in alcuni punti focali che diventano l’impalcatura di una vita intera.
    Si passa dal grigiore metallico di quel viaggio in metropolitana, dove “immobili” , senza oscillazioni e in vagoni velocissimi, si respira l’atmosfera di un presente incalzato dai ricordi passati, verso un paesaggio agreste, lontano da quel tempo e da quello spazio.
    È un cambio di registro, atmosfere e ritmo, ma anche di colori e di.. “concedimelo”.. profumi e odori.
    Nell’immaginare il grigio di quei vagoni che avvolge Ernesto nel suo viaggio, si avverte quasi l’odore ferroso dell’acciaio freddo e rigido metallo, che stride fortemente, poco dopo, con il profumo di erba appena tagliata nei campi di una Basilicata che lo partorisce, per poi darlo in pasto al mondo. Stride anche con l’odore di quella valigia di cartone pronta per accompagnarlo: pane, indumenti, biscotti e speranze l’hanno impregnata per anni.. si, speranze perché anche esse hanno un loro odore che poi alla fine è più un “profumo”.. una scia da seguire.
    È molto interessante questo contrasto, questo tempo in un primo tempo impaziente e frenetico, ma che poi si diluisce nella lettura, perché è un rallentare un soffermarsi quasi.
    Si ha l’impressione come quando, entrati in una mostra d’arte, ci si trova ad esempio di fronte a due quadri: “Notte stellata sul Rodano” e “Susino in fiore”. Van Gogh li ha dipinti entrambi e lo sappiamo, eppure è come se nascessero da pennellate eseguite da mani diverse.
    Così è per questo racconto, “quadri” descrittivi diversi, unica la penna.
    Bellissimo..
    Ho omesso di proposito di parlare di tutto il resto, di come si evolvono i pensieri di Ernesto che ripercorre le sue esperienze, di pari passo con quelli che sono i suoi inevitabili cambiamenti più profondi.
    I veli vanno tolti lentamente e poi c’è il gusto di scoprire da soli cosa si cela dietro il non detto.
    Complimenti!

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