Velinismo: tra “arte” e meretricio politico

Il dibattito sul velinismo è cominciato quasi contemporaneamente all’azione di sdoganamento del corpo della donna da parte di una certa televisione commerciale. Ma cosa significa ‘velinismo’? E siamo proprio sicuri che lo sdoganamento a cui accennavo sia così recente?

Raccolgo dal web alcune definizioni, più o meno giuste, di ‘velinismo’ (il mio dizionario non è sufficientemente aggiornato): 1) “Il velinismo (sin: cultura della velina o dittatura della velina; maschile: dittatura del calcio e del tronista) è una tendenza italiana a riempire programmi televisivi di vallette più o meno semi nude, che si è sviluppata alla fine degli anni 80′ nei programmi televisivi…”; 2) “L’aspirazione massima di una ragazza è fare la velina, per arrivare a questo bisogna esserci, apparire, sbalordire. I sistemi più sono trasgressivi, più funzionano; allora queste ragazze vogliono far parlare di loro e se non hanno qualcosa, se la prendono senza troppi indugi…”; 3) “Il velinismo è la versione femminile di un sistema dove tutto si compra. Un sistema che richiede di accettare sempre l’obbedienza, sia per le donne sia per gli uomini…”; 4) “Sembra che oggi in Italia, nel massimo momento di regressione ad un patriarcato conservatore e becero, l’unico spazio di potere e successo per le donne sia rimasto quello identificato dall’orrendo neologismo del velinismo…” E così via. La discussione innescata dal velinismo (anche se il termine ‘velina’ è successivo alla comparsa delle prime showgirl della tv commerciale vestite in maniera succinta), come si nota leggendo le poche definizioni sopra riportate, è molto variegata: sarebbe un errore relegare il fenomeno in un angolo esclusivamente moralistico. Il velinismo è molto di più: è semiologia, è politica, è cultura, è ‘filosofia’ di vita, è comunicazione.

La ‘questione’ dell’uso volontario (ma di fatto indotto da un sistema prevalente di valori più o meno discutibili) del proprio corpo da parte della donna ha sicuramente ottenuto una maggiore attenzione grazie alla nascita della cosiddetta televisione commerciale: una televisione che esiste e sopravvive utilizzando i proventi derivanti dalla pubblicità e quindi impegnata costantemente a coinvolgere emotivamente, culturalmente e commercialmente i propri telespettatori. Il teleascoltatore della tv commerciale da protagonista passivo si trasforma in un deus ex machina coccolato, interattivo e artefice (così gli fanno credere) della propria felicità. Tutto è possibile nei nuovi e colorati studi televisivi della tv commerciale: la ricchezza sembra a portata di mano; il pensionato calvo e con la dentiera si atteggia a latin lover; la casalinga che soffre di artrite reumatoide azzarda qualche passo di danza con il ballerino muscoloso messo a disposizione; la giovinezza da riscoprire è un must; le forme esplodono; la vitalità è distribuita a chili; le donne sembrano più facili… Tutto è raggiungibile nella tv commerciale e i grigi disfattisti non sono benvenuti. Uno dei sogni atavici del maschio italiano diventa realtà: una donna seminuda, sessualmente disponibile, poco eloquente o addirittura muta, si aggira tra gli studios della tv commerciale in cerca di un anonimo uomo medio da sedurre a distanza, attraverso l’audace telecamera che osa sui suoi seni abbondanti. L’acquisto dei prodotti pubblicizzati rappresenta l’unico modo per essere indirettamente partecipi di questo nuovo rito collettivo mediato dallo schermo televisivo; per ‘possedere’ (in una maniera sessualmente indiretta) la bellezza, la felicità, la disinibizione, la spensieratezza economica, l’abbondanza, l’arte amatoria, addirittura l’immortalità. Il teleascoltatore non è più seduto sul divano di casa in attesa del segnale di chiusura notturna dell’emittente ma è presente negli studi televisivi, dialoga e scherza con il conduttore, riesce persino a toccare la ballerina formosa e a portare via un po’ di soldi con un gioco a premi; è complice nella realizzazione dei trucchi dello spettacolo…

In tale contesto edulcorato il ruolo di mediazione assunto dalla velina diventa fondamentale: l’opera di distrazione del teleascoltatore non sarebbe completa senza la presenza di una donna che usa consapevolmente il proprio corpo per lanciare precisi messaggi sessuali, commerciali e ‘politici’. Ma gli italiani non sembrano più scandalizzati da questo ‘abuso’ del corpo o forse non lo sono stati mai: la presenza vigilante della Chiesa, l’azione apparentemente moraleggiante e di stampo vittoriano della Democrazia Cristiana sul territorio peninsulare, non hanno scalfito di un millimetro la voglia di partecipare all’evoluzione liberista dell’italiano medio e sognatore. Anzi, la storia c’insegna che questo passaggio epocale della politica e degli ‘usi e costumi italici’ avverrà proprio grazie al ‘riciclaggio’ di determinati personaggi politici appartenenti ai maggiori partiti della cosiddetta Prima Repubblica (tra cui la DC). In quest’atmosfera da ‘secondo miracolo economico’ sembra che tutti possano fare tutto, ma alla fine i guadagni veri sono per pochi lobbisti.

Tuttavia gli ‘italiani brava gente’ hanno ancora le idee un po’ confuse in materia di velinismo. Se da un lato partecipano in prima persona e spudoratamente allo sdoganamento del corpo femminile (basti pensare alle mamme che spingono le belle figlie alla ‘carriera’ di veline, così come un tempo i nostri genitori aspiravano al posto fisso), dall’altro non riescono a liberarsi completamente di un meccanismo mentale di origine antica e ben allignato a un livello più o meno inconscio: l’associazione tra la figura dell’attrice e quella della prostituta. All’inizio di questo post mi chiedevo se lo sdoganamento del corpo della donna fosse un fenomeno più o meno recente. La risposta ci viene data da un interessante saggio di Lucia Re intitolato “D’Annunzio, Duse, Wilde, Bernhardt: il rapporto autore/attrice fra decadentismo e modernità”: <<… Esibendosi pubblicamente sotto gli occhi di tutti al centro del palcoscenico, l’attrice, con la sua aura di indipendenza, professionalità, e libertà sessuale, appariva tuttavia anche come la negazione incarnata di quel profondo puritanesimo vittoriano (ma anche cattolico e risorgimentale), secondo il quale alla vera natura femminile si addicevano esclusivamente la sfera privata e il cerchio ristretto della casa e degli affetti familiari. In quanto figura pubblica, commercializzata e esposta agli sguardi e al desiderio di tutti, l’attrice anche quando veniva mitizzata e adorata, appariva simbolicamente e pericolosamente molto vicina alla figura della prostituta. L’attrice, come la prostituta, rappresentava nell’ottica patriarcale vittoriana cattolico-risorgimentale una mercificazione perversa del femminile, occupando quindi una posizione opposta a quella dell’angelo del focolare.>> Interessante il passaggio “anche quando veniva mitizzata e adorata”: in questa frase apparentemente innocua è condensata tutta l’ipocrisia di un’italietta passata e presente. Una morale oscillante e un’ipocrisia che hanno permesso a certi famigerati comunicatori di massa di fare breccia tra le debolezze degli italiani e di prendere il sopravvento dal punto di vista politico (troppo scontato ma inevitabile il parallelismo Mussolini-Berlusconi). Un’ipocrisia che a partire dagli anni ’80 non ha più ragione di esistere – perché nel frattempo i desideri nascosti degli italiani diventano finalmente, grazie alla tv commerciale, merce visibile e acquistabile – ma che affonda le proprie radici nei secoli: straordinario è il personaggio del Principe di Salina nel romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, di giorno devoto sgranatore di rosari e affettuoso padre di famiglia, di notte frequentatore di postriboli. Il politico vincente è quello che sa parlare al ‘lato devoto’ e al ‘lato puttaniere’ del popolo che intende governare: il moralismo unilaterale non paga mai.

Scrive sempre Lucia Re nel suo saggio: <<… D’Annunzio fu colpito dallo stile della Duse in quanto manipolazione delle apparenze, e dal modo in cui le spettatrici in particolare subivano il fascino della diva, prendendola come modello e cercando di imitarne nella vita reale le acconciature e i gesti. Il meccanismo del potere di seduzione teatrale della diva affascinò D’Annunzio, che nel tentare di farlo proprio ne intuì anche il potenziale politico.>> E ancora: <<… è dunque importante notare che D’Annunzio cercò anche di appropriarsi, politicizzandola, della tecnica di seducente spettacolarizzazione e teatralizzazione del corpo, dello sguardo e della dizione, caratteristiche dello stile e sistema comunicativo della diva (Eleonora Duse, n.d.b.). D’Annunzio “divo” nonché D’Annunzio seduttore di folle (e precursore in questo di Mussolini, anche se quest’ultimo ne degrada le tecniche, popolarizzandole demagogicamente come paventato dallo stesso D’Annunzio) non è quindi una creazione autonoma, ma (come tutto D’Annunzio) una sapiente mimesi e trasformazione di una strategia preesistente, quella appunto del divismo della grande attrice.>>

D’Annunzio-Duse

La donna in generale e in particolar modo la donna-attrice ha bisogno del Potere e del potente di turno, e al tempo stesso l’uomo potente attinge forza sessuale e politica dal corpo della donna: un mutualismo estetico e politico assolutamente non nuovo, bensì antico come l’umanità e che ha l’unica prerogativa di essere stato amplificato dai moderni mezzi di comunicazione. Il potere ha bisogno di una donna simbolica da esaltare e che pone sempre al centro dell’attenzione, ma che intimamente considera inferiore. Il potere ha bisogno della donna perché possedere la donna significa possedere le chiavi dell’universo sociale e politico: donna è sinonimo di rispettabilità, affidabilità, simpatia. Comunicare con la donna significa comunicare con l’elettorato. Ma la donna proposta dal velinismo non esiste nella realtà e nella peggiore delle ipotesi la donna reale e quotidiana subisce il fascino deleterio della ‘velina’ in un contesto che purtroppo non è quello televisivo: solo le ‘veline-ministro’ sembrerebbero aver superato il test-realtà, ma se osserviamo attentamente i fatti ci accorgiamo che anche loro fanno parte di una scenografia illusoria creata scientificamente per sdoganare una libertà femminile che non esiste: vedi le donne lavoratrici precarie e quindi non libere; vedi le donne licenziate a causa di una maternità e quindi non libere…

Il velinismo artistico-commerciale, quello nato ‘per gioco’ ma con un piano ben preciso in mente, diventa così velinismo politico in nome di una videocrazia “corpocratica” che non si accontenta più di influenzare le abitudini consumistiche dell’italiano medio, ma punta a diventare (e di fatto diventa) sistema socio-politico eliminando certi fastidiosi contrappesi culturali e informativi.

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