Archivio per sesso

“Amore e Morte” di Calcedonio Reina

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versione pdf: “Amore e Morte” di Calcedonio Reina

Non ho ancora avuto l’opportunità di vedere dal vivo questo dipinto straordinario del pittore catanese Calcedonio Reina intitolato “Amore e morte” (1881) custodito presso il museo civico di Catania, e che ho conosciuto casualmente tempo fa, tramite il web, mentre cercavo un’immagine adatta alla mia poesia “Segnalibri”. Ad influenzare positivamente il mio giudizio nei confronti di questa opera non è solo il fatto di essere stato realmente nel luogo in cui è ambientata la scena di “Amore e morte”, ovvero le suggestive Catacombe del Convento dei Cappuccini a Palermo, ma è soprattutto l’originalità del suo realismo e il forte potere simbolico nascosto dietro l’apparente normalità della scena: un uomo e una donna si baciano tra le bare e le mummie esposte nelle catacombe. Sembrerebbe che l’artista abbia voluto semplicemente immortalare la breve storia di un bacio rubato, di un atto goliardico tipicamente giovanile consumato in maniera “eversiva” in un luogo sacro, lì dove sarebbe vietato occuparsi di gioie terrene, carnali e sarebbe, invece, più opportuno riflettere sull’insegnamento escatologico offerto dall’ambiente. Ma c’è di più, molto di più…

Al centro dell’opera ci sono loro, un uomo e una donna che mentre si abbracciano dolcemente, si scambiano un bacio appassionato: lei, con molta probabilità di famiglia benestante come denunciano i suoi merletti, bionda, giovane e bella, vestita di bianco (bianco crema) – la luce che emana dal suo abito è un inno alla vita! – a contrastare il grigiore della morte (anche se non vi è traccia di monotonia cromatica nella descrizione pittorica del sepolcro da parte di Reina; al contrario, le bare, le nicchie e i corpi mummificati sono caratterizzati da una sobria “vitalità” dei particolari, pur trattandosi di un dipinto in cui la tonalità non esaltata di colori non contrastanti tra di loro, tende a uniformare il tutto accogliendo la luminosità dei soli esseri viventi); quel corpo lucente – l’unico del dipinto – è il simbolo della gioia di vivere, dell’amore di donna, della passione devota della moglie che sarà, promessa splendente della vita che custodirà.

Lui, elegante gentiluomo, capigliatura nera, dall’aspetto promettente, sembrerebbe provvisto di baffi nonostante l’area della bocca sia occupata dal bacio, amante premuroso, le sue braccia ricoperte dal tessuto scuro della giacca cingono, una la vita di lei come se fosse una cintura che spicca sul bianco del vestito della donna (a voler dire: “tu sei mia, appartieni alla mia vita e non alla morte che ci circonda!”), la mano dell’altro braccio, invece, accompagna la nuca della fanciulla verso il “dolce pasto”.

O, forse, l’uomo e la donna sono i protagonisti di un amore clandestino, di un amore impossibile, senza futuro: quel bacio rubato è un’occasione irripetibile, unica, da non perdere. Confidando nella “forzata discrezione” dei presenti, i due amanti si abbandonano a un gesto apparentemente irriverente, vista la sacralità del luogo, e con la tragedia nel cuore sanno che quello potrebbe essere il loro ultimo bacio se non addirittura il primo e già ultimo: fuori dalle catacombe torneranno a essere due estranei; forse entrambi sono sposati con altre persone e la loro conoscenza furtiva nel mondo dei vivi non aveva avuto lo sviluppo desiderato. Solo in un luogo di morte e di silenzio il loro amore “di superficie”, fatto di sguardi e di fantasie, ha trovato la forza per realizzare il contatto adulterino. Il tutto vissuto sotto gli occhi ormai spenti delle mummie esposte in fila, vestite come lo erano in vita ed etichettate, che sembrano “discutere” tra di loro dell’insolito accadimento amoroso.

Eppure, al di là della storia dei due amanti creati dal pennello e dall’immaginazione di Reina, non si comprende definitivamente se siano i due giovani a lanciare un segnale indiretto ai muti testimoni del loro bacio o se siano, al contrario, i corpi mummificati dei morti a insegnare qualcosa di inesorabile e drammaticamente reale all’uomo e alla donna. È l’amore che vince su tutto (l’omnia vincit amor di virgiliana memoria), persino sulla morte in quel luogo presente in maniera inequivocabile, o è la Morte che ricorda ai due amanti, attraverso i suoi “associati” messi in bella mostra nelle catacombe a sfidare l’eternità, senza proferire parola alcuna, che qualunque sarà la natura del loro amore e la forza della loro passione per la vita, alla fine diverranno comunque materia per imbalsamatori o cibo per vermi? Infatti dalla luce del lato del dipinto che sta alla nostra sinistra (e del vestito della donna) si passa gradualmente, in prospettiva, verso la lontana oscurità a destra in fondo alla catacomba: vivete, credete nell’esistenza, baciatevi appassionatamente, illudetevi per un attimo di essere immortali, ma – memento mori! – non dimenticate di appartenere alla morte, al destino oscuro che vi attende in fondo alla galleria della vita.

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Desidera la donna d’altri!

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versione pdf: Desidera la donna d’altri!

Agli amori impossibili

e a quegli amanti che li rendono tali

Recita il nono comandamento del Decalogo, meglio conosciuto come I dieci comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri”; essendo il termine donna piuttosto generico, in quanto comprendente anche una persona nubile di età adulta o una giovane ragazza che pur avendo raggiunto la maturità sessuale non è ancora in età da matrimonio, gli esegeti in difficoltà fanno ricorso alla versione del Decalogo tratta dal libro dell’Esodo in cui si specifica severamente, rivolgendosi ai tipi vaghi: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”, restringendo decisamente il campo e allontanando il fedele da qualsivoglia rischio interpretativo. Indipendentemente dall’utilizzo del termine donna o moglie, il principale bug contenuto in questo comandamento è il carattere di possesso, esercitato dall’uomo nei confronti della donna, che traspare dalle parole: comandamento che, per chi crede, sarà stato pure dettato da Dio, infallibile per definizione, ma la lingua in cui è stato tradotto, ad uso e consumo dell’umanità bisognosa di norme, anzi scolpito sulle leggendarie tavoletradisce esigenze terrene palesemente maschiliste che di divino hanno veramente poco! È quel d’altri, usato indifferentemente tra “roba” (del decimo “non desiderare la roba d’altri”) e “donna”, a rappresentare uno dei punti meno nobili del nono comandamento. Ma andiamo per gradi: ritorneremo sulla questione del possesso in un secondo momento.

“Non desiderare…” Che significa? Come si può ordinare alla propria mente e al proprio corpo di non desiderare? Ovvero di volere fortemente? Posso decidere di non muovere per un giorno intero il braccio destro (che è un “oggetto” materiale visibile e tangibile) ed è un esercizio quasi impossibile da realizzare perché l’istinto, in un momento di distrazione, ci imporrebbe prima o poi di muovere il suddetto braccio nel caso in cui dovesse servire per bloccare una minaccia o per evitare una caduta rovinosa… Eccolo lì, il vero pericolo della virtù: l’istinto. Più sfuggevole e incontrollabile del libero arbitrio che presuppone un libero ragionamento a cui seguirà un’azione volontaria, meditata. Il desiderio non è come un arto fatto di muscoli e ossa: è un concetto intangibile che però può avere effetti concreti nella realtà. Il desiderio non è il frutto di un ragionamento; il desiderio sorge all’improvviso dalla mente, dal cuore e spesso, prima ancora, dalla carne. Esiste, però, anche un desiderio casto: desiderare di ascoltare le parole di una persona che tocca le nostre corde interiori; questo non precede necessariamente un toccare corde fisiche, ma prevenire è meglio che curare – avranno pensato gli antichi custodi della nostra integrità morale – e quindi ci viene intimato nel vangelo di Matteo: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (in un altro libro che nominerò più avanti* si legge una versione simile sempre in riferimento al vangelo di Matteo: “Chiunque mette gli occhi su una donna sposata per concupirla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” […] l’adulterio consumato all’interno dell’uomo equivale per gravità a quello consumato nella carne [pag. 216]). In entrambe le versioni c’è una costante: con lei, ovvero la donna è adultera a sua insaputa solo perché un uomo l’ha desiderata nell’immaginazione. Una sorta di “parità tra i sessi” ante litteram in chiave immaginifica? O di condivisione neurologica delle responsabilità? La posizione dei peccatori peggiora se anche lei asseconda e ricambia lo sguardo desideroso di lui. In quel caso l’inferno è assicurato per entrambi: anzi la donna vi entrerà per prima in quanto è un essere a cui non è permesso desiderare esternamente, in quanto “roba”, cosa, oggetto del possesso privo di potere decisionale e vincolata da un “familismo amorale” di stampo sentimentale. Infatti il Decalogo esclude a priori l’equivalente femminile del nono comandamento: “Non desiderare l’uomo di altre”. Tanto a cosa servirebbe specificarlo? Le ragioni di questa esclusione non sono solo di natura sessuale (nel senso di sesso di appartenenza), o dovuta a una superiorità di genere decisa dall’alto, ma soprattutto trattasi di motivazioni socio-economiche e culturali “giustificate” dall’epoca storica in cui sono state concepite.

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Lettera a una donna amata, persa e ritrovata…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2016 by Michele Nigro

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Napoli, 10 febbraio 2009

Cara Sibilla,

la mia partenza un po’ precipitosa da Firenze e il tuo comprensibile umore nero causato dalla brutta notizia giunta via telefono Domenica mattina, sorprendendoti durante il nostro primo caffè, non mi hanno permesso di lasciarti in eredità le parole che meriti.

La mia non è retorica diplomatica ma pura comunicazione amichevole e spontanea… Seppur ritardataria.

Noi “intellettuali” siamo così: viviamo in “differita”! Soprattutto quando si tratta di parlare di sentimenti, cerchiamo le parole giuste come se ci trovassimo al cospetto di una poesia o di un saggio.

Recuperare un’amicizia, un affetto dopo tanti anni è sempre motivo di grande gioia: passare dal silenzio alla comunicazione e addirittura – oddio, ancora devo realizzare la cosa! – all’incontro ravvicinato, corrisponde, almeno dal mio umile punto di vista, a un grande traguardo umano. Indipendentemente dall’esito finale.

Diciamoci grazie, l’uno all’altra! Siamo stati bravi per questo atto di coraggio nel recuperarsi… Credo.

Spero solo che non si sia trattato di uno di quei confronti a tempo, come tra compagni di scuola, per sottolineare superiorità e successi, dettati da meschine esigenze di rivalsa. Da parte mia non è stato così e sentendoti al telefono prima del nostro incontro non ho percepito un tale spirito nel tono della tua voce, o forse nel momento in cui t’ho vista sei stata brava a camuffarlo.

Pensiamo di poter sopravvivere anche senza valorizzare determinati rapporti (e infatti durante questi tredici anni ognuno di noi ha compiuto il proprio cammino, vivendo le proprie esperienze di vita e lasciandosi trasformare da esse, come è giusto che sia) ma non consideriamo il fatto che quando due persone si conoscono, fosse anche per pochi giorni o poche ore, hanno già “alterato” inesorabilmente le proprie esistenze. I legami più o meno flebili che si creano tra noi e le persone che conosciamo sono indissolubili nel tempo: nel bene o nel male le persone continuano ad appartenersi in eterno. Pezzetti di noi continuano a resistere ed esistere nelle altrui esistenze, immagazzinati tra le pieghe del possibile, anche se ci impegniamo con tutte le nostre forze per dimenticare e farci dimenticare. E nonostante le varie opere di rimozione portate a termine con successo.

Ma è giusto che sia così, anche se è un po’ triste: le cose superflue, che sono dovute diventare superflue per continuare a vivere o sopravvivere, vanno sempre a finire in garage o in soffitta. In basso o in alto, l’importante è che siano lontane dalla vista quotidiana. Non si parla mai, però, di una loro definitiva distruzione: non per una questione di spazi mentali in grado di conservare i ricordi, quanto piuttosto per un inconsapevole salvataggio compiuto dal nostro inconscio. Esso sa cosa conservare e cosa no; come se fosse in grado di valutare in maniera autonoma l’importanza delle esperienze da ricordare e di gestire la loro collocazione stratigrafica nella geologia della memoria.

Ti starai certamente chiedendo mentre leggi, tra una telefonata in ufficio e una lettera da scrivere per il capo, dove questo rincitrullito di un Dino voglia andare ad apparare! Arrivo, quasi, “ai vari dunque”…

Sei stata carinissima con me durante questo nostro clandestino weekend di “recupero” e non dimenticherò le tue attenzioni gastronomiche, casalinghe e di altra natura… Un’ospitalità greca condita, a un certo punto, da venature di freddezza teutonica forse derivanti dalla tua formazione scientifica o dalla rivalsa malcelata a cui accennavo prima. Non lo saprò mai: da questo punto di vista, non ti sei sbottonata.

La serata di Sabato, poi, è stata “epica”: birrozza compresa.

Mi piaci (l’avevo dimenticato) quando ti scoli la birra fredda con la dimestichezza di un camionista rumeno, per poi emettere suoni infantili e irriproducibili come a voler richiedere coccole seduta stante, in pubblico.

Riesci a gestire bene, a quanto pare, la tua presunta misantropia miscelandola adeguatamente con una buona dose di accoglienza calibrata e fine… Sei una cuoca rifinita e una vera donna da valorizzare: noi stupidi che t’abbiamo persa saremo costretti a vagare in eterno nel limbo dei dannati distratti e minchioni. Ci tocca!

Sei stata accogliente e premurosa: mi hai reso di nuovo partecipe della tua vita quotidiana fatta di commissioni da sbrigare e piccoli gesti dolci intercalati nel tran-tran, come ad esempio comprare le “frappe” di Carnevale o il pesce fresco non risciacquato in Arno ma proveniente dalla costiera grazie a una veloce catena del freddo, che poi m’hai cucinato amorevolmente “al cartoccio” nel forno della tua piccola cucina, lassù nella mansarda a forma di nido di cicogna dove ti sei rifugiata in questi anni tra una rinuncia sentimentale a causa del tuo orgoglio e una ricercata solitudine di stampo masochistico. Il tutto innaffiato con vino appositamente messo in valigia prima di raggiungerti.

E ti ringrazio per questo! Per aver aperto il tuo rifugio “alla stampa”, anche se, sarò sincero, ho avvertito odore di trappola, di schiaffo morale postumo ovvero di lezione di vita da impartire in ritardo – cara professoressa mancata! -, forte di un’assertività conquistata nel tempo e in cui sono caduto, indossando scarpe inadeguate, come si cade in una pozzanghera dopo un forte temporale. Lezione suggerita da una voglia di matematica vendetta da servire fredda e travestita da amichevole accoglienza. Cascato, come un fesso, nella rete della regina di cuori che senza parlare vuole dispensare morali delle favole a destra e a manca, vendicandosi di tutto e tutti a distanza di tempo.

Non fa niente! Sono stato al tuo “gioco”…

Inoltre sento il bisogno di chiederti scusa per alcuni miei gesti, parole o richieste morbose e discutibili che contrastavano apertamente con l’importanza di un momento umano già perfetto per come era stato concepito in partenza. A volte esagero e non rispetto la sensibilità altrui. Anzi a volte non rispetto nemmeno la mia sensibilità.

Scusami se forse sono stato arrogante e se mi sono mosso tra i nostri tredici anni di silenzio con la “leggiadria” di un elefante miope intento a bighellonare egoisticamente in un campo di fiori che non gli appartengono più. Sono riapparso quasi dal nulla armato di pretese e di false sicurezze: credo che l’audacia mal calibrata sia molto dannosa e che ci sia molto più coraggio in una lettera di scuse, come nel caso della presente, che in una prova di forza, soprattutto lì dove la forza non è necessaria ma a contare è l’amore. Anche se questo non spetta solo a me stabilirlo.

Forse hai sentito il bisogno di dimostrarmi che in questi tredici anni avevi avuto la tua vita e che io sono solo un povero “corso e ricorso storico” di vichiana memoria: non ce n’era bisogno, comunque… Di ribadire, intendo dire, il concetto di non indispensabilità di un essere umano nella vita di un’altra persona.

Solo quelli che “riposano” distesi in una bara a tre metri di profondità sotto terra, non possono più avere esperienze. O almeno non esperienze terrene, se si crede nell’aldilà.

La vita è mobile; l’amore continua a cercare, superata la fase della delusione, nuovi materiali edili con cui riempire i vuoti esistenziali creati da un appassito entusiasmo sentimentale e sessuale. È la natura a chiederlo, andando prima o poi contro l’immobilismo dettato dalla tristezza e il disincanto derivante dal lato cinico della vita.

La vita è cinica, Sibilla, e l’amore serve ad addolcire questa cruda verità. Come scriveva un poeta campano, di cui in questo momento non ricordo il nome:

“… All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria,

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.”

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Storia naturale del nerd

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 agosto 2016 by Michele Nigro

omaggio indiretto a Gene Wilder

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Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

frankensteinSecondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: “… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (‘penetrare’ i segreti della natura, n.d.b.). […] Ma al contrario del desiderio amoroso, il desiderio di progresso scientifico finisce per corrompere lentamente il corpo. […] La bellezza e la salute, qualità importanti per un giovane uomo che vuol essere marito e padre, vengono sacrificate alle esigenze della scienza.”

È più comodo, e per certi versi più facile, generare (e quindi vivere) una vita fatta con i pezzi di altre vite, che responsabilmente generarne una originale e personale partendo dal nulla, ovvero dal materiale genetico messo a nostra disposizione da Madre Natura. Ma l'”immaturo” Victor Frankenstein della Shelley, troppo concentrato sul “si può fare!” gridato in seguito dal discendente inventato da Mel Brooks, non riesce a sostenere lo sguardo mostruoso della sua creatura e scappa via. E a questo punto potrebbe starci bene anche un applauso bioetico, perché come dice un altro scienziato, il Dr. Ian Malcolm, il matematico del film Jurassic Park, criticando le strabilianti conquiste paleogenetiche del miliardario Hammond: “… erano così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se lo dovevano fare…”.unk45_zps4cde2625[1]

Incalza Nugent: “Il fallimento di Victor consiste nel non riuscire a rapportarsi con l’altro a un livello emotivo, un fallimento sul piano dell’empatia. […] La radice del male in Frankenstein è il genio scientifico unito all’incapacità di entrare emotivamente in contatto con gli altri.” Lo scienziato della Shelley non riesce a immedesimarsi in tempo, prima del disastro, nelle probabili sofferenze del mostro, non pone a se stesso le giuste domande ovvero non chiede alla propria coscienza come potrebbe sentirsi un essere ri-creato per capriccio e che si ritrova in un corpo inguardabile, rifiutato dalla società, e senza una famiglia che lo ami. Un mostro che, a differenza del suo creatore, istintivamente vorrebbe vivere, amare, provare passioni, entrare in contatto con gli altri, con un corpo da toccare, lasciarsi trasportare dalle forti emozioni, dall’ira (e lo farà in maniera orrenda), essere libero e non prigioniero della torre. Il moderno nerd descritto da Nugent possiede di default la medesima struttura psicologica del dottor Frankenstein: genialità ed (auto-) emarginazione, creatività e disempatia mista ad anaffettività, intelligenza ossessiva (quasi autistica) e asensualità che con il tempo può diventare un’aperta anti-sensualità, rigore scientifico che sconfina in una “dimensione accademica della realtà”…

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La poetica “maledetta” di Roberto Miglino Gatto

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 agosto 2016 by Michele Nigro

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Rosario Carello, nella prefazione a “Poesie perdute”, non usa mezzi termini: nella poesia di Roberto Miglino Gatto vi sono la stessa ansia, inquietudine e insoddisfazione presenti nei versi di quelli che un tempo furono definiti “poeti maledetti”. Squarci di vita folle; esistenzialismi registrati senza aspettarsi niente in cambio, né aiuti né condanne; “urli” degni di Ginsberg anche se meno rabbiosi e più rassegnati: appare scontato il passaggio da Rimbaud, Baudelaire, Verlaine ai poeti e romanzieri della cosiddetta beat generation impregnati di strada e di notti con sfumature situazioniste a esistere in giro (Guy Debord docet!), senza meta e speranza. Quelle di Gatto sono poesie fatte di attimi sensoriali mai fini a se stessi, che preparano il terreno a condizioni dell’anima, a interiorità disperate che forse non cercano più neanche una risposta, ma si limitano a fissare un vissuto scellerato.

… di puttana in puttana

così come vado con loro

tornerei indietro di decennio in decennio

fino ad arrivare ad un primitivismo ottuso

di selvaggio e incoscienza d’animale…

C’è bisogno di recuperare il piglio ancestrale dell’esistenza per salvarsi dal presente doloroso: ricercare una propria origine primitiva attraverso bassi istinti animaleschi, catartici e liberatori.

… Notte

e fuochi accesi

sulle strade

nero asfalto

ruvido

e tu fanciulla

al mio fianco…

Un culto, anch’esso maledetto, della strada notturna che libera e condanna al tempo stesso: i riti sessuali con donne sconosciute e selvagge; la disperazione del viandante; la degenerazione, innominabile compagna di cammino verso la dannazione…

… falsi gemiti di piacere

di notti, che vanno via.

È una poesia ricca di sensualità e di sessualità: disseminata di orgasmi, letti disfatti, piccoli seni da baciare o mordere, labbra, capelli biondi, femmine in calore… Sesso disperato, salvifico, compulsivo; sesso rubato, pagato; sprazzi di sesso cercati per noia o per ingordigia lungo i margini esterni della notte e della ragione. Sesso senza nome come a volersi fottere il mondo intero, prima che il mondo fotta il poeta; altre volte è un sesso con nome (<<… questa notte / cerchiamo un po’ d’amore […] Vada per Eva lo fa con passione>>). È un sesso preliminare o sostitutivo di una fuga solo immaginata o irrealizzabile.

Andrò via di qui

[…]

Questa città non mi dà niente

dimenticherò questa strada

dimenticherò quel bar

dimenticherò tutto di me

anche il tuo sorriso…

La notte è sempre presente: testimone fedele di gesti inconfessabili, di ubriacature, di dannazioni e di tristi solitudini a un certo punto non più confortate da “compagni” funzionanti come in passato.

… notte solitudine

[…]

… questa bottiglia non serve

mi tormenta questa bottiglia

mi tormenti tu che non ci sei.

Momenti di perdizione che lasciano spazio alla coltivazione di una fede bizzarra, a strane “preghiere” di fortuna pensate dopo una difficile notte. In questa melma c’è il tempo e la forza di aggrapparsi a Dio e di dire:

… Ti ringrazio Gesù Santo

che mi hai tirato fuori dalla fossa…

[…]

Ora fa’ che non mi perda più.

E quasi come a voler portare il figlio di Dio dalla propria parte, dissacrandolo o amandolo in modo inconsueto:

Ti ho visto

Gesù benedetto

a bere un po’ di vino

e anche tu

al Vico delle Nevi

a cercare un po’ d’amore.

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Ad libritum

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2016 by Michele Nigro

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La decisione è presa!

ci separeremo quando

avrò letto tutti i libri

che mi hai regalato, goccia a goccia

per nutrire la nostra parola,

e assaporato le illustrazioni

delle pagine mute

di pomeriggi a guardarci.

 

Portane altri, dunque

donami nuovi tomi di pelle

volumi di te

a riempire gli scaffali

del tempo crudele,

per gabbare gli

ultimatum dell’orgoglio.

 

Dopo anni, tra la polvere

ho rivisto la tua luce scritta

nell’apparente

dimenticanza di un

addio

a me dedicato.

Cave canem

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 giugno 2016 by Michele Nigro

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Il cane che dorme e sogna

proprio al centro della

strada deserta non teme

la morte da traffico,

si alzerà giusto

in tempo

come sempre all’arrivo

di un raro dovere.

Tutti gli amori

hanno lo stesso

sapore di voluttuosa

saliva, unguento

inventato da

madre natura

per ingannare il dolore

cosciente della fine.

E ogni volta

fingeremo

di non ricordare

le speranze appassite,

l’effimera gioia

di una trascorsa pelle.

Rigurgiti inquisitori

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2015 by Michele Nigro

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Sulla pira mediatica

di anacronistici tribunali

sfrigolanti fiamme, rigurgiti inquisitori

all’ombra di corrotte sante colonne.

Colpi di coda e scalpiti

da sistemi duri a perire,

le avide bocche di verità propinate alle masse

rifiutano lo specchio per se stesse.

dedicata ai giornalisti Nuzzi e Fittipaldi

Sale o scende?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 settembre 2015 by Michele Nigro

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Quello che stai sapendo della vita

ti farà invecchiare di felicità

e non di reumatismi ignoranti.

Gli occhi appesantiti di nuovi piaceri

e vecchi dolori difficili da digerire,

continui a spargere sale

sulle ferite per sentirti vivo.

Sperando di non guarire

prima della fine.

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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