Archivio per cervello

Privè

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2018 by Michele Nigro

Quel vostro club privè

dopolavoro per manovali

vogliosi, poco spirituali

tantra occidentale,

con l’ingresso, lembi di un’inguaribile

ferita

a volte nascosto

da fitta vegetazione capigliata

altre ancora glabro come un glande

che accoglie tra

pioggia calma che bagna

senza giungere da nubi

il sentiero reso facile

al viandante eretto

ma non eretico.

 

Un ariete di carne e sangue

per sfondare porte

aperte, umide di

desiderio lasciato libero,

ed entrare nella

calda stanza

di una finta immortalità.

 

Al termine

di movenze mai spiegate

bianchi muezzin

dall’alto di minareti a tempo

annunceranno il segreto

della vita umana in questo mondo.

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Onirica

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 novembre 2016 by Michele Nigro

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La trascorsa notte

ho sognato di scrivere una poesia,

parole piacevoli, vere come oggetti

definiti dalla luce del giorno

formavano impavide

– ed erano lì, dico sul serio, e le toccavo! –

quella rara scrittura onirica

eppure così nitida, viva e

splendente nell’oscurità.

 

Ho sognato di scrivere una poesia,

ma al risveglio

quei segni luminosi

tracciati sulla carta del buio

erano svaniti nella nebbia

dell’oblio mattutino.

 

Era bella, sì

era bella la mia poesia

e non la ricordo.

Rimane il brivido

divino della creazione,

poetica polluzione,

mi resta solo l’involucro

vuoto e dolce di un sogno

abbandonato dal cosciente

sulla soglia del dì.

(immagine: “Nocturno”

Isabel Quintanilla, 1998-99)

Rimani nella luce

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2015 by Michele Nigro

Remain in light

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Con occhi sbarrati, saturi di buio

e quella paura di illogiche cecità, agguati nel sonno

restavi sveglio come un’insonne sentinella

cercando punti luminosi, coordinate per vedenti

astronomia da camera

nell’oscuro silenzio di notti orfane.

Rimani nella luce

piccola anima insicura!

In soccorso a riposi spezzati

l’oftalmologia di Morfeo,

ninna nanna scientifica

cantata al tramonto

d’infantili ossessioni.

La crasi del settimo anno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 maggio 2015 by Michele Nigro

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Il campo gravitazionale

del tuo culo filosofico

voluttuoso emblema divino

influenza questo dittongo

tra anime

libere dal senso del possesso

unite a un livello superiore

di energia resistente al tempo

e alla morte.

Ghost

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 maggio 2015 by Michele Nigro

The Wall Movie 1982 (4)

in silenzio, non invitati

fantasmi tarlano

la stima dell’io,

un provvido giudizio sospeso

come un’esperta ninna nanna

li accompagna verso la notte

Le domande da risveglio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 dicembre 2014 by Michele Nigro

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RQM

(Rapid Question Movement)

Affacciata alla finestra di un nuovo giorno di quella sua strana vita, si poneva le solite, veloci, puntuali domande in attesa del caffè in risalita lenta dal freddo notturno: “che pianeta è questo? in che paese mi trovo? in quale città?”. E ancora: “che lingua userò oggi, la stessa di ieri? quali gesti? sono sicura di essermi svegliata o sto ancora vivendo in un sogno? chi o cosa può darmi la prova che questa sia la realtà? è tutto vero o è solo uno tra i tanti punti di vista imposti dall’abitudine al falso?”. Tutto quello che di crudo e apparentemente presente i suoi nervi ottici trasportavano verso l’area cerebrale deputata alla rielaborazione dei dati, erano sequenze create da un artista del nuovo realismo elettronico e ritrasmesse nella sua, diciamo così, ‘coscienza’ o si trattava di un breve momento reale sfuggito al controllo del programma giornaliero che stava caricandosi nei meandri del sistema nervoso? Non l’avrebbe mai capito perché il margine di differenza, se mai fosse esistito quel margine, era limitato e impercettibile: tutto sembrava lineare, consequenziale, coerente. Maledettamente coerente. L’unica sbavatura era contenuta in quel suo capriccioso dubbio mattutino, un istante, niente di più, fatto di domande bizzarre e gettate nella mischia del risveglio, così per caso, a minare le sicurezze depositate il giorno precedente nella banca del sapere ordinario. Ogni alba una rinascita, una nuova lotta tra verità e apparenza. “Perché tutto è così com’è, e non in un altro modo? Perché proprio così?”. Si sentiva orfana di un’alternativa interiore prima ancora che visiva. Solo pochi interminabili secondi e tutto sarebbe tornato alla normalità: il sangue, fluendo da una modalità orizzontale e onirica ad una verticale e militante, avrebbe ricondotto le domande nell’ordine voluto dal programmatore supremo dell’io. La luce e l’aria fresca, instancabili sentinelle del risveglio, avevano atteso pazienti l’apertura del vetro della finestra ricoperto dalla condensa di una notte senza ricordo, pronte a colpire come sberle mattiniere il volto dubbioso della dormiente in procinto di scrutare e ascoltare la strada e i suoi dintorni. Giovane donna a spasso con cagnolino, operai sul tetto del palazzo in costruzione, ululato del solito canide prigioniero al secondo piano, torre del ripetitore nella stessa posizione da decenni a diffondere presunti cancri elettromagnetici, cane randagio che gironzolando fa la pipì su una ruota scelta in base a precise regole chimiche, flottiglia di colombi in volo, panni stesi mossi dal vento, inutile vociferare dai garage sottostanti, camion della spazzatura in ritardo, auto parcheggiate sotto casa in un ordine somigliante a quello del giorno precedente, montagne con paesini tipo presepe sulla destra e orizzonte marino con traghetto in fase di attracco di fronte, quasi coperto del tutto da un’edificazione costante nel tempo. Le sequenze di quartiere e della visuale concessa in quel punto del mondo erano state rispettate anche quella mattina, salvo alcune variazioni per rendere realistico e originale l’impatto sensoriale, passando da un giorno all’altro, mentre le domande eversive sfumavano lentamente dalla sua mente come le immagini di un sogno vissuto ma non catturato. Per sempre perso ma pronto a ripresentarsi sotto altre forme, con altre effimere domande sospese tra sogno e realtà, tra una ricerca inquieta della verità e l’accettazione rassegnata di una realtà rattoppata e indossata. Forse avrebbe posto a se stessa quegli stessi interrogativi anche affacciandosi dalla finestra di un hotel del quartiere Shibuya di Tokyo. Chissà! Sequenze differenti, medesimi dubbi. E un giorno l’avrebbe sperimentato.

Un odore prepotente di caffè interruppe la ricerca della verità.

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Che cos’è la web poetry?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2014 by Michele Nigro

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 dedicato a Robin Williams/John Keating

 

Che cos’è la web poetry?

(interattività, multimedialità, ipertestualità)

Alla domanda “che cos’è la web poetry?” (tristemente somigliante all’interrogativo “che cos’è la poesia?” del Professore emerito Jonathan Evans Prichard evocato, e giustamente sbeffeggiato, nel film “L’attimo fuggente”) si sarebbe tentati di rispondere in maniera sbrigativa affermando che trattasi semplicemente di poesie pubblicate in internet, su blog, siti specializzati, social network… Quelli della mia generazione hanno vissuto e vivono a cavallo tra un’epoca cartacea e una digitale: prima dell’acquisto del mio primo personal computer per me poesia era sinonimo di antologie scolastiche, piccole biblioteche casalinghe, libri di poesie di famosi poeti da acquistare in libreria, antologie sfornate dai vari concorsi letterari sparsi in questa penisola di santi, poeti e navigatori. Poi con l’avvento del web 2.0 è accaduta una cosa straordinaria: la poesia, non più relegata nel meraviglioso mondo dei libri di carta, ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche in ambienti meno classici e più interattivi, meno fruscianti e più scrolling. Una buona fetta di lettori aveva finalmente compreso che non è il mezzo bensì il contenuto a dover prevalere tra le priorità del “ricercatore”. Il lettore aveva scoperto, dopo anni di noterelle scritte a matita e affidate agli ampi margini lasciati in bianco tipici dei libri di poesia, di poter depositare il proprio giudizio critico-letterario o delle semplici impressioni personali collegate al vissuto, in tempo reale sotto forma di commento nei pressi della poesia appena letta in rete. A dire il vero l’interattività è un fenomeno che ha riguardato tutto il mondo della letteratura e non solo quello più ristretto e intimo della poesia: l’irraggiungibilità e la sacralità dell’Autore sono stati in tal modo scardinati dalla democratica invadenza del social networking; un’invadenza scelta, tra l’altro, dagli stessi Autori, stanchi di certe lentezze editoriali e di rimuginare in solitudine sui propri versi come tanti Abate Faria rinchiusi nei Castelli d’If della creatività.

Questa interattività influenza il percorso dell’Autore? Niente affatto. Se il progetto scritturale dell’Autore, concepito lontano dalle tastiere e dai modem, è forte, l’interattività avrà solo un ruolo marginale, complementare. Sarà un po’ come far entrare aria nuova in stanze già affrescate: il disegno e i colori non saranno alterati bensì entreranno in contatto con la luce, con il mondo. Afferma il mitico Professor John Keating, interpretato dal compianto e indimenticabile Robin Williams, sempre nel film “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society) del regista Peter Weir: <<Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione…>>. Una passione destinata a divenire semplice pratica onanistica se non fosse corroborata dall’interazione tra autore e lettore: il web ha solo accelerato, diversificato e amplificato questa necessaria interattività, non l’ha inventata. In passato il lettore devoto attendeva paziente una presentazione pubblica per avvicinare e per interagire con il proprio “eroe” dotato di penna e dare così una ragione di esistere alle noterelle, a cui accennavamo, scritte a margine del testo mesi prima dell’incontro. Anche l’onanismo del lettore viene in tal modo sconfitto. La stessa cura avuta nello scrivere le impressioni da lettore sulla carta dei libri viene oggi richiesta ai lettori-commentatori sparsi lungo le vie immateriali della grande rete. Dal web non deriva niente di nuovo e il pensiero non si lascia influenzare dallo strumento, o almeno non più di quanto le tavolette d’argilla influenzarono il pensiero dei primi filosofi. Pensare il contrario significherebbe sottovalutare la storia evolutiva e le potenzialità dell’umanità: è l’uomo che immette nel mezzo le idee che in seguito il mezzo veicolerà, metabolizzerà e trasformerà (“il mezzo non è il messaggio”: pensiero anti-Marshall McLuhan). Non ne trasformerà il senso originario, sia chiaro, ma ne moltiplicherà le possibilità esistenziali viaggiando attraverso le città mentali di quella “razza umana” a cui faceva riferimento il Prof. Keating. bf07db6e45549504e8e6fb34bd80ba64

Ma ancora non è completa la mia definizione di “web poetry”. Finora è stato sfiorato solo l’aspetto dell’interattività, accennando ai fattori positivi e non scendendo in strada alla ricerca di quelli negativi. Questo è un compito che lascerò volentieri svolgere ai non amanti di internet, a chi da anni coltiva ragioni personali nei confronti di un’esclusività cartacea legittima e sacrosanta. E lo dico da amante dei libri classicamente intesi, quei libri di carta che hanno caratterizzato il mio esordio nell’universo della lettura e continueranno a svolgere un ruolo primario e parallelo alle novità dell’editoria digitale.

L’aspetto che più m’interessa della web poetry è quello riguardante la sua “multimedialità”. Una poesia, estrapolata dal magico mondo del web 2.0 e stampata su carta senza orpelli aggiuntivi, dovrebbe da sola essere in grado di “autopromuoversi” facendo affidamento sull’arbitrarietà del verso (preferisco il termine “arbitrarietà” e non “licenza” che mi ricorda tanto la licenza di uccidere dell’agente 007 o la licenza per aprire un tabacchino), sul ritmo (o sull’aritmia) e quindi sulla musicalità (o sulla non bellezza musicale sostituita dalla potenza dei contenuti), sul potere evocativo insito nei versi, sulla concentrazione di senso che la distingue dalla prosa, sulla densità o meno di artifici retorici (io personalmente sarei più propenso, lì dove possibile e prefiggendosi precisi obiettivi evolutivi, alla loro definitiva “distruzione” piuttosto che a una conservazione forzata in nome della tradizione!), sulla pregnanza semantica e polivalente aperta delle parole che compongono il verso, sulla sua concentrata verticalità contro la lentezza dell’orizzontalità della prosa… Il testo poetico, da solo e senza aiuti esterni, dovrebbe “ipnotizzare” il lettore o almeno catturarne il lato primordiale in vista di viaggi verso terre inusitate. Ed è giusto che continui ad essere così.

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Limbico on the Moon

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 giugno 2014 by Michele Nigro

“If you believed they put a man on the moon, man on the moon.
If you believe there’s nothing up my sleeve, then nothing is cool.”

l'uomo rettile pierangelo rita

Un cervello ancestrale pulsa

sotto le viscere della coscienza.

Rozzi istinti primordiali e antiche memorie

riemergono prepotenti

dalle mode della neocorteccia.

Confusione e conflitto

tra nuovi pensieri e gesti antenati,

nel mammifero superiore

persiste l’utopia del controllo.

Rettili in giacca e cravatta

inviano sonde su lontani pianeti,

testimoni meccanici

di un riuscito errore evolutivo.

“Il fantasma dentro la macchina” di Arthur Koestler

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 aprile 2010 by Michele Nigro

Da mesi cercavo il saggio di Arthur Koestler “Il fantasma dentro la macchina” (fuori catalogo, trattandosi di un libro pubblicato in Italia nel 1971 dalla S.E.I di Torino – titolo originale “The Ghost in the Machine”, 1967 -, e praticamente introvabile tramite le vie canoniche) senza ottenere risultati tangibili… Ma oggi ho ricevuto una bella notizia da un venditore di libri usati e quindi presto avrò l’agognato volume tra le mie mani! Fino a oggi dovevo accontentarmi delle notizie in rete (vedi in seguito lo stralcio ripreso da Wikipedia) e di vedere l’anime (bellissimo!) tratto dal manga “Ghost in the Shell” di Masamune Shirow, che attinge a piene mani dai contenuti del saggio… L’ambientazione fantascientifica (e precisamente cyberpunk-postcyberpunk) di “Ghost in the Shell” non può e non deve relegare in una dimensione prettamente futuristica le attualissime tematiche etiche, biologiche e filosofiche contenute nell’opera di Koestler… Grazie al pensiero del filosofo ungherese, però, siamo in grado di avere a disposizione validi strumenti con cui poter rispondere ad alcune delle domande più affascinanti riguardanti il transumanesimo e la cosiddetta “singolarità tecnologica”. Domande sull’evoluzione dell’essere umano che in futuro sarà “obbligatorio”, o perlomeno necessario, porsi. (m.n.)

Da Wikipedia:

Ghost: nell’ambientazione è il termine colloquiale slang per riferirsi alla mente o essenza di un essere (normalmente in inglese “ghost” significa “spirito” o “fantasma”). Nella società futuristica di Ghost in the Shell, l’autore ha scientificamente ridefinito l'”anima”, come quella cosa che differenzia un essere umano da un robot biologico. Indifferentemente da quanto materiale biologico venga rimpiazzato con sostituti meccanici o elettronici fintantoché un individuo mantiene il suo ghost mantiene la sua umanità ed individualità. Masamune Shirow (l’autore del manga “Ghost in the Shell”) ha preso in prestito il concetto di ghost dal saggio strutturalista Il fantasma dentro la macchina di Arthur Koestler (nella foto). Lo stesso titolo nel libro di Koestler era basato sulle parole usate dal filosofo inglese Gilbert Ryle, che scimmiottava il paradosso del convenzionale Dualismo cartesiano e del Dualismo in generale. Koestler, come Ryle, nega il dualismo Cartesiano e ritiene che la condizione fisica del cervello umano sia l’origine della mente umana. Anche Shirow nega questo dualismo nel suo lavoro. Basandosi sull’idea di Koestler in Il fantasma nella macchina Shirow definisce il ghost in un contesto più ampio, non semplicemente come tratto fisico, ma come fase o piuttosto vagamente come un fenomeno che compare in un sistema quando questi supera un certo livello di complessità. Il cervello stesso è solo una parte dell’intera rete neurale; quindi, per esempio, se un organo viene rimosso da un corpo i nervi autonomi dell’organo e conseguentemente il suo ghost svaniranno a meno che lo stimolo dell’esistenza dell’organo non venga riprodotto in maniera completamente realistica da una certa sostituzione meccanica. Questo potrebbe essere paragonato all’analogia di una persona inerentemente sorda che è incapace di comprendere il concetto di “udire” a meno che non le venga insegnato… (leggi dalla FONTE)

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Pomeriggi perduti

di Michele Nigro

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