Archivio per analogie

The Giver – Il mondo di Jonas

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2017 by Michele Nigro

versione pdf: The Giver – Il mondo di Jonas

Una delle caratteristiche più frequenti nei recenti film di genere fantascientifico è senza alcun dubbio il processo di ibridazione da cui nascono: l’originalità, sempre più rara, è stata sostituita da più sicuri incroci tra porzioni di precedenti pellicole di successo (anche di generi differenti), come in una sorta di grande esperimento di ingegneria genetica adattata alla cinematografia. Lungi da me il voler giudicare come negativa questa tecnica d’ibridazione, che nella maggior parte dei casi fornisce risultati gradevoli, sarebbe tuttavia interessante analizzarne – in altra sede e in maniera più approfondita – l’origine, gli obiettivi, le tecniche narrative che utilizza per rendere credibile il risultato finale: si tratta di mancanza di idee come accennavo all’inizio? Voglia di “contaminazione” tra generi? Sperimentalismo transmediale libro-film? Sta di fatto che questi film derivano quasi sempre da altrettanti romanzi, quindi l’ibridazione avviene a monte. È letteraria.

Non sfugge a tale fenomenologia il film intitolato The Giver – Il mondo di Jonas (tratto dal romanzo The Giver – Il donatore di Lois Lowry): l’accostamento più facile da fare sarebbe quello con il film Hunger Games, ma scavando in profondità è interessante rilevare quante altre analogie meritano di essere scoperte e analizzate. La storia contenuta nel film di Phillip Noyce ha letteralmente “rubato” l’idea della riscoperta dei colori (e delle emozioni) a un altro grande film sottovalutato: Pleasantville. L’assegnazione di mansioni al compimento del 18° anno d’età assomiglia alla divisione in fazioni presente nel romanzo Divergent di Veronica Roth (dal momento che il romanzo della Roth è del 2011, mentre quello di Lowry è del 1993, sarebbe il film Divergent ad avere un “debito” con The Giver – Il mondo di Jonas; anche se entrambi i film sono del 2014!). L’estirpazione delle emozioni dall’animo umano è un chiaro riferimento al film Equilibrium di Kurt Wimmer; la società quasi apatica, senza classi e senza memoria di The Giver ricorda un po’ quella degli Eloi di H. G. Wells; l’iniezione mattutina per debellare gli impulsi sessuali e sentimentali è l’equivalente, in termini di controllo sociale, dell’assunzione di soma ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley; l’amore controllato (e inibito) tra uomo e donna non può non rievocare il rapporto proibito tra Winston e Julia nel celebre romanzo 1984 di George Orwell. Per non parlare della deriva eugenetica, presente in numerose opere letterarie e cinematografiche fantascientifiche. Interessante il riferimento antiabortista (i bambini non conformi allo standard vengono “congedati”: un modo pulito per dire uccisi) e quindi antispartano contenuto nel messaggio filmico. Riferimento che potrebbe essere esteso anche al tema delicato e attuale dell’eutanasia: quando una società legifera sulla nascita, sulla morte e sui sentimenti ed emozioni contenuti nell’intervallo di tempo compreso tra questi due momenti, può definirsi libera? Sembrerebbe chiedersi la voce narrante di questa storia. Anche se, come accade nella realtà, non è la condizione esistenziale in sé ma la necessaria presa di coscienza a fare la differenza in termini di azioni da intraprendere.

L’idea di una società distopica “con il trucco” non è originalissima: nella maggior parte dei casi si tratta di società post-apocalittiche, perché deve esserci sempre un evento passato sconvolgente – una guerra, un’epidemia, una quasi estinzione – per far cambiare rotta all’umanità e per farle scegliere un nuovo inizio basato su scelte radicali applicate da un’oligarchia. Come a voler dire: “abbiamo sbagliato, è vero, ma da oggi in poi si riga dritto, con nuove regole e guai a chi sgarra!” Innumerevoli sono gli esempi, fantascientifici e non, letterari e cinematografici, di società apparentemente perfette ma che nascondono regole di vita disumane e innaturali: The Island film di Michael Bay, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) di George Lucas, La penultima verità (The Penultimate Truth) romanzo di Philip K. Dick, The Truman Show film di Peter Weir, La fuga di Logan (Logan’s Run) film di Michael Anderson, La possibilità di un’isola romanzo di Michel Houellebecq… ecc. Continuate voi: sono sicuro che avete almeno un titolo di film o di romanzo da aggiungere all’elenco!

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Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 maggio 2016 by Michele Nigro

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Comunicato Stampa

In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti.

Emanuele Marcuccio

 

PoetiKanten Edizioni ha pubblicato Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito… [1], terzo Volume del progetto poetico in dittici a due voci [2], su idea e cura editoriale del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con venti liriche.

Scrive Marcuccio nella nota di introduzione: «Sì, è l’affinità elettiva poetica, la telepresenza attraverso un PC, la “corrispondenza d’amorosi sensi”, riprendendo la celebre espressione foscoliana, che poi cito in “Telepresenza”, in dittico a due voci con “Vita parallela” di Silvia Calzolari e che costituisce il manifesto poetico di tutto il progetto; non a caso ogni volume è aperto da questo dittico, “corrispondenza d’umano sentire” per il tramite di un computer, “quel foglio di vetro impazzito”, che sempre e comunque “c’ispira”.»

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“Il momento della partenza…” su Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 giugno 2015 by Michele Nigro

Il saggio su Tolkien e Manzoni “Il momento della partenza. Analogie e differenze tra gli illustri esempi di Manzoni e Tolkien” è stato pubblicato su Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Per leggerlo, cliccare qui.

E nel post che trovate qui invece ho tentato, tempo fa, di spiegarmi il perché (o i perché) di questo scritto.

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Che cos’è la web poetry?

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2014 by Michele Nigro

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 dedicato a Robin Williams/John Keating

 

Che cos’è la web poetry?

(interattività, multimedialità, ipertestualità)

Alla domanda “che cos’è la web poetry?” (tristemente somigliante all’interrogativo “che cos’è la poesia?” del Professore emerito Jonathan Evans Prichard evocato, e giustamente sbeffeggiato, nel film “L’attimo fuggente”) si sarebbe tentati di rispondere in maniera sbrigativa affermando che trattasi semplicemente di poesie pubblicate in internet, su blog, siti specializzati, social network… Quelli della mia generazione hanno vissuto e vivono a cavallo tra un’epoca cartacea e una digitale: prima dell’acquisto del mio primo personal computer per me poesia era sinonimo di antologie scolastiche, piccole biblioteche casalinghe, libri di poesie di famosi poeti da acquistare in libreria, antologie sfornate dai vari concorsi letterari sparsi in questa penisola di santi, poeti e navigatori. Poi con l’avvento del web 2.0 è accaduta una cosa straordinaria: la poesia, non più relegata nel meraviglioso mondo dei libri di carta, ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche in ambienti meno classici e più interattivi, meno fruscianti e più scrolling. Una buona fetta di lettori aveva finalmente compreso che non è il mezzo bensì il contenuto a dover prevalere tra le priorità del “ricercatore”. Il lettore aveva scoperto, dopo anni di noterelle scritte a matita e affidate agli ampi margini lasciati in bianco tipici dei libri di poesia, di poter depositare il proprio giudizio critico-letterario o delle semplici impressioni personali collegate al vissuto, in tempo reale sotto forma di commento nei pressi della poesia appena letta in rete. A dire il vero l’interattività è un fenomeno che ha riguardato tutto il mondo della letteratura e non solo quello più ristretto e intimo della poesia: l’irraggiungibilità e la sacralità dell’Autore sono stati in tal modo scardinati dalla democratica invadenza del social networking; un’invadenza scelta, tra l’altro, dagli stessi Autori, stanchi di certe lentezze editoriali e di rimuginare in solitudine sui propri versi come tanti Abate Faria rinchiusi nei Castelli d’If della creatività.

Questa interattività influenza il percorso dell’Autore? Niente affatto. Se il progetto scritturale dell’Autore, concepito lontano dalle tastiere e dai modem, è forte, l’interattività avrà solo un ruolo marginale, complementare. Sarà un po’ come far entrare aria nuova in stanze già affrescate: il disegno e i colori non saranno alterati bensì entreranno in contatto con la luce, con il mondo. Afferma il mitico Professor John Keating, interpretato dal compianto e indimenticabile Robin Williams, sempre nel film “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society) del regista Peter Weir: <<Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione…>>. Una passione destinata a divenire semplice pratica onanistica se non fosse corroborata dall’interazione tra autore e lettore: il web ha solo accelerato, diversificato e amplificato questa necessaria interattività, non l’ha inventata. In passato il lettore devoto attendeva paziente una presentazione pubblica per avvicinare e per interagire con il proprio “eroe” dotato di penna e dare così una ragione di esistere alle noterelle, a cui accennavamo, scritte a margine del testo mesi prima dell’incontro. Anche l’onanismo del lettore viene in tal modo sconfitto. La stessa cura avuta nello scrivere le impressioni da lettore sulla carta dei libri viene oggi richiesta ai lettori-commentatori sparsi lungo le vie immateriali della grande rete. Dal web non deriva niente di nuovo e il pensiero non si lascia influenzare dallo strumento, o almeno non più di quanto le tavolette d’argilla influenzarono il pensiero dei primi filosofi. Pensare il contrario significherebbe sottovalutare la storia evolutiva e le potenzialità dell’umanità: è l’uomo che immette nel mezzo le idee che in seguito il mezzo veicolerà, metabolizzerà e trasformerà (“il mezzo non è il messaggio”: pensiero anti-Marshall McLuhan). Non ne trasformerà il senso originario, sia chiaro, ma ne moltiplicherà le possibilità esistenziali viaggiando attraverso le città mentali di quella “razza umana” a cui faceva riferimento il Prof. Keating. bf07db6e45549504e8e6fb34bd80ba64

Ma ancora non è completa la mia definizione di “web poetry”. Finora è stato sfiorato solo l’aspetto dell’interattività, accennando ai fattori positivi e non scendendo in strada alla ricerca di quelli negativi. Questo è un compito che lascerò volentieri svolgere ai non amanti di internet, a chi da anni coltiva ragioni personali nei confronti di un’esclusività cartacea legittima e sacrosanta. E lo dico da amante dei libri classicamente intesi, quei libri di carta che hanno caratterizzato il mio esordio nell’universo della lettura e continueranno a svolgere un ruolo primario e parallelo alle novità dell’editoria digitale.

L’aspetto che più m’interessa della web poetry è quello riguardante la sua “multimedialità”. Una poesia, estrapolata dal magico mondo del web 2.0 e stampata su carta senza orpelli aggiuntivi, dovrebbe da sola essere in grado di “autopromuoversi” facendo affidamento sull’arbitrarietà del verso (preferisco il termine “arbitrarietà” e non “licenza” che mi ricorda tanto la licenza di uccidere dell’agente 007 o la licenza per aprire un tabacchino), sul ritmo (o sull’aritmia) e quindi sulla musicalità (o sulla non bellezza musicale sostituita dalla potenza dei contenuti), sul potere evocativo insito nei versi, sulla concentrazione di senso che la distingue dalla prosa, sulla densità o meno di artifici retorici (io personalmente sarei più propenso, lì dove possibile e prefiggendosi precisi obiettivi evolutivi, alla loro definitiva “distruzione” piuttosto che a una conservazione forzata in nome della tradizione!), sulla pregnanza semantica e polivalente aperta delle parole che compongono il verso, sulla sua concentrata verticalità contro la lentezza dell’orizzontalità della prosa… Il testo poetico, da solo e senza aiuti esterni, dovrebbe “ipnotizzare” il lettore o almeno catturarne il lato primordiale in vista di viaggi verso terre inusitate. Ed è giusto che continui ad essere così.

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Insinuazioni bibliche su “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2014 by Michele Nigro

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Insinuazioni bibliche su

“Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

(le misteriose nascite di Gesù il Nazareno e Anakin Skywalker)

La saga fantascientifica di “Guerre Stellari” possiede una struttura eterogenea e attinge elementi da varie fonti; in particolare è disseminata di riferimenti biblici velati o palesi: le frequenti ambientazioni desertiche in ricordo del “deserto dei padri” di origine veterotestamentaria e il deserto come luogo di ricerca spirituale silenziosa, di isolamento e di espiazione, di passaggio, di sospensione storica e di attesa (ad es. il vecchio “Ben”, Obi-Wan Kenobi, in “Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza”); l’aridità del pianeta Tatooine, e le sue abitazioni povere, ricordano alcune zone della Palestina ai tempi di Gesù il Nazareno; l’Impero Galattico di Darth Sidious è molto simile all’Impero romano di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto; Coruscant è come Roma caput mundi, o sarebbe meglio dire caput universi, con tanto di Senatus Populusque Romanus in versione galattica… Numerosi anche i riferimenti alla cultura religiosa cristiana: ad esempio l’organizzazione dei Cavalieri Jedi ricalca in molti punti quella monastico-spirituale di certi ordini religiosi cavallereschi (o religioso-militari) appartenenti alla nostra cristianità medievale (anche se le spade laser dei Jedi ricordano di più le katana, le tradizionali spade giapponesi utilizzate dai samurai). L’obiettivo di George Lucas non è stato certamente quello di riproporre in chiave science fantasy la storia contenuta nella Bibbia (lo dimostra il fatto che nella saga convergono, come già ricordato, più elementi eterogenei, non solo di natura biblica, provenienti da culture e tempi differenti, e da fonti letterarie e cinematografiche differenti), ma di sicuro ha, per così dire, “preso in prestito” alcuni elementi di origine biblica. Il più importante dei quali è contenuto nel primo film della trilogia prequel intitolato “Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma” che, come gli estimatori della saga sanno, affronta in maniera approfondita, a distanza di circa vent’anni dalla proiezione nei cinema degli episodi IV, V e VI, i fatti “storici” e le vicissitudini personali dei protagonisti che sono alla base delle avventure descritte di seguito nella cosiddetta “trilogia originale”.AnakinShmi
In “Star Wars Episodio I” la madre del piccolo Anakin Skywalker, Shmi Skywalker, confida al maestro Jedi Qui-Gon Jinn che Anakin non ha un padre, che il suo concepimento è stato un inspiegabile miracolo, frutto presumibilmente della cosiddetta Forza, un’energia onnipresente che pervade e sostiene l’intero universo, e ad opera dei midi-chlorian di cui si dirà tra breve. La scienza ha fornito un nome poco romantico a questo fenomeno presente in natura tra alcune piante e animali: partenogenesi, ovvero riproduzione verginale, quando lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
Dice Shmi:

<<Non c’è stato un padre.
Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto.
Non so spiegare cos’è successo…>>

Questo evento straordinario non può non richiamare alla mente il dogma religioso, citato nella Bibbia, riguardante il cosiddetto concepimento verginale di Gesù da parte di sua madre Maria, scelta da Dio per mettere al mondo il proprio tumblr_m50xvc0XXf1rpl92qfiglio. Le differenze tra i due concepimenti, a ben vedere, sono irrilevanti (i recenti avvicinamenti, confermati più dalla scienza che dalla religione, tra spiritualità e meccanica quantistica ci suggeriscono un’interessante indistinguibilità tra il concetto di “divinità” tipicamente intesa e quello di energia “intelligente”): in entrambi i casi le cause del concepimento, in un certo modo, sono “conosciute”. Il Dio degli Ebrei e la Forza nella saga di “Star Wars” sono punti di riferimento insostituibili nella concezione dell’universo e comunemente accettati. Nel caso della Forza, però, interviene anche una sorta di spiegazione scientifica a supporto della struttura mistica che caratterizza la fede dei Cavalieri Jedi: i midi-chlorian, forme di vita microscopica che vivono intumblr_inline_mzm5ltF1sj1r2ai2c simbiosi all’interno delle cellule di tutti gli esseri viventi e che permettono la percezione della Forza, come se fossero una specie di ponte tra gli esseri viventi dell’universo e la Forza stessa, la connessione tra la mente di un individuo e la Forza. I mistici di tutte le religioni del nostro mondo, non possedendo i midi-chlorian inventati per la saga di “Star Wars”, hanno dovuto affidarsi ad altri “ponti”, sviluppando altre facoltà spirituali meno fantasiose ma altrettanto portentose. In comune tra i Cavalieri Jedi e i nostri mistici vi è l’annullamento del pensiero in favore della percezione. Come insegna il maestro Qui-Gon Jinn ad Anakin:

<<Senza i midi-chlorian non esisterebbe la vita, e noi non saremmo consapevoli della Forza. In ogni istante essi ci parlano, comunicandoci il volere della Forza. Quando imparerai a placare la mente, sentirai che ti parlano.>>

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“Due mondi” e l’ecologismo postumano di Francesco Verso

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 maggio 2012 by Michele Nigro

Speranza: è la parola che proporrei se fossi costretto da un gioco di sintesi a scegliere un termine in grado di rappresentare il mio stato d’animo dopo la lettura del racconto “Due mondi” di Francesco Verso (collana Capsule – ed. Kipple).

“Due mondi” è una storia ‘post cataclismatica’ che il Ballard de “Il mondo sommerso” avrebbe senza dubbio apprezzato: se non altro per il riferimento indiretto all’archeopsiche, all’immaginario collettivo dei postumani protagonisti del racconto, gli Aeromanti e gli Aquamanti, che popolano un futuro pianeta Terra profondamente modificato. Da apprezzare la scelta di non collocare il destino postumano dei terrestri nello spazio, proiettandoli verso obiettivi intergalattici inflazionati.

È un racconto portatore di un chiaro messaggio ecologista e animato da una sorta di mini-quest: l’Autore oscilla tra la fiducia nella scienza, e nella biotecnologia in particolare (Francesco Verso è un autore trans-postumanista “dichiarato”), e la consapevolezza visionaria che dovrebbe accompagnare – per evitare catastrofiche derive scientiste – le azioni degli utilizzatori finali di una scienza che svela meccanismi intimi. Nella ricerca di una Torre del Seme (già in altre occasioni letterarie, il raggiungimento di altre autorevoli torri ha simboleggiato la fine della quest e l’inizio di un’epoca migliore) s’intravede il “destino genetico” della Terra e la possibilità concreta di un futuro. La biotecnologia come problema e soluzione.

In “Due mondi” un forte didascalismo scientifico impregna persino i dialoghi che non costituiscono i punti forti del racconto: tutto deve contribuire a spiegare, nel breve spazio di una novella, un processo di trasformazione che ha attraversato i secoli. Un didascalismo necessario, insomma, che innalza l’atmosfera epica di una storia fantastica ma che poggia su basi scientifiche. Il racconto di Verso è un science fantasy in piena regola che non rischia mai di esondare nel grottesco.

A dispetto di certe scellerate teorie estinzioniste, che intravedono nella scomparsa della razza umana l’unica soluzione possibile ai mali del mondo, in “Due mondi” l’evoluzione postumana e la conservazione della memoria rappresentano gli unici veri strumenti della speranza. Fa piacere, quindi, constatare che nel punto di congiunzione tra i due mondi descritti da Verso a non essersi ancora estinta è proprio la solidarietà: quella esistente tra i “diversi” – gli Aeromanti e gli Aquamanti – e che spesso nella storia umana ‘reale’ ha rappresentato la carta vincente dal punto di vista socio-culturale, genetico, geopolitico… Una solidarietà tra diversi, insolita ma non impossibile, che contrasta con il rapporto crudele esistente, ad esempio, tra Eloi e Morlock nel film “L’uomo che visse nel futuro” di George Pal, tratto dal romanzo di H. G. Wells “La macchina del tempo”.

Rispettata, invece, è la visione ‘purgatoriale’ della tradizione post apocalittica: ancora una volta l’essere umano, seppur evoluto e dimentico del proprio cammino filogenetico, è costretto a toccare il fondo, a sfiorare l’estinzione e a perdersi nei meandri del tempo prima di poter riconquistare quella coscienza collettiva necessaria a una salvifica risalita. Una rinascita umile, vitale, urgente e non dettata da interessi economici e politici. La prospettiva di un ritorno su passi evolutivi già compiuti – dal mare alla terra – in epoche remote ma impresse in una sorta di ‘immaginario genetico’ trasmesso nei secoli da una generazione all’altra. La riscoperta del valore della terra quale panacea di tutte le crisi: il gesto naturale della semina da contrapporre alle sofisticazioni genetiche del passato.

Numerosi sono i rimandi letterari e cinematografici riscontrabili nel racconto “Due mondi” di Francesco Verso: dal panecologismo del film “Avatar” all’epopea umana descritta nel romanzo “Infinito” di Olaf Stapledon; dall’invito a ‘volare alto’ de “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach alla speranzosa voglia di rinascita del mondo post apocalittico di “Conan il ragazzo del futuro”, l’anime di Hayao Miyazaki tratto dal romanzo “The incredible tide” di Alexander Key. Dalla solidarietà tra “diversi”, ovvero tra volatili e felini, magistralmente descritta nel film d’animazione “La gabbianella e il gatto”, tratto da un romanzo di Luis Sepúlveda, allo scenario ‘acquatico’ del film post apocalittico (e direi anche postumano) “Waterworld” diretto da Kevin Reynolds.

Come accade con la migliore letteratura fantastica/fantascientifica, “Due mondi” propone al lettore una visione sul futuro e una seria riflessione sulle scelte di oggi.

(nella foto: Francesco Verso)

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Servizio di recensione “nugae 2.0”

Servizio di recensione “nugae 2.0”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 aprile 2012 by Michele Nigro

Recensire, dal latino rĕcensēre, “esaminare, passare in rassegna”, significa compiere un esame critico di un’opera letteraria edita, valutandola e interpretandola dal punto di vista contenutistico ed estetico. Spesso si pensa che la parola “critica” sia sinonimo di stroncatura, di valutazione negativa: il senso critico del recensore è rappresentato soprattutto dalla sua capacità di rilevare nel testo analogie, collegamenti con i tempi storici dello scrittore, risorse inconsapevolmente celate, dettagli in grado di fornire nuovi punti di vista per una rilettura dell’opera. Il vero recensore utilizza l’eventuale parere negativo legato allo stile o ai contenuti come slancio evolutivo da donare all’Autore. Senza pretese. Con umiltà. In maniera costruttiva.

La critica negativa fa più notizia perché esalta le folle: la recensione equilibrata, invece, fornisce nuove idee al Lettore e all’Autore. Il recensore è prima di tutto un lettore: un “lettore speciale” che non snocciola trame e non si limita al semplice ‘mi piace’ – riflesso condizionato e forma elogiativa a senso unico resa celebre da un certo tipo di social networking – ma che ama scavare, disseppellire riferimenti all’attualità, scoprire somiglianze con altre opere, evidenziare le influenze sociali, economiche, culturali che hanno determinato le scelte tematiche.

Per redigere una recensione c’è bisogno di tempo e di studio: tempo per leggere (non una lettura trasversale ma integrale e sequenziale), valutare, riflettere, sottolineare, confrontare, ricercare, rileggere se necessario e infine scrivere materialmente la recensione che comparirà nel web o su una pubblicazione letteraria scelta dall’Autore.

Nasce con tale spirito il Servizio di recensione (a pagamento) “nugae 2.0”.

A chi è rivolto il servizio

 

  • Autori singoli o AA.VV.
  • Case editrici
  • Redazioni culturali di quotidiani e periodici, radio e televisioni
  • Siti web dedicati ai libri

 

I libri che recensiamo

 

Il servizio di recensione fornito interessa i seguenti tipi di opere (cartacee o elettroniche):

  • Narrativa edita (singoli racconti; raccolte di racconti; romanzi; antologie di AA.VV.)
  • Saggistica edita (raccolte di saggi di AA.VV.; libri di saggistica di Autori singoli)
  • Poesia edita (raccolte di Autori singoli; antologie poetiche di AA.VV.)
  • Altro (testi non letterari: manualistica, graphic novel, biografie musicali, saggistica non letteraria, testi pragmatici o d’uso, ecc.)

Il servizio che offriamo

Una volta ricevuto il libro cartaceo (o il file dell’eBook edito) da recensire:

  • Lettura/valutazione del libro.
  • Stesura della recensione.
  • Invio all’Autore dei file riguardanti la recensione scritta (doc, pdf, odt): l’Autore potrà utilizzare i file ricevuti in base alle proprie esigenze promozionali e sfruttando i canali mediatici desiderati (citando sempre il recensore); in caso di traduzione in altre lingue della recensione, il Traduttore potrà coinvolgere a titolo gratuito il recensore nel processo di traduzione.
  • Possibilità (a scelta dell’Autore) di pubblicare gratuitamente la recensione sui seguenti siti web:

 

PER ULTERIORI INFORMAZIONI SUL SERVIZIO DI RECENSIONE: nugae.redazione@gmail.com

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Esempi di nostre recensioni

 

“Il momento della partenza” diventa eBook

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2012 by Michele Nigro

Il mio saggio intitolato “Il momento della partenza – Analogie e differenze tra gli esempi di Manzoni e Tolkien” è da oggi disponibile gratuitamente (qui) in versione e-book (pdf), grazie alla pregevole iniziativa degli amici de “LaRecherche.it” (Rivista Letteraria Libera), nella collana collegata E-book: i Libri liberi de LaRecherche.it.

Roberto Maggiani, curatore (insieme a Giuliano Brenna) de LaRecherche.it, ha le idee molto chiare, e non è il solo in questo periodo florido per l’editoria digitale, sull’argomento e-book: “Pubblicare un eBook permette di ridurre l’impatto ambientale dovuto all’abbattimento di alberi, oltre che una migliore, più mirata e capillare, distribuzione che dona al libro una viva visibilità destinata a perdurare nel tempo.”

Non conoscerò mai del tutto le motivazioni inconsce che mi hanno spinto verso la formulazione di analogie “scandalose” per un certo mondo accademico. Un mondo che in alcuni casi tende a separare in maniera drastica epoche e personaggi a causa di una non dichiarata paura nei confronti di accostamenti considerati audaci ma a mio avviso possibili e necessari. La letteratura per sua natura annulla il tempo e lo spazio, avvicina mondi inconciliabili, dà vita a dialoghi impossibili: tutto questo è realizzabile grazie al fatto che le idee primordiali, gli archetipi da cui derivano i personaggi e i racconti di ogni epoca, sono incorruttibili e la loro validità è costante. Cambia la forma, ma i contenuti tematici si riverberano nel tempo, passando addirittura da un genere letterario all’altro. Non conoscerò mai, dicevo, le motivazioni intime che mi hanno spinto a scrivere questo saggio; posso avanzare solo ipotesi: forse il bisogno di alcuni cambiamenti esistenziali che in maniera inconsapevole identifico nella partenza; l’aver finalmente realizzato che molte delle cose che consideriamo eterne in realtà sono passeggere; che noi stessi siamo di passaggio e che i cosiddetti ‘punti fermi’ della nostra vita sono solo effimere illusioni; il bisogno di compiere viaggi destabilizzanti per meglio apprezzare la tradizione, di riscoprire la ricerca per salvarsi dalla monotonia degli schematismi… La vita è movimento; l’evoluzione è crisi; il dolore a volte è preliminare alla gioia. I luoghi e gli oggetti che amiamo non c’appartengono: il viaggio ripristina la gerarchia dei valori.

La stesura di questo lavoro saggistico (da me ribattezzato ‘cut up intertestuale’), nato da un’idea maturata nel corso del 2010 e forse stimolato dalle varie ‘partenze’ in qualità di viaggiatore che hanno caratterizzato l’estate di quell’anno, ha avuto la possibilità di realizzarsi anche grazie alla provvida lettura di un libro di Marco Santambrogio intitolato “Manuale di scrittura (non creativa)”, Laterza editori. Filosofo del linguaggio all’Università di Parma, Santambrogio presenta in maniera scientifica e meticolosa gli ‘strumenti’ grazie ai quali poter analizzare un testo, costruire un’argomentazione inattaccabile e realizzare la stesura del proprio saggio. A volte un’idea, anche se entusiasmante e valida, ha bisogno di essere disciplinata (soprattutto in ambito saggistico) da una serie di regole da cui non si può prescindere. Con questo non voglio e non posso dire di aver raggiunto l’obiettivo e di aver scritto un saggio inattaccabile, anzi: le numerose e preziose critiche provenienti dal mondo accademico e nella fattispecie dai filologi che hanno onorato il mio scritto leggendolo, mi hanno dato la possibilità di rilevare lacune che necessitano di approfondimenti narratologici e di revisioni pure e semplici dal punto di vista testuale, e m’inducono a pensare a un lavoro in realtà appena iniziato. Ho già cominciato a raccogliere da mesi le critiche costruttive e i consigli di lettura: il risultato di questo processo di autoediting potrebbe coincidere con la nascita di una ‘seconda edizione’ del saggio o addirittura con la distruzione quasi totale della versione proposta in pdf dal sito de LaRecherche.it.

Al di là di questi discorsi ‘escatologici’ riguardanti il mio saggio, posso senz’altro affermare che tutto sommato è stato ‘divertente’ far interagire Manzoni e Tolkien intorno a un argomento che, secondo il mio umile punto di vista, accomuna queste due grandi firme della letteratura mondiale. Affascinanti e a volte anche faticosi ma necessari sono stati i cosiddetti ‘giorni della revisione’: giorni avventurosi, portatori sani di saggezza, giorni che torneranno a farmi visita se deciderò di affrontare una seconda edizione di questo saggio, giorni indispensabili in vista di una probabile crescita letteraria.

L’importante è… partire.

La monotonia

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 febbraio 2012 by Michele Nigro

Mi chiedono da anni
di svendere il passato
la mia storia
i luoghi familiari
i ricordi di chi non c’è
gli oggetti consueti.

Per una manciata di soldi sporchi.

Soldi che finiranno presto.
“Bisogna guardare avanti!”
Proiettati verso un futuro vivace
ma senza identità.
Poi mi accorgo che il passato
è già morto.
Sopravviveva fino a ieri
nella mia mente stanca
grazie a un’illusione tiepida
che oggi non ho più voglia
di perpetuare.

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