Archivio per fantareligione

Nostra Signora degli Alieni

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 ottobre 2017 by Michele Nigro

È in uscita l’antologia Nostra Signora degli Alieni contenente, tra gli altri, un mio vecchio racconto – “The Padre P.I.O. Show” – scritto durante il periodo in cui leggevo e a volte tentavo di scrivere fantascienza (o, come in questo caso, fantareligione da me ribattezzata all’epoca “rel-fi” ovvero religion fiction) e che sottotitolai ironicamente “un caso di malasantità”. Oggi non mi appartiene più questo tipo di sperimentalismo scritturale legato al genere fantascientifico, perché nel frattempo sono mutate le passioni letterarie, le ricerche e gli esperimenti che ne conseguono, ma è sempre divertente assistere a questi rigurgiti editoriali “postumi”.

La presentazione dell’antologia curata da Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo è ufficialmente confermata per DOMENICA 12 NOVEMBRE alle ore 13 alla sala Blu del Pisa Book Festival.

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“Nostra Signora degli Alieni”

Racconti di fantareligione

a cura di

Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo

 

Santi e santità, libri sacri e profani,

miracoli ultraterreni e misteri della fede.

A opera di alcuni fra i più noti autori italiani di fantascienza.

 

Il Paradiso, l’Inferno e altre ipotesi sull’Aldilà. La Chiesa come Potere Temporale che estende il suo dominio oltre la Terra e oltre il Tempo, ma anche la Chiesa come Potere Spirituale che colonizza altri pianeti affrontando nuovi problemi esistenziali. Nuove scoperte scientifiche che mettono in crisi la Fede.

Questo e altro in una antologia che coniuga fantasia, teologia, religione, riflessioni sul futuro, senza tuttavia dimenticare la giusta dose di azione e avventura.

Testi di Donato Altomare, Vincenzo Bosica, Denise Bresci, Andrea Carlo Cappi, Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, Vittorio Catani, Francesco Grasso, Roberto Guarnieri, Lukha B. Kremo, Alessandro Morbidelli, Michele Nigro, Pierfrancesco Prosperi, Franco Ricciardiello, Michele Tetro.

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“Il dio elettronico” di AA. VV. – Collana Universo, Edizioni Scudo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 aprile 2016 by Michele Nigro

Presente con un mio vecchio (e ormai “stanco”) cavallo di battaglia – il racconto “Le dita di Dio” – in questa interessante collana antologica di letteratura fantastica a cura delle Edizioni Scudo

“Il dio elettronico” – speciale (Collana Universo) disponibile come eBook formato Kindle su Amazon

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Il dio elettronico di AA. VV.

La maggior parte degli scrittori di fantascienza è di solida formazione scientifica, quindi poco avvezza o amante dei misteri della spiritualità umana. Anzi, tendenzialmente, essi ritengono che tutti i misteri, prima o poi, saranno spiegati dalla scienza stessa e che ogni miracolo è solo la manifestazione di una conoscenza ancora da conquistare. Comunque la si pensi, questa visione del mondo ha generato, negli anni, moltissimi racconti, quasi un sottogenere della fantascienza, che qui è rappresentato da: Cosimo Vitiello, Fabio Calabrese, Marco Maria Sorge, Giuseppe Picciariello, Fabio Lastrucci, Andrea Viscusi, Paolo Durando, Ramón San Miguel, Adriano Muzzi, Diego di Dio, Michele Nigro.

Copertina di Luca Oleastri

UNIVERSO è una collana antologica di letteratura fantastica dal formato agile e dal costo contenuto. Ogni volume della collana è tematico. Disponibile esclusivamente in formato eBook.

NOVITÀ EDIZIONI SCUDO
(http://innovari.wix.com/edizioniscudo)

“Non c’è campo? Passa a 3!”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2016 by Michele Nigro

… fare dello “spirito”!

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Insinuazioni bibliche su “Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2014 by Michele Nigro

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Insinuazioni bibliche su

“Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma”

(le misteriose nascite di Gesù il Nazareno e Anakin Skywalker)

La saga fantascientifica di “Guerre Stellari” possiede una struttura eterogenea e attinge elementi da varie fonti; in particolare è disseminata di riferimenti biblici velati o palesi: le frequenti ambientazioni desertiche in ricordo del “deserto dei padri” di origine veterotestamentaria e il deserto come luogo di ricerca spirituale silenziosa, di isolamento e di espiazione, di passaggio, di sospensione storica e di attesa (ad es. il vecchio “Ben”, Obi-Wan Kenobi, in “Star Wars Episodio IV – Una nuova speranza”); l’aridità del pianeta Tatooine, e le sue abitazioni povere, ricordano alcune zone della Palestina ai tempi di Gesù il Nazareno; l’Impero Galattico di Darth Sidious è molto simile all’Impero romano di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto; Coruscant è come Roma caput mundi, o sarebbe meglio dire caput universi, con tanto di Senatus Populusque Romanus in versione galattica… Numerosi anche i riferimenti alla cultura religiosa cristiana: ad esempio l’organizzazione dei Cavalieri Jedi ricalca in molti punti quella monastico-spirituale di certi ordini religiosi cavallereschi (o religioso-militari) appartenenti alla nostra cristianità medievale (anche se le spade laser dei Jedi ricordano di più le katana, le tradizionali spade giapponesi utilizzate dai samurai). L’obiettivo di George Lucas non è stato certamente quello di riproporre in chiave science fantasy la storia contenuta nella Bibbia (lo dimostra il fatto che nella saga convergono, come già ricordato, più elementi eterogenei, non solo di natura biblica, provenienti da culture e tempi differenti, e da fonti letterarie e cinematografiche differenti), ma di sicuro ha, per così dire, “preso in prestito” alcuni elementi di origine biblica. Il più importante dei quali è contenuto nel primo film della trilogia prequel intitolato “Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma” che, come gli estimatori della saga sanno, affronta in maniera approfondita, a distanza di circa vent’anni dalla proiezione nei cinema degli episodi IV, V e VI, i fatti “storici” e le vicissitudini personali dei protagonisti che sono alla base delle avventure descritte di seguito nella cosiddetta “trilogia originale”.AnakinShmi
In “Star Wars Episodio I” la madre del piccolo Anakin Skywalker, Shmi Skywalker, confida al maestro Jedi Qui-Gon Jinn che Anakin non ha un padre, che il suo concepimento è stato un inspiegabile miracolo, frutto presumibilmente della cosiddetta Forza, un’energia onnipresente che pervade e sostiene l’intero universo, e ad opera dei midi-chlorian di cui si dirà tra breve. La scienza ha fornito un nome poco romantico a questo fenomeno presente in natura tra alcune piante e animali: partenogenesi, ovvero riproduzione verginale, quando lo sviluppo dell’uovo avviene senza che questo sia stato fecondato.
Dice Shmi:

<<Non c’è stato un padre.
Io l’ho portato in grembo, l’ho fatto nascere, l’ho cresciuto.
Non so spiegare cos’è successo…>>

Questo evento straordinario non può non richiamare alla mente il dogma religioso, citato nella Bibbia, riguardante il cosiddetto concepimento verginale di Gesù da parte di sua madre Maria, scelta da Dio per mettere al mondo il proprio tumblr_m50xvc0XXf1rpl92qfiglio. Le differenze tra i due concepimenti, a ben vedere, sono irrilevanti (i recenti avvicinamenti, confermati più dalla scienza che dalla religione, tra spiritualità e meccanica quantistica ci suggeriscono un’interessante indistinguibilità tra il concetto di “divinità” tipicamente intesa e quello di energia “intelligente”): in entrambi i casi le cause del concepimento, in un certo modo, sono “conosciute”. Il Dio degli Ebrei e la Forza nella saga di “Star Wars” sono punti di riferimento insostituibili nella concezione dell’universo e comunemente accettati. Nel caso della Forza, però, interviene anche una sorta di spiegazione scientifica a supporto della struttura mistica che caratterizza la fede dei Cavalieri Jedi: i midi-chlorian, forme di vita microscopica che vivono intumblr_inline_mzm5ltF1sj1r2ai2c simbiosi all’interno delle cellule di tutti gli esseri viventi e che permettono la percezione della Forza, come se fossero una specie di ponte tra gli esseri viventi dell’universo e la Forza stessa, la connessione tra la mente di un individuo e la Forza. I mistici di tutte le religioni del nostro mondo, non possedendo i midi-chlorian inventati per la saga di “Star Wars”, hanno dovuto affidarsi ad altri “ponti”, sviluppando altre facoltà spirituali meno fantasiose ma altrettanto portentose. In comune tra i Cavalieri Jedi e i nostri mistici vi è l’annullamento del pensiero in favore della percezione. Come insegna il maestro Qui-Gon Jinn ad Anakin:

<<Senza i midi-chlorian non esisterebbe la vita, e noi non saremmo consapevoli della Forza. In ogni istante essi ci parlano, comunicandoci il volere della Forza. Quando imparerai a placare la mente, sentirai che ti parlano.>>

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La Fantareligione di IF

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , on 30 maggio 2013 by Michele Nigro

RACCONTI INEDITI PER IF “INSOLITO E FANTASTICO”

Bando di concorso

1. La rivista IF “Insolito e Fantastico” bandisce un concorso di narrativa a cadenza trimestrale per racconti di fantascienza e fantastico da pubblicare nei prossimi numeri.

2. I racconti devono essere inediti e a tema, in riferimento all’argomento monografico trattato dalla rivista.

3. Ogni autore può mandare al massimo due racconti per ogni tema.

4. La lunghezza non deve essere superiore alle 30.000 battute (spazi compresi), e vanno inviati all’indirizzo mail: rivistaif@yahoo.it

5. Il tema del primo appuntamento è FANTARELIGIONE, con scadenza il 15 settembre 2013. Saranno presi in esame solo i testi che perverranno per posta elettronica entro tale data.

6. La partecipazione al concorso è gratuita e i migliori racconti, scelti da un comitato di lettura, saranno pubblicati sul numero 15 di IF.

7. Gli autori selezionati riceveranno in premio un abbonamento omaggio alla rivista.

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La morte ai tempi del postumano

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2012 by Michele Nigro

“I’ve seen things you people wouldn’t believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhauser gate.
All those moments will be lost in time, like tears in rain.
Time to die.”

Roy Batty

La morte ai tempi del postumano

“… E tutti quei momenti

andranno perduti nel tempo

come lacrime nella pioggia…”

(dal film Blade Runner)

Perché moriamo? Da sempre gli esseri umani, andando al di là del semplice vivere fisiologico, si sono posti questa domanda scomoda, ancora oggi orfana di una risposta esaustiva. La consapevolezza della propria esistenza è un fardello evolutivo toccato in eredità all’Homo Sapiens: tutte le esperienze della vita, la musica ascoltata, i libri letti, i panorami che hanno riempito i nostri occhi, i tramonti che hanno suscitato riflessioni, i luoghi geografici esplorati e quelli visitati con la fantasia, i ricordi erotici, gli infiniti territori dell’inner space, sono informazioni destinate all’oblio.

Non sono mai riuscito a individuare il senso logico della morte nel contesto generale dell’economia universale: la semplice esigenza di “fare spazio” non regge dinanzi all’ingiustificato spreco di esperienza causato dalla Grande Equalizzatrice; esperienza che potrebbe risultare utile nel tempo, realizzando un’eredità diretta e non più differita. Deve esserci una ragione materialistica decisamente meno nobile, di tipo filontogenetico, a cui abbiamo attribuito passivamente un carattere di naturalità: impedire all’essere umano di esprimere la propria divinità nel corso dell’esistenza. L’unico momento di ‘gloria’ è quello rappresentato dal crossing over: dobbiamo morire, ma prima di farlo siamo invitati a dare una mescolatina ai ‘dadi genetici’ in vista di un nuovo essere che ci succeda, sperando in un possibile miglioramento dell’umanità. Da qui l’assillo della riproduzione e delle ingenue speranze familiari: la vita in fin dei conti è sinonimo di speranza nella varietà. Esclama Eduardo De Filippo nella commedia intitolata “Mia famiglia”, interpretando il personaggio di Alberto Stigliano nel momento in cui viene a conoscenza della paternità che lo renderà a suo dire immortale: “… io nun mor cchiù!” (trad.: io non muoio più!)

La morte, quando non è prematura, interviene sempre in concomitanza con il massimo grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo: si tratta di un sistema di sicurezza interno, di un relè temporizzato installato nel meccanismo della vita per bloccare una eventuale fuga di notizie verso l’infinito. Per ritornare a capire, per gareggiare di nuovo e vincere finalmente il premio in palio rappresentato dal senso della vita, bisognerebbe ricominciare a vivere per re-imparare, con la speranza di aver conservato la memoria delle vite precedenti. Ma purtroppo non funziona così.

Il corpo invecchiato non può più sostenere l’azione derivante dalla consapevolezza. Il corpo giovane, al contrario, usa la propria energia intatta per imparare ciò che non avrà il tempo di mettere in pratica. Perché questa corsa illogica? Che senso ha questa ciclicità che nella maggior parte dei casi non lascia tracce nella storia? Il concetto di impermanenza ci consola, ma non risolve la delusione derivante dall’abbandono imminente di ciò che abbiamo raccolto con tanta pazienza nel corso dell’esistenza. La reincarnazione immemore è solo un altro modo per spiegare il ciclo del carbonio.

Vitalità e inesperienza; vecchiaia e saggezza. Invertire la posizione degli addendi è un lusso che l’universo sembra non volerci concedere: il segreto per attuare l’inversione è troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di alcuni miliardi di scimmie evolute. C’è solo un breve lasso di tempo intermedio – nel mezzo del cammin di nostra vita – durante il quale vitalità e saggezza sembrano sfiorarsi: in quel periodo ci viene concessa una serie striminzita di occasioni che, una volta sprecate, lasciano nell’essere umano il sapore amaro di una lotteria non vincente e irripetibile.

Per gabbare questa fallimentare condizione ‘naturale’ l’umanità ha inventato i graffiti rupestri, le religioni, l’architettura cimiteriale, l’autobiografismo e la letteratura, la dagherrotipia, il cinema, il proletariato e l’immortalismo dei poveri, le storie di paese, i filmini della prima comunione e delle vacanze, le teche televisive, i supporti mnemonici esterni, i videotestamenti. Fino ad arrivare ai profili sui social network come extension dell’anima: la singolarità informativa avanza inesorabile. Il pensiero biologico s’innesta sui fiumi elettrici della solitudine ipertestuale. “A cosa stai pensando?” – chiede in maniera fredda e utilitaristica il social network simulando una finta empatia. E noi giù a confessare emozioni, speranze, sospetti, sentimenti; a condividere idee, immagini, progetti, azioni. Sperando così di non morire.

L’obiettivo è un’immortalità grossolana e inefficace che segue le mode e le tecnologie dell’epoca: il desiderio di consegnarsi all’eternità ha origini antiche e non avrà mai fine.

La soluzione transumanista

La morte secondo il transumanesimo non è rappresentata dalla morte fisica propriamente detta ma dal tentativo di superare la caducità del corpo in quanto tale: paradossalmente il movimento transumanista utilizza l’eliminazione del concetto assolutistico di corpo umano per combattere la morte. Morire per non morire.

Alcuni rabbrividiscono dinanzi alle ipotesi fantascientifiche illustrate nel transumanesimo, ma il dato più affascinante e paradossale è che i transumanisti avversano la fantascienza fine a se stessa. Il pregio-difetto della fantascienza è quello di possedere il potere di proporre scenari futuri già pronti e digeriti: questo potere a volte spaventa chi non ha gli strumenti adatti per decodificare il messaggio fantascientifico. Avevo bisogno di questa premessa per affermare che il transumanesimo non è la descrizione di ciò che potrebbe avvenire in futuro ma rappresenta una scelta culturale già in atto da centinaia di anni, da quando l’uomo ha cominciato a utilizzare la tecnologia per migliorare la propria vita. Ripenso alle proto-forme di transumanesimo incontrate finora nella mia vita di uomo nato nel ventesimo secolo: le lenti a contatto di mia sorella, la dentiera di mia zia, il pacemaker, gli apparecchi acustici, le protesi all’anca, la farmacologia anti-aging, la trapiantistica… Quello che sembrava avveniristico un tempo, oggi è diventato ‘normale’. I confini tra ciò che è già stato sperimentato e ciò che domani potrebbe diventare realtà non sono netti: l’uso terapeutico delle cellule staminali ne è una prova.

I transumanisti sono gli eretici del terzo millennio: superato, non senza sacrifici ed evitando roghi, l’antropo-geocentrismo e dopo aver ricevuto conferma persino da parte della Specola Vaticana che è la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario, ora i nuovi eretici si apprestano a scardinare un altro tipo di antropocentrismo: quello organico.

L’obiettivo del transumanesimo non è solo quello, già di per sé importante, di migliorare qualitativamente e allungare la vita dell’essere umano (ending aging), ma di abbandonare sul ciglio della strada la corruttibilità del corpo in vista di un’evoluzione postumana e di tendere all’immortalità. L’incontro tra scienza medica e transumanesimo ha creato una ‘medicina estrema’ che non si occupa più in maniera passiva degli effetti della malattia quando questa si presenta, o nella migliore delle ipotesi facendo prevenzione, ma affrontando la morte in maniera drastica eliminando il corruttibile. Tuttavia l’immortalità, all’interno del movimento transumanista, non viene vissuta come un presuntuoso obiettivo su cui intestardirsi forzando i tempi, ma come la conseguenza naturale di un miglioramento da conquistare passo dopo passo. Afferma l’estropista Max More: <<… io preferisco il termine “vita estesa” (o “vita di durata indeterminata” o “senza età”) al termine “immortalità fisica”, in quanto sono tutt’altro che sicuro che l’immortalità vera e propria – cioè una vita che duri, letteralmente, per sempre – sia possibile. […] sostengo che l’immortalità non è veramente l’obiettivo per la maggior parte di noi transumanisti. L’obiettivo sono le aspettative di vita senza limiti. Il nostro obiettivo è di migliorare continuamente noi stessi e di migliorare le nostre capacità, il che rende il decadimento tipico dell’invecchiamento e la morte involontaria nostri nemici mortali. Vogliamo vivere sia ora che in un futuro indefinito. Ma non possiamo essere sicuri che vorremo continuare a vivere in un lontano futuro. Forse, dopo secoli o millenni, sceglieremo di ripristinare il processo di invecchiamento e di permettere che la nostra vita fisica raggiunga la sua fine…>> Quindi la morte come casualità o come scelta, non più la morte come epilogo scontato di un processo biologico naturale. Anche nel manifesto dell’AIT (Associazione Italiana Transumanisti) ritroviamo lo stesso tipo di sottolineatura: <<… i transumanisti italiani si impegnano a limitare drasticamente l’uso della parola ‘immortalità’. Noi non promettiamo l’immortalità, né la indichiamo come nostro obiettivo programmatico…>>

Vivendo più a lungo e meglio, il postumano avrà a disposizione più tempo per combattere l’annichilimento esperienziale, per migliorare se stesso anche da un punto di vista psicologico e finalmente donare con serenità il peso dei propri anni agli altri, senza l’opprimente presenza di una morte imminente che si nasconde dietro l’angolo.

Immortalità mentale

<<Che cosa resterà di me? Del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?>> si chiedeva Franco Battiato nel brano “Mesopotamia”. Non esiste solo l’immortalità del corpo. E poi, che cosa significa ‘corpo’? L’involucro organico che adoperiamo nello spazio e nel tempo non è immutabile: non mi riferisco agli evidenti cambiamenti morfologici che inevitabilmente avvengono nel corso degli anni ma alla graduale sostituzione, a livello cellulare, del nostro intero organismo con uno identico. Ciò è possibile perché le direttive genetiche rinchiuse nelle nostre cellule sotto forma di DNA ripropongono ai ‘manovali’ sempre lo stesso progetto: anche se invecchiamo e i lavori di manutenzione diminuiscono, rimaniamo sostanzialmente fedeli allo schema iniziale e il naturale turnover cellulare non ci fa diventare qualcun altro. Siamo sempre noi, ma in un corpo sostituito: quindi possiamo affermare che una sorta di “transumanesimo naturale” già avviene da migliaia di anni.

Afferma il filosofo greco Eraclito nel suo trattato Sulla natura: <<Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.>> Panta rhei os potamòs (πάντα ες ποταμός): tutto scorre come un fiume. Gli antichi pensatori avevano percepito qualcosa grazie alla loro infinita e genuina saggezza, ma non possedevano gli strumenti scientifici per dimostrarlo: moriamo e rinasciamo più volte nel corso della nostra esistenza. Perché non farlo per divenire postumani?

Ma che significa essere se stessi? Le cellule dell’organismo subiscono un processo di sostituzione programmato e dopo un certo periodo di tempo il nostro corpo è quasi totalmente ‘nuovo’. Il ‘quasi’ è d’obbligo perché in realtà alcuni tipi di cellule, in primis quelle nervose, sono costanti nel corso della vita e non vengono sostituite. Questa ‘esclusione’, dal restyling periodico, delle cellule del sistema nervoso spiega il perché della conservazione della memoria, il perdurare di ciò che definiamo personalità, compresi certi difetti caratteriali. E questo dato fisiologico è anche la prova indiretta che la ‘mente’ o ‘anima’ (rispettando l’approccio di tipo rispettivamente cognitivo o spirituale che ognuno di noi può avere nei confronti di tale argomento) è allocata nel nostro cervello. Un paziente lobotomizzato rimane ‘se stesso’? E un individuo che subisce un trauma cranico irreversibile? O un paziente colpito da encefalite letargica o dal morbo di Parkinson?

È vero, anche i ‘pensieri’ mutano con il tempo nelle persone sane: i ricordi che definiamo ‘vividi’ in realtà sono solo le ombre di una realtà vissuta, riduzioni psico-cinematografiche della verità; gli errori cognitivi infestano anche a distanza di anni le nostre presunte certezze sensoriali. Crediamo di aver visto; crediamo di aver udito; crediamo di aver capito… Nonostante tutto, il fatto di ‘essere noi stessi’ è legato principalmente alla permanenza nel tempo delle nostre capacità cognitive e al contrario non è per niente minacciato dalla ciclica sostituzione degli epatociti del nostro fegato.

Alla luce di questa premessa appare chiaro l’impegno di quei transumanisti che sostengono la causa dell’immortalità mentale, l’unica che conta, per mezzo della tecnica del mind uploading. L’immortalità del corpo sembrerebbe quasi passare in secondo piano: per sopravvivere, per conservare la propria ‘essenza’ e rimanere se stessi in eterno, occorre trasferire la ‘mente’ dal cervello biologico a un supporto inorganico capace di ospitarla. Fare uno ‘scanning’ della struttura sinaptica del proprio cervello, però, non è sufficiente: per restare se stessi ‘altrove’ è necessario far sopravvivere anche tutte le informazioni che ci rendono unici e che sono rese possibili nel corso dell’esistenza organica proprio grazie alla suddetta struttura sinaptica: valori, idee, emozioni, ricordi, predisposizioni, sensazioni, obiettivi… Conservarsi con il mind uploading significa archiviare anche errori cognitivi, illusioni, fantasmi sensoriali, sogni e incubi. Per continuare a essere ‘originali’. E soprattutto è necessario riuscire a far interagire questa massa di dati con il mondo esterno anche dopo la morte del corpo fisico: se vogliamo che il mind uploading non sia solo uno backup statico, un mero ‘disco di ripristino’ congelato nell’attimo dello scanning.

Dualismo cartesiano, addio!

La tecnica del mind uploading sarebbe irrealizzabile senza il convinto superamento, filosofico e tecnico-scientifico, del dualismo cartesiano. La ‘mente’ o ‘anima’ è il prodotto più nobile della nostra attività cerebrale: quando il nostro corpo muore, termina anche ogni attività mentale cognitiva. Questo è dovuto alla stretta e scientificamente provata interdipendenza esistente tra il mondo delle idee e il cervello che le produce. Cartesio, pur sostenendo la tesi dell’eterogeneità della res cogitans rispetto alla res extensa, ovvero della distinzione netta tra anima e corpo, tradisce una lieve sfumatura materialista in seno alle proprie argomentazioni nel momento in cui individua nella ghiandola pineale, situata al centro del cervello, la sede dell’anima. Il padre della filosofia moderna, pur non possedendo le prove scientifiche necessarie, seppe fornire uno spunto rivoluzionario senza per questo negare l’indipendenza tra anima e corpo. Cartesio nel suo Trattato sull’uomo parla di “vento molto sottile”, di “fiamma molto viva e molto pura”, di “spiriti animali” ma afferma anche che: <<… la parte del corpo, in cui l’anima esercita immediatamente le sue funzioni non è affatto il cuore, nemmeno tutto il cervello, ma solo una parte interna di questo, che è una certa ghiandola molto piccola, situata in mezzo alla sua sostanza…>> Anche se Cartesio inverte l’ordine dei movimenti, andando dall’anima verso il corpo e non viceversa come siamo più propensi a credere oggi, ha il merito innegabile di aver concentrato l’attenzione intorno al cervello: aveva intuito che “lì dentro” avvengono eventi importanti legati all’origine dell’anima.

Quindi l’anima non esistendo in qualità di ‘soffio divino’ ma essendo il risultato di un’attività neurologica riproducibile, apre alla possibilità di una sua ‘archiviazione’.

Solo se avremo la possibilità di scegliere un mind uploading non distruttivo la nostra morte fisica diverrà una vera e propria esperienza da valutare post mortem, conservando la consapevolezza della vita fisica precedente. ‘Vedersi’ morire attraverso i nuovi ‘occhi’ della macchina che ci accoglie e valutare le dinamiche del trapasso non come ‘spiriti fluttuanti’ in cerca di sviluppi escatologici di stampo dantesco, bensì nelle vesti di noi stessi sotto altra forma. Come fantasmi dentro la macchina.

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L’addio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 marzo 2012 by Michele Nigro

Al di là del campo di forza usato in sostituzione dell’antico materiale chiamato vetro, Giove appariva enorme, paterno, costante come un pensiero silenzioso ma prepotente. Testimone gassoso e muto di migliaia di vite sospese nel vuoto. I colori crema e marrone della sua atmosfera, impegnata in bizzarre formazioni cicloniche e anticicloniche, inducevano alla meditazione.

Il “Belvedere”, come era stato ribattezzato il ponte di osservazione della stazione orbitante adoperando un termine d’antan ripescato dagli archivi linguistici, era il luogo preferito dagli abitanti della Jupiter IV, frequentato dai civili e dall’equipaggio in libera uscita.

Ilia e Decker, seduti su una plexi-panchina attendevano, come erano soliti fare durante i momenti di pausa dai loro rispettivi lavori, la comparsa della Grande Macchia Rossa sull’orizzonte gioviano. Senza dire una parola e rispettando le esigenze rotatorie del grande pianeta, fissavano fiduciosi lo spazio siderale.

“Eccola!” – Ilia interruppe il silenzio con l’entusiasmo di chi osserva per la prima volta un nuovo fenomeno. La Grande Macchia Rossa apparve lentamente: una tempesta di metano e ammoniaca nell’atmosfera di Giove che in passato aveva fatto da leit motiv afono ai baci appassionati dei due giovani amanti, nonostante i divieti di prossimità in luogo pubblico vigenti nella stazione. Ma non in quella occasione. Quella volta non c’era spazio per l’intimità, ma solo per una controllata disperazione.

“Sei proprio decisa?” – domandò per l’ennesima volta Decker continuando a far finta di osservare la Grande Macchia Rossa che intanto era completamente riemersa dall’orizzonte.

“Sì. Conosci le mie intenzioni… E vorrei sentirti vicino in questo momento, anche se si tratta di una prova dolorosa per te.”

“Ilia, non puoi chiedermi di approvare la tua partenza! Lo sai che già mi manchi?”

“Decker, è una grande prova anche per me.”

“Allora resta!”

Ilia non rispose ma alzandosi dalla plexi-panchina si avvicinò al campo di forza che la separava dal baratro siderale, come se quei pochi metri le permettessero di vedere meglio la Grande Macchia Rossa distante milioni di chilometri. Decker, poggiando i gomiti sulle ginocchia, aveva imprigionato la testa tra le mani come a voler impedire che esplodesse.

Una folta scolaresca del primo stadio educativo, accompagnata da un androide insegnante della serie alfa-3, transitava in una fila ordinata per due, proprio alle spalle di Ilia che continuava imperterrita a cercare tra le nubi vermiglie del dio pianeta una valida risposta al suo dolore.

“… Giove possiede una vasta atmosfera e un mantello di idrogeno metallico che esercitano altissime pressioni sul nucleo di natura rocciosa…” – spiegava la voce innaturale dell’androide.

Ilia era una ragazza forte ma in quel momento il pesante silenzio di Decker opprimeva in maniera impietosa il suo animo determinato. Si girò di scatto, ripercorse il breve tragitto che la separava da Decker e utilizzando una riscoperta freddezza disse: “Devo andare Decker! È quello che desidero… Hanno bisogno di me”.

Decker liberò la testa dalla morsa organizzata dalle sue stesse mani e si mise in piedi come se un manovratore occulto avesse tirato dei fili invisibili collegati al suo corpo.

“Anche qui c’è bisogno di te.”

“Lo sai che non è la stessa cosa.”

“Questa città orbitante ha bisogno di gente come te e me. Puoi assistere le migliaia di abitanti di questo mondo artificiale con la stessa competenza che regaleresti laggiù…”

“Non è lo stesso…”

“… le tue conoscenze sarebbero sprecate in quei posti…”

“… non sarebbero sprecate…”

“… gli androidi farebbero il tuo lavoro senza sacrificare amore, affetti, progetti condivisi… Senza stancarsi, senza il bisogno di alimentarsi o di dormire, senza soffrire… Senza il rischio di morire.”

“Gli androidi sono efficienti ma non possono riprodurre e offrire alla gente di quei mondi una cosa che ho imparato anche grazie a te, Decker.”

“Cosa?”

“L’amore.”

Ilia aveva scelto un amore più grande: voleva essere una missionaria nelle colonie umane sui Pianeti Esterni scoperti nel ventitreesimo secolo, durante la Grande Era dell’Esplorazione Extrasolare. Un tipo di amore che richiedeva abnegazione e lunghi viaggi in sospensione criogenica, e dall’esito incerto.

Decker tentò di prendere le mani di Ilia ma lei si ritrasse con delicatezza e diede il colpo di grazia a un legame ormai dissolto: “Ieri ho depositato il mio atto di castità nell’elaboratore della Grande Anima”.

Decker si lasciò cadere sulla plexi-panchina come se si fosse arreso dinanzi a una forza invincibile di natura superiore. Era davvero finita.

Non aveva capito niente: aveva pensato o forse aveva costretto la propria mente a pensare che quello di Ilia fosse solo un passeggero interesse umanitario, esplorativo e scientifico. Nei giorni precedenti aveva rifiutato l’idea inconscia ma reale che Ilia potesse concedersi totalmente alla Grande Anima. Per sempre.

Tutta la passione, la vita condivisa, le intense emozioni provate insieme a quella ragazza che non riconosceva più e i sentimenti coltivati per anni, si volatilizzavano su quel ponte di osservazione come gas industriali liberati in un giorno di vento forte sulla Terra. Per un istante aveva desiderato che un’avaria del sistema di mantenimento vitale della stazione disattivasse i campi di forza, facendo risucchiare nel vuoto cosmico quella realtà artificiale divenuta insopportabile, insieme ai suoi pazienti attori inquadrati e felici.

“Questa sera prima della partenza ci sarà la cerimonia della vestizione.” – aggiunse Ilia, infierendo sul corpo e sulla mente di Decker. “Vorrei che tu partecipassi: sarebbe importante per me.”

“Ci sarò. Se è questo che vuoi.” – rispose con rassegnazione Decker.

La città orbitante Jupiter IV proseguiva il suo cammino gravitazionale intorno al quinto pianeta del Sistema Solare e la Grande Macchia Rossa era ormai quasi del tutto scomparsa dietro l’ennesimo orizzonte. Tra qualche giorno sarebbe riapparsa.

Ilia, invece, no.

Cyberpoetry

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , on 18 maggio 2010 by Michele Nigro

Ricerco un divino

web designer

tra cibernetiche chiese

e boschi campionati.

Preti-cyborg

dicono messa

selezionando

liturgiche tracks.

Ritornano

frame infantili

a volte all-in-one

ripercorrendo timeline

di una vita compatibile.

(tratto da: Cyberpoetry)

La muta alleanza

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 aprile 2010 by Michele Nigro

Prequel n.1

“La muta alleanza”

Agli albori della FutureProg.

Roma – Città del Vaticano.

Su uno dei lati dell’obelisco pagano ricollocato, grazie a un interessante trasformismo secolare, al centro della cristianità mondiale, era stata incisa la seguente frase: “Ecco la Croce del Signore. Fuggite, o parti avverse. Vince il Leone di Giuda. Cristo regna. Cristo impera. E Cristo, contro ogni male, il popolo suo difenda”. L’ultima parte della frase, scelta secoli addietro da Papa Sisto V, possedeva una sinistra e quasi impercettibile somiglianza con un altro stralcio altrettanto celebre ma appartenente al ben più frivolo mondo della letteratura e dell’umana fantasia: “Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella terra di Mordor, dove l’ombra cupa scende.”

Il pensiero dell’anziano cardinale non riandava certamente alla cosmogonia di Tolkien mentre osservava, per l’ennesima volta in maniera estasiata, l’imperturbabile obelisco di Piazza San Pietro dalla finestra del suo appartamento privato su Via della Conciliazione. Si trattava, tutt’al più, di un necessario ripasso interiore prima di affrontare quella fase cruciale e irreversibile della storia.

– Eminenza, mi scusi se la disturbo, il Signor Von Rauff è arrivato – annunciò con voce flebile la fedele perpetua affacciandosi sull’uscio dello studio tappezzato di libri e antichi ornamenti liturgici. Il cardinale, risvegliandosi dalla sua trance mistica, spostò quasi a forza gli occhi dal verticale testimone di pietra e lentamente li diresse verso quella esile figura terrena in devota attesa di istruzioni: – Lo faccia accomodare!

La sagoma mingherlina di Von Rauff, come il tronco di un giovane pioppo tormentato dal vento freddo e impetuoso del nord, oscillò freneticamente tra la porta dello studio e l’anello cardinalizio davanti al quale s’inginocchiò con la chiara e rispettosa intenzione di baciarlo: – Eminenza, grazie per avermi ricevuto! – proseguì con le frasi di rito.

– Siamo noi che dobbiamo ringraziare Lei e i suoi collaboratori per l’eccellente lavoro scientifico finora svolto, anche se si tratta di un lavoro prettamente teorico e, se me lo consente, ancora un tantino acerbo nella sua applicabilità – lo interruppe sorridendo il cardinale invitandolo a rialzarsi. – La stiamo osservando e seguendo con vivo interesse da molto, molto tempo… Lo sa? – aggiunse subito per incoraggiare il giovane ricercatore appena giunto da Berlino con un volo per Roma e ancora palesemente impacciato a causa del recente coinvolgimento del Vaticano nel progetto. Un progetto che durante quegli anni preliminari aveva ricevuto soltanto il silenzioso beneplacito di alcuni arteriosclerotici nostalgici nazionalsocialisti e nella migliore delle ipotesi qualche sostanzioso assegno staccato dal carnet di facoltosi industriali sfuggiti alla farsa giustizialista di Norimberga e capaci di riciclarsi nella ricostruzione di una Germania sconfitta, sì, ma ancora forte e orgogliosa. Molti, all’epoca dei processi di Norimberga, credettero ingenuamente di aver debellato il nazismo tramite quelle ridicole condanne capitali che ebbero solo la duplice funzione di far credere ai tedeschi di aver voltato pagina nel grande libro della storia e al mondo intero che gli americani, da quel momento in poi, avrebbero svolto, anche in Europa, un’attività di “polizia planetaria”.

– Ebbi modo di conoscere suo padre, Herbert Von Rauff, quando era di stanza qui a Roma, durante la Seconda Guerra Mondiale – il cardinale ricominciò dal passato, mentre passeggiava lentamente insieme al suo nuovo discepolo berlinese nel soleggiato corridoio che dallo studio portava alla cappella personale dell’alto prelato – e all’indomani della capitolazione dell’esercito tedesco lo aiutai a, diciamo così, trovare una nuova patria in cui poter vivere tranquillamente il resto della propria vita.

Il giovane Von Rauff ascoltava, mostrando un’aria apparentemente stupita, una storia che in realtà conosceva alla perfezione perché il tenente colonnello Von Rauff, suo padre, l’aveva raccontata e raccontata decine di volte ai suoi figli durante gli anni del dorato e tranquillo autoesilio uruguaiano, in America latina. – Fu grazie al mio personale interessamento e ad alcuni documenti falsi – continuava imperterrito il cardinale – se riuscì, una volta dismessi i panni di una divisa ormai divenuta scomoda, a riparare in un luogo sicuro. Riconobbi subito in suo padre una vivida fiamma di genialità non sanguinaria, una logica scientificamente applicabile: seppe distinguersi dai macellai del suo “gruppo”. Una genialità, tuttavia, non individuata in tempo e purtroppo non sfruttata quando serviva.

– Anche a causa dell’immaturità scientifica e tecnologica di quei tempi, aggiungerei, – il giovane Von Rauff ruppe finalmente il proprio silenzio con un entusiasmo che piacque al vegliardo – che non offrì alcuna possibilità di sviluppo alle idee lungimiranti di mio padre. Poi la guerra finì come finì… E quindi.

– Ma ho riconosciuto in Lei, leggendo i suoi studi sulla Trasmigrazione genica intergenerazionale, quella stessa fiamma. Solo che questa volta non rifaremo lo stesso errore sottovalutandola, con il rischio di farla definitivamente spegnere, mio giovane padawan.- il cardinale riprese con maggior fervore il suo paterno sopravvento – Come sta procedendo al riguardo?

– Come Sua Eminenza certamente saprà, sto cercando di creare a Berlino una società informatica assolutamente insospettabile e molto benvista dalla comunità scientifica e industriale del mio paese. Una società ancora in fase embrionale ma già potenzialmente impegnata in progetti avveniristici nel campo dei più sofisticati software biomedici – spiegò con un certo orgoglio teutonico il giovane Von Rauff mentre il cardinale gongolava interiormente e tradendo la sua gioia infantile sgranando nervosamente tra le mani un rosario fatto di pietre preziose: – Bene, bene… Molto bene! La sua neonata società riceverà in gran segreto dalle banche vaticane e dalle società scientifiche legate al nostro Stato, tutto l’appoggio logistico ed economico di cui necessita in questa delicata fase embrionale, non si preoccupi. – lo incalzò il cardinale.

– Ma il Santo Padre… Sa? – chiese ingenuamente il giovane, forse in un momento di filiale rilassamento.

– Non diciamo eresie! – il tono del cardinale divenne improvvisamente severo e il suo sguardo non aveva più alcuna traccia della precedente complicità – È ancora troppo presto per informare il Sommo Pontefice e non è neanche detto che debba essere proprio questo Papa a essere informato dei nostri piani. Anzi, a essere sinceri io non credo (Dio mi perdoni!) che l’attuale Vicario di Cristo possegga quella fermezza e quella lungimiranza necessarie per la promozione di un simile progetto. Questo è un Papa eccessivamente popolare e troppo impegnato a giocare con i giovani durante i raduni per occuparsi seriamente della questione ebraica. Dovremo attendere altri tempi. – pronunciò quell’ultima frase con uno sguardo lento e infinito, come di chi sa attendere secoli nascondendosi tra le pieghe silenziose e poco illuminate del tempo.

– Ora vada e mi tenga informato sugli sviluppi utilizzando i nostri canali sicuri, rodati dall’esperienza secolare e impenetrabili – congedò il giovane Von Rauff che rispose visibilmente commosso sussurrando: – Got mit uns!

– Sì, mio giovane e valoroso guardiano della purezza, può esserne certo: questa volta Dio sarà veramente con noi! – concluse il cardinale.

Il vecchio prelato, lentamente, guadagnò la porta della cappella mentre l’ora media incombeva sul ruolino di marcia delle preghiere quotidiane con cui sostenere spiritualmente il mondo. Come per miracolo riapparve la figura diafana della perpetua che avrebbe riaccompagnato il giovane berlinese verso il portone della casa del cardinale; non era ancora pronto per immergersi nuovamente nel piacevole caos della romanitas, ma la perpetua si rivelò cortesemente ferrea nel far rispettare gli orari delle visite.

Il giovane Von Rauff non si allontanò immediatamente dalla casa del porporato; ancora non aveva realizzato l’incontro e soprattutto non aveva metabolizzato a dovere il successo di quel proficuo colloquio. Rimase, infatti, per un paio di interminabili minuti dinanzi alla piccola targa marmorea che campeggiava in alto a destra sul citofono in ottone giallo della palazzina, mentre alle sue spalle una schiera corposa di spagnoli in visita guidata tra le vie di Roma armeggiava con ombrellini e cartine turistiche.

Non aveva più dubbi. La targa non mentiva e sotto il sigillo pontificio che l’adornava c’era scritto chiaramente: “S.E. Card. Joseph Ratzinger“.

Jesus Video

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 26 aprile 2010 by Michele Nigro

(una mia vecchia recensione pubblicata sul settimanale “Strange Days”)

“Lo specchio di Dio”

di

Andreas Eschbach

Dopo il recente tormentone “Codice Da Vinci” di Dan Brown, criticato dagli esperti del settore per le sue incongruenze e “scomunicato” dalla Chiesa di Roma per la sua insolenza, vi invito a prendere in considerazione un’alternativa piuttosto solida e, credo, meno fortunata del best seller di Brown: mi riferisco a “Lo specchio di Dio” (titolo originale “Jesus video” del 1998) dell’autore tedesco Andreas Eschbach già noto per altri romanzi altrettanto originali e calcolati. In comune con il Codice, “Lo specchio di Dio” possiede il dichiarato e intricato intento di minare i pilastri del pensiero religioso occidentale tramite una “decodificazione” di eventi misteriosi che sembrerebbero appartenere, e lì pronti ad esaurirsi, alla contemporaneità. Ma così non è!

Non è un libro di religione, anche se il titolo potrebbe dare questa impressione, ma un romanzo che, come recita il sottotitolo – “un thriller sul mistero di Gesù Cristo” – riesce ad intersecare fantascienza e archeologia; fede cristiana e giallistica; rigore scientifico e passione narrativa…

Eschbach non è un dissacratore a corto di idee per i suoi romanzi, ma un originale “cercatore” che utilizza vari elementi, tutti differenti e apparentemente inconciliabili, per giungere all’impegnativa messa in discussione di uno dei pilastri dell’Occidente cattolico, ponendosi una semplice domanda: perché siamo cristiani? E non lo fa scomodando teologi, filosofi e porporati, ma utilizzando lo strumento che gli è più consono: la fantasia.

Viene ritrovato, in una necropoli israeliana durante alcuni scavi, uno scheletro datato intorno ai duemila anni con accanto il libretto delle istruzioni per una videocamera non ancora in commercio!

L’unica spiegazione è che si tratti di un futuro “viaggiatore nel tempo”, uno scettico votato alla ricerca della verità al punto da sacrificare la propria vita, anzi il proprio tempo, (ritornando indietro di duemila anni, in un viaggio di sola andata, sa di dover morire durante l’epoca di Cristo) pur di “filmare” e quindi documentare l’effettiva esistenza del falegname di Nazareth e consegnare agli uomini del futuro, dopo duemila anni e nascondendole accuratamente, le “prove” necessarie per confermare o distruggere il Potere della Chiesa.

Non sarò certo io a rivelare la fine di questo intrigante “giallo fantarcheologico”; fatto sta che Eschbach sembra aver indovinato una miscela originale capace di far rabbrividire sia i puristi della fantascienza che i ricercatori storici. Eppure, se analizziamo a fondo l’idea di Eschbach, ritroviamo gli ingredienti base del nostro essere “uomini e donne del terzo millennio”… Qual è lo strumento di cui tutti noi oggi sembriamo fidarci ciecamente, senza mai metterlo in discussione? Io direi lo strumento dell’Immagine. Il conforto e l’appagamento che riceviamo dalla conferma immediata dell’immagine caratterizza la nostra epoca e la fede (cioè il “fidarsi” senza vedere!) sembrerebbe non avere più un posto sicuro nella vita di ognuno di noi. La Chiesa, che ha fatto un grande uso di immagini (sacre) nei secoli passati sembrerebbe, in questo romanzo, essere minacciata proprio dall’immagine… Da un’immagine video che confermi o meno l’esistenza di Gesù!

Eschbach non si accontenta della dissertazione filosofica e porta le telecamere, provocatoriamente, nell’epoca di Cristo: non sappiamo se per sottolineare e deridere lo scetticismo dell’uomo moderno o per evidenziare il bisogno molto attuale di una Chiesa che ha sempre più necessità di mostrarsi, forse per sopravvivere, attraverso i mezzi della comunicazione di massa! Basti pensare alle migliaia di mms e videoriprese effettuate dalla gente in occasione dell’esposizione al pubblico della salma di Giovanni Paolo II nella Basilica di S. Pietro e al bisogno impellente di affidare su ben altri supporti mnemonici il significato di una vita umana già di per se intensa!

Non sappiamo nemmeno se il nostro Autore voglia dare un’impronta filosofica e teologica al proprio lavoro, ma di sicuro l’accostamento tra fantascienza e fede crea nel lettore, credente o agnostico, una strana sensazione di insicurezza mista a terrore per tutto ciò che vediamo sotto i nostri occhi cristiani e che potrebbe scomparire da un momento all’altro a causa di un paio di videocassette vecchie di millenni e ritraenti un Cristo mai morto in croce, con tanto di famiglia e una falegnameria ereditata dal padre o addirittura il nulla perchè mai esistito! In questo romanzo vengono convogliate tutte le perplessità del cristiano medio che spesso si affida ad un dio che non vede, che a volte “sente” nella preghiera, ma che vorrebbe toccare come lo scettico S. Tommaso.

E’ furbo Eschbach perché rimane fedele al modello, sempre gradito, di H. G. Wells e della sua “macchina del tempo” pur non entrando nei particolari tecnici del viaggio come quest’ultimo; è preciso e coerente nel far coincidere le varie scenografie che, in alcuni capitoli in modo troppo schizofrenico ma efficace, si alternano facendo passare il Lettore dagli scavi archeologici israeliani alle stanze del Papa nel Vaticano.

E’ un romanzo accattivante e originale per alcuni versi ma soffre dello stesso male che attanaglia la produzione artistica, letteraria e cinematografica di questi ultimi decenni: brilla di luce riflessa. Nel senso che anche Eschbach ha imparato a fare il “giocoliere” e così si diverte a miscelare elementi già esistenti: ritroviamo l’avventurismo alla Indiana Jones che s’intreccia con la dotta dissacrazione del “Pendolo” di Umberto Eco; c’è la stessa energica ossessione già adoperata nei confronti dei Templari in quasi tutte le salse e c’è la minuziosità tipica dei polizieschi “serial thriller” che s’alterna ad una descrizione più rilassata fatta di sensualità e goliardia hollywoodiana…

Emerge un aspetto positivo, tra i tanti, che va preso in considerazione: l’Autore tedesco affida, nelle mani della fantascienza, la decostruzione religiosa dell’Occidente. E per farlo non si accontenta di mettere in discussione alcuni miracoli attribuiti ai santi della Chiesa, ma colpisce al cuore della cristianità. Tremiamo, leggendo le pagine di Eschbach, pur non credendo; c’appassioniamo alle ipotesi dei personaggi pur sapendo che si tratta d’invenzione… Altri autori si sarebbero “bruciati” scrivendo un libro simile, ma Eschbach riesce a non farsi odiare per questa sua ingenua ribellione anticonformista e addirittura, in alcuni punti, dona ai personaggi più scettici e miscredenti del suo romanzo una passione ed una “fede” degna del miglior cristiano… Forse vuole ricordare a tutti noi che la via verso la fede passa proprio attraverso la prova e il dubbio; e ne “Lo specchio di Dio” il Dubbio è sicuramente il “personaggio” principale.

Il Codice da Nigro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , on 17 aprile 2010 by Michele Nigro

(osservando il Cristo triste rappresentato nell’ultima cena di Leonardo, propongo una possibile chiave interpretativa della divina mestizia in salsa umoristica e dissacrante)

Dalla seconda lettera di Michele Nigro ai frequentatori del suo blog.

Fratelli e Sorelle.

Diciamo la verità: non accade tutti i giorni di scoprire di essere “il figlio di Dio”!

Il povero (Cristo) falegname di Betlemme sognava una vita tranquilla tra l’ebanisteria del padre e le attenzioni materne di Maria. Il Sabbath sera da trascorrere con i discepoli presso il noto locale a luci rosse di Gerusalemme – “L’emorroissa” – dove si esibiva la conturbante Eva; il mercoledì pomeriggio nella sala giochi di Nazareth per giocare a “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, e la paghetta settimanale in sesterzi come sempre assicurata… I Romani, se trattati con rispetto, in fin dei conti non davano fastidio.

Se l’ex ministro Padoa Schioppa (proveniente da Roma, come oggi) avesse bazzicato la Palestina di duemila anni fa, con una “macchina del tempo” messa a punto da Zichichi e Odifreddi, e la collaborazione dei ragazzi del Cern, forse avrebbe definito Gesù… bamboccione!

Restare a casa dei genitori fino a trent’anni suonati era sconveniente già a quei tempi: alzarsi tardi la mattina, fare finta di aiutare San Giuseppe qualche ora nella bottega, mangiare pane a tradimento mentre la Madonna si distraeva seguendo alcune telenovelas ante litteram raccontate dai cantastorie che giravano tra i villaggi. E poi, di pomeriggio, in giro nelle campagne semidesertiche a far miracoli (giusto per ribadire che quello del falegname era solo una copertura organizzata da Dio – il suo vero padre “biologico” che l’aveva abbandonato sul pianeta Terra, anche se di biologico c’era ben poco… insomma, una faccenda complicata! Lasciamo stare… – e non la sua vera professione) o a fare il bagno giù al fiume con gli amici discepoli che diventavano sempre più esigenti in materia di richieste miracolose: “E moltiplicaci le donne! E facci diventare più belli! E facci diventare più ricchi! E facci scomparire l’acne! E facci campare di più! E fai tornare il bel tempo, che dobbiamo andare al mare! E risolvi il problema delle doppie punte! E fai ritrasmettere “Happy days” su TeleFari6!… E fai questo… E fai quello!”

“Basta ragazzi…” – avrebbe esclamato un tantinello accaldato Gesù, un bel giorno, anche se nelle sacre scritture (in quanto “sacre”) certe sfumature biografiche e linguistiche sono state magistralmente insabbiate nel corso dei secoli – “… non vi sembra che mi stiate frantumando velatamente gli zebedei?”

Insomma, quella di Gesù Cristo era una vita spensierata, disimpegnata, goliardica, decisamente una vita hippy, a suo modo rivoluzionaria, allegra e per certi versi privilegiata e divertente. Un radical chic che, però, ancora non s’era confrontato con la dura realtà del suo destino.

Cosa è successo, dunque, dai trent’anni in poi?

Come mai quel ragazzotto spensierato di provincia ci diventa “triste”?

Troppe responsabilità? Troppi pensieri? Troppi miracoli che a lungo andare debilitano la mente e il fisico? Non lo sapremo mai con precisione perché la Chiesa, grazie ai suoi secolari omissis e occultamenti vari, ci ha sempre e solo offerto la natura divina del Cristo e mai quella umana. Sì, qualche volta ha sparpagliato qua e là alcune pagine di vita quotidiana giusto per farci credere che il personaggio di Gesù era credibile dal punto di vista terreno, ma tutto sommato doveva soprattutto “passare” il messaggio di un Cristo preoccupato e in costante collegamento con il “capo” (come il commissario Gordon era in contatto con Batman tramite il bat telefono).

E sì, amici miei… Si diventa mesti se all’improvviso, dopo trent’anni di bella vita, ti giunge la conferma definitiva (anche se già te l’avevano detto e facevi finta di crederci, ma tutto sommato pensavi a “uno scherzo della Madonna”) che sei nientepopò di meno che “il figlio di Dio”. Cioè, non abbiamo detto il figlio di un imperatore in fin dei conti mortale anche se straricco e potente; no… senza mezzi termini… zac! “Figlio di Dio”. Te, ciapa!

Anche se qualche sospettuccio, a dire il vero, ce l’aveva avuto nel corso dell’adolescenza, soprattutto dopo quella volta che raccolse un falco morto spiaccicato da terra e questo, dopo qualche carezza, se l’era svignata a tremila metri di quota come se il volatile avesse sniffato un metro di cocaina.

Gli piaceva sta storia dei miracoli, ma non sapeva proprio bene bene da dove gli venissero fuori.

Si diventa mesti se di notte invece di sognare, come tutti gli altri amici discepoli, le donnine di Betlemme con le gambe ignude mentre stanno giù al fiume per lavare i panni, ti raggiunge nel sonno un rompizebedei di angelo (per giunta pure mezzo effeminato) che ti preannuncia soavemente (soavemente un paio di zebedei!) che tra qualche annetto ti pianteranno in corpo non certamente dei chiodini da quadro, ma dei rispettabilissimi e cazzuti chiodi romani di mezzo metro cadauno. E che non ti devi preoccupare, tanto si tratta solo della “volontà di Dio”!

Si diventa mesti se devi dire a un gran bel pezzo di giudea come Maria Maddalena che per quanto riguarda quella faccenda del matrimonio, già da tempo programmato, non se ne fa più niente, perché hai ricevuto “un’offerta che non puoi rifiutare” dal Padrino… ops … dal Padre!

E hai voglia di bestemmiare in egiziano. Sperando che il “titolare” non ti capisca, dimenticando, ogni volta, che Dio conosce tutte le lingue perché lo scherzetto della Torre di Babele l’ha ideato Lui stesso per sfogarsi sull’umanità dopo una scommessa a dadi cosmici persa con Buddha. Anche se la versione ufficiale dice altro e ci fanno sentire sempre in colpa.

E hai voglia di bestemmiare, “nominando” in maniera poco gentile il soprannome di tua madre decine e decine di volte al giorno e ogni volta prendere uno scalpellotto dietro la testa perché la diretta interessata ti ha sentito…!

E hai voglia di tirare giù te stesso e tua madre (ovvero “cristi e madonne”) perché hai già pagato la metà delle rate del mutuo che avevi acceso per assicurarti una dignitosa capanna in centro, in cui giacere, senza divine rotture, con la Maddalena!

La vita delle divinità è fatta così.

Sembra destinata al successo e alla fama, perché vedi il tuo volto sulle immaginette sacre, sui calendari di San Corona (non quella del rosario, ma Fabrizio, il coglionazzo impertinente che scatta foto a vip e divinità), perché tutti ti chiedono miracoli a destra e a manca, e allora per gestire le chiamate e gli appuntamenti “sei costretto” ad assumere una prorompente segretaria samaritana che in fatto di “buone azioni”… Insomma, ci siamo capiti.

In realtà, come dice sempre il profeta Spiderman (che di superpoteri pure se ne intende): “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”

Si diventa mesti perché, è vero, puoi camminare su mari e laghi quando non sono ghiacciati e puoi anche trasformare l’acqua in vino quando i supermercati sono ormai chiusi e ti vai a scordare proprio il vino dopo che hai riempito tre carrelli di puttanate inutili spendendo 246,75 euri, ma provate voi a stare su una croce con tre chiodi arrugginiti ficcati nelle mani e nei piedi mentre quegli stronzi che dovrebbero essere salvati grazie al tuo sacrificio se ne vanno in giro a caccia di colombe mandorlate come tanti falchi pellegrini in crisi d’astinenza.

Meglio andarsene!

E non per mezzo di resurrezioni o altri trucchi alla David Copperfield…

Meglio squagliarsela alla grande… Ora! Da vivi! Prima che arrivi Pasqua…

Rinnegare padri (biologici, putativi, divini o terrestri… non importa), madri, zie, cugini, discepoli e pensare agli affaracci propri!

Maria Maddalena sarà pure incazzata nera come una capra libanese rimasta senza caprone, perché aveva già prenotato il viaggio di nozze nella striscia di Gaza e aveva comprato le bomboniere in quel bel negozio di Haifa, ma per risolvere tutto e farle ritornare il sorriso basterà citofonarla e dirle con dolcezza: “Dai, scendi… che stasera ti porto in Paradiso!”

Parola di Nigro

Rendiamo grazie a WordPress

Il Rosario elettronico, la Fantareligione e “The Padre P.I.O. Show”

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , on 12 aprile 2010 by Michele Nigro

<<Il Rosario elettronico Nova idea è l’originale, semplice nell’utilizzo e senza inutili display poco leggibili. Con 2 tasti, uno di accensione e uno per la scelta del giorno della settimana, la vostra preghiera può iniziare immediatamente. Una comoda rotella laterale consente di regolare il volume della recita del rosario con una voce guida femminile e un coro di voci.>>  (FONTE)

Fantareligione: (rel-fi: religion fiction) branca della narrativa fantastica che, al pari della fantascienza impegnata in tematiche scientifiche, si occupa di studiare e di proporre tramite la scrittura creativa possibili (improbabili o impossibili) scenari futuri nell’ambito della credenza religiosa e delle sue manifestazioni pratiche (riti) in una società del domani profondamente modificata (intellettualmente e filosoficamente) rispetto a quella in cui la religione stessa ha raggiunto il massimo successo. (Definizione ideata da Michele Nigro)

Termini ed espressioni correlate: Esofantareligione: storie fantastiche riguardanti esperienze religiose vissute in altri mondi colonizzati dall’Uomo; Extrareligione o Religione Extraterrestre; Space Religiosity; Prete dello Spazio (Space Priest); Chiesa Satellite; Crociata Interstellare per la liberazione del Santo Sepolcro Gravitazionale; Fonte battesimale lagrangiano; Missione religiosa planetaria; Monaci ibernati; Suore stellari; Calice in titanio; Confessionale Robotizzato Positronico; Capsula di clausura; Chiostro marziano; Cenobio meteoritico (piccola comunità di religiosi che scelgono di vivere in povertà su meteoriti dispersi nello spazio siderale); Campanile geostazionario; Cero pasquale a gravità zero; Incenso alieno; Liturgia intergalattica; Voto di Gravità; Messa cantata in klingon; Bolla Spaziale; Benedizione urbi, orbi et universi; l’Ora dell’Angelus Interstellare; “… convertire l’alieno…”; Sinodo Interstellare; Concilio Interplanetario; Diocesi Orbitante; Vescovo Satellitare. (Termini ed espressioni di Michele Nigro)

“The Padre P.I.O. Show” [1]

(un caso di malasantità)

“Tutta la vita delle società nelle quali predominano
le condizioni moderne di produzione
si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.
Tutto ciò che era direttamente vissuto
si è allontanato in una rappresentazione.”
Guy Debord – “La società dello spettacolo”
 
“Tutta la chiesa sempre più d’accordo, sempre più lontano
già nel terzo millennio
loro ragionano così… Altro che giorno per giorno.”
Vasco Rossi – “La fine del millennio”
 
“Fine del mondo in Mondovisione.
Diretta da S. Pietro per l’occasione.”
Ligabue – “A che ora è la fine del mondo”

San Giovanni Rotondo, 24 Aprile 2028 d.C.

Non appena la porta automatica della chiesa si chiuse alle mie spalle, fui avvolto da un piacevole silenzio soprannaturale e l’odore di cui tanto si parlava raggiunse persino le mie agnostiche narici. Il tempo di compiere pochi passi in direzione della zona dove presumibilmente avrei trovato l’entrata della cripta e fui intercettato da una sorridente vecchietta, bassa di statura e con una borsetta nera aperta che penzolava da un braccio.

– Giovanotto, mi scusi! Sarebbe così gentile da leggermi il biglietto di quella macchina infernale? – e nel pronunciare la parola infernale si girò velocemente verso l’altare sussurrando termini incomprensibili come a voler chiedere perdono di qualcosa: – Ho dimenticato di portare con me le lenti per leggere da vicino: credevo di averle messe nella borsetta e invece…

– Non si preoccupi, mi faccia vedere. – presi in mano un piccolo rettangolo di carta bianca che non avevo mai visto o utilizzato prima: – Qui c’è scritto, signora, che dovrebbe recitare tre avemarie e quattro padrenostro oppure, fa lo stesso, può andare sul sito della diocesi, se è “pratica di Internet”, e cliccare tre volte sull’immagine della Madonna e quattro su quella di Gesù.

– La ringrazio tantissimo, Lei è un giovanotto molto gentile! Che Dio la benedica e buona giornata.

– Si figuri, per così poco.

Ah, sì! Ne avevo già sentito parlare di quelle macchine infernali o forse avevo letto qualcosa da qualche parte: si trattava degli avveniristici Confessionali Intelligenti della Soulsoft, una società tailandese con una sede importante anche a Milano specializzata in arredamenti liturgici interattivi. Una vera novità! Almeno dal punto di vista tecnologico.

Dopo la grave crisi vocazionale d’inizio millennio, al Vaticano sembrò essere l’unica soluzione praticabile per arginare la pressante richiesta d’ascolto da parte dei fedeli peccatori che volevano continuamente essere confessati. Tu entravi in quegli affari di legno del tutto simili ai confessionali che c’erano una volta, ti inginocchiavi e cominciavi a vomitare fuori tutte le nefandezze commesse e i pensierini poco cristiani formulati nei giorni e nelle settimane precedenti. Solo che, dall’altra parte della grata, non c’era il classico prete in devoto e comprensivo raccoglimento o semiaddormentato, pronto a trovare le parole giuste da affibbiarti per alleggerire l’anima, ma una serie di sofisticati sensori collegati tramite una vasta giungla di fili e marchingegni vari a un cervellone elettronico piazzato, addirittura, in un lontano sotterraneo di Città del Vaticano. Questo computer centrale, forte di un database contenente più di ottomila definizioni di peccati standard e un corpus di millecinquecento peccati particolarmente fastidiosi e “pesanti”, era capace di elaborare una penitenza personalizzata nel giro di pochi decimi di secondo, dopo che ci si alzava dall’inginocchiatoio. Il tempo di ringraziare, in direzione della webcam, il prete virtuale e già, zaaaac!, t’usciva il biglietto da un’apposita fessura con tanto di preghiere da recitare e atti riparatori da compiere nel giro di ventiquattrore. Cantava Giorgio Gaber alcuni decenni prima: “E la chiesa si rinnova per la nuova società!”

Ero stato inviato dal mio giornale, ovviamente in qualità di giornalista scientifico e non certo di devoto del santo di Pietrelcina, in occasione di un evento storico tanto fondamentale quanto segreto: l’inaugurazione ufficiosa del “P.I.O.” a cui avrebbero assistito pochi e selezionati giornalisti accreditati direttamente dal Vaticano e le più alte cariche religiose della regione Puglia, in primis il vescovo.

La robotica aveva fatto passi da gigante durante quegli ultimi venti anni e l’immagine del santo con il volto siliconato, che fece scalpore nel 2008, stava per essere archiviata definitivamente. Le ricerche riguardanti il cervello positronico avevano già dato ampie soddisfazioni sul versante della gestione industriale e commerciale: robot capaci di gestire sportelli bancari o di pilotare petroliere in pieno oceano senza commettere alcun errore, avevano da tempo fatto la loro comparsa sui vari scenari della vita pubblica.

Stavolta si trattava, però, di applicare gli stessi concetti in un campo decisamente più delicato ed emotivamente sensibile: riproporre al pubblico credente il corpo di un santo morto da sessant’anni. L’equipe internazionale di esperti aveva lavorato per più di un anno sui pochi resti del frate, cercando di riprodurre un simulacro umanoide in metallo leggero. Non era tanto importante creare esattamente le fattezze corporee del santo che sarebbero state ricoperte da una muscolatura e un tegumento in gomma compatta e dall’immancabile saio, quanto piuttosto fabbricare delle mani convincenti e soprattutto un nuovo volto, utilizzando una speciale plastica gommosa capace di assecondare i movimenti dei sottostanti meccanismi robotici; congegni precisissimi che avrebbero dovuto interpretare esattamente le espressioni umane, le smorfie, gli stati d’animo del frate. Un’impresa faraonica, se confrontata con la vecchia e sorpassata maschera in silicone.

I tecnici, grazie a quella prova, avrebbero presto saputo se gli sforzi di quei lunghi mesi fossero stati inutili o se potevano finalmente dichiarare aperta una nuova stagione della robotica. Il “santo robot” avrebbe potuto interagire con i fedeli, ascoltarli, toccarli, benedirli, schiaffeggiarli se necessario, coccolarli, sbatacchiarli, incensarli, trastullarli, mandarli fuori a pedate dalla cripta, tirare le orecchie ai bambini, confessarli, ungerli, battezzarli, sposarli, cresimarli proprio come avrebbe fatto il vero frate Pio da Pietrelcina durante gli anni perduti della sua vita carnale.

Si passava così da una venerazione statica a una venerazione dinamica e interattiva: i fedeli, pur sapendo che non si trattava di un vero corpo umano, sarebbero stati felici di illudersi dinanzi al robot, avrebbero fatto finta di poter recuperare un rapporto mai vissuto con il famoso frate, si sarebbero riscaldati al fuoco confortante delle sue sante parole come bimbi seduti ai piedi di un nonno ecumenico, parole elaborate in tempo reale e senza esitazione dal calcolatore centrale del P.I.O.

Avrebbero, insomma, vissuto una nuova e sofisticata fase di illusione attuata dalla santa madre chiesa, che farebbe di tutto pur di non allentare la presa sull’emotività e sulla fedeltà delle sue pecorelle smarrite.

La spettacolarizzazione della religione stava per raggiungere il suo massimo livello storico, facendo apparire ridicoli tutti gli sforzi architettonici dei secoli passati, tutte le crociate lanciate in nome di Dio, tutta la maestosità del vicario di Cristo fatta di ori e raffinati paramenti.

E io avrei avuto il privilegio di assistere a quella eccezionale anteprima pensata per pochi.

– Sono uno dei giornalisti accreditati. – dissi mostrando il mio tesserino al supervisore del programma mentre, stando in piedi davanti alla porta della sala controllo, cercava il mio nome nella lista.

– Tutto a posto, può entrare.

– Grazie!

Avevano ricavato una certa quantità di spazio, in cui collocare la sala controllo del P.I.O., utilizzando una delle cappelle laterali opportunamente chiusa con un muro. Al centro della cripta c’era uno scranno imponente su cui sedeva immobile il santo robot ricoperto dall’immancabile saio marrone e con il cappuccio in testa. Dalla sala i tecnici potevano tenere sotto controllo la cripta e il suo serafico ospite, non visti, attraverso un vetro a specchio: sulla consolle pullulante di luci e tasti le mani frenetiche degli operatori attendevano agli ultimi preparativi tecnici prima dell’arrivo dell’alto prelato che avrebbe dato il via alla prova generale del “Padre Pio Show”.

Ripensavo, durante l’attesa, ad alcuni passaggi delle interviste che avevo realizzato il giorno prima gironzolando tra i fedeli che frequentano costantemente la chiesa di San Giovanni Rotondo.

– Io sono uno dei miracolati! – mi disse convinto un uomo di mezza età con uno strano sorriso stampato in faccia: – Avevo un tumore e dovevo essere operato. La sera prima mi addormentai, sognai Padre Pio e quando mi svegliai non avevo più niente! Capisce?

Certo, capivo. Dopo alcuni minuti, parlando con sua moglie che l’accompagnava, seppi la verità sul “miracolo”. Il poveraccio interpretava il “sogno” come una metafora dell’anestesia generale: infatti era stato regolarmente operato da un’equipe di chirurghi oncologi ed effettivamente al suo risveglio non c’era più traccia della neoplasia. All’uomo piaceva credere che fosse stato Padre Pio a levarglielo e continuai a farglielo credere, tanto non mi costava nulla.

Vivere e commerciare sfruttando la figura non sempre cristallina di quel frate: questo, forse, era stato il vero miracolo. Il miracolo economico.

Come aveva scritto un collega su “la Repubblica” qualche giorno prima: “… si tratta di vestigia di un mondo pre-moderno… dell’incapacità da parte dell’italiano medio di praticare una religione spirituale, di andare al di là della materia, di distinguere tra spirito e materia… Il materialismo della religione per esaltare l’incorruttibilità del santo… Santità e corruzione non stanno bene insieme…”

Il mio amico giornalista era sempre stato molto delicato e diplomatico nei suoi articolo: al posto suo io avrei parlato, invece, di “pornografia religiosa” e l’avrei fatto senz’altro nell’articolo che m’apprestavo a scrivere, dopo la prova che stava ormai per cominciare. Non si trattava, ovviamente, della classica pornografia a cui il nostro pensiero troppo facilmente ci rimanda, ma dell’ostentazione di un’oscena corporeità, seppur santa, che denunciava un’immaturità spirituale gravissima, anche se condivisa da migliaia di rispettabilissime persone. La gente aveva bisogno di vedere e la filosofia mediatica (per non dire televisiva!) che stava alla base di questo bisogno collettivo, era la stessa che alimentava tutti gli altri campi dell’umana comunicazione commerciale: il santo come un detersivo, né più né meno. Togliere macchie o tumori, la differenza non importava quasi a nessuno.

– Buongiorno Eminenza, è tutto pronto! – disse il capo del programma quando vide entrare il vescovo nella sala.

– Potete procedere, allora! – rispose il prelato sedendosi su una delle poltrone appositamente preparate per l’occasione.

– Circuiti preliminari?

– Pronti!

– Percentuale di elaborazione dati positronici?

– 98%!

– Bene… Procediamo con l’invio dei primi schemi mentali.

– … 3… 2… 1: invio in corso.

Per alcuni secondi non accadde nulla di interessante, poi all’improvviso il robot positronico cominciò a muovere le dita della mano destra e alzò il braccio di quel lato fino all’altezza del viso come a volersi rendere conto di se stesso, della propria “esistenza”, come a voler registrare accuratamente il dato “mano”.

Gli schemi mentali di Padre Pio erano stati preparati da un attento gruppo di agiografi e di psicologi comportamentali sulla base di una vasta gamma di informazioni culturali e biografiche che andavano dal 1887, anno di nascita del santo, fino al 1968, anno della sua morte. Schemi che avevano lo scopo di riprodurre, tramite il simulacro robotizzato, la maggior parte dei gesti e delle reazioni tipiche del frate, quando questo era realmente vivo in Puglia e gli scorreva del sangue vero nelle vene. Insieme a me, tra il selezionato “pubblico”, vi erano infatti molti anziani testimoni che avevano avuto la fortuna di conoscere personalmente Padre Pio all’epoca della sua prima vita organica e avrebbero potuto così suggellare, con la loro presenza e il loro consenso, il successo o meno dell’esperimento.

– Sta benedicendo! – esclamò in maniera concitata uno di loro in direzione del capo programma.

– É un miracolo… – incalzò il capo programma visibilmente esaltato – … della scienza! – si affrettò a concludere.

Il santo robot si alzò dallo scranno su cui era seduto e fece i primi passi nella cripta. Il cervello positronico stava registrando minuziosamente tutte le caratteristiche dell’ambiente e presto i dati raccolti avrebbero permesso alla macchina di muoversi autonomamente senza più bisogno di ricevere ulteriori dati dalla sala controllo.

– Mandiamogli un bambino! – disse risoluto il vescovo.

– Fate entrare il bambino! – comandò un tecnico da un microfono della consolle.

Si aprì una porta e comparve timidamente un “fortunato” bambino scelto per estrazione tra i tanti concorrenti della parrocchia di San Giovanni Rotondo.

– Fatti più avanti, Luigino! – intimò il tecnico dall’altoparlante.

– E tu chi sì? – chiese tra lo stupore generale il santo robot, pronunciando le sue prime parole.

– Mi chiamo Luigino e questo fiore è per te! – il bambino preventivamente addomesticato era entrato nella cripta con un giglio in mano.

– Grazie guagliò! La vuoi na caramella?

– Sì!

Il vescovo, strappandosi quasi le vesti di dosso, si alzò in piedi ed esclamò:

– Funziona!

E tutti, tranne io, si inginocchiarono per pregare.

La prova generale del “Padre Pio Show” procedeva ormai da più di un’ora: avevano mandato nell’arena, oltre il bambino, una madre anziana, una giovane ragazza con il fidanzato, un carabiniere, un parroco diocesano, un contadino, un medico, un hippy, un neonato, un veterinario, un tetraplegico, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, un ex alcolizzato, un ex galeotto, un tossicodipendente di una vicina comunità e un gatto nero… Gli schemi mentali erano stati quasi tutti caricati nel cervello positronico del santo e le prove sembravano procedere per il meglio: le reazioni erano più o meno uguali a quelle del vero frate Pio. Vi fu anche un momento di generale ilarità quando il frate positronico ordinò all’hippy:

– Guagliò, vatti a lavare e tagliati sti capill! Sinnò nun t’ facc trasì cchiù!

Era proprio lui: il burberamente dolce frate cappuccino era “tornato” per continuare a operare il bene tra i suoi amati fedeli. Il vescovo sembrava volesse gridare al mondo intero: – Santi positronici di tutto il mondo, unitevi!

Ma l’entusiasmo generale sarebbe stato di lì a poco ridimensionato.

– Registro un preoccupante aumento dell’energia positronica nel lobo frontale! – avvertì nervosamente uno dei tecnici rivolgendosi al capo programma che da dieci minuti gongolava in compagnia del vescovo discutendo degli sviluppi futuri della prova.

– Dammi sul monitor un grafico dello schema mentale generale. – ordinò il capo programma rientrando bruscamente dalla gioia prematura.

– Ecco… Sembrerebbe tutto a posto, ma nonostante questi dati non riesco a spiegarmi l’aumento…

– Diminuiamo del 5% il flusso di dati mentali positronici e controlliamo il buffer overflow!

– Siamo già all’87%, ma mancano ancora i dati mentali relativi agli anni sessanta…

– Tu non ti preoccupare: diminuisci il flusso come ti ho detto e tieni sotto controllo l’energia.

– Va bene!

Ma ormai era troppo tardi: il sovraccarico positronico aveva già destabilizzato la griglia motoria del robot e dalla sala controllo, da quell’istante in poi, avrebbero potuto solo assistere passivamente alle follie robotiche del marchingegno andato in tilt.

I’m singing in the rain just singing in the rain! – la versione robotizzata di Padre Pio da Pietrelcina cominciò a cantare improvvisamente, tra lo stupore generale, imitando addirittura i passi di danza di Gene Kelly nel celeberrimo film “Cantando sotto la pioggia”.

– Interrompi l’energia! – sbraitò il capo programma.

– Fatto… Non succede niente! – rispose il tecnico guardando la faccia terrorizzata del capo.

– Il sovraccarico positronico sta gestendo in maniera autonoma l’immane quantità di dati che abbiamo già introdotto nella memoria positronica…

– E ora cosa facciamo?

– Bisognerebbe entrare nella cripta e togliere direttamente dalla testa del robot il chip mnemonico…

– La vedo difficile, capo!

– Lo so: se entriamo lì dentro, quello sarebbe capace di prenderci a calci in culo fino a domani mattina!

Intanto il frate positronico, imitando Gassman, continuava indisturbato la sua inaspettata performance teatrale: – Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli? [2]

– Fermatelo, per carità! – guaiva il vescovo ormai in preda a una vera e propria crisi isterica.

– Ci stiamo provando! – cercò di rassicurarlo senza troppa convinzione il capo programma.

Con ventiquattromila baci… così frenetico è l’amore… in questo giorno di follia… ogni minuto è tutto mio! – tirando in ballo persino il Molleggiato, il robot s’era messo a cantare un motivo sempreverde del 1961 di Adriano Celentano; segno evidente che, almeno fino a quell’anno, i dati mnemonici erano stati incamerati.

La sala era ormai in preda a un comprensibile trambusto: frati cappuccini che correvano da tutte le parti, suore con in mano i sali per il vescovo svenuto, tecnici disperati e assolutamente impotenti che guardavano il cybercappuccino attraverso il vetro a specchio mentre cantava un vecchio successo di Frank Sinatra: – But more, much more than this, I did it my way!

Non c’era più traccia in me del freddo cronista scientifico in giacca e cravatta; ero disteso da più di due minuti sulla sedia e avevo le mani premute sulla pancia per cercare di trattenere il dolore derivante dalle forti risate a cui m’ero abbandonato. Mentre tutti intorno a me fuggivano e si strappavano i capelli, io ero forse l’unico a non aver perso la testa. L’unico ancora capace di ridere della vita, delle follie del mondo: per non prendere quella buffonata pseudo-religiosa troppo seriamente. L’esperimento malriuscito, poi, aveva rappresentato il massimo della stupidità umana: gli individui della mia specie erano capaci di atti assolutamente esilaranti e la comicità derivante da questi fatti aumentava progressivamente in relazione alla grandiosità e all’austerità che li accompagnava.

– Proprio strana la specie umana! – pensai tra me e me mentre mi apprestavo a lasciare la sala controllo.

Avevo guadagnato ormai l’uscita della cripta e mi dirigevo verso il sagrato della chiesa, all’aria aperta, sotto il sole cocente di Puglia. Non ridevo più e respiravo decisamente meglio.

Non sapevo ancora cosa avrei scritto nel mio articolo, ma di una cosa ero fermamente convinto: non capivo il trambusto dei frati e la disperazione scaturita dagli eventi a cui avevo appena assistito. In fin dei conti, e malgrado tutto, il “Padre Pio Show” c’era stato e, almeno io, m’ero divertito come non mi succedeva ormai da anni.

(© Michele Nigro 2008)

NOTE

[1] P.I.O.: acronimo di “Positronic Intelligence Ostensory” – Ostensorio ad Intelligenza Positronica.

[2] William Shakespeare – “Amleto”, atto III, scena I.

Un mio articolo intitolato “Lo show di Padre Pio”, riguardante il tema della spettacolarizzazione della religione, pubblicato sul mensile “i cento passi”.

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