Archivio per esperienza

Guido piano, guido forte…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 luglio 2018 by Michele Nigro

Guidare di notte, d’estate, finestrino aperto sul cielo stellato in alto, e su paesi e borghi illuminati in basso, galleggianti nel buio di valli senz’afa, astronavi di contrada che non decolleranno mai.

Guido piano, guido forte: forse guido un pianoforte; la musica dall’autoradio, come leitmotiv del mio perdermi quasi voluto tra strade senza lampioni, m’incoraggia a sperare in un ritorno verso casa. Sulla faccia un venticello ancora tiepido residuato dal giorno assolato, mentre ascolto la gomma della ruota mordere l’asfalto di una strada scricchiolante e viva al mio passaggio. Rari gruppetti di cartelli stradali con salvifiche informazioni, come oasi arrugginite e impallinate all’orizzonte rivelato dai fanali: il tempo di leggere, fermarsi in mezzo al non traffico, di riconoscere la direzione desiderata, e via! Convinti e solitari: ce la farò nonostante l’errore iniziale. Tutte le strade, anche quelle più “strane”, alla fine ci riportano a casa. E i paesaggi più suggestivi li incontriamo proprio quando sbagliamo strada. O quando allunghiamo. Penso alla critica delle persone precise e puntuali: “ma hai sbagliato strada!”. A cui risponderei con un filosofico: “e chi se ne frega?”. Per fortuna sono solo e sbaglio quanto mi pare.

Complesse acrobazie su asfalti disastrati e abbandonati all’incuria della burocrazia amministrativa, senza navigatori intelligenti o un po’ stupidi, bensì “a naso”, come un tempo, tra incroci deserti e serrate chiacchiere di cicale accaldate. I fari lunghi irriverenti illuminano vegetazioni a bordo strada, gatti appostati “con occhi di bragia” per cacciare topi e lucertole, o schiacciati da auto ipnotizzanti e veloci, e già in putrefazione. Poveri mici abbagliati dalla tecnologia! A volte pigri o saltellanti cani di quartieri campagnoli, volpi raminghe che guadagnano cespugli discreti. Case con luci fioche sulla porta d’entrata, a indicare familiarità, “qui ci abitano esseri umani!”. O per dire a figli nottambuli dove infilare la chiave. Case antiche o moderne, avvolte dall’oscurità, dalla quiete di abitanti dormienti o tramortiti dalle ultime luci blu di camini catodici.

Guido piano, guido forte: forse guido un pianoforte. I tasti neri della notte si alternano a quelli bianchi di lampioni ordinati che, in attesa del nuovo sole, salvano dalla paura dell’oscuro ignoto, porzioni alternate di strada. Luce-buio, luce-buio, luce-buio… così, per chilometri. Lì dove ci sono, altrimenti ci si arrangia con la lontana luce di luna e stelle. Sotto ognuno di essi si potrebbe addirittura leggere un buon libro, ma non c’è tempo. Se abitassi qui, chissà… mi fermerei a leggere al fresco della strada notturna e deserta, sfruttando l’illuminazione pubblica, godendo del silenzio di zone dimenticate, non dico da Dio ma almeno dal vescovo, e dalla massa balneare che affolla altre strade, altri quartieri, altre città, quelle di mare. Voi, imperterriti frequentatori di terre interne senza porti, vi state perdendo la vita sociale e frizzante della costa, il pullulare tipicamente estivo di occasioni carnali, di carni che non si vendono al supermercato ma che, vive e giovani, odorano di crema abbronzante e sole al sapore di sale.

Intanto, risalendo verso la cima di colline calve per il vento costante, mi imbatto nelle luci rosse intermittenti di instancabili pale eoliche, quelle che prima, da sotto, vedevo piccole come girandole in mano a bambini di fiera: gira, gira, gira… soffia, soffia, soffia, anche di notte il vento catturato da questi mobili alberi meccanici produce energia per la comunità. Segnala, segnala, segnala! Guai se questi lampeggianti non segnalassero a notturni voli d’elicottero la presenza di quest’invenzione umana che di giorno è ben visibile, roteante e a volte sincrona come in un balletto classico. Che gran giramento di… pale, questi draghi metallici con occhi rossi intermittenti e aliti di vento senza fuoco dalle viscere dell’aria. Sì, ma la coda? Creature eleganti e schierate come giganteschi soldati controvento. Eserciti di robot con spade rotanti in servizio permanente effettivo per l’umanità e le sue esigenze energetiche. Come muti danzatori nel vento, su una gamba sola, allenati e disciplinati, muovono braccia grandi e leggiadre sulla cima del mondo.

E io, povero Don Chisciotte della Mancia campana, su un ronzino a scoppio, passando sotto le pale a vento di questa notte di luglio (pale contro cui, a differenza dell’hidalgo spagnolo, non tento nemmeno di combattere), penso a cosa accadrebbe, a me e al mio mezzo, se una di quelle pale – una sola di quelle, enormi e quindi pesanti quanto basta  – si staccasse e colpisse con sfortunata precisione l’equide metallico di cui mi servo. Su quella strada in cima alla collina, poco frequentata, ritroverebbero chissà dopo quanto tempo la mia auto schiacciata, forse con i fari ancora funzionanti e illuminanti, dall’unica pala sfuggita alla corolla eolica.

Abbandonando il sicuro centro abitato, dove la festa continua tra vino e salsicce per chi pernotterà lì, sapevo a cosa andavo incontro, quali rischi avrei corso immergendomi nell’oscura periferia del borgo civilizzato e accogliente.

Guido piano, guido forte: forse guido un pianoforte… Perché la scala non musicale di questa strada che non suona, ma risuona di cicaleggi e fuochi d’artificio in lontananza per feste patronali sconosciute, mi riporta lentamente a valle, lì dove abbondano le Autostrade d’Italia: quelle lisce, con la segnaletica dipinta a terra, illuminate a giorno, piene di cartelli, pompe di benzina e bar, di svincoli, di possibilità esistenziali e di scelte geografiche.

Avanti, dunque, oh marmittico Ronzinante! Riportami a casa…

versione pdf: Guido piano, guido forte…

(Immagine: “Don Chisciotte contro le pale eoliche”, di Agnese Leone)

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Giacevi così mi parve…

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2018 by Michele Nigro

La casa del custode

con la sua luce tenue

da una vita privata

veglia ancora oggi

su quello che fummo,

in epoche che sembravano

clementi come un ultimo giorno

di scuola e di speranze.

 

Hai avuto la tua occasione

esanime dalle zampe verdi

che giaci sulla banchina

della mia partenza a tratti,

in attesa dell’aruspice passante

per leggere in te

ardui futuri da sovvertire.

 

Tentenni ancora

nei pressi della stazione,

non hai dimenticato

quella possibilità di andare.

 

Aggiustare il tiro

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 marzo 2018 by Michele Nigro

versione pdf: Aggiustare il tiro

Oltre le esigenze d’artiglieria

A volte alcune parole ci ossessionano; a volte queste si organizzano in frasi più o meno brevi che ci accompagnano come mantra ripetuti nel corso della giornata, le sgraniamo con la punta delle dita come rosari tenuti nelle tasche mentali del nostro andare quotidiano. Ve n’è una che mi fa compagnia da mesi, o forse addirittura anni, non saprei fissare l’inizio esatto di questo intercalare rassicurante, e che nel suo riproporsi a orari da muezzin, si fa preghiera laica: aggiustare il tiro.

Nam myōhō renge kyō! Da ripetere ad libitum…

Aggiustare: riparare, fare meglio, diventare più giusto dopo aver fatto una cosa sbagliata, ritornare sui propri passi senza ripetersi, mettendo stavolta i piedi nei punti giusti; ritrovare forze interiori che credevamo perse, grazie a storie sentimentali che ancora una volta – pur nella loro drammaticità – ci fanno credere nella vita; rivalutarsi con occhi nuovi, i propri, e non con quelli degli altri; essere innamorati dell’amore, rimediare, fare manutenzione del sé, volersi bene nell’età della ragione e nonostante la ragione, provare a recuperare gli oggetti prima di gettarli, ritornare a credere non in un dio ma in se stessi, ritornare vergini e risposarsi a ottant’anni (“Mangia prega scopa” perdonami Julia!), ripercorrere strade conosciute come se fosse la prima volta, perdonarsi, rivivere un progetto in modo migliore, coltivare il proprio mondo, addobbarlo nella speranza che la bellezza ottenuta si espanda nell’universo. Allenarsi nel fare una cosa, esercitarsi per diventare più bravi, anche se ad esempio non è corretto dire: “ho aggiustato l’esecuzione al pianoforte di una sonata di Rachmaninov”.

Il tiro: non è quello a cui penserebbe Lapo Elkann, bensì è l’oggetto da aggiustare, da correggere, anche se a volte potrebbe sembrare un qualcosa di impalpabile. Il tiro è l’obiettivo del nostro provarci con devozione, prendendo la mira dalla finestra di una nuova casa; chi aggiusta il tiro ha fede, non ha fretta. “La pazienza è la virtù di chi aggiusta il tiro” parafrasando un noto proverbio. Gli artiglieri dell’esercito sono persone pazienti, meticolose, hanno fede perché non vedono direttamente con i loro occhi l’obiettivo, nella migliore delle ipotesi ce l’hanno nel cannocchiale: lo percepiscono, sanno più o meno dov’è, si affidano al sentito dire delle carte geografiche militari. “Quando due tiri di aggiustamento consecutivi fanno forcella, cioè finiscono a cavallo dell’obiettivo, uno più corto ed uno più lungo, allora si procede con successivi dimezzamenti dell’ampiezza metrica della forcella fino a che, arrivati alla correzione minima di 50 metri, tutta l’unità di fuoco di artiglieria, con i dati di tiro così calcolati, inizia il tiro di efficacia per ottenere sull’obiettivo gli effetti voluti con il numero di colpi necessari.” (1) Bisogna imparare in fretta dai propri errori per non sprecare tempo e proiettili: se l’artigliere continua a sbagliare vuol dire che sta continuando ad affidare il proprio tiro al caso, vuol dire che non sta imparando nulla, che non vuole o non sa imparare. Intanto il nemico si riorganizza, sposta mezzi e uomini, si prende gioco di noi che ci avviamo a perdere la battaglia.

“Aggiustare il tiro!” me lo ripeto mentre guido, cammino, faccio la spesa; lo consiglio addirittura agli amici, come una panacea per tutte le stagioni: “aggiusta un po’ il tiro!”, “guarda, secondo me ti basterebbe aggiustare solo un po’ il tiro!”, “su questa faccenda dovresti aggiustare il tiro!”, “perché non ti fai una bella tisana con fiori di aggiustamenti di tiro, vedrai che ti passa il raffreddore!”…

“Provaci ancora, Sam” diceva Woody Allen, mentre Fiorella Mannoia cantava: “Come si aggiusta il tiro, per non morire!” O pressappoco. È un dire che rassicura, dà speranza in un futuro in cui quel benedetto tiro sarà stato finalmente aggiustato e quindi avremo centrato il bersaglio. Non faremo più forcella! Per dirla all’artigliera maniera. Anche all’errore bisognerebbe dare un limite, una data di scadenza, come per Berlusconi e lo yoghurt. Se proprio ci siamo affezionati al nostro sbagliare (perché fornisce materiale letterario o esalta il nostro esistenzialistico modo di stare al mondo con cui corroderci) cerchiamo almeno di cambiare errore. Per sembrare innovativi. Gli elementi che caratterizzano un’esistenza sono più o meno uguali per tutti: amore, cultura, lavoro, socialità, spiritualità, sesso… Solo noi, tuttavia, possiamo decidere per la qualità di questi elementi.

Ci diamo un’ennesima possibilità per aggiustarlo: se poi ne avremo effettivamente l’occasione e la forza, non importa. È necessario continuare a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e crederci: forse il vero e proprio aggiustamento consiste prima di tutto in questo. Ma a fianco della fatalità c’è bisogno di scienza, per non affidarsi al caso a cui s’accennava. Ecco che l’aggiustare il tiro diventa un non ricadere negli stessi punti ma in punti diversi, per imparare almeno cose nuove; cercare nuove amicizie con caratteristiche diverse da quelle precedenti, meno deludenti, con meno furti di energia; continuare ad avere fiducia nella vita nonostante aumentino al cimitero le tombe di amici e familiari, e tu che ti senti ancora in gioco perché fai loro visita stando dall’altro lato della lapide; cercare nuovi amori, portando gelosamente con sé quello che di bello abbiamo imparato dai precedenti battiti di cuore; cercare un nuovo lavoro dopo averne perso uno che non ci dava sicurezza o dopo non averne cercato affatto alcuno per un bel po’ di tempo perché sfiduciati. Aggiustare il tiro del confronto col mondo! Perché “Tutta la vita è risolvere problemi”, intitolava così Karl Popper il suo ultimo libro, un disincantato messaggio da ereditare. Anni fa sul biglietto di un giovane suicida c’era scritto: “questa vita non fa per me!”. Perché, ce n’è un’altra più facile? Se c’è fatemela vedere! Aggiustare il tiro non è solo un disumano tendere alla perfezione ma forse significa proprio cominciare ad accettare la finitezza del proprio esistere e partendo da questa verità fare di tutto per migliorarsi, a volte ricostruendo dalle macerie.

Non prestare sempre lo stesso fianco ma almeno cambiare fianco! Anche per provare cosa si sente quando a essere colpito è un fianco inedito. O, addirittura, imparare a non prestarne alcuno: ma qui sfioriamo la maestria, e ci vuole tempo, esercitazione, esperienza. Dribblare gli eventi, gli schemi esistenziali disegnati da altri, i destini imposti; migliorarsi per non darla vinta a chi ha già scommesso, sicuro del risultato; riconoscere le atmosfere, gli ambienti già vissuti, e non entrarvi nuovamente; non ripetersi. Da 1 a 10, quanto ci odiamo quando ci ripetiamo? Io, 11…

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“Nessuno…” su HobbyBook.it

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 novembre 2017 by Michele Nigro

hobbybook

Una nuova recensione a “Nessuno nasce pulito”, a firma di Antonio Canale, è stata pubblicata su HobbyBook.it; segue un breve passaggio:

“… L’autore entra nell’animo del lettore attraverso i propri pensieri, emozioni ed esperienze di vita che ognuno di noi può aver vissuto o potrà vivere in futuro. Talvolta da parafrasare ed interpretare, le poesie nascondono un significato aforistico ed esoterico, leggermente palpabile…”

Un grazie alla redazione di HB!

L’eredità

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 novembre 2017 by Michele Nigro

Ora che so di questa

eredità di parole sparse

più dolce m’appare

all’orizzonte la morte

che non attendo.

 

Non temo l’oblio della carne,

compagno di strada

mi è il verso forte e ignoto

ai salotti laureati

nato da quel vivere

che per altri vita non è.

La tregua

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2017 by Michele Nigro

Ritorneranno le grigie truppe

tra muri di cemento e d’edera

e cani sciolti in spazi ingiusti,

spiate da finestre tristi.

Come quando a Napoli

tutto aveva il sapore dell’inizio

fresche angosce a cui dare un nome

e si vagava per molto meno

inseguendo fantasmi a buon prezzo

e solitudini smaltite in strada.

 

Scie d’aerei non ancora chimiche

tra cieli azzurri e beffardi

nonostante novembre

a prendersi gioco di acerbe libertà,

anima precaria

che si credeva ebbra di albori.

Involuzioni di una pelle amata

e il freddo che fa tornare

giovani, liberi come nel buio

bastando a se stessi.

 

È stata solo una tregua, dunque

quel riconoscersi dolceamaro

quella pioggia sotto alberi che erano casa

i caffè clandestini dagli albanesi

la mano non data, a volte sfiorata

i piedi nudi sul petto?

 

Ritornano le grigie truppe

sconfitte a marzo

dinanzi ai bastioni

rinforzati dal dolore,

poeti partigiani

resistenti alla morte d’amore

si appostano in boschi di tempo.

(foto: Tregua di Natale, 1914)

ODRZ legge “Limbo” (da “Nessuno nasce pulito”)

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 giugno 2017 by Michele Nigro

 

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Rispondendo all’appello “Leggi una poesia: in regalo una copia del libro…”, lanciato tempo fa su questo blog e su altri social, il gruppo musicale Industrial Noise degli ODRZ ha allestito un video reading, in perfetto stile noise music, della poesia “Limbo” tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0) pubblicata nel 2016.

È sempre interessante, oltre che emozionante, assistere alla reinterpretazione artistica e alla decostruzione mediale di un proprio componimento: infatti ad essere “messi in discussione” non sono le singole parole o i versi che compongono la poesia, che restano sostanzialmente invariati, bensì i supporti comunicativi classici della poesia. Non più solo lettura lineare ma rimodulazione in chiave futurista del testo: il differente ritmo dei versi, il tono della voce adulterato dagli strumenti, la ripetizione di alcune parole (a volte anche gridate!) come a volerle sottolineare e incidere nell’acciaio, il tutto su un tappeto sonoro “rumoroso”.

Grazie ODRZ per questa esperienza!

♦

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ODRZ interpretano “Limbo”, poesia di Michele Nigro tratta dalla sua raccolta “Nessuno Nasce Pulito”. Avvolti in un ambiente industriale e accompagnati da una colonna sonora cupamente incantatrice, ODRZ affrontano il testo esprimendosi in una intrigante visione schizofrenica, sottolineando alcuni passaggi in maniera ipnotica. Un Limbo assoluto.

Musiche: ODRZ

Regia: Edoardo Deluca

 

On the road

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 maggio 2017 by Michele Nigro

versione pdf: On the road

“… Dovevamo ancora andare lontano.

Ma che importava, la strada è la vita…”

(Sulla strada, Jack Kerouac)

Che differenza c’è tra il cammino di quando si è giovani e quello che si compie da adulti? Non dipende dalla quantità di passi, dalla forza disponibile, dall’orario scelto per camminare, dal tipo di strada, asfaltata o sterrata… Da giovani quasi sempre si cammina in compagnia, si cerca la massa, perché in fondo non sappiamo chi siamo, cosa vogliamo, e nel gregge (o nel branco, a seconda dell’indole) ci diluiamo, ritroviamo negli altri i pezzi mancanti della nostra identità, gli integratori di personalità; dal gruppo riceviamo la carica energetica per fare, decidere, confrontarsi, coltivare ideali, costruire qualcosa per noi e la comunità, o per illuderci di farlo; da giovani si ha la speranza di camminare in compagnia di un mondo fatto di persone perché il disincanto non ha ancora preso il sopravvento e crediamo testardamente nella parola insieme: non si è consapevoli della condizione solitaria dell’essere umano, del fatto che il mondo esisterebbe ugualmente anche senza gli altri e che la visione che abbiamo di questo pianeta è solo nostra e di nessun’altro; l’essere soli è una condizione non permanente ma fondamentale, da vivere almeno una volta nel corso della vita: la patologia nasce dall’imposizione della solitudine; quando è spontanea e ricercata in piena autonomia, deve essere vissuta con serenità.

L’assioma aristoteliano dell’uomo animale sociale ce lo raccontiamo volentieri perché conviene da un punto di vista pratico, economico (senza per questo dover giungere agli “estremi” descritti da Hobbes); perché abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere in determinati momenti, per non sentire il freddo della galassia in cui vaghiamo. In realtà siamo soli anche quando ci uniamo in matrimonio o sposiamo la causa ideologica di un partito politico che ci avvolge e ci prende totalmente. La solitudine è la parte vera, cruda, naturale del nostro esistere: tutto quello che riusciamo a conquistare partendo da questa verità assoluta – verità che non deve scoraggiare o causare malinconia e che è in grado di posizionarci dinanzi a uno specchio per alcuni doloroso e al tempo stesso catartico, che purifica dal superfluo della verde età – è una conquista duratura e inattaccabile, che dà i propri frutti in un’ora inattesa. Quando si è giovani si cammina insieme agli altri perché non conosciamo il potere riparatorio e ricostituente della nostra solitudine, non l’abbiamo ancora sperimentato, ed è giusto che sia così a quell’età. Il passaggio è graduale, la perdita quantitativa di presenze umane è determinata da uno stillicidio impercettibile.

Da adulti, una volta raccolta una quantità sufficiente di esperienze sia positive che negative, abbiamo la forza e la consapevolezza che occorrono per camminare da soli. È un cammino solitario che paradossalmente permette di entrare in sintonia con molte più persone, di incontrare chi è come noi e di escludere la massa che scherma il segnale. Cantava Fossati: “… cambio posto e chiedo scusa / ma qui non c’è nessuno come me…”. Per sintonizzarci sulle stesse frequenze di chi è come noi, però, dobbiamo imparare a fare silenzio, a stare soli, in disparte per meglio osservare e capire cosa vogliamo, ai margini (ed essere sereni mentre si sta al confino, altrimenti l’insoddisfazione per l’assenza di persone e cose vane, che abbiamo creduto indispensabili, disturba l’ascolto); come ho scritto anni fa nella poesia Riconoscersi: “… ho riconosciuto tra sussurri di venti rapaci / la tua voce rivolta all’anima…”. Non c’è altra via.

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Il viaggio, tra localismo ed esotismo

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 maggio 2017 by Michele Nigro

versione pdf: Il viaggio, tra localismo ed esotismo

Intorno al viaggiare vi è in atto da tempo una guerra non dichiarata: quella tra visione localistica ed esotica del movimento conoscitivo compiuto dal viaggiatore. I localisti, cugini non troppo lontani dei selecercatisti, tendono a concentrarsi solo ed esclusivamente sulle bellezze locali, a frequentare luoghi dove non è richiesto alcuno sforzo linguistico per farsi comprendere dalle popolazioni “indigene”, a sviluppare in maniera anacronistica lo slogan di fascistissima memoria “Preferite il prodotto italiano” anche in ambito turistico. Gli esotisti, dal canto loro, prediligono una fuga dalla realtà, una letteratura d’evasione in movimento, sono affetti da un’esterofilia curata male e che ha origini antiche: la frammentazione linguistica pre- (e direi anche post-) unitaria; la disomogeneità geopolitica che ha reso difficile la vita ai “fratelli d’Italia”; i tanti, troppi secoli vissuti in qualità di colonizzati da chiunque si trovasse a passare per la penisola. Nonostante il tricolore calcistico, estero è bello, estero è meglio: ancora una volta siam pronti alla morte culturale e identitaria.

L’ideale, come sappiamo, sta nel mezzo: occorrerebbe un approccio anarco-individualista per liberarsi dalle catene delle due fazioni. Non appartenere a nessun luogo ma essere ovunque, e al contempo abitare il tutto senza trascurare il particolare, conoscere il locale e il lontano da noi, apprendere “La distinzione / e la lontananza” (cit.), integrarli in un discorso sapienziale a chilometro zero. Evitare il viaggio vissuto come mero spostamento fisico, ma al tempo stesso non trincerarsi dietro a pigrizie culturali anchilosanti. Non concentrarsi né sul dito, né sulla Luna, ma sul gioco di sovrapposizione tra oggetti distanti che mai s’incontreranno, se non nell’immaginazione di chi crea analogie. E si scorge in questa pratica un profondo senso di libertà: l’unica possibile, in grado di sconfiggere la nostra limitatezza, il nostro essere finiti in quanto umani e confinati in un arco temporale insignificante.

Perché vi può essere tanto esotismo anche nelle cose locali, si può andare lontano restando in zona, così come ci può capitare di recuperare il nostro senso di appartenenza viaggiando in luoghi impensati, proprio mentre cerchiamo di dimenticare il punto di partenza e la nostra quotidianità. La filosofia low cost del facile spostamento ha azzerato la lentezza dell’avvicinamento, un tempo prerogativa di camminatori, naviganti e pensatori perdigiorno. Il web, la rete, non ha unito il mondo, lo ha solo omologato e reso l’ingresso a stanze lontane più rapido e facile. Ed è una grande comodità tutto questo! Nulla da eccepire… Le parti che compongono il mondo fisico e quello conoscitivo sono già in connessione da secoli, ma lo abbiamo dimenticato perché nel frattempo la conoscenza analogica è stata sostituita da quella digitale, più veloce ed efficace, che ha appiattito o sotterrato certi percorsi umani divenuti pura archeologia. La rete ha incentivato l’esotismo sì, ma quello errato: ci si illude di essere andati fuori ma in realtà siamo rimasti fermi nella casella iniziale del gioco, perché certe scoperte si compiono sulle lunghe distanze, quelle vere, e a distanza di tempo. Solo in fase di ritorno, come accade in vecchiaia dopo una vita di strade battute, ritornando a essere localisti senza perdere gli odori del mondo acquisiti nel corso di numerosi viaggi, si realizza il confronto che istruisce. Lo sguardo di un localista che è stato esotista e ha viaggiato con saggezza, sarà sempre più ampio e ricco della visione limitata di chi si rinchiude nella roccaforte della valorizzazione dei prodotti tipici locali.

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Dive e non

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2017 by Michele Nigro

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella che sembrerebbe essere sicurezza e forse è qualcos’altro. Questo tuo approccio silenzioso al mondo, non esuberante, timido, riflessivo, introverso, sulla difensiva – voglio che tu lo sappia, anche se le mie parole oggi ti attraverserebbero senza insegnarti nulla ed è per questo che non le leggerai ora, ma le deposito qui per te in attesa di età adeguate – è e sarà motivo di scherno nei tuoi confronti: le finte persone sicure di sé ti insulteranno per sentirsi più alte, non possedendo una propria altezza interiore, scambiando il tuo silenzio per debolezza. Ma tu continua a osservare il mondo come stai facendo, se deciderai che questo è il tuo modo, registra tutto con dolorosa dovizia di particolari, lasciati colpire senza reagire come loro desidererebbero che tu reagissi, ma con dignità e stile, senza prestare il fianco a valutazioni effimere, basate su un tuo momento di stanchezza, di rabbia legittima, di sproporzionato amor proprio che diventa offesa e di errata ribellione senza eleganza. Se non riuscirai sempre a essere elegante, e per questo perderai amicizie, non preoccuparti.

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