Post apocalittico

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Anche dopo aver conquistato l’inebriante compagnia della folla e il calore amicale della carne, bisognerebbe avere il coraggio di chiedere a se stessi se i sorrisi della comitiva, che per una sera c’hanno distratto dalla solitudine e dalle fatiche dell’esistere quotidiano, rappresentino la qualità finale di un’evoluzione di cui non conosciamo la profondità o solo uno stadio intermedio e acerbo verso la realizzazione di un rapporto interpersonale più solido e scarnificato. Anche dopo aver soddisfatto il corpo con scariche endorfiniche causate da non durature felicità sportive e sessuali bisognerebbe domandarsi se quel senso di appagamento emotivo e fisico non sia in realtà solo uno dei gradini più bassi della scala verso il miglioramento del sé. La fidelizzazione attuata dal marketing offusca le menti nate ignoranti e che non nutrono speranze di livelli che non conoscono. Siamo soli anche stando in compagnia; siamo ancora a metà strada anche dopo un cammino solo all’apparenza soddisfacente. La faccenda dell’uomo sociale nasce dall’esigenza di educarsi reciprocamente in vista di un bene comune, ma la vera natura umana viene forgiata dal silenzio della solitudine. Viviamo, o crediamo di vivere, in rapporto al contesto che circonda il nostro movimento sociale e culturale. Gli “altri” sono il nostro metro di valutazione forzato e accettato: ogni passo, ogni decisione, ogni richiesta, tutto viene filtrato da un tessuto sociale che ci educa o ci indispettisce, ci blocca o ci dà la giusta energia per andare avanti. Di notte si scrive meglio perché si pensa meglio e i tipici impedimenti sociali accompagnati dalla luce solare scompaiono nell’oscurità. L’apocalisse azzera le misurazioni effimere dell’io saturo di sovrastrutture: gli spazi aumentano e gli ostacoli diminuiscono. Nel mondo post apocalittico siamo più veri e naturali, come quando di notte il flusso narrativo si mescola al sogno e non sentiamo il bisogno di separare quello che è ormai inseparabile. Gli abbellimenti musicali imposti dal sistema lasciano il posto al silenzio dell’esistere puro. I non luoghi di Marc Augè non hanno più ragione di esistere perché tutto ridiventa luogo. Forse è per questo che alcuni di noi, stanchi di un traffico creato dall’inutilità del vivere civile, sono affascinati dagli scenari post apocalittici: la perdita della memoria storica indotta dalla sciagura mondiale rende inutile una complessità creata dallo stadio evolutivo sociale e culturale raggiunto prima dell’anno zero. Noi lettori siamo lieti di regredire insieme ai personaggi delle storie post apocalittiche inventate da scrittori visionari: ne approfittiamo per capire finalmente, al di là della mancanza di traffico e di finto calore umano in un mondo più vuoto e silenzioso, cosa conta veramente anche nella nostra esistenza pre-apocalittica e chiassosa. Sfruttiamo quella storia per metterci alla prova, per sapere in anticipo quale potrebbe essere la nostra futura reazione a una solitudine forzata e per gustare la strana gioia nell’esserci ancora mista a un senso di morte che impregna la nuova storia. La devastazione e la tendenza all’estinzionismo come filosofie draconiane per ricercare la verità su noi stessi e sul perché del nostro esistere. <<L’essenziale è invisibile agli occhi>> e allora lo scenario abituale che c’è davanti ai nostri occhi deve cambiare drasticamente per permettere all’essenziale di essere scorto dai sensi assuefatti dal superfluo, per ripristinare il grado evolutivo più basso, quello basato sugli istinti, e raggiungere il nucleo arcaico dell’esistenza. Il mistico abbandona il mondo per riscoprire il divino; l’uomo post apocalittico è abbandonato dal mondo al quale apparteneva e scopre finalmente il divino che è in sé. <<Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni>> scrisse Henry David Thoreau nel suo Walden ovvero Vita nei boschi. Ci pensano il tempo e la naturale corruzione della materia a cancellare le tracce del passato: gli oggetti del successo di ieri diventano i reperti archeologici di un mondo quasi disabitato e senza archeologia. L’utensile sgraziato ma funzionale riconquista l’antica posizione nel creato umano; il riciclaggio assume un nuovo significato. Mutano la poetica e la nostalgia, le priorità e il senso della vita, il valore dell’altro divenuto raro. La decisione del singolo contrasta con l’antica stupidità collettiva; l’immaginario comune e mediatico si depotenzia nel corso dei secoli per dare spazio al sistema limbico e archetipico. La decostruzione dona all’uomo nuovo l’essenzialità perduta.

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4 Risposte to “Post apocalittico”

  1. Destino Says:

    Leggo e rileggo e continuo ad avere qualche pensiero confuso che tenterò di “sbrogliare”. E’ vero, siamo soli anche stando in compagnia, ma è la compagnia che ci isola dagli altri con le sue dinamiche che spesso non apprezziamo e non condividiamo, o siamo noi che, a prescindere, ci distacchiamo da una qualunque compagnia, credendo di trovare solo in noi stessi le risposte per rafforzare il nostro io? Non è forse la compagnia stessa degli altri a formare un certo “io”, non è forse il confronto con gli altri che determina il rafforzamento di un nostro essere in un certo modo?
    Nell’isolarmi c’è ricerca, c’è l’approfondirmi, l’interrogarmi ecc.. E la notte è perfetta per lo scopo, l’importante è che non diventi l’unico momento “di domanda”. Naturalmente, come sempre, faccio un discorso generale e penso che i momenti di domanda possono e dovrebbero esserci anche nei momenti di socialità. Anche in quel momento dovrei chiedermi cosa ne penso di ciò che sto osservando, ascoltando..
    E’ un qualcosa che mi attira, è un qualcosa del quale sento di farne parte, uniformandomi al contesto? O è un qualcosa che mi permette di stabilire subito che non fa per me, che è distante dal mio modo di intendere certe cose della “vita”.
    Perché molti, arroccati sulle loro convinzioni, vivono isolandosi da quella che potrebbe essere un’opportunità di confronto, un’opportunità per mettersi in gioco. Rifiutando ciò che è distante da loro, credono di rafforzare il loro “io”, di determinarne, in tale modo, forma e colore. Ma “l’io” si forma nella continua domanda, nel mettersi in gioco, nel dubbio, anche nelle incertezze che pian piano vanno a completare un complicato mosaico, con un lavoro quasi certosino. Nel ritirarmi convinto di avere già tutte le mie certezze, dimostro solo una certa fragilità per paura, forse, di provare un interesse per qualcosa che, fino a poco prima, reputavo impossibile potesse affascinarmi e così, meglio non interrogarmi, meglio non “rischiare”. Meglio il bianco e il nero.. pazienza se ci perdiamo tutte quelle meravigliose sfumature di colori che potrebbero starci anche bene addosso.
    Nell’assuefarmi completamente a tutto ciò che mi circonda non c’è crescita interiore, c’è solo parvenza, scorza.. Nell’isolarmi scorgo un paesaggio limitato, senza orizzonti..
    E’ lungo queste due strade che scorgo un incrocio è lì che tenterei di arrivare, con fatica, un po’ avanzando speditamente, un po’ arrancando, un po’ tornando indietro per osservare meglio un “paesaggio” che mi permetta di capire e di comprendere il “territorio” che sto attraversando. E di quel territorio che faccio parte e conoscendolo e conoscendomi sarò felice anche di procedere in solitudine..
    E che bel viaggio si prospetta in tal modo!

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    • letto… uff… m’hai frainteso… come devo fare con te? però hai detto cose interessanti e umanizzanti, ma il post si riferiva a un sottogenere letterario fantascientifico (quello postapocalittico, appunto: il fatto di averlo scritto staccato – post apocalittico – era per giocare con le parole, per far credere che il post del mio blog fosse apocalittico)… hai sottolineato un aspetto distruttivo del mio pensiero che non c’è… io sono a favore della formazione dell’io nell’alterità ma certe cose si possono notare solo quando abbiamo l’occasione di spegnere l’audio di una condizione spesso non scelta da noi… aspè, lo rileggo il tuo commento sennò dici che ce l’ho con te, ti tratto male e sono antipatico! 🙂

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  2. Diamanda Says:

    Un post bellissimo.
    Questo post di apocalittico ha il titolo ma anche la sensazione che ti lascia addosso.
    Ti leggevo e mi sembrava di aggirarmi tra i luoghi distrutti che con maestria ci hai regalato nell’ immagine fotografica, per altro azzeccatissima, che sovrasta l’analisi.
    “Siamo soli anche stando in compagnia” […]
    Siamo fortemente soli, ed hai ragione nel postare che “ gli altri sono il nostro metro di valutazione forzato e accettato” e che tutto viene filtrato dalla società sia essa madre o matrigna.
    Ed ecco spiegato il perché alcune anime preferiscano le ore notturne scandite da un tempo lento di appartenenza piuttosto che di ore giornaliere che sappiano di spazi in multiproprietà.
    Così la notte che tutto inghiotte, anche l’uomo insieme al suo sé, assume l’ importanza di un viaggio senza meta, non scandito da orari, giorni o tappe.
    La decisione del singolo che diventa non più solo desiderio, bisogno, ma una realtà tangibile che assume la forma di un cammino alla scoperta di luoghi personalissimi piuttosto che quella di un più semplice e comune viaggio organizzato.
    Resta in questi giri tra luoghi poco irrigati, la speranza della nascita tra crepe sempre più profonde e frequenti di almeno un fiore.

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  3. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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