Archivio per immortalità

Je voudrais pas crever

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 agosto 2017 by Michele Nigro

Sfornate libri, non figli; sfornate idee, storie, poesia, non altri esseri egoisti come voi, se non di più: i “gloriosi” frutti dei vostri lombi sono destinati a dimenticarvi tra le strade della vita, ed è naturale che sia così; un libro non dimentica mai il suo creatore, rimane legato alle sue origini, per sempre; anche se, proprio come i figli di carne, diverrà indipendente e sarà interpretato dalle masse umane pensanti che incontrerà, e reagirà in base alla propria personalità fatta di parole. Quando un figlio cresce vuol dire che voi non state ringiovanendo; quando un libro cresce e gira per il mondo, invece, l’autore è come se conquistasse l’immortalità, anche se il suo corpo morirà. Non importa quanto sia lungo il suo giro, quante persone incontrerà: nel momento del suo concepimento voi di diritto siete diventati abitanti dell’eternità. “Non fate crescere niente su questa terra” solo perché il vostro egoismo teme il confronto con la solitudine. Se pensate che creare un essere umano sia un atto d’amore per cui dover essere giustamente ripagati dall’universo e scrivere un libro no, allora vuol dire che non siete mai entrati in una casa di riposo per anziani abbandonati dalle famiglie.

E che l’intelletto, più di ogni altro dio assetato di prole, vi aiuti in quest’opera di indipendenza dalla paura di crepare senza aver generato.

Je voudrais pas crever, titolo originale della poesia Io non vorrei crepare di Boris Vian

Epitaffio

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 giugno 2017 by Michele Nigro


a Edgar Lee Masters

Herman Coluccio

Avrebbe voluto che qualcuno

un giorno

avesse posto una piccola targa di legno

(non davanti casa, di marmo, come per i grandi)

sul balcone della cucina bucolica

insaporita dagli odori del tempo

nella sua dimora di Barjeanville

con su inciso:

“Qui Herman Coluccio,

seduto in quest’angolo

del West Virginia

guardando le case

dei vivi, le cose dei morti

e la campagna dei padri

in ogni stagione voluta da Dio,

ha forse vissuto

le ore più serene

(non diciamo felici)

della sua apparente-

mente

inutile esistenza

in compagnia delle fredde stelle

e di un sigaro infinito

fumante parole.”

C’è miglior epitaffio

per un poeta appartato?

“Amore e Morte” di Calcedonio Reina

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 giugno 2017 by Michele Nigro

versione pdf: “Amore e Morte” di Calcedonio Reina

Non ho ancora avuto l’opportunità di vedere dal vivo questo dipinto straordinario del pittore catanese Calcedonio Reina intitolato “Amore e morte” (1881) custodito presso il museo civico di Catania, e che ho conosciuto casualmente tempo fa, tramite il web, mentre cercavo un’immagine adatta alla mia poesia “Segnalibri”. Ad influenzare positivamente il mio giudizio nei confronti di questa opera non è solo il fatto di essere stato realmente nel luogo in cui è ambientata la scena di “Amore e morte”, ovvero le suggestive Catacombe del Convento dei Cappuccini a Palermo, ma è soprattutto l’originalità del suo realismo e il forte potere simbolico nascosto dietro l’apparente normalità della scena: un uomo e una donna si baciano tra le bare e le mummie esposte nelle catacombe. Sembrerebbe che l’artista abbia voluto semplicemente immortalare la breve storia di un bacio rubato, di un atto goliardico tipicamente giovanile consumato in maniera “eversiva” in un luogo sacro, lì dove sarebbe vietato occuparsi di gioie terrene, carnali e sarebbe, invece, più opportuno riflettere sull’insegnamento escatologico offerto dall’ambiente. Ma c’è di più, molto di più…

Al centro dell’opera ci sono loro, un uomo e una donna che mentre si abbracciano dolcemente, si scambiano un bacio appassionato: lei, con molta probabilità di famiglia benestante come denunciano i suoi merletti, bionda, giovane e bella, vestita di bianco (bianco crema) – la luce che emana dal suo abito è un inno alla vita! – a contrastare il grigiore della morte (anche se non vi è traccia di monotonia cromatica nella descrizione pittorica del sepolcro da parte di Reina; al contrario, le bare, le nicchie e i corpi mummificati sono caratterizzati da una sobria “vitalità” dei particolari, pur trattandosi di un dipinto in cui la tonalità non esaltata di colori non contrastanti tra di loro, tende a uniformare il tutto accogliendo la luminosità dei soli esseri viventi); quel corpo lucente – l’unico del dipinto – è il simbolo della gioia di vivere, dell’amore di donna, della passione devota della moglie che sarà, promessa splendente della vita che custodirà.

Lui, elegante gentiluomo, capigliatura nera, dall’aspetto promettente, sembrerebbe provvisto di baffi nonostante l’area della bocca sia occupata dal bacio, amante premuroso, le sue braccia ricoperte dal tessuto scuro della giacca cingono, una la vita di lei come se fosse una cintura che spicca sul bianco del vestito della donna (a voler dire: “tu sei mia, appartieni alla mia vita e non alla morte che ci circonda!”), la mano dell’altro braccio, invece, accompagna la nuca della fanciulla verso il “dolce pasto”.

O, forse, l’uomo e la donna sono i protagonisti di un amore clandestino, di un amore impossibile, senza futuro: quel bacio rubato è un’occasione irripetibile, unica, da non perdere. Confidando nella “forzata discrezione” dei presenti, i due amanti si abbandonano a un gesto apparentemente irriverente, vista la sacralità del luogo, e con la tragedia nel cuore sanno che quello potrebbe essere il loro ultimo bacio se non addirittura il primo e già ultimo: fuori dalle catacombe torneranno a essere due estranei; forse entrambi sono sposati con altre persone e la loro conoscenza furtiva nel mondo dei vivi non aveva avuto lo sviluppo desiderato. Solo in un luogo di morte e di silenzio il loro amore “di superficie”, fatto di sguardi e di fantasie, ha trovato la forza per realizzare il contatto adulterino. Il tutto vissuto sotto gli occhi ormai spenti delle mummie esposte in fila, vestite come lo erano in vita ed etichettate, che sembrano “discutere” tra di loro dell’insolito accadimento amoroso.

Eppure, al di là della storia dei due amanti creati dal pennello e dall’immaginazione di Reina, non si comprende definitivamente se siano i due giovani a lanciare un segnale indiretto ai muti testimoni del loro bacio o se siano, al contrario, i corpi mummificati dei morti a insegnare qualcosa di inesorabile e drammaticamente reale all’uomo e alla donna. È l’amore che vince su tutto (l’omnia vincit amor di virgiliana memoria), persino sulla morte in quel luogo presente in maniera inequivocabile, o è la Morte che ricorda ai due amanti, attraverso i suoi “associati” messi in bella mostra nelle catacombe a sfidare l’eternità, senza proferire parola alcuna, che qualunque sarà la natura del loro amore e la forza della loro passione per la vita, alla fine diverranno comunque materia per imbalsamatori o cibo per vermi? Infatti dalla luce del lato del dipinto che sta alla nostra sinistra (e del vestito della donna) si passa gradualmente, in prospettiva, verso la lontana oscurità a destra in fondo alla catacomba: vivete, credete nell’esistenza, baciatevi appassionatamente, illudetevi per un attimo di essere immortali, ma – memento mori! – non dimenticate di appartenere alla morte, al destino oscuro che vi attende in fondo alla galleria della vita.

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Fuoco eterno

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 novembre 2016 by Michele Nigro

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Per mettere fine
a stillicidi di saperi divini
verso memorie eterne,
la Natura
cattiva e giusta
inventò la Morte.
 
Ma l’uomo
condannato a finire
come tutte le cose finite
scoprì il sacro fuoco
della parola.
Arditi tizzoni ardenti
schizzati dal braciere
di Poesia
ustionarono la pelle
della dimenticanza.

Eternity

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 novembre 2016 by Michele Nigro

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Nella lenta risposta alla vita

s’intravede sicura e fallace

una presunzione d’eternità,

il tempo, ligio ai suoi tempi

miete vittime non innocenti.

 

Colpevoli di fiducia

nell’infinito

infilzate da lancette crudeli

giocano con l’effimero presente

le nostre morenti carni.

#poetryday n.1

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 settembre 2016 by Michele Nigro

#poetryday  

poetryday 1

Segnalibri

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2016 by Michele Nigro

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Ancora oggi trovo

sparsi tra pagine

di letture interrotte

e mai più riprese

pezzetti di carta

a segnare il passo

di una vita che sembrava eterna,

e quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire.

L’illusione del “torno subito”,

sconfinata fiducia

in corpi traditori.

Ogni sera strappo via i miei segnalibri

da tomi in cerca di eredi,

come se non ci fosse un domani.

i versi in corsivo sono tratti dal brano

“Sogna ragazzo sogna” di Roberto Vecchioni

(immagine: L’amore e la morte. Calcedonio Reina, 1881. Museo civico di Castell’Ursino, Catania.
Un bacio tra i corpi mummificati e le bare delle catacombe dei Cappuccini di Palermo. Poetico e struggente.)

Živago

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 novembre 2015 by Michele Nigro

zhivago

Come plettri ventosi

su corde di cielo

le punte dei cipressi

in eterno movimento

suonano fedeli alla speranza

la balalaika di Živago,

un inno lieve ma possente

foglie stanche diventano poesia

l’esistenza oltre la fine

uno sguardo al di sopra delle lapidi

in onore di una vita presente

che reclama altra vita,

sensuale vendetta

simulante eterna beltà

da offrire con gioia ai morti

urlanti dal passato.

Attraversando il bardo, sguardi sull’aldilà

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 agosto 2015 by Michele Nigro

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Questo libricino di Franco Battiato rappresenta la raccolta di tutti i testi ascoltati nell’omonimo documentario in dvd: rileggere con i propri occhi quello che è stato ‘detto’, però, ha un altro effetto. Pur essendo un libro semplice, essenziale e strutturato in maniera elementare, “Attraversando il bardo” (sottotitolo: “Sguardi sull’aldilà”) sorvola un argomento potentissimo e che riguarda ogni essere vivente, e in particolar modo l’essere vivente cosciente: la morte. Al di là delle credenze religiose, degli approcci filosofici, della predisposizione all’esoterismo, del proprio essere atei, agnostici o credenti, quello che colpisce di questo libro/documentario è il coraggio dimostrato nell’accostare, sul versante escatologico, due mondi tenuti separati troppo a lungo: quello della spiritualità e quello della scienza. Un certo tipo di ricerca ‘trasversale’ esiste da tempo: da decenni un manipolo di “fisici hippie” (per dirla alla Kaiser David) e di uomini in cerca di Dio, tentano di percorrere un cammino comune non minato da antichi pregiudizi scolastici e ciechi dogmatismi. Quello che religioni e filosofie hanno cercato di descrivere nei secoli passati, oggi la scienza – e in particolar modo la fisica quantistica, anche grazie ai progressi compiuti in ambito sperimentale – comincia a spiegarlo, adoperando modelli plausibili confortati da dati scientifici, superando un atavico pudore dettato dalla delicatezza dell’argomento che sembrava essere dominio assoluto dei presbiteri o, molto peggio, dei maghi. Anche se il linguaggio usato in ambito religioso per descrivere determinati fenomeni conserva un’impronta che in molti definirebbero “fantasiosa” (perché nel corso di certi periodi storici la rappresentazione sintetica – diciamo pure “artistica” – di antiche saggezze era molto più efficace di una loro incompleta spiegazione scientifica), e non poteva essere diversamente dal momento che in passato occorreva comunicare importanti verità a un’umanità non istruita e non avendo a disposizione dati sperimentali, ci si rende conto che molto sta cambiando: l’accesso a certe tematiche scientifiche è stato facilitato in questi ultimi tempi e quindi risulta più agevole parlare liberamente di “fisica dell’immortalità”.

Ma il cammino è ancora lungo; come ho scritto in un mio post dedicato all’opera “Telesio” di Battiato e alla teoria dell’universo ologramma: <<… Da tempo si stanno ponendo le basi, seppure in forma esoterica, per lo sviluppo di una “spiritualità quantistica”, nonostante le varie religioni di stato, prima fra tutte quella cattolica, abbiano scoraggiato e continuino a scoraggiare i propri fedeli nel compiere ricerche spirituali scomode e alternative, forse perché impaurite dalla prospettiva di perdere un potere di mediazione escogitato per soddisfare delle esigenze di natura politica ed economica. L’invenzione dell’eresia (compresa quella scientifica) è servita e serve tuttora a difendere un vacuo ritualismo che non fa progredire l’umanità di un millimetro e che solo in rari casi è collegabile a piani d’interpretazione superiore, non confondibili con un “sacro magico” fatto di improbabili interventi divini. Non a caso i cosiddetti mistici, catalogati frettolosamente come santi o nella peggiore delle ipotesi come “pazzi”, sono una rarità in tutte le religioni e dovrebbero invece rappresentare l’occasione per una vera evoluzione spirituale e scientifica. Sugli altari delle chiese, durante le celebrazioni, insieme alle sacre scritture bisognerebbe leggere anche brani tratti da testi di fisica quantistica. Forse il Dio che abbiamo imparato ad antropomorfizzare nel corso dei secoli (incolpandolo di non intervenire in sciagure umane che non capiamo) è quell’ordine implicito così difficile da raggiungere e persino da intuire. L’ingerenza basata su dogmi incancreniti, però, è più conveniente della ricerca di una verità che trascende le organizzazioni religiose. Se la ricerca fosse orientata verso livelli alti, le guerre, gli odi interreligiosi, la difesa di certi principi non negoziabili, persino le quotidiane questioni di orgoglio nelle quali ci perdiamo, diventerebbero scorie: ma la storia, anche quella privata, c’insegna che non sempre le cose vanno così…>>

“Attraversando il bardo” è un’opera che dona serenità: la consapevolezza di possedere una mente che “non ha inizio” (e che di conseguenza non ha un termine), che siamo in interazione col tutto, che la morte non è la fine ma un’opportunità straordinaria di conoscenza ed è una festa per l’anima, sono verità che la nostra cultura materialistica da sempre mantiene a una certa distanza, e che al contrario potrebbero donarci già in vita un’autentica pace interiore. Serenità e pace non illusorie o instillate per fede, ma derivanti da una nuova coscienza.

Eros e Thanatos

Posted in nigrologia with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 maggio 2015 by Michele Nigro

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Di tutte le passanti

accompagnate verso l’uscita

da gocce bianche di piacere

depositate in vigliacchi oblii

mi resta l’umana impronta

unica, irripetibile, romantica

nell’argilla storica della solitudine.

All’orizzonte, fedele

la morte attende il respiro eccitato

e i sorrisi illusi sulla scena presente,

si finge distratta da momenti di gloria

dall’eco amorosa

di un’apparente eternità.

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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